La carta di credito me lha chiesta mercoledì, a colazione. La voce di Sergio era quella giusta: preoccupata ma non ansiosa.
Giulia, cè una spesa aziendale urgente, la mia carta è bloccata, solo due giorni, puoi prestarmela?
Mi sono asciugata le mani sul grembiule e ho preso la carta dal portafoglio. Sergio lha afferrata veloce, quasi temesse che ci ripensassi, e mi ha dato un bacio sulla testa.
Grazie, cara, sei sempre la mia salvezza.
Venti anni di matrimonio mi avevano insegnato a non fare troppe domande. Mi fidavo. O facevo finta.
Venerdì sera, mentre stiravo le lenzuola, ho sentito Sergio parlare al telefono nella stanza accanto. La porta era socchiusa. La voce, allegra, ben diversa da quella che usava con me.
Mamma, non preoccuparti, è tutto sotto controllo. Ho già prenotato al ristorante, tavolo per sei, il menù è perfetto, cocktail e bollicine, proprio come piacciono a te. No, lei non sa nulla. Perché? Le ho detto che festeggeremo in casa, solo noi stretti.
Il ferro da stiro si è fermato nella mia mano.
Mia moglie ingenua non sospetterà niente. Una donna di provincia, mamma, te lo ricordi? Veniva da un paesino delle Marche. Ventanni in città e resta sempre una campagnola. Certo che pago con la sua carta, la mia è bloccata.
Avrai visto che festa ti faccio alla Riva dei Diamanti! Lei lì non ci mette piede, fidati, resterà a casa a guardare la TV.
Ho spento il ferro. Sono andata in cucina, ho versato un bicchiere dacqua e lho bevuto dun fiato. Le mani non mi tremavano. Dentro, però, era tutto freddo e vuoto, come se qualcuno avesse portato via ogni cosa viva.
La sciocca sposina… Donna di provincia… Con la sua carta…
Ho posato il bicchiere nel lavandino e ho guardato fuori. Era già buio. Forse aveva ragione lui. Forse ero davvero ingenua e semplice, come un topo. Solo che i topi, se li metti allangolo, mordono.
La mattina dopo, di sabato, ho bloccato la carta. Ho detto in banca che lavevo persa, temevo che qualcuno la usasse.
Poi sono andata dallaltra parte di Firenze, dove avevo vissuto un tempo, in una vecchia casa con giardino.
Massimo mi ha aperto in ciabatte, le sopracciglia alzate per la sorpresa.
Giulia? Da quanto tempo! Vieni, non restare sulla porta.
Seduti in cucina, abbiamo bevuto tè. Gli ho raccontato tutto, senza troppi dettagli. Lui ascoltava in silenzio.
Capisco. Ascolta, Giulia, una volta tu hai aiutato la mia famiglia, ricordi? Quando papà era senza lavoro, ci hai portato un sacco di patate, dicendo che erano in più.
Sapevamo che era lultimo che avevi. Ora tocca a me. La festa sarà lunedì sera, giusto?
Alle nove inizia il ricevimento. Io ti avverto appena ordinano e vanno a pagare. Mi metto daccordo con il cameriere.
Lunedì sera ho indossato labito amaranto che avevo cucito tre anni prima e non avevo mai avuto occasione di mettere. Capelli in ordine, trucco perfetto. Mi sono guardata allo specchio. Non sembravo affatto un topo…
Alle dieci e mezza il telefono ha squillato. Era Massimo.
Vieni. Stanno per pagare. Sergio userà la tua carta.
In venti minuti di taxi sono arrivata. Il ristorante sembrava una vetrina da gioielleria, luci e oro dappertutto. Massimo era nellatrio, mi ha fatto segno verso la sala.
Terzo tavolo, vicino alla finestra.
Dentro, tutta la sala piena: risate, brindisi, chiacchiere. Ho camminato piano tra i tavoli, poi li ho visti.
Sergio era a capotavola, accanto a sua madre, la signora Teresa, elegante in un tailleur marrone; di fronte, sua sorella Carmela col marito. I piatti erano vuoti, i calici sporchi di dolci.
Il cameriere ha portato il conto su un vassoio. Sergio non ha nemmeno letto la cifra, ha tirato fuori la mia carta come se fossero soldi suoi.
Servizio eccellente ha detto ad alta voce, girandosi verso il tavolo. Mamma, ecco il vero festeggiamento, non come certe sciocchezze. Una serata da regina.
La signora Teresa annuiva fiera, aggiustando la pettinatura.
Figlio mio, che serata! Questa sì che è classe. Non come certi che sanno solo cucire colla macchina e stare zitti in casa.
Carmela ridacchiava. Sergio sorrideva, soddisfatto.
Lo sai, per te il massimo. Buon per me che posso permettermelo.
