«Siediti! Per noi non cè nessuno in casa.» disse con calma Pietro.
«Ma stanno bussando!» sussurrò Valeria, sollevandosi appena dal divano.
«E che bussino pure.», replicò lui, senza scomporsi.
«E se fosse importante? Magari qualcuno che ha davvero bisogno di noi?» domandò Valeria, mordendosi le labbra.
«È sabato, mezzogiorno. Tu non aspettavi nessuno e nemmeno io! Quindi?»
«Guardo solo dallo spioncino.», rispose lei quasi impercettibile.
«Siediti!» adesso la voce di Pietro era tagliente. «Non ci siamo, chiunque sia può tornare da dove è venuto.»
«Ma tu sai chi è?» cercò di capire Valeria.
«Immagino, per questo preferisco che tu non ti faccia vedere dalle finestre.»
«Se è proprio chi penso io, non se ne andranno tanto facilmente», sospirò lei, alzando le spalle.
«Dipende da quanto tempo impiegheremo a non aprire la porta», ribatté Pietro pacato. «Prima o poi si stuferanno. Certo non dormiranno sulle scale. E noi non dobbiamo andare da nessuna parte oggi. Prendi le cuffie, il telefono e guardiamo un film.»
«Pietro, mi sta chiamando mamma», murmurò Valeria, mostrandogli lo schermo.
«Allora dietro la porta cè sicuramente tua zia con quel ragazzo inconcludente di suo figlio.» constatò Pietro.
«Ma come fai a saperlo?» chiese, sorpresa, Valeria.
«Se fosse stato mio cugino, di quelli che non sopporto neanche nominare, avrebbe chiamato mia madre!»
«Possibile che non ci sia nessunaltra spiegazione?», propose speranzosa Valeria.
«Se sono i vicini non mi importa niente di parlare con loro. E se fossero amici avrebbero chiamato prima invece di fare questo baccano al citofono! Gli unici che possono insistere così sono i nostri congiunti invadenti.»
Valeria sospirò guardando il messaggio di sua madre: «Dice che zia Natalia deve fermarsi a Milano qualche giorno…»
«Scrivile che a Milano ci sono un sacco di hotel!», sorrise Pietro.
«Non posso scriverle così!», protestò Valeria.
«Allora inventa che casa nostra è inagibile. Che stiamo alloggiando in albergo perché in casa hanno fatto la disinfestazione!»
«Geniale!» Valeria scrisse subito il messaggio.
«Be, adesso vuole che prenotiamo due camere per zia e per Cosimo» rimase interdetta leggendo la risposta.
«Scrivi che non abbiamo abbastanza soldi. Che al massimo abbiamo trovato due letti in ostello e condividiamo la stanza con quindici operai pendolari!» rise Pietro della sua stessa trovata.
«Adesso vuole sapere quando torniamo», riferì Valeria, iniziando a lasciarsi andare.
«Fra una settimana!», risposte seccamente Pietro.
Il campanello smise di suonare. Entrambi sospirarono di sollievo.
«Ora però mamma mi scrive che zia verrà tra una settimana» sussurrò Valeria.
«E ovviamente, noi non ci saremo di nuovo!», concluse Pietro.
«Pietro, lo capisci che così non può andare avanti? Non possiamo scappare da tutti allinfinito. E se vengono un giorno in cui lavoriamo? E se aspettano dietro la porta la sera? Mia zia e pure il tuo cugino sarebbero capaci di tutto!»
Pietro annuì, ormai abbattuto. «Malgrado tutto, ci dovevamo proprio comprare un trilocale?»
«Ma lo abbiamo scelto per la famiglia che volevamo costruire…» ricordò Valeria.
«Dovremmo pensare seriamente a un figlio anzi, a due!» Pietro si fece serio.
