Senza troppe parole
Riccardo si lasciò andare contro lo schienale della sedia, godendosi quel leggero senso di sazietà dopo una cena impegnativa. Lanciò uno sguardo tranquillo a Isabella proprio mentre lei avvicinava alle labbra il bicchiere di Vermentino. La luce calda e soffusa delle lampade del ristorante faceva risaltare le sue linee delicate: una bellezza tutta italiana, con un tocco di rossore sulle guance e negli occhi un luccichio vivace, come se riflettessero il bagliore dorato delle lampade sopra il loro tavolo.
Allora, soddisfatta? domandò, facendo in modo che la sua voce suonasse casuale e leggera, come se la domanda gli fosse scappata di bocca per sbaglio.
Isabella posò con grazia il bicchiere. Il suo sorriso si aprì come un fiore in primavera.
Certo! Tu hai sempre il fiuto per i posti giusti, rispose con unocchiata panoramica alla sala. Qui si sente proprio latmosfera giusta.
Riccardo annuì silenzioso, approvando. Gli piaceva davvero quel piccolo locale nel centro di Firenze. Nessuna esagerazione, nessuna pretesa di lusso sfrenato: solo una cura nei dettagli, una calma che si respirava ovunque. La luce non accecava, la musica restava sempre in sottofondo, giusto per accompagnare la serata, e i camerieri si muovevano tra i tavoli con tutta la calma dignitosa che si addice a chi ha visto più dí un servizio.
Negli ultimi mesi aveva portato Isabella lì almeno cinque volte. Ogni volta, la cena lasciava un retrogusto piacevole, non solo per la pasta fatta in casa o il risotto allo zafferano, ma per quellatmosfera morbida e complice di chi può parlare senza paura che qualcuno origli. E ogni volta, quando arrivava il conto, Riccardo lo pagava senza battere ciglio. Il totale in euro? Mai una sorpresa.
Sai, iniziò Isabella, rigirando nervosamente il tovagliolo tra le dita, pensavo magari questo weekend potremmo fare una gita. Sai comè, comincio ad annoiarmi
Vediamo, rispose lui in tono neutro, mascherando perfettamente le sue indecisioni. Al lavoro non è il periodo migliore, lo sai anche tu.
Per un attimo Isabella si rabbuiò, un velo di delusione le passò negli occhi, ma si riprese subito sfoderando un altro sorriso, quasi a cancellare quel piccolo momento di nube.
Che responsabile che sei, disse, con quella bonaria condiscendenza tutta italiana, come chi cerca di mantenere alto il morale anche davanti alla tempesta.
Il cameriere si avvicinò, menu dei dolci in mano, muovendosi con la calma dei professionisti di vecchia data.
Riccardo alzò subito la mano:
Siamo pronti, porti pure il vostro tiramisù. E, già che cè, unaltra bottiglia di Vermentino.
Il cameriere annuì e ripartì verso il bancone con la stessa velocità con cui loleandro fiorisce in agosto.
Nel frattempo Isabella tracciai un disegno invisibile con il dito sul bordo del calice. Il vetro risuonò, interrompendo la dolce melodia del locale. Alzò gli occhi su Riccardo.
Sai che oggi ti vedo un po distante, disse sottovoce, abbassando ulteriormente il tono per tenere fuori dalle chiacchiere la tavolata di trentenni accanto a loro.
Riccardo scrollò le spalle, più rilassato che convinto.
Sono solo stanco, disse. Il lavoro non mi dà tregua.
Che fosse vero, era indiscutibile: ultime settimane da incubo, riunioni che si accavallano, scadenze che incombono minacciose come nuvole cariche di pioggia, e il sonno ormai da ricercare col lanternino. Ma cera anche altro.
Qualche giorno prima, quasi per sbaglio, aveva beccato il profilo Instagram di Isabella che, va detto, gli era totalmente sfuggito. Niente di sospetto, in apparenza: selfie, stories di cene, commenti di amici. Se non fosse stato per un dettaglio piuttosto fastidioso: alcune foto la ritraevano insieme a un uomo con un completo evidentemente fuori budget per Riccardo. Niente di scandaloso nelle didascalie Con il più attento, La mia ispirazione ma le date coincidevano con sere in cui lei gli aveva detto che era impegnata. Chissà che impegno.
Allinizio pensava fosse solo un conoscente, magari un collega. Ma poi guardò meglio, si mise a fare due conti tra date, volti, luoghi. Ed ecco che tra i commenti alla foto del ristorante, lo stesso dove sedevano ora, spuntava un certo Demetrio: Sei sempre magnifica, aspetto la nostra prossima serata .
Che invenzione, i social: rendono tutto pubblicamente segreto.
E ora quelle immagini gli ronzavano in testa, altro che musica soft! Fece un altro sorso di vino cercando di pensare ad altro, ma le foto e i commenti stavano lì come il basilico sulle melanzane alla parmigiana.
