Sono arrivata da mio marito senza avvertire e subito ho capito perché faceva tardi in ufficio
Per ventitré anni, Livia Sommariva ha cucinato minestre, stirato camicie, sopportato la suocera e la sua tipica frase: “Eh, Michelino da piccolo mangiava la polenta con tanto gusto.” Per ventitré anni, ha creduto che suo marito facesse tardi al lavoro sul serio. Capita. La chiusura del bilancio. Riunioni. Emergenze. Era tutto chiaro, tutto spiegabile.
Ma poi qualcosa si è incrinato. Non subito, ovviamente. Prima semplicemente Michelangelo non rispondeva al telefono. Sarà occupato, si diceva. Poi la cena si raffreddava, per la terza volta nella stessa sera. Poi un nuovo profumo, leggero e floreale, che Livia non gli aveva mai regalato.
Livia non era il tipo da scenate. Livia non faceva mai scenate per niente. Era una di quelle donne che per tre settimane fissano il soffitto in silenzio alle due di notte e poi, di colpo, si alzano, si mettono il cappotto ed escono.
Così ha fatto.
L’amica Luciana, sentita mentre era già in viaggio, ha detto quello che ci si aspetta:
Livia, ma perché vai? Cosa speri di vedere? Ti farà solo più male.
Peggio di così, non può andare ha risposto Livia, chiudendo la chiamata.
L’ufficio di Michelangelo stava al terzo piano di un business center dal nome pomposo: “Il Parnaso”. Livia conosceva bene quell’edificio cera stata due volte, una per una festa aziendale, laltra quando portò a Michelangelo il badge che aveva dimenticato. Ai tempi, il portiere la guardava con rispetto: la moglie del capo reparto.
Quella sera erano ormai le sette. Il parcheggio quasi vuoto. La maggior parte delle finestre erano buie.
Tranne una.
Livia si fermò accanto allauto e guardò verso lalto. Terzo piano, finestra allangolo a destra proprio lufficio di Michelangelo. Lì la luce era accesa. Due sagome si intravedevano dentro.
Livia restava ferma a guardare.
Poi tirò fuori il telefono e fece partire una chiamata.
Uno squillo. Due. Tre.
Dietro il vetro, la sagoma più minuta si avvicinava all’altra.
Quattro squilli. Cinque.
Lutente non risponde
Livia rimise via il cellulare e si avviò verso lingresso.
Il portiere alzò gli occhi dal cellulare e la fissò come se avesse presentato un mandato di perquisizione.
Da chi va?
Da Sommariva, Michelangelo. Terzo piano.
È in elenco?
Livia lo guardò dritto negli occhi. Con quella calma decisa di chi sa che il muro va buttato giù, punto.
Sono sua moglie.
Antonio digerì linformazione, premette qualche tasto sul pannello. Aspettò.
Non risponde.
Lo so, disse Livia. Ma è nel suo ufficio.
Ancora indeciso, il portiere sembrava valutare mentalmente: far passare la moglie del capo senza permesso o restare fedele al regolamento. Da una parte il protocollo, dallaltra la moglie. E alle mogli, si sa, poi non si spiega mai niente.
Mi faccia entrare, per favore, disse Livia con un tono tale che Antonio tolse la mano dal tornello.
Terzo piano. Corridoio lungo, moquette grigia, porte tutte uguali. Livia camminava chiedendosi: dovevo chiamare Luciana? Forse non dovevo nemmeno venire. O magari andare in un bar a prendere un caffè prima, calmarmi. Arrivare più in ordine.
Ma che ordine poteva esserci ormai.
Ufficio in fondo. Porta socchiusa, la luce filtra. Voci.
Livia si fermò a due passi.
Risata di donna. Leggera, come se avessero appena fatto una battuta perfetta.
Poi la voce di Michelangelo. Livia ascoltava. Trenta secondi. Un minuto. Le mani gelide, il volto che scotta.
Poi spinse la porta.
Michelangelo era seduto sul bordo della scrivania, non dietro, proprio sopra, come fosse casa sua. Parlava a una donna giovane con dei fogli in mano. La donna avrà avuto trentotto anni, carina, capelli raccolti ordinati.
Entrambi si voltarono verso la porta.
Un silenzio lungo, di quelli in cui ormai non serve altro.
Livia? Michelangelo sembrava sorpreso, spaventato, e un pizzico peggio di tutto infastidito, come se gli stessero interrompendo qualcosa.
Buonasera, disse Livia.
La donna indietreggiò. Un passo, poi un altro. Alla fine trovò un pretesto per guardare fuori dalla finestra.
Sei arrivata senza avvisare? Michelangelo scese dalla scrivania, cercava di assumere unaria normale. Con scarso successo.
Ti ho chiamato, disse Livia. Non hai risposto.
Ero occupato, lavrai visto.
Lo vedo, rispose Livia.
E come lo vedeva. Vide il primo bottone della camicia slacciato. Due tazze da tè sul tavolo, una col rossetto. Vide la donna che non sapeva che fare di quei fogli, li girava a destra e sinistra.