«Non sono contraria!» ribatté piccata Valeria. «Ma sai che prima devo fare delle visite! E ancora non riusciamo…»
«Basta eliminare lo stress», tagliò corto Pietro. «Ci macinano i nervi, prima tua madre, poi la mia! Quando potremo respirare forse ci riusciremo.»
Valeria tacque, perché sapeva che aveva ragione.
***
Quando avevano deciso di sposarsi, avevano fatto una valanga di esami costosi: compatibilità, fertilità, genetica. Tutto perfetto. Ma figli, subito dopo le nozze, non se ne potevano avere: serviva comprare casa.
Nessuna eredità in vista. Fino a quel momento, ciascuno con la sua mamma nel bilocale. Dovevano fare tutto da soli. Cinque anni di risparmi, nessun lusso. Alla fine acquistarono la casa grande. Vecchio stabile, seconda mano, lavori e mobili da capo. Ma erano al settimo cielo!
Non avevano ancora finito di festeggiare il trasloco, che si presentò la zia Natalia con il figlio Cosimo. Naturalmente, accompagnati dalla madre di Valeria, per evitare ribellioni.
«Ma che bello spazio! Non come noi che eravamo ristretti», esclamò la suocera.
«Perfetto!», appoggiò zia Natalia. «Una stanza per me e Cosimo!»
«Nel soggiorno non si dorme», ribadì Pietro, «Quella è una stanza relax.»
«E perché, scusa? Tanto qui non devo mica lavorare!» rise la zia. «Valeria, spiega a tuo marito che Cosimo russa. E poi, ancora niente tavola apparecchiata per gli ospiti?»
«Non vi aspettavamo», balbettò Valeria.
«E nemmeno la spesa era fatta», la spalleggiò Pietro.
«Vabbé, dai, va in negozio Pietro e Valeria subito ai fornelli!», decretò zia Natalia.
«Forza, muovetevi!», ordinò la suocera. «È così che accogliete gli ospiti?»
Stava per esplodere Pietro, ma Valeria lo trascinò via a fatica.
Quando si liberò dalla mano di lei, sbottò: «Senti, ma qui nessuno ha capito niente? Ora li porto tutti a casa da tua madre, insieme a lei! Da ospiti si comportano come tali! Questo è solo prepotenza!»
«È gente semplice, Pietro. Vengono dal paese, sono fatti così», cercò di giustificarli Valeria.
«La maleducazione non è mai tradizione, da nessuna parte», fece notare lui, secco.
«Ti prego, almeno evita litigi: poi mia madre mi fa impazzire! E tu diventeresti il nemico giurato…»
«Non mi importa cosa pensano! Se mi trattano così, posso anche ignorarli per sempre!»
«Ti prego Pietro, per me! Se li mando via, mia madre non me lo perdonerà mai! È lunica che ho»
Questa fu la motivazione decisiva. Pietro inghiottì il rospo e andò a fare la spesa.
Zia Natalia rimase due settimane invece di tre giorni. E già dal secondo giorno Pietro si era dato alla valeriana.
La partenza della zia fu un vero party per i coniugi: con tanto di scopa e secchio, ripulirono tutto per tre giorni.
Poi arrivò il turno del cugino di Pietro, Danilo, con la sua adorabile famiglia.
«Fra, sto solo poco! Ho da sistemare delle faccende e poi via!»
«Da solo non ci riuscivi?», domandò Pietro.
«E che faccio, lascio moglie e figli in paese? E poi se mi perdo qualcosa mia moglie mi controlla!», rise Danilo.
«E i bambini? Pure loro dovevi portare?»
«Dove li lascio se no? Si divertiranno in città! Dai che facciamo i matti come una volta!»
«Danilo!», urlò sua moglie Serena. «Occhio che se ti scateno, poi non resta più nulla!»
Dopo unora e mezza dallarrivo dei parenti, Valeria crollò per il mal di testa. I bambini scorrazzavano urlando, Serena strepitava in continuazione e Danilo voleva sempre uscire.
«Ma tu non eri figlio unico?» sussurrò Valeria.
