Il giorno in cui lui mi disse senza di me non sei nessuno
da mesi, in realtà, stavo già organizzando la mia partenza.
Ogni volta che discutevamo mi indicavi la porta e urlavi: se non ti va bene, vattene allinferno!”
Non ne potevo più di vivere nella paura, con la valigia pronta, come unospite nella mia stessa casa!
Ho già affittato un appartamento e oggi me ne vado.
Cosa credevi, che non avessi un posto dove andare?
Che avrei sopportato per sempre i tuoi deliri di onnipotenza?
Ti sbagli di grosso, Giacomo.
Rimani pure tu da solo nel tuo prezioso appartamento!
E la scatola dei cavi che stava sullo scaffale di sotto?
Giacomo si piazzò in mezzo al salotto, mani sui fianchi, come il giudice che ha già beccato il colpevole.
Scrutava tutto intorno cercando segni di invasione nel suo territorio.
Francesca era seduta sul divano, concentrata sul portatile.
Non alzò neanche lo sguardo.
Sentiva i suoi occhi sulla schiena: pesanti, freddi, come ferro bagnato.
Prima quello sguardo la faceva ritrarsi, giustificarsi.
Ora le dava solo una gelida indifferenza, come se qualcosa dentro si fosse ormai scollegato.
Li ho buttati via, Giacomo.
Erano solo cose rotte, vecchi cavi, caricabatterie che non usiamo da anni.
Rispose tranquilla, cliccando su invia.
Li hai buttati?
Ripeté lui, a bassa voce, con quel tono che annunciava tempesta.
Si avvicinò piano, oscurando la luce della lampada.
Chi ti ha dato il permesso di decidere in QUESTO appartamento?
Non mi pare che il tuo nome sia sul contratto.
O adesso pensi di essere padrona solo perché paghi qualcosa?
Francesca chiuse il pc finalmente.
Nei suoi occhi non cera più né rabbia, né tristezza.
Solo un disprezzo glaciale.
Quello stesso che lui sfoderava quando si sentiva al comando.
In cinque anni aveva imparato a riconoscerlo.
Era immondizia.
Lo fissò dritto negli occhi.
Te lho chiesto tre volte.
Sistema quellangolo.
E tutte e tre mi hai risposto dopo.
Ecco, quel dopo è arrivato.
Quel dopo arriva quando lo decido IO!
Esplose Giacomo, rosso in viso, e scalciò il tavolino.
In questo appartamento comando io!
Tu stai qui perché io lo permetto.
Questi sono I MIEI muri, LE MIE finestre, IL MIO pavimento!
Il tuo ruolo è non disturbare e ricordarti chi sei.
Girava avanti e indietro, sfiorando i muri con le spalle, come per assicurarsi del dominio sul suo regno.
Lappartamento, eredità di sua nonna a Milano, era il suo trofeo, la sua trincea.
Ad ogni litigio arrivava sempre lì: ai metri quadri.
Usava ciò per schiacciare qualsiasi protesta.
Ti stai comportando da matto, e tutto questo per qualche cavo inutile.
Mormorò Francesca con tono fermo.
Non era più quella di una volta.
Qualcosa si era spezzato dentro di lei.
La paura era scomparsa.
Mi comporto da proprietario!
Urlò, indicando il pavimento.
E tu, ospite, te ne dimentichi chi ti ha aperto la porta.
Vuoi che ti ricordi da dove vieni?
Da quella stanza divisa dove regnava il caos.
Dovresti ringraziare questi muri, non buttare via le mie cose.
Aprì larmadio e sistemò una tazza, marcare il territorio.
Sai cosa mi fa più rabbia?
Strinse le labbra.
La tua ingratitudine.
Ti ho dato agio e invece ti comporti come se te lo meritassi.
Non hai diritto a nulla, Francesca.
Solo a stare zitta e non toccare niente.
Adesso basta.
Disse lei alzandosi con calma.
E allimprovviso sembrava più alta, più decisa.
Ho finito di parlare!