Riccardo, per ora, non disse nulla. Niente scenate, nessuna richiesta di spiegazioni. Niente drammi teatrali da commedia dellarte. Decise, invece, che era ora di chiudere in bellezza. E non con il solito ghosting da quattro soldi, ma con una trovata da ricordare. Giusto per lasciare il segno, come si deve.
La cena era ormai andata. Il cameriere portò il conto salato, ma si sa che in certi locali a Firenze anche la carta del menu profuma di bancomat. Riccardo prese il portafoglio con calma olimpionica, fece finta di studiarsi i numeri. La verità? Aveva già tutto calcolato.
Sollevò lo sguardo su Isabella, stavolta senza il solito sorriso gentile.
Sai che cè? Pago solo per me. Il tuo menu te lo copri tu, disse con una voce piatta e normale, come se le stesse suggerendo di prendere la metropolitana anziché il tram.
Isabella impallidì. Le dita si strinsero nervose sulla tovaglia, sembrava stesse cercando le parole tra le tagliatelle.
Riccardo, non scherzare, mormorò, graffiando la calma.
E chi scherza? rispose lui, pacifico e distaccato, posando il conto davanti a lei. Non hai la carta? Pazienza. Chiedi aiuto a Demetrio, no? Pensavi che non capissi? Che potessi usarmi come premio di consolazione?
Gli occhi di Isabella si spalancarono, un misto di sorpresa e stizza.
Non so di chi parli, sibilò tentando una difesa che nemmeno un portiere di Serie A avrebbe ritenuto decente.
Peccato, concluse Riccardo, alzandosi e infilando qualche banconota sul tavolo, esattamente la sua metà. Senza voltarsi, si diresse verso luscita.
Alle sue spalle, la voce di Isabella tremava chiedendo qualcosa al cameriere, sempre più acuta. Riccardo, però, non si voltò. Uscì nella frescura della sera, inspirò profondamente, e sentì che qualcosa dentro finalmente si allentava. Game over, direbbero quelli che sanno linglese.
Mise le mani in tasca e si incamminò tra i lampioni gialli e le vetrine illuminate di Firenze. Le strade brulicavano: cera chi correva verso casa e chi, più sornione, si godeva la serata. Persino le coppie ridevano, facendo grandi sogni a voce alta. La città andava avanti come sempre, e questa era la cosa più giusta che potesse accadere.
Riccardo ripensò a comera strana la vita. Solo un mese prima, Isabella gli sembrava la donna giusta non perfetta, ma perfetta per lui. Ricordò le ore passate a scegliere il cellulare più trendy (ma che sia anche rosa, mi raccomando!), i regali pensati, il braccialetto doro sottilissimo che le stava a pennello. Ricordò pure le corse sotto casa sua per portarla in quel centro benessere dove tutte le amiche ci vanno almeno una volta. Ora, però, tutto aveva il sapore del caffè dimenticato sulla scrivania: un po amaro e decisamente raffreddato.
Il telefono vibra: messaggio di Isabella. È stato meschino. Bastava dire che era finita. Titubante, Riccardo osservò una vetrina di una libreria, poi digitò: È proprio quello che ho fatto. Tasto invio, telefono spento. Non aveva più voglia né di parole, né di spiegazioni, né di notifiche.
La sera era lunga davanti a lui, e per la prima volta si sentiva padrone: avrebbe potuto andare al bar sotto casa, dove i camerieri sanno cosa ordinare appena lo vedono entrare. Magari si sarebbe goduto una birretta osservando il via vai degli stranieri, o forse avrebbe acceso la musica che Isabella detestava ascoltare e finalmente si sarebbe addormentato senza programmare corse mattutine. Forse avrebbe telefonato a Giovanni, lamico ormai disperso tra mille riunioni. Il punto era che ora, finalmente, erano scelte sue. E questa era una grande conquista.
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Lindomani mattina Riccardo si svegliò prima della sveglia, gusto raro nella vita di un italiano. La stanza era avvolta nel silenzio; fuori, il rumore dei motorini annunciava già la giornata. Stiracchiandosi, sentì che quel peso allo sterno era svanito. Ora cera solo una strana leggerezza, come dopo un temporale con laria di nuovo fresca.
Si immerse sotto la doccia a lungo il getto caldo lavava via ogni pensiero sgualcito dalla sera prima. Rimase così, gli occhi chiusi, ad ascoltare il ticchettio dellacqua, beandosi di quella calma da sabato mattina.
Preparò un caffè forte, con la moka che fa il suo borbottio melodico. Laroma denso si spandeva per la cucina, portandolo indietro ai suoi giorni migliori. Quelli in cui il tempo scivolava senza ansie. Con la tazzina in mano si piazzò in balcone.
