Sono stata con un uomo di 54 anni per un anno e mezzo. Diceva sempre: «Sei la mia famiglia». Sono finita in ospedale per tre settimane — e lui non è venuto mai a trovarmi neanche una volta

Frequentavo un uomo, Giorgio, 54 anni, per circa un anno e mezzo. Diceva spesso: «Sei la mia famiglia». Poi sono finita in ospedale per tre settimane: non si è fatto vedere nemmeno una volta.

Io ho quarantotto anni, Giorgio ne ha cinquantaquattro. Ci siamo conosciuti su un sito di incontri, come ormai va di moda. Allinizio sembrava davvero una storia da romanzo rosa: il primo appuntamento in una trattoria piccolina, e già al terzo incontro si era presentato il giorno del mio compleanno con una torta ordinata appositamente. Sopra cera scritto: «Per Caterina da chi è felice che tu sia nata». E pensare che ci conoscevamo da appena tre settimane.

Giorgio dava proprio lidea di essere uno generoso, ma senza mai fare il gradasso. Portava dei fiori senza un motivo preciso, così, perché gli andava. A volte proponeva: «Andiamo un po fuori città, cambi aria!». Un giorno mi ha aggiustato il rubinetto in bagno e poi, senza battere ciglio, ha pagato il pittore che stava imbiancando casa di mia madre. Lavorava in proprio, aveva una piccola officina di riparazioni elettroniche. Viveva solo.

Sei la mia famiglia, Cate, mi ha detto un giorno, circa dopo otto mesi insieme. Mio figlio è adulto, la mia ex moglie abita ormai dallaltra parte dellItalia. Tu tu sei tutto quello che ho.

E io ci ho creduto. Come potevo non credergli? Non solo diceva cose dolci, ma portava anche torte con dediche e si metteva a riparare i rubinetti con una naturalezza quasi commovente?

Tre settimane di silenzio: come tradire senza nemmeno una lite
Quando sono finita in ospedale, la prima settimana non ero nemmeno arrabbiata. Capivo: aveva lofficina da mandare avanti, tanto lavoro, mille ordini. Però alla seconda settimana, un po di inquietudine ha cominciato ad affacciarsi timida. Alla terza era solo una sgradevole certezza: non sarebbe venuto.

In camera con me cera la signora Valentina, settantanni ben portati. Tutti i sabati il marito le portava un mazzo di fiori freschi dalledicola sotto casa. Un giorno mi chiese:

Ma il suo viene stasera? Non lho mai visto, sa

Ha tantissimo lavoro, risposi, mezza scusandomi.

Lei mi guardò sopra le lenti degli occhiali e disse piano:

Tutti abbiamo lavoro, cara mia. Il mio Alfredo lavora ancora, eppure si fa tutta la città, tre autobus e una schiena rotta Ma lui semplicemente *deve* venire, non ha scelta. Non è una questione di voglia: è proprio impossibile non venire. Se un uomo può non venire allora può anche non restare.

Quella frase mi si fissò nella testa come la spina di un fico dindia. Più vera di mille sedute dal terapista.

Mi dimisero mercoledì. La sera stessa telefonò Giorgio.

Cate, sei fuori? Che ne dici, sabato passo da te, facciamo due chiacchiere?

Sabato. Tra tre giorni. Io ero appena uscita dallospedale dopo unoperazione, e lui lo proponeva come se dovessimo andare al cinema.

No, Giorgio. Oggi.

Arrivò dopo due ore, con dei fiori, un sacchetto di frutta e la faccia colpevole come un bambino con le mani nella marmellata. Ci sedemmo in cucina. Io andai subito al sodo:

Giorgio, perché non sei mai venuto?

Dai, Cate, ti sentivo ogni giorno al telefono.

Sì, ma venire di persona mai. Tre settimane. Ventuno giorni. Ho avuto unoperazione, anestesia, punti di sutura, febbre a quasi trentanove. Ero stesa in una stanza fredda e aspettavo te. Ogni sera arrivava una chiamata: «Come stai?».

