Diario di Giulia, 12 febbraio
Mia casa, mia cucina così ha dichiarato la mamma di Lorenzo oggi.
Grazie perché mi avete tolto persino il diritto di sbagliare? Qui, nella mia casa…
Nella mia casa, Giulia, mi ha corretto dolcemente ma con un peso da far tremare i bicchieri. Questa è casa mia, Giulia. E nella mia cucina non cè posto per piatti immangiabili.
Un silenzio teso si è posato nella cucina.
Giulia, lo capisci anche tu che non si poteva mettere quella cosa in tavola, davvero.
I tuoi genitori sono persone perbene, non potevo lasciarli masticare quella suola di scarpa, mentre diceva questo, la signora Rina Montini versava il tè nelle sue tazzine di porcellana come se nulla fosse.
Stavo in piedi, mi mancava il fiato e sentivo il viso scottare dalla frustrazione.
Nel piatto dei miei genitori, che erano appena andati in salotto con Lorenzo, erano rimasti dei pezzettini della famosa suola il petto danatra con salsa ai mirtilli che avevo cucinato per quattro ore, anzi che credevo di aver cucinato.
Non era una suola, ho balbettato, costringendomi a incrociare lo sguardo di mia suocera. Ho marinato secondo la ricetta di mamma, sono andata pure apposta a comprare lanatra dal contadino. Dovè finita, signora Rina?
Lei ha posato la teiera con eleganza, asciugandosi le mani sullo strofinaccio bianco perfetto appoggiato sulla spalla.
Sul suo viso non cera traccia di rimorso solo quella pietà condiscendente che si riserva ai cuccioli troppo vivaci.
Nel bidone del pattume, cara. Il tuo marinato come dire sapeva talmente di aceto che faceva venire gli occhi lucidi.
Ho preparato un semplice confit. Con timo, fuoco basso, lentamente. Hai visto come tuo papà ha chiesto il bis? Questo è il livello.
Quel che hai messo su, al massimo va bene per una trattoria di stazione.
Non ne aveva il diritto, ho sussurrato. Era la mia cena. Il mio regalo ai miei genitori per lanniversario. Non mi ha nemmeno chiesto niente!
E che dovevo chiedere? Rina Montini alzò un sopracciglio, lo sguardo duro e severo da chef di lunga data. Quando la casa brucia, non si chiede il permesso per spegnere il fuoco.
Ho salvato la reputazione della famiglia. Lorenzo si sarebbe dispiaciuto se gli ospiti si fossero sentiti male.
Porta il dolce, che ho dovuto correggere pure la tua crema era troppo liquida, ci ho aggiunto un addensante e un po di scorza darancia.
Guardavo le mie mani tremare. Avevo passato tutto il giorno in cucina, mentre lei si riposava in camera sua.
Pesavo ogni grammo, filtravo le salse, decoravo i piatti. Avevo bisogno di sentirmi qualcosa di più di una semplice ospite temporanea, volevo sentirmi una padrona di casa in grado di imbandire una tavola.
Ma mi è bastato fermarmi una mezzora in bagno prima dellarrivo degli ospiti e il professionista aveva già preso possesso della cucina.
Giulia, dai, che fai lì impalata? Lorenzo è apparso sulla soglia tutto rilassato e felice, col sorriso un po sciolto dal vino. Mamma, lanatra era una roba pazzesca! Giuli, sei stata incredibile, non sapevo proprio che cucinassi così bene.
Mi sono girata verso di lui, lentissima.
Non lho fatta io, Lorenzo.
Come, scusa? spalancava gli occhi sconcertato.
Come ho detto. Tua madre ha buttato quello che avevo preparato io e ne ha fatto uno suo. Dallinsalata al secondo, tutto suo.
Lorenzo rimase fermo, guardando me e sua madre. La signora Rina Montini stava già pulendo la superficie della cucina, già lucida come uno specchio.
Dai, Giulia ha tentato di abbracciarmi, ma mi sono scostata di scatto. Mamma voleva solo aiutare.
Lei è una professionista, lo sai. Ci tiene tanto alla qualità.
E poi è stato tutto delizioso! I tuoi erano felicissimi. Che cambia chi ha cucinato, se la serata è stata un successo?
Che cambia?! avevo le lacrime agli occhi per la rabbia. Cambia tutto, Lorenzo! Qui non sono nessuno. Uno dei mobili, una decorazione.
Ho passato tre giorni a progettare quel menù! Volevo cucinare io, di mio, per la mia mamma e il mio papà! E tua mamma, come al solito, mi ha fatta passare per una pasticciona che non riesce nemmeno a montare una crema.
