Chiunque lavori capisce bene lemozione di sentire il campanello suonare nella mattina della mia unica giornata libera.
Ancora mezzo addormentata, la prima cosa che mi è passata per la testa è stata una faccenda di idraulica. Di corsa mi sono precipitata a controllare se avessi combinato qualche disastro, magari allagato qualcuno. Ho verificato il bagno e la cucina: tutto asciutto, niente guai con i vicini del piano di sotto, quelli che avevo effettivamente inondato sei mesi fa.
Il campanello insisteva, martellava come un tamburo antico nei muri silenziosi del mio piccolo appartamento di Firenze. Mi sono trascinata verso la porta. Appena l’ho aperta, davanti a me ho visto prima alcune valigie ammucchiate e poi dei volti spuntare da dietro: figure familiari ma inspiegabilmente fuori contesto.
“Ah, non ti avrei mai riconosciuta per strada!” esclama una donna anziana, col tono di chi vuole essere gentile ma non ci riesce del tutto.
Strizzo gli occhi, frugo nella mente ormai sveglia alla ricerca di un indizio.
Luomo accanto a lei, un tipo sui ventanni, mi sorride allegro e mi porge la mano impacciato. Dietro di loro, la testa di un ragazzo più giovane. Per fortuna lui tace, ma la donna rincara freneticamente: “Allora, che ci tieni ancora qui fuori? Su, facci entrare!”
“Prego… ma scusate, che significa ‘entrare’?”
“Eh, non ti ricordi lo zio tuo? Io mi sono presa cura di te, cara!” mi dice con un gesto di mano verso il ragazzo, “Lui è tuo cugino, Nicolò, è venuto a studiare qui a Firenze e non ha dove stare. Allora abbiamo pensato che poteva fermarsi da te. Il letto glielo compriamo unaltra volta, ora limportante è che entriamo. Abbiamo anche dei regalini per te! Ma tuo padre non ti ha chiamata?”
“No, non mi ha chiamata…”
“E allora, si sarà scordato! Tanto arrangiamo noi tutto.”
“Che vuol dire ‘arrangiamo’? Deve stare qui a dormire?”
“Certo, gli farai da guida, no? Pensa che casino sarebbe per lui, solo in una città che non conosce!”
“Non posso badare io a nessuno, poi guarda che il mio fidanzato è spesso qui non cè spazio. Non mi sembra il caso.”
“Bisognerà trovare una soluzione” borbotta con aria da battaglia persa.
“A me non va bene nessuna soluzione ‘inventata’. Ci sono i collegi universitari, ci sono passata pure io: il mio letto non si tocca.”
“E dai, quelli non sono posti dignitosi!” insiste ancora più nervosa.
Le loro facce avevano perso ogni sorriso, si stavano già spostando con le valigie cercando di entrare di forza. Ma mi sono piazzata davanti: se quelle valigie avessero varcato la soglia, liberarmene sarebbe stata una missione impossibile. Ho chiesto di aspettare cinque minuti, e ho accompagnato tutti al collegio dellUniversità di Firenze, dove mio cugino era già stato ammesso.
Le reazioni non si sono fatte attendere: accuse di insensibilità, occhiatacce, gentilezze sparite. Le valigie sono sparite con le loro ombre lungo il vialetto.
Ho preso il telefono, chiamato i miei genitori: “Cosè questa storia?”
Mia madre, sentendo il racconto, si è irritata. Alla fine, mi ha rinfacciato delusa: “Non sei mica uno spirito di famiglia, eh, Francesca…”






