Ti racconto una cosa che ancora mi fa sorridere. Allora, il mio vicino di sopra, Valerio, aveva una passione sfrenata per il rock duro, di quelli che ti vibrano lo stomaco. Non cera notte tranquilla: lui partiva con i Metallica o qualche vecchia band italiana tipo i Litfiba, sempre verso le due di notte, mentre io e mio figlio ci sognavamo solo di dormire.
Immagina: a metà notte, il soffitto della mia camera iniziava a sembrare posseduto. Prima arrivava quel brontolio, come se una tempesta si avvicinasse; poi si aggiungevano quei bassi profondi e la batteria, che faceva tremare i bicchieri nel cristalliera al ritmo delle percussioni.
Valerio, il vicino, era intorno ai trentanni, spettinato, occhi che parlavano di notti lunghe e musica. La sua arte, come la chiamava lui, era ascoltare ogni album dei Litfiba e dei Metallica in loop, con una Peroni dal dubbio gusto in mano, a qualsiasi ora.
Io non sono una persona che cerca il conflitto. Faccio la contabile, cresco da sola mio figlio di sette anni, Matteo, e il mio sogno più grande ultimamente era solo dormire senza essere svegliata da un assolo di chitarra. Ma, ti giuro, sentire Piero Pelù urlarmi nelle orecchie El Diablo alle due di notte mi ha fatto perdere ogni traccia di pazienza.
La prima volta sono salita, vestita di accappatoio e infradito, e ho bussato. Valerio mi apre: aria stravolta, dentro casa odore di Marlboro e rock a palla.
Valerio, dai, abbi un po di rispetto, gli dico, cercando di non urlare. È notte, domani lavoro e Matteo deve andare a scuola.
Ma non è così forte, mi risponde sorpreso, appoggiato alla porta. Ho un impianto buono, bassi puliti.
Ma la mia lampada oscilla, ribatto.
Ok, ok abbasso, borbotta lui e mi chiude la porta.
Dieci minuti. Tanto dura il silenzio, poi tutto torna come prima.
Il giorno dopo decido: questa volta ci vuole la polizia. Arrivano dopo unora e mezza, quando Valerio ormai dormiva come un bimbo e la sua musica si era spenta. Mi dicono di parlarne con lamministratore, che i rumori non possono registrarli se tutto tace.
Lamministratore è arrivato una settimana dopo.
Sì, ci ho parlato, mi dice al telefono. Ha promesso che sarà più tranquillo, ma i verbali sono blandi, alla fine non gli importa.
E niente, si continua. Ogni notte il ritmo martellante, pam-pam-pam. Comincio a bere camomilla a litri, arrivo al lavoro con le occhiaie e odio il mio portone, Valerio e la mia impotenza.
Il talento di Matteo doveva essere coltivato
Un sabato mattina, mentre sorseggiavo il caffè in cucina guardando il viso stanco di Matteo, mi viene unidea geniale. Matteo, che non dormiva come me, mi fa:
Mamma, posso imparare a suonare il violino? mentre scorreva qualcosa sul telefono.
Hai mai sentito un violino nelle mani di un principiante? Non è musica, è un urlo, un stridio che sembra scorticare la realtà.
Certo tesoro, gli dico, finalmente sorridendo con un ghigno che avevo dimenticato.
E ne prenderemo uno bello, aggiungo.
Quel pomeriggio siamo andati al negozio di strumenti musicali vicino Piazza della Repubblica. Il commesso, un signore elegante e cordiale, ci aiuta a scegliere un quarto di violino.
Ha orecchio tuo figlio? chiede.
Ha una motivazione straordinaria, rispondo sorridendo.
Intanto mi leggo tutto lo Statuto sul rumore della regione. Si può fare rumore dalle otto in poi nei giorni lavorativi, un po più tardi nei festivi.
Valerio, dopo i suoi concerti, di solito si addormentava alle quattro di mattina. Alle otto, dormiva come un sasso.
Lunedì. Ore otto. Siamo lì, io e Matteo, nella stanza.
Vai tesoro, scala di Do maggiore. Forte, con grinta.
Non si può descrivere: era un suono simile a un gatto cui pestano la coda, condito dal rumore di unghie sul vetro. Il violino senza sordina risuonava nei muri del palazzo, mandando il suo buongiorno direttamente al soffitto, cioè a Valerio.
Dopo dieci minuti, si sente un gran botto sopra, probabilmente Valerio. Cinque minuti e parte la batteria, che comincia a picchiare. Noi avanti come bulldozer: la legge era dalla nostra parte.
Alle 8:20, suona il campanello. Apro. Valerio in canottiera e boxer, occhi rossi, sembra abbia appena visto la fine del mondo.
Ma che state facendo?! sussurra rauco. È mattina presto! La gente dorme!
Buongiorno Valerio! gli rispondo vivace. Stiamo studiando. Matteo è un talento, il maestro ha detto che deve esercitarsi ogni giorno prima di scuola. Almeno unora.
Ma mi state torturando! Ho mal di testa!
Strano, faccio io, ironica. Non era nemmeno troppo forte. A proposito, El Diablo stanotte non era meglio del solito?
Lui guarda me, poi Matteo, che impugna il violino come un piccolo guerriero.
Lo fate apposta?
È arte, Valerio. Richiede sacrifici.
La pace attraverso la musica
Abbiamo suonato per una settimana. Ogni mattina, rigidi sulle otto. Dal terzo giorno niente più concerti notturni: Valerio sperava che così noi smettessimo. Ma imparare, si sa, non si interrompe.
Venerdì sera, Valerio scende. Sobrio, jeans e camicia.
Ascolta, Rossella, mi dice, sudato. Dobbiamo accordarci. Non ce la faccio più. Quel violino mi rimbomba anche in ufficio.
Ti ascolto, gli dico portandolo in cucina.
Metto un foglio e una penna sul tavolo.
Le regole sono semplici. Silenzio totale dopo le 22.
E se ho ospiti? prova a contrattare.
E se Matteo ha ispirazione alle sette di domenica? rispondo calma.
Lui sbianca.
Va bene. Dopo le dieci, silenzio. Mi sta bene. E il violino lo vendete?
No, gli dico. Resta qui, a garanzia. Sarà sempre pronto e carico sopra larmadio.
Abbiamo firmato questo patto della quiete. E funziona ancora dopo sei mesi. Matteo ormai ha smesso col violino, si è dato agli scacchi.
In portone è tornata la pace. Ogni tanto io e Valerio ci incontriamo allascensore. Guarda Matteo con timore, me con rispetto. Ha capito: una mamma contabile tranquilla e un bravo figlio, possono essere molto più temibili di un rocker ribelle.