Nessuno ti fa passare così, è intervenuta Rina, piegando con precisione il suo strofinaccio. Non abbiamo detto niente ai tuoi. Credono sia tutto opera tua.
Ti ho salvato la faccia, Giulia. Potresti anche ringraziare invece di questo melodramma.
Ringraziare? ho abbozzato un sorriso amarissimo. Grazie perché mi avete tolto persino il diritto di sbagliare? Nella mia stessa casa…
Nella mia casa, ha ribadito la signora Rina, pacata ma severa. Questo è il mio appartamento, Giulia. E nella mia cucina non cè posto per cibo poco commestibile.
Calo un silenzio fitto. Dal soggiorno si sentiva appena in sottofondo la voce della TV e la risata bassa di papà.
Loro sono felici. Pensano che loro figlia sia brava. Intanto io mi sento come se mi avessero appena dato uno schiaffo davanti a tutti, e poi ci avessero passato il sale sopra.
Senza dire nulla me ne sono uscita dalla cucina. Ho attraversato il salotto.
Mamma, papà, scusate, non mi sento bene. Ho un forte mal di testa. Lorenzo vi accompagna, ok?
Giuli, coshai? la mamma si è alzata in ansia. Lanatra era buonissima, forse ti sei solo stancata troppo a cucinare. Quanto lavoro!
Eh sì, ho detto fissando un punto oltre la sua spalla. Troppo lavoro. Non lo farò più.
Mi sono chiusa nella stanza con Lorenzo e mi sono seduta sul letto. Una sola frase rimbombava nella mia mente: Così non può andare.
Sopporto questa situazione da sei mesi, da quando abbiamo deciso di stare temporaneamente a casa della signora Rina, così da risparmiare per lanticipo dellappartamento.
Quando facevo la spesa, lei setacciava la busta come controllore alla dogana:
Ma dove li hai presi questi pomodori? Sembrano di plastica. In insalata solo in TV, non in casa mia.
Se provavo a friggere le patate, mi stava dietro le spalle, sospirando come se stessi commettendo un crimine sotto i suoi occhi.
Alla fine, evitavo la cucina se cera dentro lei.
Ma stasera doveva essere la mia serata speciale, invece è stata una resa.
La porta si è aperta piano. Lorenzo.
Sono andati via. Tutto sommato è andata bene, a parte il tuo scatto. Mamma è esagerata, parlo io con lei, ma…
Non serve, lho interrotto tirando fuori la valigia dallarmadio.
Cosa stai facendo?
Mi preparo. Vado da mamma e papà. Subito.
Giulia, su, per lanatra? È solo una cena!
Non è solo una cena, Lorenzo! mi sono girata verso di lui, con il mio maglione stretto tra le mani. È il rispetto. Tua madre mi considera solo un fastidio che disturba il suo perfetto regno.
E tu glielo lasci fare. Mamma voleva aiutare, mamma è brava… E io chi sono? Tua moglie o una stagista nella sua cucina?
Non voleva offenderti, è fatta così, ha lavorato una vita nei ristoranti, è fissata con la perfezione.
Che viva pure nel suo mondo perfetto, da sola. O con te. Io voglio avere il diritto di sbagliare, di bruciare le uova nel MIO angolo, senza che qualcuno mi getti tutto mentre sono sotto la doccia.
Dove andrai? Lorenzo ha cercato di fermarmi. È notte. Aspetta, domani parliamo con calma.
No. Se resto, al mattino sentirò che non so nemmeno fare il caffè.
Non ce la faccio più, Lorenzo. O domani cerchiamo un appartamento in affitto, anche un buco, o… non so.
Ma non abbiamo soldi da buttare via ha borbottato, con tono amareggiato Stiamo risparmiando per lanticipo. Ancora sei mesi e ce la facciamo.
A che serve buttare soldi adesso in un affitto? Basta sopportare ancora un po.
Lho guardato, e nei suoi occhi cera solo il calcolo, la voglia che tutto si sistemasse senza fare nulla.
Sei mesi? ho sussurrato. E io? In sei mesi qui sparirò. Divento trasparente.
Ho buttato in valigia solo lessenziale: beauty, intimo, qualche maglietta. La cerniera si è chiusa a fatica, protestando.
Quando sono uscita nel corridoio, la signora Rina era lì, a braccia conserte e lo sguardo gelido da comandante.
Sceneggiata daddio? mi ha chiesto. Terzo atto della soap Il genio incompreso dei fornelli?
No, signora Rina, ho risposto mettendomi le scarpe. Questa è la fine. Avete vinto. La cucina è solo vostra. Pure le mie spezie potete buttarle, figuratevi se sono alla vostra altezza.
