Galina torna a casa dal supermercato, inizia a sistemare la spesa, quando all’improvviso sente uno s…

12 marzo

Stamattina sono tornato dal mercato. Avevo appena finito di sistemare la spesa quando ho sentito uno strano trambusto nella camera di mio figlio e di sua moglie. Ho lasciato i sacchetti in cucina e sono andato a vedere.

Bianca, dove stai andando? ho chiesto stupito, vedendola che piegava i vestiti e li metteva in valigia.

Me ne vado, basta! mi ha detto con la voce rotta dal pianto.

Come te ne vai? Dove? Cosè successo? ho cercato di capire, anche se il cuore già pesava.

Non ha risposto subito, ma mi ha allungato una lettera. Lho aperta e, leggendola, il tempo si è fermato.

Mio figlio Matteo aveva portato Bianca qui nel nostro paese, nella vecchia casa di famiglia appena fuori Perugia. Aveva più di trentanni quando si è deciso a sposarsi chi lavrebbe mai detto? Aveva girato mezza Italia per farsi la sua esperienza, poi alla fine era tornato e aveva messo la testa a posto. Aveva scelto lui Bianca, orfana, dieci anni più giovane di lui. Fragile ma con uno sguardo che pareva nascondere energie che neanche la campagna umbra avrebbe potuto domare.

Io pensavo che ormai una compagnia in casa, specie di una ragazza giovane, mi avrebbe aiutata nella vecchiaia, visto che da anni mi arrangiavo da sola a mandare avanti luliveto, la vigna e il pollaio che il mio defunto marito aveva lasciato in eredità.

Bianca aveva poco o niente, era arrivata con una piccola valigia e tanta voglia di farsi una famiglia; io mi ero intenerita subito. Tutte le ragazze del paese la guardavano con un po dinvidia: era riuscita a sposare il miglior partito della zona, e Matteo non era mai stato indifferente alla corte di nessuna, ma alla fine aveva scelto lei.

Bianca gli ha dato due figli maschi e una bellissima bambina. Quando la più piccola aveva cinque anni e il grande dieci, Matteo annunciò che sarebbe andato a Firenze con un amico a lavorare, per “portare più soldi a casa”.

Io non ero mai stata daccordo. Abbiamo tutto, il pane non manca, io prendo la pensione, e con i vostri stipendi ce la facciamo. E la campagna, chi la cura? gli dicevo. Ma lui niente, aveva deciso che era stufo della fatica contadina. Voleva “una vita diversa”, portare la famiglia in città per dare ai figli più opportunità.

Tu, Bianca, sei di città daltronde le diceva lui.
No, io sono cresciuta in orfanotrofio, la città non la ricordo rispondeva lei con voce rotta.

Ma in fondo si vedeva che lui aveva già deciso tutto.

Matteo partì. Allinizio scriveva lettere, mica cerano i cellulari come adesso. Tornò dopo sei mesi con qualche regalo. Rimase poco e poi ripartì. Poi le voci cominciarono a girare: qualcuno disse che stava con una donna ricca a cui ristrutturava casa. Io non dissi nulla a Bianca magari erano solo chiacchiere.

Finché un giorno, così come oggi, Bianca iniziò a fare la valigia in silenzio. Quella lettera, trovata nella cassetta della posta, parlava chiaro:

“Bianca,
scusami, ma ho unaltra. La casa la lascio a mia madre, tu cerca di farti una vita altrove con i bambini. Qui ci sono alcuni soldi per ricominciare. Il resto dovrai conquistartelo da sola. Matteo.”

Ricordo ancora il volto di Bianca, gli occhi lucidi.
Se vuole andarsene, che se ne vada. Tu e i bambini restate qui. le dissi. Sarebbe una follia portarli lontano. Tu non sei sola. Finché campo, qui avete una casa.

Passarono gli anni. Il lavoro in campagna non diminuiva: anzi, i figli di Bianca crescevano e mi aiutavano sempre di più. Bianca diventava sempre più forte, una donna vera, completamente diversa da quella ragazzina indifesa che avevo conosciuto. Persino i conigli, che prima non avevamo, li curava con i bambini.

Quando Matteo tornò nel nostro paese, era con la nuova compagna e arrivò addirittura con una macchina tedesca nuova di zecca. Pensava che i bambini non ci fossero più, che la casa fosse vuota? La figlia, ormai adolescente, corse a salutarlo piangendo, ma il figlio maggiore lo guardò e in silenzio prese la sorella per mano e la portò via. Il secondo figlio lo seguì.

Non è più papà, è solo uno che ci ha traditi. gli scappò detto. Poi salì sul trattore e si mise a dare una mano in campo.

Matteo si guardò intorno, sorpreso dal fatto che la fattoria era più viva che mai.

Ma dove sta la loro mamma? mi chiese.
Non giudicare secondo il tuo metro, Matteo. Si chiama Bianca, ti sei già scordato? Tra poco finisce il turno e torna a casa. Piuttosto, che siete venuti a fare? ribattei.
Siamo venuti per parlarti rispose.
Parla e poi vattene, che tra poco torna Bianca.
Vendiamo tutto, ti compriamo un appartamento a Perugia, vicino a noi. La terra vale parecchio, ci guadagniamo tutti.
E i bambini? domandai.
Tanto, ormai sono grandi. Anche Bianca può farsi la sua vita, magari in città hanno più opportunità.
Le opportunità ci sono ovunque, bisogna solo saperle sfruttare. conclusi.

Non mi avevano convinta. In quella casa non ero ospite: ero padrona.

Proprio in quel momento rientrò Bianca. Era bellissima: curata, con i capelli raccolti e gli orecchini che erano stati di mia madre. Sembrava irraggiungibile, impettita come una regina. Matteo non riuscì a smettere di guardarla, tanto che la nuova compagna lo dovette richiamare.

Mamma, ci ospiti almeno per cena? si affrettò a chiedere Bianca con gentilezza.

No, è tardi. E qui gli ospiti arrivano solo se sono i benvenuti. Vi accompagno io alla porta. risposi, secca. Matteo lasciò un foglietto con il suo numero, ma io non cercai mai di ricontattarlo.

Passarono gli anni. Matteo tornò solo per salutarmi quando ormai era solo, divorziato pure lui. I figli, ormai adulti, gli rivolgevano la parola come si fa con uno sconosciuto. La figlia manco lo guardava.

Provò a dire: Bianca, i ragazzi sono grandi, la casa è mia. Qua voglio tornare. Se vuoi restare, bene. Se no, nessuno ti obbliga.

Bianca non disse una parola. Tirò fuori i documenti dal comò. La casa, già da anni ormai, era intestata a lei. Matteo capì e se ne andò senza una parola.

Oggi penso a tutto questo e comprendo che la famiglia non è fatta solo di sangue o di legami firmati su un foglio, ma di chi resta, di chi lotta ogni giorno e fatica insieme. I veri legami si coltivano come la terra: con pazienza, fatica e tanta costanza. Ho imparato che le radici contano più del vento che ti spinge via.

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