Giuro che volevo venire. Ma in officina è stato un disastro: due grossi lavori da finire, un dipendente che se nè andato. Facevo i turni per tre.

In tre settimane? Non hai trovato unora? Lospedale chiude alle otto. In macchina ci metti quaranta minuti. Unora su ventuno giorni, niente?

Cate, tu non ti rendi conto di come stavo io. Ero preoccupato per te, veramente. Ma non potevo mollare lofficina.

Non potevi o non volevi?

Tacque. In quel silenzio, improvvisamente, vidi la verità che avevo evitato di guardare per un anno e mezzo: per Giorgio, preoccuparsi e stare accanto erano due mondi diversi. Gli bastava il primo e il secondo non era contemplato.

Sai, Cate, disse piano dopo un po, io non riesco proprio con gli ospedali. Non riesco a stare accanto a un letto, a vedere flebo e visi pallidi. Mi viene langoscia. Mia madre è morta in ospedale, da allora per tre anni non sono entrato in una clinica. Quando mi hai chiamato, volevo venire ma ogni volta mi bloccavo. Rimandavo. E i giorni sono diventati settimane.

Ecco la frase che ti lascia le mani fredde. Non non volevo. Non non ti amo. Non non avevo tempo. Ma non sono capace di stare vicino quando stai male.

Giorgio, dissi piano. Un anno e mezzo ci sei stato quando era tutto facile. Pizzerie, torte, gite fuori porta. Se cera da aggiustare il lavandino o aiutare mia mamma, sempre presente. Quando ero allegra, in salute, e volevo solo compagnia. Ma quando è andata davvero male, tu sei sparito. Le telefonate non bastano. Preoccuparsi non è la stessa cosa che esserci.

Capisco di aver sbagliato.

Non hai sbagliato, Giorgio. Sei semplicemente fatto così. E forse è pure peggio che sbagliare, perché agli sbagli si può rimediare, al carattere no.

Il mazzo di un altro marito e una decisione presa tra letti dospedale
Quella sera lui se ne andò. Rimasi in cucina con la mia tazza di tè, pensavo a Valentina e suo marito Alfredo. Tre autobus, la schiena distrutta e ogni sabato un mazzo di fiori. Mai una frase teatrale tipo sei la mia famiglia, lui semplicemente veniva. Perché per lui era impossibile non farlo.

Per Giorgio invece era possibile. Ventuno giorni erano sufficienti. In quella singola parola, possibile, ci sta tutta la sintesi della nostra storia di un anno e mezzo.

Dopo una settimana Giorgio manda un messaggio lunghissimo. Piano di scuse, promesse di cambiare, grandi parole damore e ansie varie. Lho letto fino in fondo. Per la prima volta, non ho sentito nessuna emozione.

Perché le parole, senza i fatti, sono come carta da parati senza muri: belli da vedere, ma dentro non ci puoi vivere.

Non ho risposto. Non per rancore, non per ripicca. Semplicemente perché finalmente avevo capito. Mi serve un uomo che venga. Non uno che si limiti a chiamare. Uno che entra in reparto con un sacchetto di arance, non che compone il mio numero solo per abitudine a fine giornata. Uno che non si limita a preoccuparsi, ma viene, perché non può fare altrimenti.

La cicatrice va guarendo piano. Mamma dice che persino ho unaria migliore di prima forse perché ho tolto qualcosa in più dal mio stomaco.

Vorrei però fare una domanda quella che brucia a molte.

Donne: vi è mai capitato? Un uomo che si preoccupava a distanza, chiamava, scriveva, ma non cera davvero quando serviva? Lo avete mai perdonato, o siete andate via?

Uomini: siate sinceri siete tipi da è impossibile non venire, o vi accontentate della telefonata serale per sentirvi a posto?

«Non sono capace di esserci quando si sta male» scusa valida o fine dei giochi?

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