Il cameriere ha preso la carta, lha passata una volta. Niente. Ancora. Di nuovo niente. Sopracciglia aggrottate. È tornato indietro.
Mi dispiace, la carta è bloccata.
Sergio è impallidito.
Come sarebbe bloccata? Non è possibile! Provi ancora.
Ho già provato tre volte, signore. Carta non valida.
Mi sono avvicinata. La signora Teresa mi ha vista per prima. La sua faccia si è allungata.
Giulia? Sergio si è alzato di scatto. Tu… cosa fai qui?
Lho guardato, calma.
Sono venuta alla festa. Quella che hai organizzato a spese mie. Senza di me.
Un silenzio pesante, interrotto solo dal tintinnio di bicchieri dai tavoli vicini.
Giulia, non hai capito, è uno sbaglio… ha fatto per avvicinarsi ma mi sono scostata.
Non è uno sbaglio, Sergio. È una bugia. Ho sentito ogni parola della tua telefonata di venerdì. Tutto.
Della donna di provincia. Del paesino. Di me che non capirò niente e starò a casa davanti alla TV mentre qui fate baldoria.
Carmela fissava il piatto. Teresa stringeva il tovagliolo.
Hai origliato? Sergio era indignato. Mi controlli?
Stiravo le lenzuola e tu gridavi, vantandoti con sua madre di quanto fossi furbo ad ingannarmi.
Non è origliare, Sergio. Sei stato solo poco attento. Pensavi che il topo non avrebbe morso.
Lui ha provato a riprendere il controllo.
Va bene, ho sbagliato. Ma possiamo parlarne a casa, vero? Non qui.
No. Parliamo qui. Io la carta lho bloccata sabato. Ho perfino detto in banca che me lavevano rubata. Perché tu lavevi presa con linganno per spenderla allinsaputa mia. Quindi, caro marito, adesso paga. In contanti.
Massimo si è avvicinato al tavolo, braccia conserte.
Se ci sono problemi, dovrò chiamare i Carabinieri. Il conto va saldato.
Il volto di Sergio, da bianco, è diventato prima rosso, poi violaceo.
Giulia, ti rendi conto di cosa fai? Mi stai umiliando!
Io? ho sorriso. Ti sei umiliato tu, Sergio. Quando hai deciso che la tua moglie di campagna non meritava nemmeno la verità.
Teresa, furiosa, mi ha puntato il dito contro.
Ma come ti permetti di rispondere così a mio figlio? Sei una buona a nulla! Senza di lui non sei nessuno!
Lho guardata a lungo, poi piano ho detto:
Forse. Ma adesso sono quella che non deve più fingere. Molto meglio che restare la moglie ingenua di qualcuno.
I venti minuti dopo li hanno passati a racimolare i soldi. Sergio ha svuotato il portafoglio, Teresa la borsa, Carmela e il marito hanno rivoltato le tasche. Contavano, si passavano monete, cercavano spicci. Il cameriere li fissava impassibile. Gli altri ospiti fissavano la scena.
Io osservavo la decadenza della loro finta ricchezza, del loro orgoglio, della loro menzogna. Quando arrivarono alla cifra giusta, ho tirato fuori una busta e lho messa davanti a Sergio.
Carta di richiesta divorzio. Leggila a casa.
Poi mi sono voltata e ho camminato verso luscita. La schiena dritta, i passi sicuri. Massimo mi ha aperto la porta, sussurrando:
Forza, Giulia.
La notte di Firenze mi ha accolto con il vento gelido, ma nel petto sentivo qualcosa di caldo, di leggero. Era la libertà.
Abbiamo finalizzato il divorzio dopo tre mesi. Sergio chiamava, chiedeva scusa. Non ho mai risposto. Mi sono presa metà della vendita della casa.
Mi ha chiamata di nuovo un anno dopo.
Giulia, ho sbagliato. Ora vivo con mamma, mi rimprovera ogni giorno, ho perso il lavoro. Torniamo insieme?
No, Sergio.
Ho chiuso la chiamata. Non ho più pensato a lui.
A volte ripenso a quella sera al ristorante. Al passo sicuro tra i tavoli, al mio sguardo su Sergio, alla busta lasciata lì. So che non era la fine. Era un inizio.
Qualche settimana fa ho rivisto Carmela al supermercato. Si è girata dallaltra parte. Non lho chiamata. A che serve? Viviamo in mondi diversi.
Ieri Massimo è passato.
Allora, Giulia, nessun rimpianto?
Ho guardato fuori. Oltre il vetro, primavera: sole, vita.
Nemmeno per un secondo, Max.
Lui ha annuito.
Giusto così.
I rimpianti, Giulia solo per ciò che non hai fatto. Quello che hai fatto, mai.





