Il marito infedele nascondeva il suo cellulare. Ma la memoria gli ha giocato un brutto scherzo

Diario di Marina Rossi

Ogni uomo ha i suoi segreti, si sa. C’è chi nasconde qualche banconota nella vecchia scatola del panettone, c’è chi si inventa una partita di calcetto per uscire la sera. E poi cera Sergio, mio marito, che poggiava sempre il telefono a faccia in giù.

Sempre. Sia sul tavolo della cucina che sul comodino prima di dormire. In trattoria dagli amici, perfino dai suoi genitori al lago di Como: sempre con lo schermo contro il tavolo.

Io, allinizio, mica ci ho fatto caso. Notavo, sorridevo tra me e me, poi ho iniziato a pensarci su. Ma sai, quando sono intuizioni che pungono, a volte fai finta di niente, perché pensarci fa più male che ignorare. È una delle strategie che ho imparato: chiudere fuori la preoccupazione finché non bussa davvero forte.

La nostra era una coppia normale. Senza troppe scintille, ma anche senza drammi. Sergio lavorava in uno studio notarile, io insegnavo lettere alle medie. Nel fine settimana facevamo la spesa, guardavamo qualche fiction in tv, ogni tanto c’era una cena con gli amici. In particolare con Alessio e Chiara. Alessio era il suo compagno di università: amici stretti da una vita. Chiara, sua moglie, era una di quelle donne che riempiono la stanza con la voce, sempre sicura di sé. A me qualche volta stancava, ma trattenevo i sentimenti.

Tutto andava liscio. Se non fosse stato per quel telefono.

Quella cosa dello schermo capovolto la vedevo quasi ogni giorno. E mi dicevo: ma chi se ne importa, sarà unabitudine come unaltra.

Finché un giorno, a tavola, allungai il braccio per cercare il sale e urtai il telefono. Cadde sulla sedia, ma questa volta schermo in su.

Sergio fu più rapido di me. Lo coprì subito con la mano.

Scusa, dissi io.

Figurati, rispose lui.

E poi, come se niente fosse successo, continuammo la cena. Ma proprio quando si finge che non sia accaduto nulla, è chiaro che qualcosa invece è successo.

Sono sempre stata acuta, riflessiva, e questo purtroppo mi ritorna contro. Una donna intelligente non fa scenate per un telefono. Prende nota, osserva, mette i dati in silenziose tabelle mentali. Colonna dei fatti, colonna delle spiegazioni. E se le spiegazioni iniziano a reggere poco… si tace, e si attende.

Ormai tacevo da mesi, e la mia tabella mentale era diventata chilometrica.

Fatto uno: Sergio aveva cominciato a tornare tardi dallo studio. Prima massimo alle otto, ora anche le nove, nove e mezza, una volta è arrivato alle undici. Fine trimestre, cliente di Milano, scadenza del bilancio, mi diceva.

Fatto due: lo vedevo più distratto. Sedeva davanti alla TV, ma sembrava guardare nel vuoto. A volte rispondeva alle domande dopo una pausa, come se il pensiero facesse fatica ad arrivare.

Fatto tre: si irrigidiva quando lo chiamava Alessio. Strano, perché non vedeva lora di sentirlo, spesso si appartavano a parlare per mezzora. Ora, quando il cellulare squillava e vedeva il nome di Alessio, gli cambiava appena il viso. Solo io me ne accorgevo.

Un giorno glielho chiesto.

Tutto bene con Alessio?

Sì, perché?

Sei diverso quando ti chiama.

Ti sembra, e si rifugiava nel telefono.

Chiara, la moglie di Alessio, mi telefonava ogni tanto la sera. Così, per scambiare due chiacchiere tra donne, con la tazza di tè davanti. Allegra, rumorosa, una di quelle che ridono così forte al ristorante che la senti da fuori.

Come va da voi? mi chiese una sera.

Tutto normale. Sergio è di nuovo in ritardo.

Ah, normale, rispose lei, troppo rapidamente. Fui toccata da quel troppo.

La settimana dopo, il solito venerdì: tutti a cena da me. Alessio e Chiara portarono del Barolo e una torta ricotta e pere, Sergio cucinava delle tagliate in cucina, si muoveva come se niente fosse. Io apparecchiavo senza staccargli gli occhi di dosso.

Tra Sergio e Chiara cera elettricità. Di quelle pesanti. Di solito chiacchieravano e scherzavano insieme, invece stavolta nessuna battuta, nessuno scambio di battute. Sembravano camminare a distanza.

Alessio sorseggiava vino e parlava di lavoro, con voce piatta. Lo guardavo e mi chiedevo: Lui lo sa? E se lo sa, finge? Ci sospetta tutti e tre oppure sono io che impazzisco?

Sei tanto silenziosa, mi disse poi Sergio quando Alessio e Chiara andarono via.

Sono solo stanca.

Vai a riposare presto.

Sì.

Mi misi nel letto, a fissare il soffitto. Dal muro arrivava il rumore basso della TV. Sergio non era ancora entrato. Il suo cellulare stava sul suo comodino.

Schermo capovolto.

Mi girai verso la parete.

Continuavo a dare possibilità alle sue spiegazioni.

Sabato Sergio uscì presto, tagliando dellauto, così disse. Tre ore buone fuori casa.

Io presi un caffè, lessi svogliatamente, poi mi misi a fare ordine. Aspirapolvere, spolverare la libreria. Poi, sul divano in salotto, vidi il suo telefono.