«Cugino di secondo grado», sbuffò Pietro. «Ma tanto è come se fosse mio fratello per mia madre.»
«Non si può chiedere se possono smammare?» chiese Valeria.
«Ah, bella domanda! Stessa situazione di tua zia. Mia madre non mi lascia più vivere!»
Non finivano mai di recuperare da uninvasione che subito ne arrivava unaltra. Zia Natalia sempre in città per mille scuse, Danilo con famiglia per «affari», e le due mamme che non perdevano occasione per farsi vive. Suocera e suocera, a turno, logoravano la pazienza dei giovani sposi, e lo stress non aiutava certo a realizzare i loro sogni.
Figli? Unutopia in quel circo permanente. Salute a pezzi, intimità zero.
***
«Cambiamo casa?», propose un giorno Valeria.
«In una con i muri imbottiti?», rise amaro Pietro. «Tanto finirà così!»
«No, seriamente! Magari la scambiamo con una identica ma in un altro quartiere. Così nessuno saprà dove viviamo!»
«Una soluzione a tempo. I nostri parenti torcerebbero informazioni ai nuovi proprietari e ci troverebbero comunque!»
«E se invece ci dà almeno il tempo per concepire?»
«Dovremmo riuscire anche a nascere, non basta…», smorzò Pietro. «La gravidanza non li fermerà!»
«A volte mi verrebbe voglia di trasferirmi da amici, sparire!», sospirò Valeria.
«Intendi da Valerio e Caterina?»
«Proprio loro! Hanno una stanza libera!»
Pietro sorrise, «Ci vive Tera, la loro pastore tedesco. Ricordi?»
«Meglio lei che questi parenti!», sospirò Valeria, sconsolata.
«Aspetta!», urlò Pietro, afferrando il telefono. «Valerio, mi presti la tua cagnolona?»
«Amico! Mi salvi! Con Caterina andiamo in vacanza e non sappiamo a chi lasciarla! Voi siete di famiglia ormai: cibo, cuccia, giochi, porta tutto! Anzi, vi pago pure!»
«Portala pure!», rispose entusiasta Pietro.
Si rivolse a Valeria con un sorriso a trentadue denti: «Chiama mamma e dille che zia può venire domani! E io avviso Danilo che in settimana lo aspettiamo!»
«Sei proprio sicuro?», chiese Valeria.
«Sì! Siamo felicissimi di averli ospiti! Che colpa abbiamo noi se il nostro animale non farà colpo?»
Danilo e famiglia bastò il ringhio di Tera per scegliere senza rimpianti un bellalbergo.
«Chiudete quella bestia da qualche parte!», strillò Serena, tremando dietro il figlio.
«Zia Natalia, ma scherza?», ghignò Pietro. «Sono quarantacinque chili di energia pura! Non è uno yorkshire, è una pastore tedesco!»
«Perché mi guarda male?», la voce della zia si incrinò.
«Non ama gli estranei», rispose Valeria alzando le spalle.
«Liberatevene! Non posso vivere con questo animale!»
«E no», protestò Pietro. «È la nostra adorata compagnia! Non abbiamo figli, almeno qualcuno dobbiamo amare!»
«E non la lasceremo mai!», confermò Valeria.
Le due mamme chiamarono subito per capire perché venisse negata lospitalità ai parenti.
«Nessuno li ha cacciati», rispondevano in coro, «sono loro che non hanno voluto restare! Possono tornare quando vogliono. Noi li accoglieremo sempre!»
«E il cane?»
«Mamma, non rifiutiamo mai nessuno!»
Ma le chiamate si diradarono anche da parte delle mamme.
Dopo un mese Tera tornò dai suoi padroni, ma restò pronta a tornare a ogni loro richiamo.
Non ce ne fu più bisogno.
Valeria era incinta. Di due gemelli.
Alla fine, basta non negarsi mai allaffetto.






