În timp ce la parrucchiera mi sistemava i capelliche, diciamolo, sembravano sopravvissuti a una tempesta mediterraneaho avuto una conversazione che mi pesava da settimane. Rimuginavo sul dilemma di mandare o meno mia figlia a una scuola di musica: da un lato, dovevo comprare un pianoforte (mica una tastiera a buon mercato!), dallaltro tutti i giri, i corsi, il sostegno insomma, tutto sarebbe gravato sulle mie spalle, che a furia di portare borse della spesa e zaini quasi non le sento più. Eppure, la piccola aveva un desiderio ardente di suonare e forse, chissà, anche il talento per diventare la nuova Mina.
La parrucchiera, Stefania Romano, mi ha raccontato la sua storia tra una piega e laltra, con la spazzola in mano come fosse un microfono: Io sono nata in un paesino vicino Firenze. Fin da bambina non facevo altro che cantarealla messa, nelle recite, persino alle feste di quartiere, dove lorchestra era composta da tre cugini e un cane chiamato Dante. Ho imparato persino a suonare il pianoforte grazie alla vecchia signora Rossi, che aveva visto più tasti che nipoti. Avevo capito subito che la musica era la mia strada. Tutti dicevano che ero portata e che, tra una serenata e laltra, avrei potuto sfondare.
Ma nel mio paese non cera neanche lombra di una scuola di musica seria. Un giorno, quando avevo circa nove anni, sono arrivati degli esperti da Firenze. Ci hanno chiesto di battere le mani e poi hanno scelto alcuni bambini per una prova canora. Siamo stati portati nellaula magna e tra le note di Volare e O Sole Mio ci hanno fatto cantare, indovinare, e anche battere ritmi. Dopo qualche mese mi sono quasi dimenticata di quella giornata, finché mia madre, la signora Romano, ha trovato nella cassetta della posta una busta grande, con su scritto in rosso DOMANDA ACCETTATA. Ero lunica della scuola ad essere stata ammessa alla celebre scuola musicale di Firenze.
La scuola copriva tutte le spese, senza pretendere un centesimoniente euro, niente lire! Però, trasferirsi a Firenze era unimpresa titanica. I miei genitori, entrambi operai, erano più orgogliosi del lavoro in fabbrica che della mia vocazione artistica. Mi suggerivano di lasciare perdere i sogni e di cercare un impiego serio, magari alla Coop. Per un anno ho continuato a ricevere inviti ogni due mesi, poi tutto è finito di colpo e qualcosa dentro di me si è spento. Non avevo più voglia di cantare, e la scuola mi sembrava sempre più grigia.
Poi, verso i quattordici anni, lo spirito musicale si è riacceso. Il direttore di una banda locale, il maestro Giuseppe Bellini, cercava nuova voce femminile. Tra decine di aspiranti, mi ha scelto proprio luie io mi sono sentita come se mi fossero ricresciute le ali dangelo. Però, ho fatto appena tre prove: i miei hanno scoperto tutto e hanno messo fine alla faccenda, sostenendo che quelle band non erano gente seria. Fine dei sogni musicali. Ho smesso di studiare musica, mi sono buttata in compagnia, tra spritz e sigarette, convinta fosse la normalità del paese.
Appena finita la terza media mi hanno presa al liceo, ma la mia vita da cantante mancata non ha mai decollato. Ogni invito, però, mia madre li ha conservati in un album dei ricordi. Ancora oggi, qualche sera, li prende, li rilegge e li rimette a posto, sospirando come se il destino della famiglia Romano si fosse deciso tra una nota e laltra.