Era una mattina limpida, il cielo pulito, laggiù suonavano già i primi clacson e qualche bambino faceva la guerra tra la palla e i bidoni della differenziata. Un mix di odore di pioggia e caffè riempiva laria. Riccardo sorseggiava caffè osservando Firenze che si svegliava come una vecchia signora con i bigodini in testa.
Il cellulare, lasciato sul tavolo, era rimasto spento. Voleva stare ancora un po in pace, senza notifiche, senza richiami alla realtà.
Verso mezzogiorno lo riaccese. Subito una pioggia di messaggi: lavoro, amici, social, più uno (ovvio) di Isabella. Ci pensò un attimo, poi fece uno swipe deciso. Aveva già detto e ascoltato tutto quello che serviva.
Poi, trovò Giovanni in rubrica. Chiamata.
Ohi Ricca, tutto ok? rispose Giovanni, voce allegra che mancava dalle sue orecchie da settimane. Ma che fine hai fatto? Racconta.
Tranquillo. Stasera birretta da Beppe vicino al mio ufficio, ci stai?
Quando vuoi! Giovanni era un fiume in piena. A che ora?
Decisero in un lampo. Giovanni era seduto già al tavolo con due birre, sguardo appoggiato fuori dalla vetrina.
Quando vide Riccardo arrivare lo accolse con una pacca sulla spalla e un sorriso largo.
Allora, dobbiamo brindare? Ti vedo in forma diversa dal solito. Hai tagliato la barba oppure hai finalmente mandato qualcuno a quel paese?
Diciamo che sono ripartito, Riccardo fece un sorso di birra e riassunse la serata precedente in poche frasi, niente inutili melodrammi.
Giovanni ascoltava sornione, voltando il bicchiere tra le mani, poi sorrise:
Non scherzavo, allora: stile, Ricca. Lhai fatto con classe! Ma sei sicuro che quella si vedeva anche con qualcun altro?
Cento per cento, Riccardo si lasciò andare allo schienale, sentendo che lultimo peso gli cadeva addosso solo per scivolargli via. Non ho nemmeno spulciato troppo. Era tutto fin troppo chiaro.
E ora che si fa? domandò Giovanni, sguardo curioso e amichevole.
Si vive, rispose Riccardo, e in quelle parole, semplici, si sentiva uninfinita libertà. Lavoro, amici, magari una vacanza. Poi si vedrà.
Bravo! esclamò Giovanni. Senti qua: la cugina mia vive a Genova e dice che a fine mese cè un festival jazz pazzesco. Vieni?
Riccardo ci pensò un attimo: Genova, musica, il mare. Perché no? Laria di cambiamento lo stava contagiando.
Facciamolo, disse. E quella parola era tutto: il primo vero passo avanti.
Così ti voglio! Giovanni batté la mano sul tavolo. Ora sì che torni quello di una volta: basta musi lunghi!
Riccardo sorrise. Era davvero una nuova primavera.
Quella settimana andò davvero a Genova. Giovanni aveva ragione: il festival era una bomba. Passeggiarono per i caruggi, provarono trofie al pesto e focaccia, ascoltando jazz dalla mattina alla notte. In ogni angolo cera musica, e la città sembrava danzare. Entrarono in caffè minuscoli, provarono piatti a scatola chiusa e risero come ragazzini.
Una sera, sul porto antico, Riccardo si accorse allimprovviso che non pensava più a Isabella. Non la cercava tra le ombre della folla, non le dava le colpe del tempo sprecato. Cera solo musica, vento marino, e il rumore gentile dei bicchieri che brindavano.
Ma tu, che hai in testa? chiese Giovanni, sollevando il bicchiere.
Riccardo, guardando le luci riflesse in mare, disse con un sorriso: Finalmente respiro davvero. Avevo il fiato corto da mesi, e ora mi sembra tutto più semplice.
Un brindisi, uno sguardo alla città che brillava. Fuori, un sassofonista suonava, lultimo tocco a una serata perfetta.
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Tornato a Firenze, Riccardo decise di prendersi ancora un po di tempo per sé. Le amicizie semplici tornarono importanti: un aperitivo qui, una chiacchiera là. Decise di iscriversi a nuoto doveva imparare, dopo anni a sguazzare come un cane in mezzo agli avversari. Le prime lezioni furono tragicomiche, ma la soddisfazione cresceva così come i suoi bicipiti.
Poi, la follia: tentò di imparare lo spagnolo. Non cera motivo pratico. Solo voglia di mettersi in gioco. Scaricò unapp, iniziò a guardare serie in lingua, si perse tra por favor e gracias. I giorni correvano e la testa si riempiva denergia nuova.