Giulia, smettila! Lorenzo mi ha seguita. Mamma, dì qualcosa!
E che dovrei dire? Rina ha fatto spallucce. Se una ragazza per una pentola è pronta a smontare la famiglia, che famiglia era?
Alla mia età sapevo ascoltare chi ne sapeva più di me. Ora sono tutti orgogliosi, tutti personalità…
Non lho nemmeno ascoltata fino in fondo. Ho preso la valigia e sono uscita.
Laria della notte, fredda e secca, mi è sembrata una carezza dopo lafa della cucina.
Ho sentito le loro voci ovattate dietro la porta: Lorenzo che cercava spiegazioni, sua madre che rispondeva col suo tono didattico.
***
Una settimana dai miei. Avevano capito tutto, anche senza parlare. Mamma sospirava soltanto, mi riempiva il piatto di crespelle quelle semplici, di casa, non confit, non demi-glace.
Lorenzo chiamava ogni giorno. Prima arrabbiato, poi supplichevole, poi promettendo che avrebbe parlato seriamente con la madre. Il quinto giorno è venuto lui stesso.
Giuli, torna aveva unaria distrutta, occhiaie profonde, la camicia sgualcita. Mamma… si è ammalata.
Mi sono bloccata con la tazza di tè in mano.
Che succede? Ancora la pressione alta?
No, si è seduto e si è coperto il viso con le mani. Pare un virus terribile. Febbre altissima per tre giorni.
Ora dorme, ma è apatica. Non mangia più. Dice che il cibo non ha sapore. Nessuno. Nemmeno gli odori.
Come? Non sente più il gusto?
Nulla, zero. Dice che sta masticando carta. E neanche gli odori le arrivano più. Capisci?
Laltro giorno ha rotto il suo barattolo preferito di spezie perché non sentiva il profumo. Era seduta sul pavimento e piangeva. Non lavevo mai vista piangere.
Il mio rancore, coltivato con tanta pazienza per tutta la settimana, si è cominciato a sciogliere.
Ricordo che ogni giorno la signora Rina iniziava con il suo personale rito: macinava il caffè e ne sentiva laroma a pieni polmoni, come fosse ossigeno puro.
Per qualcuno che basa la sua vita sui sapori, sulla nota perfetta della salsa, sulla fragranza del basilico fresco, la perdita di questi sensi è come per un pittore diventare cieco.
Ha chiamato il medico? ho domandato a bassa voce.
Sì. Pare una complicanza. Forse passa tra una settimana, forse mai più. È chiusa in camera, dice che se non sente il cibo non esiste più.
Ho guardato fuori dalla finestra, la neve cadeva lenta nel chiaroscuro dei lampioni. Ho immaginato la signora Rina, un condottiero della cucina ora incapace di distinguere tra vaniglia e aglio. Mi ha fatto paura. Paura vera.
Giulia, non ti chiedo di tornare per me Lorenzo aveva lo sguardo supplichevole. Ma aiuta lei. Nemmeno cucina più, ha paura.
Ha provato a fare una minestra, lha salata in modo tragico e non se nè accorta finché non me lha fatta assaggiare. È disperata.
Ma io cosa posso fare? ho sorriso amaro. Non mi lasciava nemmeno avvicinare ai fornelli.
Sei la sua unica speranza. Non lo ammetterà mai, ma io lho vista come guardava la tua mensolina lasciata vuota nel frigorifero.
Il giorno dopo sono tornata. Non era perdono, ma una specie di senso del dovere. In fondo, la signora Rina ormai era parte della mia vita, anche se pungente come un cardo.
In casa cera un odore diverso. Non quello dei suoi arrosti, né delle zucchine trifolate. Sapeva di polvere e malinconia.
In cucina, Rina era seduta al tavolo. Sembrava invecchiata di dieci anni. I capelli scomposti, le mani un tempo dacciaio in cucina tremavano.
Buonasera, signora Rina, ho detto piano.
È trasalita.
Sei venuta a prenderti la rivincita? la sua voce era spenta. Fallo pure. Puoi cucinare la tua suola, tanto non distinguerei nemmeno un filetto.
Ho lasciato la valigia e le sono andata vicino. Ho visto le sue mani, mani che sfilettavano pesci in venti secondi, ora fragili.
Non sono qui per la rivincita. Sono qui per cucinare.
Perché? si è voltata verso la finestra. Non sento niente. Il mondo è grigio, Giulia. Come se qualcuno avesse spento suoni e colori.
Mangio il pane cotone. Bevo caffè solo acqua calda.
Ho respirato forte, ho tolto il cappotto.