Questa volta era schermo in su.

Laveva dimenticato!

Sergio, che in tre anni non aveva mai lasciato il telefono a casa, mai! Si era scordato anche il portafoglio o le chiavi, perfino la giacca una volta in tram quando era inverno… ma mai il telefono.

Mi fermai con lo straccio in mano a fissarlo.

Il telefono brillava. Un messaggio in arrivo. Io non avevo mai spiato il cellulare di mio marito. Non era questione di fiducia, era proprio una linea di principio: i grandi hanno diritto alla privacy. Un principio bello, sì, ma soprattutto utile… a lui.

Non lessi il messaggio. Ma vidi la foto del contatto.

Quel cerchietto piccolo, lavatar che compare nelle chat. Un volto da donna, capelli scuri e sorriso.

Conoscevo troppo bene quel sorriso. Chiara.

Rimasi a fissare il cellulare per qualche secondo. Poi lo schermo si spense, tutto divenne buio.

Andai in cucina, bevvi un bicchiere d’acqua.

Chiara. La moglie di Alessio. Unamica, per quanto possono essere amiche le mogli dei migliori amici dei mariti. Una persona con cui passi i venerdì, sai che è allergica ai peperoni, conosci la sua data di compleanno: il ventidue marzo. Me la ricordavo perché Sergio ed io le avevamo sempre fatto un regalo insieme.

Anche lanno scorso.

Tornai in salotto. Un’altra notifica, lo schermo che si illumina e si spegne subito.

Nemmeno questa volta lessi il messaggio.

Capivo bene ormai che qualunque parola avessi letto avrebbe reso tutto irreversibile. Finché non guardavo, mi restava il lusso della speranza: magari Chiara stava chiedendo di Alessio, magari per una conversazione innocente… Ma la realtà si sapeva già.

Mi sedetti sul divano accanto a quel telefono muto, come qualcuno che sa troppo e preferisce il silenzio.

Dentro di me tutto iniziava a rimettersi in ordine. I ritardi, la distrazione, quellinsofferenza alle telefonate di Alessio, la sera prima in cui Sergio e Chiara non si erano praticamente parlati, e la volta in cui Chiara aveva giustificato troppo in fretta i ritardi di mio marito con il lavoro.

Era tutto chiaro. Chiara sapeva. Chiara era il motivo.

Rimasi seduta a pensare a come ventanni di amicizia con Alessio potessero smontarsi così, con un clic.

Mi chiedevo: Alessio lo sapeva? O sospettava come avevo fatto io? Forse taceva proprio per quella sua intelligenza che addormenta le tempeste.

La porta di casa si aprì, passi sulle scale.

Sergio tornò prima del solito: il tagliando era stato breve? O si era ricordato del telefono?

Non mi alzai dal divano.

Sergio mi vide, poi vide il telefono accanto a me. Per un istante colsi la paura sul suo volto, appena unombra. Ma io ormai quei micro-cambiamenti li avevo imparati a memoria.

Lho dimenticato, fece, indicando il cellulare. Con una tranquillità che mi fece sorridere.

Sì, vedo, risposi.

Mi alzai, andai in cucina, bevvi tutto d’un fiato il secondo bicchiere dacqua che avevo preparato.

Silenzio alle mie spalle.

Marina, disse piano.

Non ora, risposi senza tremare. Non sono pronta.

Ed era vero. Non ero pronta a parlare, a gridare, a piangere, a sentire spiegazioni che non aggiungevano nulla. Ero pronta solo per ciò che ormai sapevo. E ne sapevo abbastanza.

Parlammo la domenica sera. Niente urla, niente piatti rotti, nessuna scena teatrale. Solo noi due al tavolo della cucina. Fu Sergio a iniziare, aspettando una mia domanda che non sarebbe arrivata.

Non so come spiegare, disse.

Non serve, risposi io. Ho capito tutto dalla foto profilo.

Silenzio lungo. Poi:

Ma tu lo sapevi?

Sospettavo. Mettevo insieme i dettagli.

E adesso?

Non lo so cosa vuoi fare tu. Io devo pensare al divorzio.

Chiara lo seppe la stessa sera: la chiamai io. La conversazione più breve della mia vita.

Chiara, so tutto. Non serve spiegare. Diglielo tu ad Alessio oppure no, è una scelta tua. Ma a me non chiamare più.

Cera silenzio, poi un mezzo Ma Marina, io chiusi la linea.

Alessio lo venne a sapere il giorno dopo. Non so come, e nemmeno voglio sapere. Sergio rientrò a casa con lo sguardo cupo, si sedette in poltrona e restò a fissare il vuoto.

Ha chiamato Alessio.

Capisco, risposi.

Fine del discorso. Non cera più niente da aggiungere.

Tre anni di matrimonio. Ventanni di amicizia. Tutto smontato da una foto con un sorriso non mio. Le nostre due case disfatte come castelli di carte. Tutto piano, senza grandi scene.

Una settimana dopo, facevo le valigie. I miei libri, i miei vestiti, qualche pentola che era mia da prima. Sergio era in salotto, lo sentivo cambiare posizione ogni tanto sulla poltrona.

Alla porta mi fermai un attimo. Il suo telefono era là sul tavolo.

Schermo capovolto.

Uscii e chiusi piano la porta alle mie spalle.

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