Il milionario italiano propose una partita a scacchi alla sua cameriera, solo per prendersi gioco di lei. Con fare arrogante, le promise di regalarle la scacchiera doro se avesse vinto.
Nel salone principale della sua villa a Firenze, sormontato da soffitti affrescati e lampadari di cristallo veneziani, tutti pensavano che Lucia fosse solo una delle tante cameriere. Taciturna, rapida, quasi invisibile. Nessuno conosceva il suo passato. Ai parenti e amici del commendatore sembrava più una parte dellarredamento, come le antiche tele appese alle pareti o le statue in marmo che sbuffavano polvere.
Un pomeriggio, mentre spolverava, si fermò davanti al tavolino su cui era posata una scacchiera doro zecchino e argento massiccio. I pezzi erano lavorati in modo così raffinato che riflettevano i raggi tiepidi del sole di Toscana. Lucia li fissava assorta, quasi ipnotizzata.
Il commendatore Santini, scendendo lepica scalinata con la bava della cravatta svolazzante nellaria, notò il suo sguardo interessato.
Sorrise, con la tipica aria di chi è abituato a contare gli euro anche nei sogni.
Ti piace la mia scacchiera, eh? Sei abbagliata dalla ricchezza, immagino? domandò con unironia che sapeva di pane raffermo.
Lucia si voltò, pronta a tornare invisibile.
Sì, signore, mormorò.
Lui scrollò appena le spalle, divertito.
Ma almeno, sai come si gioca a scacchi?
Sì, signore.
Si accese in lui una certa curiosità, quella di chi sa di poter ridere per primo e di sicuro vincere.
Benissimo. Allora facciamo così: se mi batti, la scacchiera è tua. rise, già pregustando il racconto che avrebbe fatto la sera stessa a tavola.
Si sedettero. Lui, tronfio come un pavone a Capodanno. Lucia, invece, senza spavalderia, solo con unespressione così seria che sembrava stare lì lì per sistemare le pedine, non la sua vita.
La partita ebbe inizio. Nelle prime mosse Santini spingeva con sicurezza, convinto che perdesse tempo solo per far passare la digestione. Ma dopo pochi minuti notò che, stranamente, le sue astute manovre venivano azzerate senza sforzo. Ogni slancio gli tornava indietro come la pizza non lievitata: pesante e indigesta.
A un certo punto, Lucia sacrificò addirittura uno degli alfieri, creando una diagonale diabolica. Santini si convinse subito che si trattasse di un errore, una delle tante sviste da cameriera. Invece, nel giro di tre mosse, vide il suo amato re incastrato in una trappola raffinata.
Alzò lo sguardo, le orecchie sempre più rosse. La partita durò ancora qualche minuto, ma ormai la bilancia pendeva decisamente dalla parte di Lucia. Ogni mossa del commendatore diventava più fiacca, come una carbonara fatta col latte di mandorla.
Alla fine, Lucia annunciò con voce gentile:
Scacco matto, signore.
Il commendatore restò pietrificato, come una statua del Bernini davanti a un acquazzone improvviso.
Comè possibile? Come hai fatto a battermi? bofonchiò, combattuto tra lorgoglio ferito e la pura incredulità.
Lucia non si inorgoglì, anzi:
Perché lei pensava che io fissassi loro ho solo guardato le posizioni, rispose piano.
Il commendatore abbozzò una smorfia, per la prima volta senza parole.
Mio padre mi ha insegnato a giocare a scacchi a Empoli, quandero bambina, aggiunse Lucia. Mi diceva sempre che a scacchi non conta né il conto in banca né la giacca stirata, ma solo la pazienza e il pensiero lungo.
Il commendatore si sentì improvvisamente meno importante, quasi umano.
Lei voleva vincere in fretta, spiegò Lucia con un sorriso gentile. Io invece aspettavo solo il momento giusto.
La guardò con occhi nuovi. Lucia non era più solo una cameriera; era una donna acuta, con una visione più ampia di tutta la villa.
Infine, Santini spinse timidamente la scacchiera verso di lei.
Prendila, hai la mia parola.
Lucia scosse la testa.
Non mi interessa la scacchiera.
E allora che desideri?
Rispose senza esitazione: Unopportunità. Essere considerata per il cervello, non per la divisa.
Fu allora che il commendatore capì di aver appena ricevuto una lezione più preziosa di tutto loro che aveva accumulato.




