Dopo quattro mesi di messaggi mi sono deciso finalmente a incontrare una donna, una certa Martina, quarantacinquenne elegante e ironica, che sembrava portare la semplicità come fosse una veste regale. Quando le ho proposto il primo appuntamento, pensavo che la curiosità delle chiacchiere online avrebbe avuto lo stesso sapore della realtà, forse persino meglio.
Per tutto quel tempo, Martina aveva imparato tutte le sfumature dei miei gusti, ricordava perfettamente i nomi dei miei amici dinfanzia, e ormai nemmeno la mia abitudine di scrivere tre puntini dopo ogni buongiorno la sorprendeva più.
A quarantacinque anni, si va a un appuntamento non con le ginocchia tremanti, ma con la curiosità ironica di chi ormai conosce bene il gioco. Vediamo che tipo di uomo sarà stavolta, pensava mentre si sistemava con la grazia di chi non teme lo specchio.
Avevo scelto per l’incontro un piccolo caffè del centro di Firenze, uno di quelli che profumano di cannella e legno antico, pieno di luce soffusa. Martina arrivò puntuale, impeccabile e sicura di sé, pronta a gustarsi la serata.
Io mi feci vedere dopo cinque minuti, con lo sguardo concentrato e un’aria da revisore fiscale che aveva appena scoperto un grosso errore. Mi sedetti davanti a lei, accennai un sorriso e la salutai, senza pensare a un complimento o una parola calorosa.
Martina mi osservava con un pizzico di divertita curiosità mentre ordinavamo caffè e dolce. Poi decisi di affrontare subito la questione e dissi: Martina, ho riflettuto molto sulla nostra corrispondenza. Sono quattro mesi che ci scriviamo, e ora, davanti a te, ritengo giusto evidenziare subito alcuni punti. Ho cinque appunti da farti.
Lei appoggiò il mento sulla mano come se volesse godersi lo spettacolo, annuendo con interesse.
Cinque appunti? Mi sembra interessante. Ascolto.
Non percependo lironia, cominciai a contare sulle dita.
Sul tuo profilo cè una foto dove indossi un vestito blu: lì sembri diversa. Ora ti vedo più formosa. Può confondere un uomo. A questa età una donna dovrebbe essere più sincera.
Martina sorrise tra sé: Formosa è già meglio di monumentale, grazie.
Secondo appunto: la lentezza nelle risposte.
A volte rispondi troppo lentamente. Tre settimane fa, ti ho scritto alle 14:15 e mi hai risposto solo alle 16:40. Gli uomini non amano aspettare. È una mancanza di rispetto.
Se non sbaglio ero in riunione… provò a spiegare, ma io continuai.
Terzo appunto: il luogo dellincontro.
Perché siamo qui? Questo locale è troppo elegante. Io avevo proposto qualcosa di più semplice. Scegliere posti così denota una certa tendenza al consumismo ostentato.
Martina guardò il suo cappuccino e quasi pensò di rovesciarlo sulla mia giacca, ma la curiosità ebbe la meglio.
Perché quel vestito? Siamo venuti solo a bere un caffè. È troppo appariscente per il pomeriggio. Anche i gioielli sono superflui. Una donna dovrebbe affascinare per la profondità, non per lo splendore. Cerco sostanza, non solo immagine.
Quinto appunto: indipendenza.
Scegli tu i ristoranti, ti piace parlare di fare da sola. Non lasci che un uomo si senta tale. Io voglio una donna che chieda consiglio, non che ostenti autonomia. Se staremo insieme, dovrai rivedere il tuo comportamento.
Conclusi incrociando le braccia, aspettando una reazione di gratitudine per la mia sincerità.
Martina mi guardò intensamente e capì subito che quei quattro mesi erano stati solo una maschera per un uomo preciso, ma poco empatico. Non cercavo calore: cercavo una persona che mi servisse per sentirsi migliore.
Mario, disse dolcemente e calma, anchio ho fatto delle riflessioni. Mi sono bastati cinque minuti per farmi unidea.
Quale? chiesi, incuriosito.
Sei un vero caso raro. Hai attraversato tutta Firenze per presentare il conto a una donna, giudicandone gusti, aspetto, e diritto di essere sé stessa. È unautostima degna dosservazione.
Mi irrigidii.
Dico solo la verità.
No, rispose Martina scuotendo la testa. Non sei sincero, sei solo insicuro e vuoi misurare tutto con un metro storto. Non ti piacciono le mie foto? Vai in museo: lì gli oggetti non cambiano. Rispondo piano? Prenditi un tamagotchi. Il vestito non ti va bene? Lho messo per piacere a me, non a te.
Si alzò, sistemò la borsa e mi fissò per lultima volta.
E infine: se il tuo ego crolla a sentire da sola, non ti serve una compagna, ma una terapia. A quarantacinque anni, il mio tempo vale troppo per sprecarlo con chi comincia una conoscenza con la revisione dei miei difetti.
Dove vai? E il caffè? farfugliò.
Lo finirai da solo. Ti aiuterà a risparmiare qualche euro. E un consiglio: se vuoi che ti guardino in bocca, vai dal dentista.
Appena tornata a casa, Martina mi bloccò su tutti i social. A questa età, la serenità è qualcosa di più di un plaid e la tranquillità: è un telefono senza persone che tentano di incastrarti nella loro visione distorta.
Voi cosa pensate? È stato un flirt mal riuscito o un copione ben recitato? E ha senso proseguire un dialogo quando già dal primo minuto paghi la tassa per essere te stesso?


