Ho commesso un errore e per caso ho incontrato il mio destino.

Da bambina ho sempre avuto problemi di vista, così ho portato gli occhiali da quando riesco a ricordare. Poi, crescendo, sono passata alle lenti a contatto, ma spesso mi capitava di uscire a passeggiare con il mio cane senza nulla, o di scendere al negozio dimenticando gli occhiali. Così è stato quella sera particolare. Ero in ritardo, mi sono precipitata fuori casa, con il cane al guinzaglio, scalando a saltelli tutti e cinque i piani del mio condominio milanese senza ascensore. Soltanto fuori, tra le ombre azzurre della sera, mi sono resa conto che avevo lasciato gli occhiali in camera mia. Scendere di nuovo? Troppa fatica, troppa pigriziaho proseguito.

Nel negozio, tra le luci troppo bianche e gli scaffali traboccanti di conserve, mi sono aggirata senza meta davanti al banco del tonno e delle acciughe. Bombardavo il cassiere di domande curiose: Qual è il trancio di sgombro al pomodoro? Questa scatola è in olio doliva o di girasole? Lui, stanco, si voltò a battere lo scontrino a unaltra signora. Allora mi rivolsi a una ragazza vicinauna figura evanescente, familiare ma sfocata come nei sogni. Portava uno chignon buffo, un tipico coccolo scompigliato che sembrava spuntare come due corna birichine, una sciarpa enorme di lana rossa, un cappotto lungo e nerotutto appariva amplificato, quasi teatrale.

Mi scusi, saprebbe indicarmi qual è lo sgombro in salsa di pomodoro?

Ceravamo incrociate in qualche corridoio di liceo, classi parallele. Mi ricordavo bene di lei: il modo stravagante in cui vestiva, le unghie sempre smaltate di colori improbabili, i professori che la redarguivano.

Questo sgombro fa proprio per te, rispose lei con una formalità assurda, come se recitasse una battuta da una commedia di Goldoni. Altro?

Mi dispiace, ho dimenticato gli occhiali e vedo tutto confuso come un acquarello.

Abbiamo vagato tra i reparti insieme. Le ho raccontato vecchie storie dei professori burberi della nostra scuola. Lei annuiva, illuminandosi in un sorriso, a volte rideva come se qualcosa nelle parole danzasse sul pavimento a scacchi del supermercato. Terminata la spesa, ho azzardato: restiamo fuori ancora un po’ ad assaporare laria frizzante dautunno? O prendiamo un caffè caldo nel bar di fianco? Che ne dici di scambiarci due chiacchiere ancora?

Mi confidò che lavorava in una clinica veterinariami stupii, mai avrei pensato che avrebbe scelto una simile strada. Abbiamo scambiato i numeri, promettendo di rivederci con calma per un altro espresso, magari in piazza Duomo.

Rientrando nel mio appartamento, finalmente con gli occhiali sul naso, lessi il messaggio che mi aveva inviato cinque minuti dopo esserci salutate:

Scusami se ho mentito. Non ero nella tua classe. Studiavo nella sezione A, in un altro istituto. Ma se non ti dispiace, possiamo comunque bere un caffè una voltaoffro io.

Non ho esitato nemmeno un secondo. Ci siamo riviste; la mia vista correggeva ogni contorno, ma lei era molto più affascinante di come la ricordassi. Le linee del suo viso, la luce nei suoi occhi: tutto era più vivido, più bello.

Abbiamo cominciato a vederci regolarmente. A volte mi prende ancora in giro: Ma sei sicura di avere la vista così debole? O era solo un pretesto per farmi parlare? Sorrido. Tutto mi sembra una sceneggiatura surreale scritta dal destino, con il Duomo che si dissolve in un sogno milanese, e noi duecome personaggi di una fiaba urbanache continuiamo a perderci e ritrovarci tra i raggi dorati della città, come se fossimo guidate da una regia misteriosa e giocosa che parla la lingua dei sogni.

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