Urlò, indicando il corridoio.
O come dico io, oppure raccogli le tue cose e sparisci.
Subito se vuoi.
Sono stanco del tuo finto coraggio.
Non mi sono spezzato la schiena in questa ristrutturazione per lasciare che una opportunista venga a dirmi cosa mi serve.
Soffiò, contento di sé.
Nella sua testa lei avrebbe dovuto piangere, correre in cucina, pentirsi.
Ma Francesca non si mosse.
Lo guardava come se lui non potesse più toccarla.
Hai finito?
Chiese lei, pacata.
Già.
Sussurrò lui, ora insicuro, con un nodo in gola.
E domani voglio dei cavi nuovi.
Francesca annuì.
Gli passò accanto senza timore ed entrò in camera.
Giacomo rimase lì ad ascoltare il silenzio.
Niente pianti, né urla, né porte sbattute.
Solo silenzio.
E quello lo irritava più di mille discussioni.
Spalancò la porta della stanza.
Sei diventata sorda? Non ho finito! urlò.
Ma si fermò.
Francesca era inginocchiata davanti allarmadio aperto, tirando fuori valigie e borse.
Due zaini e due trolley.
Pieni.
Pronti.
Che significa?
Sghignazzò Giacomo.
Parti per le vacanze oppure vai da tua madre a frignare?
Lei si alzò e gli rivolse unocchiata glaciale.
Non vado da mia madre.
Sto solo prendendo le mie cose.
Il suono della valigia che si chiudeva rimbombò nella stanza.
Giacomo incrociò le braccia, con un sorriso velenoso.
Davvero pensi che ti pregherò?
Che non posso vivere senza i tuoi drammi?
Non farmi ridere.
Non sto pensando a te.
Devo solo chiamare il furgone per il trasloco.
Rispose lei.
Un furgone?
Scoppiò a ridere, ruvido.
Va pure.
Ma quando tornerai supplicando, non azzardarti a dire parola.
Io faccio a modo mio.
Francesca si fermò un istante.
Non tornerò.
Ho affittato un appartamento due settimane fa.
Ho le chiavi in borsa.
E sono mesi che mi preparo, portando via poco a poco ogni volta che mi urlavi “vattene”.
Non ti sei nemmeno accorto.
Giacomo impallidì.
Il controllo non era più suo.
Non ci credo.
Mormorò, avvicinandosi.
Quindi eri qui a tramare tutto
Francesca rimase ferma.
Preferisco dormire su un materasso per terra…
che accanto a chi mi tratta da ospite.
Ma la serata non era finita e Giacomo non aveva intenzione di lasciarla andare facilmente.
Mi stai rovinando la vita! urlò, afferrandola per un braccio. Senza di me non sei nessuno! Senza di me sei perduta! Sei sola!
Francesca si liberò facilmente, come scuotesse via una ragnatela appiccicosa.
Magari mi perderò, ma sarà il mio abisso, non la tua gabbia. Prese il cappotto e il cellulare. I traslocatori arrivano tra dieci minuti.
Giacomo fece per strapparle il telefono, ma si fermò. Lo sguardo di Francesca freddo, granitico, come ghiaccio lo bloccò. Sentì qualcosa dinsolito attraversarlo: pura impotenza. Un tempo con un grido lei crollava. Ora, niente.
Non ce la farai sussurrò quasi fra i denti. Ti verrà paura. Piangerai la notte. Tornerai. Io ti aspetto.
Non farlo, rispose senza alterare la voce. Quando troverai il vuoto al tuo fianco, ricordati: sei stato tu a cacciarmi dalla tua vita.
Uscì in corridoio.
Si sentivano le valigie: zip, ruote che trascinavano, colpetti sul pavimento. Fuori piovigginava su Milano. Landrone odorava di strada bagnata, daria pulita: il primo sorso di libertà.
Giacomo rimase lì tra porta e salotto, incredulo. Era stato tutto troppo silenzioso. Quando la porta del palazzo in Porta Romana si chiuse, il silenzio cadde pesante, come un vuoto in testa.
