Una collega cercava di affidarmi i suoi rapporti. Ho inoltrato la sua richiesta al capo: «Aiutate Maria, non riesce a gestire tutto!»

La collega cercava di mollarmi i suoi report. Ho inoltrato la sua richiesta al capo: «Aiutate Maria, non ce la fa proprio da sola».

Maria è arrivata nel nostro ufficio un anno e mezzo fa. Una donna simpatica, ordinata, diligente, mamma di due bimbi. Allinizio le sue richieste erano innocue: «Oddio, sono ancora bloccata dal dottore, rispondi tu alla mia telefonata», «Devo recuperare il piccolo dallasilo prima, mi dai una mano a caricare il report nel sistema? Sono solo due clic». Da noi laiuto reciproco è una consuetudine, e mi sembrava giusto sostenere una collega in difficoltà.

Ma cè una sottile differenza tra dare una mano e diventare la discarica delle incombenze altrui. Dopo qualche mese, ho notato che quei famosi «due clic» si trasformavano in interi blocchi di lavoro. Maria mi scriveva alle cinque: «Tanto tu resti fino alle sei, io ho il piccolo con la febbre». Psicologicamente, è la classica manipolazione: sfrutta il senso di colpa e le regole non scritte della società. Qui in Italia, il ruolo della madre è quasi intoccabile, e su questa scia Maria ha navigato finché non ho sentito che il mio carburante era a secco.

Maria si costruiva limmagine della donna multitasking, sempre di corsa, eroina della quotidianità, tra bimbi, scuola e job. Ma la realtà era unaltra: lo stipendio uguale, la differenza era che le mie serate erano ancora mie, mentre porzioni del suo lavoro riposavano allegramente sulla mia scrivania. La prima volta che ho detto «no», un rifiuto educato causa impegni, ho ricevuto la classica risposta passivo-aggressiva: «Tu non hai figli, non puoi capire cosa vuol dire essere fatta a pezzi». Trappola perfetta: chi manipola decide che tu non hai il diritto di essere stanca, le tue giustificazioni «valgono meno».

La situazione è esplosa a fine trimestre. Dovevamo consegnare i report riassuntivi delle vendite, un lavoro certosino. Alle 16:45 arriva lemail di Maria, dati grezzi e la nota: «Hanno spostato la recita allasilo, io scappo. Finisci tu, sei la nostra guru, ti basta un quarto dora, io non so dove lasciare mio figlio. Domani ti ringrazio». In quel momento ho capito: accettare equivaleva a firmare la condanna del mio tempo libero per i prossimi mesi. Un «no» diretto avrebbe scatenato lira, quindi meglio spostare la questione sul piano ufficiale.

Non ho risposto con rabbia. Ho inoltrato la mail al responsabile, Lorenzo Ferrari, scrivendo senza polemiche: «Buongiorno Lorenzo, le giro la richiesta di Maria. È costretta ad affidare parte dei suoi compiti ai colleghi per motivi familiari e non riesce a gestire il carico entro lorario. Forse sarebbe il caso di valutare un part-time o redistribuire il lavoro, così può seguire la famiglia senza sommergere gli altri. Oggi sono piena di miei progetti, non posso occuparmi dei suoi senza sacrificare la qualità».

Premere «invio» mi ha messo più ansia della moka il lunedì mattina: «Sembro una spia», «Adesso mi detestano». Ma francamente, lavorare per gli altri mi ha stufato.

La risposta è arrivata subito. Lorenzo Ferrari non aveva idea che parte dei compiti di Maria finivano nella mia cartella, tutto sembrava perfetto. Il giorno dopo Maria è stata chiamata in ufficio. Non so i dettagli, ma è uscita rossa e in silenzio. Da lì, zero richieste di «coprire» o «finire».

Molti diranno: «Bisogna avere più cuore, i figli sono sacri». Giusto, ma la bontà non è un abbonamento al servizio sfrutta chi puoi. Chi ha davvero dei problemi parla direttamente col capo, chiede lo smart-working, lorario flessibile o qualche giorno di permesso, non scarica il lavoro sottobanco ai colleghi.

Non lho fatto per vendetta, ho solo messo dei confini. In azienda il principio è chiaro: se non dici niente mentre ti affibbiano i compiti di altri, vuol dire che ti va bene così. Il flusso di richieste di Maria è evaporato. Ora tra noi regna la formalità gentile, e lufficio marcia come prima. E, sorpresa: Maria, senza il trasferimento magico delle sue task, riesce benissimo a cavarsela, basta non coinvolgere gli altri.

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