Perché sarò io il suo naso. Sarò il suo sapore. Lei mi dice e io assaggio.
Rina ha sogghignato debolmente.
Tu? Tu non distingui nemmeno il timo dallorigano.
Allora mi insegni lei. Se si arrende, chi mi insegna?
Silenzio. Mi fissò a lungo. Per un attimo nei suoi occhi è tornata una scintilla orgogliosa, ma viva.
Nemmeno sai tenere un coltello ha brontolato. Ti taglierai subito.
Vorrà dire che mi metterà il cerotto, ho aperto il frigo. Abbiamo della carne da usare. Facciamo il brasato?
Rina ha lentamente raggiunto la cucina. Ha appoggiato la mano sul fornello spento.
Il brasato si fa con la giusta rosolatura. Devessere dorato, non bruciato. Tu sbaglieresti già quello.
Lei controlla, ho preso la carne. Si sieda qui. Mi guidi. Ma senza insulti: sono una stagista, non un sacco da boxe.
Rina si è seduta, sorvegliando ogni mio gesto. In un attimo mi ha corretto la presa.
Cambia presa, ha detto. Il pollice sullimpugnatura, lindice di lato.
Non snervare la carne, sentila col coltello, non schiacciare.
Mi sono corretta.
Così va?
Meglio. Taglia a cubetti da tre centimetri. Se sono diversi, la cottura è irregolare. È la regola.
Così è iniziata la nostra strana lezione. Io cucinavo, lei spiegava. A volte, istintivamente, lei annusava, poi si rabbuiva: nessun odore.
Ora il vino, ha comandato. Versa nel tegame e lascia evaporare lalcol.
Ho fatto come diceva. Un profumo intenso invadeva la cucina.
Che odore ha? ha chiesto piano.
Profuma di legno bagnato dopo la pioggia, ma anche dolce come fine estate, ho risposto.
Rina chiuse gli occhi. Sussurrava le mie parole, come per memorizzarle.
Quelli sono i tannini, bisbigliò. Brava. Aggiungi un pizzico di zucchero per equilibrare.
E adesso? assaggiai la salsa, portandola alle labbra. È buona, manca solo una punta di vivacità.
Senape, disse senza guardarmi. Solo un po di Dijon. Così avrai la nota giusta.
Aggiunsi. Stavolta sentii davvero la differenza.
Accidenti! È proprio cambiato tutto! Come fate senza nemmeno assaggiare?
Per la prima volta da mesi, Rina sorrise, appena.
Memoria, cara. Il sapore non sta solo sulla lingua. Nella testa ho mille volumi di ricette.
Abbiamo passato così tutta la sera, fianco a fianco.
Quando Lorenzo è rientrato, la casseruola emanava un profumo irresistibile.
Ma… che profumo, mamma! Sei guarita?
Rina, seduta esausta sulla poltrona, sembrava però più leggera.
No. Ha cucinato Giulia. Io lho solo guidata.
Lorenzo guardava incredulo. Io gli ho strizzato locchio, pulendomi le mani nel grembiule.
Siediti, ho detto. E non fiatare sul sale! Ogni pizzico labbiamo controllato.
Mentre Lorenzo faceva il bis, inattesa, Rina sussurrò:
Sai perché avevo buttato via la tua anatra?
Mi sono immobilizzata col cucchiaio in mano.
Perché?
Rina mi ha guardata, e nei suoi occhi ho letto paura, nientaltro che paura vera.
Perché se avessi cucinato alla perfezione, io non sarei più servita a niente.
Mio figlio è cresciuto, ha la sua vita, la sua donna. Io… sono solo una cuoca. Se non cucino per qualcuno, non esisto più.
Volevo far vedere che senza di me non si può. Restare indispensabile.
Ho posato il piatto. Non avevo mai pensato a lei in questo modo.
Per me era sempre stata una roccia, una generale nella sua cucina.
E invece era solo una donna spaventata, aggrappata a pentole e coltelli come a un salvagente.
Non sarà mai inutile, signora Rina, ho detto avvicinandomi. Chi altro mi insegnerà la presa giusta sul coltello? Oggi ho capito che non so niente di cucina.
Si soffiò il naso e si tirò subito su, tornando al suo tono autoritario.
Vero. Le mani ti vanno ancora per conto loro. Domani impari la crema pasticcera. Se metti laddensante, vedi che ti caccio.
Sono scoppiata a ridere.
Affare fatto. Però se mi viene bene, voglio la ricetta del tuo millefoglie al miele.
Vedremo come ti comporti, borbottò. Ma per un attimo la sua mano ha stretto la mia, sul tavolo.