Il lavoro migliorava: nuovi progetti pieni di sfida e, incredibilmente, gratificazioni. Ogni tanto i colleghi lo coinvolgevano in pranzi veloci dal paninaro dietro langolo, qualche altra volta il capo lo lodava in pubblico, come ai vecchi tempi.
Nei weekend, la compagnia si trasferiva in campagna: grigliate, vino rosso, risate. Ritrovò il piacere di stare tra amici, senza filtri.
Al parco vicino casa, invece, il sabato sera cera il cinema allaperto. Riccardo ci divenne quasi unabitudine: plaid sotto il braccio, thermos di tè caldo, e un posto tra la folla. Si godette di tutto dalla commedia daltri tempi alla pellicola indecifrabile in bianco e nero felice come un bimbo alla sagra della porchetta.
In quei momenti semplici si sentiva di nuovo vivo.
Una sera dautunno, dopo lennesima proiezione sotto le stelle (stavolta una commedia con Alberto Sordi), Riccardo stava per lasciare il prato quando sentì una voce femminile.
Mi scusi, disse una ragazza, avvolta in uno scialle oversize, i capelli biondi mossi dal vento, occhi limpidi come unalba toscana. La vedo sempre qui. Anche lei è appassionato di cinema?
Riccardo si fermò, fissò la sconosciuta. Cera in lei una naturalezza tipica delle persone che non devono inventarsi nulla.
Sì, rispose sorridendo. Al cinema sotto le stelle non si può dire di no: si ride meglio, si piange meglio.
Concordo, annuì lei. Qui ti sembra di essere amico degli attori. In salone è tutta unaltra storia.
Gli tese la mano.
Io sono Ginevra.
Un attimo di esitazione (un lampo di ricordi: aveva avuto una Ginevra alle medie, ma fu solo un pensiero così, come un panino al salame mangiato di corsa). Serrò la mano. Era calda, sicura, piacevole.
Riccardo.
Cominciarono a chiacchierare di film, registi, scorci di Firenze, dei migliori caffè della zona, delle librerie che Riccardo amava frequentare nei giorni di pioggia. Ginevra raccontò che si era appena trasferita da Siena stanca di palio e panforte; Riccardo diede i suoi migliori consigli di sopravvivenza cittadina.
Parlarono un sacco, tanto che i tecnici del cinema stavano già sbaraccando. Si salutarono con uno scambio di numeri, e Riccardo si sorprese di quanto fosse facile sentire il cuore leggero.
Quella notte, tornando a casa, aveva dentro una sensazione nuova: niente programmi, niente pressioni. Solo una leggera euforia. Una speranza che cresceva piano, come unortensia allombra: semplice, quasi banale, ma bellissima.
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La mattina dopo Riccardo si svegliò col sorriso. Fuori, una pioggerellina disegnava arabeschi sui vetri. Fece colazione lenta caffè nero, pane e marmellata di fichi poi mandò un messaggio a Ginevra: Ti va un film sabato? Magari al cinema vero, che questo tempo promette male!
La risposta arrivò subito: Volentieri! Ma una commedia, eh: a me piace ridere.
Riccardo rise, bevve il suo caffè guardando la pioggia: Firenze sembrava un acquarello di Signorini.
Il sabato arrivò con aria fresca e limpida. Ginevra si presentò in anticipo: jeans, maglioncino color crema, capelli sciolti. Lui la raggiunse davanti al cinema, entrambi un po emozionati, ma sereni come se si conoscessero da sempre.
Acquistarono pop corn al caramello e si misero a metà sala. Lei confessò, con semplicità:
Sono nervosa. Ma in modo piacevole.
Anche io, ammise lui. Ma ci sta.
Il film era leggero come chiedevano: risate, ironia, scene che facevano ridere tutti in sala. Riccardo e Ginevra si scambiarono più di uno sguardo, certi di capirsi anche senza parole.
Alluscita Firenze viveva la sua notte: profumo di castagne, luci nei vicoli, umanità che brulica. Passeggiarono senza fretta, parlarono di libri, viaggi (lei era fissata con il Giappone, Riccardo sognava Barcellona), cibo, sogni.
Seduti sul parapetto dellArno guardarono lacqua riflettere le stelle. Il tempo sembrava sospeso.
Grazie per oggi, disse Ginevra. Mi sono divertita.
Anche io. Ripetiamo?
Certamente.
Al momento di salutarsi, Riccardo le prese dolcemente la mano. Quel gesto diceva più di mille discorsi. Nei suoi occhi cera una serenità nuova, un inizio fresco.
Ginevra si avviò verso il bus, salutandolo con una risata di chi vede nel futuro il bello che si deve ancora scrivere.
Riccardo comprese, una volta per tutte, che avevano voltato pagina. La parola fine può anche essere linizio più bello di tutti, se scritta al momento giusto, con il cuore leggero e un pizzico di ironia tutta italiana.





