Ci siamo innamorati quando eravamo ancora studenti universitari, in una Bologna nebbiosa tagliata da sogni bizzarri. Non avevamo nemmeno un euro per i fiori del matrimonio; così, il mio fidanzato mi raccolse un mazzo di fiori selvatici strappati da un argine che scompariva tra le nuvole basse. Eppure erano meravigliosi, sembravano brillare nel sole straniante di quel giorno onirico.
Mi sono sposata con la pancia già tonda, senza troppo pensare. Dopo le nozze, siamo andati a vivere dalla mamma, in una vecchia casa dalle stanze piene di profumo di caffè e basilico, dove le giornate scorrevano lente ed elastiche, allungandosi come fogli di pasta. Mentre continuavamo gli studi, la mamma ci aiutava in tutto, come una fata silenziosa. Allinizio, io e mio marito eravamo felici davvero; uscivamo la sera come due gatti tra le viuzze, allevando nostro figlio assieme. Mio marito mi aiutava tantissimo col bambino, ci svegliavamo insieme solo per guardare nostro figlio che dormiva tra sogno e realtà.
Lui cercava di guadagnare soldi in modi strani, come se la città stessa gli offrisse opportunità nei sogni. Ha trovato lavoro in una ditta come magazziniere e ha passato lì quattro anni che sembravano passare e ripassare, piegando il tempo come un lenzuolo. Poi ha deciso di aprire una piccola bottega, una drogheria in un vicolo quasi irreale, e lattività è sbocciata come una buganvillea rossa tra i muri pieni di graffiti. Abbiamo costruito una casa bianca dai muri spessi e ci siamo comprati una macchina Fiat usata, ma così lucente che sembrava specchiare il cielo stesso. Non ci siamo negati nulla, mai. Mio marito mi ha detto di lasciare il lavoro e di dedicarmi solo alla casa; ho accettato come si danzano i riti antichi.
Il nostro figlio, ormai cresciuto e sospeso tra sogno e ragione, si è laureato in Economia all’Università di Padova, poi mio marito lo ha preso a lavorare come contabile nella nostra bottega colorata.
Appena pochi giorni dopo, in una sera densa di nebbia, mio figlio mi ha confidato un segreto amaro: suo padre aveva unamante. È stato come inciampare tra i ciottoli della realtà; davanti a me cera soltanto una scelta appannata: chiedere il divorzio e sciogliere il sogno, oppure fingere che tutto scorresse ancora come prima, in quelleterna danza domestica. Ho scelto il silenzio, sperando che sarebbe passata come la pioggia sugli aranci. Ma dopo due mesi, con gli occhi pieni di luce femminea e antica, mio marito stesso mi ha detto la verità: la donna aspettava un bambino da lui. Mi ha detto che non voleva lasciarmi, che stavamo troppo bene come famiglia; lui voleva abitare con lei e restare qui con me, promettendo di aiutarmi con tutto, soldi compresi, di aiutare nostro figlio in futuro con investimenti e sogni di carta.
Mi sento come persa in una stazione di provincia dove nessun treno si ferma; mi manca il mio posto nel mondo. Eppure, ancora oggi, nei miei sogni strani, rivedo il nostro primo incontro e quel mazzo di fiori selvatici che mio marito mi regalò, i petali confusi tra il profumo del tempo e di un amore che adesso sembra venire da un altro mondo.



