Nonno: Una sera d’estate tornando a casa dagli allenamenti ho visto un anziano caduto sull’asfalto, …

Diario di Giulia Romano, giugno

Oggi mi è successa una cosa che ancora non riesco bene a togliermi dalla testa. Era una serata calda, stavo tornando a casa dallallenamento di ginnastica, la borsa sportiva in spalla, quando ho notato un anziano riverso sullasfalto proprio davanti a una palazzina qui nel quartiere San Giovanni, a Roma. Era evidente che non riusciva a rialzarsi, sembrava spaesato e sofferente. Eppure, la gente passava alla larga, qualcuno addirittura cambiava marciapiede. Sussurravano tra loro che probabilmente era ubriaco, che bisognava stare attenti, che chissà che malattie poteva avere. Ma a me mamma mi ha sempre detto che se uno ha bisogno e tu puoi aiutare, un motivo per non farlo non esiste.

Mi sono avvicinata, il cuore a mille. Posso aiutarla? gli ho chiesto piano, quasi temendo di disturbare. Lui non è riuscito a rispondermi davvero, solo dei gemiti, le mani protese verso di me come a chiedere aiuto. Una signora che passava mi ha fulminata con lo sguardo: Lascialo stare, si vede che è sporco. Lo tocchi e rischi di prenderti qualche infezione. Guarda come si è ridotto!. Mi sono fermata a guardare meglio; sulle mani aveva sangue secco e fresco, delle ferite evidenti. Unondata improvvisa di paura mi ha percorso la schiena. Cosa gli era successo?

Alla mia domanda il signore ancora non riusciva a spiegare niente, solo borbottava. Poi ha raccolto da terra un sacchetto semi stracciato. Dentro cerano dei cocci di bottiglia di birra, tipico dei nostri parchi dopo che i ragazzi passano lì la sera. Ha raccolto qualche altro pezzo e lha messo via. Così ho capito perché aveva tagli sulle mani. Ho preso le salviettine umidificate che porto sempre dietro e ho iniziato con delicatezza a pulirgli le ferite, cercando di non macchiarmi la maglietta sarò anche egoista, ma tornare a casa tutta insanguinata proprio non mi andava.

Pulite le mani, lho aiutato ad alzarsi in piedi. Gli chiedo: Dove abita? ma lui niente, solo uno sguardo perso. Poi però ha iniziato a indicarmi una direzione, con movimenti decisi. Così, con lui che si reggeva al mio braccio, abbiamo attraversato il cortile e siamo arrivati sotto una palazzina. Mi ha mostrato il citofono e con le dita ha mimato due numeri. Ho capito che era il suo interno. Ho suonato, e una voce femminile, trafelata, ha risposto subito. Nel giro di un attimo sono scesi di corsa una donna e un uomo, probabilmente la figlia e il genero. Appena hanno visto lanziano, hanno cominciato a chiedergli se andava tutto bene, lo hanno abbracciato, poi lui si è rivolto a me con un lungo sguardo grato. Luomo lha preso in braccio, la donna invece ha insistito che restassi lì un momento. È salita di sopra, e pochi minuti dopo è tornata con una cesta di lamponi enormi, rossi e profumati. Sono i nostri, del nostro giardino in campagna, mi ha detto sorridendo fiera, ne prenda, la prego!. Ho provato a rifiutare, ma la signora è stata irremovibile.

Mentre insisteva, si è lasciata andare a una lunga spiegazione: Sa, mia figlia Sofia si è tagliata il piede con questi maledetti vetri che lasciano i ragazzi… Da allora mio padre ha preso a raccoglierli ogni sera, anche se ha ormai problemi a camminare. Gli abbiamo nascosto pure le chiavi per non farlo uscire! Ma niente, lui si arrangia. Bisogna capirlo: durante la guerra, quando era giovane, lhanno catturato i tedeschi. Lui per non tradire i compagni aveva un incarico importante nella Resistenza si è ferito volontariamente la lingua. Lì non badavano certo alligiene, e gli si è infettata. Hanno dovuto amputargliene metà. Da allora parla male, quasi non si capisce. Una volta è rimasto per terra cinque ore sotto la pioggia perché nessuno voleva aiutarlo, tutti pensavano fosse un barbone. E noi disperati, pronti a chiamare i carabinieri Oggi grazie a lei è andata meglio.

La signora mi ha messo la cesta in mano e io, commossa, mi sono inchinata leggermente come si fa di rispetto. Le parole mi mancavano. Me ne sono andata verso casa e, a metà strada, ho iniziato a piangere in silenzio. Non capivo perché in Italia si debba sempre pensare solo a se stessi, perché sia così facile giudicare, scansare, preferire il pregiudizio alla compassione. Mi rivolgo a chiunque leggerà mai queste righe: se vedete qualcuno in difficoltà, non condannatelo subito. Avvicinatevi. Forse davvero ha solo bisogno di una mano, del vostro aiuto. Siamo esseri umani, non bestie. Facciamo in modo di ricordarcelo, ogni giorno.

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