Rimase solo.
Lorologio era lunica cosa ancora viva, a segnare i secondi della sua sconfitta.
Si guardò nello specchio dellingresso: faccia tirata, occhi vuoti. Avrebbe voluto urlare, ma la voce gli mancava. Neppure si rese conto di quando si lasciò cadere a terra.
Nella testa cera solo un pensiero: non se ne andrà.
Tornava sempre
Ma ora le sue chiavi non erano più sul tavolo. Larmadio era vuoto.
Francesca era sul marciapiede sotto la pioggia in Porta Venezia, Milano. Le gocce le scendevano sul viso come a cancellarle la vita passata. Si fermò un taxi. Il tassista, un uomo avanti negli anni, stanco in volto, laiutò con le valigie.
Dove la porto? chiese.
In Via Castaldi, al numero diciannove.
La voce si ruppe un attimo, poi si fece più decisa.
Vado a ricominciare da capo.
La macchina partì. Francesca guardò fuori mentre le luci di Milano si sfacevano in un grigio indistinto.
Per la prima volta dopo anni non pensava a cosa dire, né come spiegarsi.
Cera solo pace.
Nessun vuoto, solo leggerezza.
Come dopo unoperazione: fa male, ma si respira meglio.
Lappartamento nuovo odorava di umido e pittura fresca, in un quartiere tranquillo di Milano. Piccolo, con muri spogli. Leco dei suoi passi suonava diverso.
Posò le valigie e si sedette piano su una sedia. Le tremavano le mani, ma dentro cresceva una certezza: lì iniziava la sua vita.
Senza di lui. Senza quellappartamento. Senza questo è mio sempre sulla bocca.
Il telefono vibrò: Giacomo.
Non rispose.
Torna. Dobbiamo parlare.
Ti perdono.
Non ce la farai da sola.
I messaggi continuavano a squillare uno dopo laltro.
Francesca tolse laudio.
Si servì del tè da un thermos che portava ancora dal vecchio lavoro, comprato con gli ultimi euro messi da parte.
Fuori la pioggia aumentava su Milano.
Ogni goccia portava via le urla, la paura, il controllo.
E restava il silenzio.
Ma adesso era il suo.
Libero.
Una settimana dopo.
Giacomo si svegliò nellappartamento vuoto a Porta Romana.
Allinizio il silenzio lo infastidiva. Poi cominciò a divorarne lanima.
Polvere sui mobili. Piatti sporchi. Oggetti mai mossi.
Si trovava ad ascoltare il nulla, aspettando passi che non arrivavano.
Chiamò amici. Mandò messaggi. Nessuno rispondeva.
E capì una cosa che non voleva ammettere: in una città enorme, lei era semplicemente scomparsa.
Con lei, il suo controllo.
Si sedette sul divano dove lei stava sempre.
A terra una scatola impolverata di cavi.
La aprì.
Solo fili vecchi.
Spazzatura.
Per quella spazzatura aveva perso tutto.
Intanto Francesca stava tornando dal lavoro a Milano.
Stanca, ma serena.
Si tolse il cappotto, mise lacqua a bollire e accese la radio.
Niente grida. Niente ordini. Solo una canzone qualunque sulla libertà.
Si avvicinò alla finestra.
La pioggia continuava a scendere sulla città, riflessa nei vetri.
Ma non le sembrava più grigia.
Era solo pioggia.
E lei poteva camminarci sotto, dove voleva.
Il telefono si illuminò: un messaggio non letto di Giacomo.
Ti pentirai.
Lo cancellò senza aprirlo.
Scrisse nelle note:
Mai pentirsi. Mai.
Lo salvò.
Sorrise.
Accese una piccola lampada.
E iniziò a dipingere la sua nuova vita: una Milano bagnata dalla pioggia, lasfalto lucido, e una donna con la valigia che si incammina verso lignoto.
Viva.
E libera.
Il giorno in cui mi disse: “Senza di me non sei nessuno…”