Lei è Anita, la mia nuova project manager disse Michelangelo, con quel tono piatto e favorevole di chi vuole apparire trasparente. Tono di chi invece qualcosa da nascondere ce lha.
Molto lieta, disse Livia.
Anita posò finalmente i documenti e annuì con un sorriso. Educata, il sorriso senza colpe. Livia non se la prese con lei. Dopotutto, non aveva fatto promesse a nessuno.
Credo sia meglio che vada disse Anita, educatamente.
Sì, annuì Livia. Faccia pure.
Anita uscì in silenzio.
Michelangelo e Livia rimasero soli. Nellufficio regnava il silenzio. Fuori, lasfalto lucido, i fari e le auto degli altri.
E adesso perché sei venuta? disse Michelangelo. Non aveva il tono di chi fa una domanda. Era quasi un rimprovero.
Livia guardò il bicchiere con il rossetto. Poi suo marito.
Volevo capire rispose calma perché non rispondevi.
Ti ho spiegato, ero occupato.
Hai spiegato.
Silenzio.
Livia, non farne un dramma, abbiamo solo lavorato. Era una riunione di lavoro.
Alle sette di sera.
Sì, alle sette! Può capitare. Abbiamo le scadenze, lo capisci cosa vuol dire?
Michelangelo parlava forte, deciso, quasi indignato. Voce di chi pensa che lalzare la voce sia un argomento. Livia lo conosceva, ventitré anni sono scuola sufficiente.
Lei taceva, lo osservava.
E lì, qualcosa in Michelangelo si incrinò. Perché anni prima Livia avrebbe già pianto, chiesto scusa, sarebbe fuggita. Invece ora stava lì, muta, solo a guardare.
Torniamo a casa disse lui più piano. Parliamo a casa.
Va bene acconsentì Livia.
Fu la prima ad allontanarsi. Camminava nel corridoio grigio, ma nella testa aveva quasi il vuoto.
Solo chiarezza. Pulita, come vetro.
Aveva visto tutto. Ora si trattava di decidere cosa farne.
In macchina non parlarono.
Michelangelo guardava la strada. Livia osservava fuori dal finestrino le luci, l’asfalto bagnato, le finestre illuminate delle case. Dietro ogni finestra, una vita. Ogni cucina il suo uomo, forse anche la sua Anita, o magari ancora no, o magari già cè stata.
In ascensore Michelangelo premette il cinque. Livia era accanto e pensava: adesso appena entrati comincia a spiegare. Sarà lungo, dettagliato ti dirà che hai frainteso tutto, che è troppo pieno di lavoro. Sapeva spiegare, lui.
Entrarono. Michelangelo accese la luce dellingresso, appese il cappotto con quella cura che lha sempre infastidita, oggi ancora di più e non sapeva neanche perché.
Livia, ascoltami…
Ti ascolto.
Andò in cucina. Michelangelo alle sue spalle, mani in tasca.
Livia, non cera niente.
Va bene.
Lavoravamo sul serio.
Va bene, Michelangelo.
Non mi credi.
No.
Non se lo aspettava. Forse pensava a qualche lacrima, a una scenata, o a tutte e due, magari anche con qualche piatto lanciato. Livia non aveva mai lanciato piatti, non era il caso. Ma quel non ti credo calmo, quello no, non se lo attendeva.
Perché? le chiese.
Ho visto la tua faccia quando sono entrata disse Livia. Mi hai guardata come fossi un fastidio.
Non è vero.
Michelangelo… si girò verso di lui Ti conosco da ventitré anni. Ho visto la tua espressione quando sei felice di vedermi. E ho visto oggi.
Taceva.
Stai immaginando tutto, Livia.
Può darsi. Ha alzato le spalle. Ho immaginato anche il profumo che porti da tre mesi? Quello che io non ti ho mai comprato?
È mio, quel profumo.
Non lhai mai avuto prima. Te li prendo sempre io i profumi. Questo è un altro.
Michelangelo spalancò la bocca.
Lì per la prima volta si sentiva davvero a disagio.
Te lo giuro, non è niente di serio.
Niente di serio… Livia ripeté piano. Ma qualcosa, allora, cè stato.
Non lho mai detto!
Lhai appena detto.
Michelangelo si coprì il volto con le mani. Un gesto che Livia conosceva: così faceva quando era in difficoltà, o in imbarazzo. Di solito, soprattutto in imbarazzo.
Livia… disse piano, non so come spiegare. Con lei è facile parlare. È giovane, mi guarda diversamente. Capisco, suona male.
Suona sincero.
Non è accaduto nulla di serio, davvero.
Ma poteva accadere.
Silenzio. E quel silenzio valeva mille risposte.
Livia annuì. Come a depennare una casella nellanima.
Ho capito disse.
Livia, non trarre conclusioni affrettate.
Michelangelo, voce di pietra io non traggo nulla in fretta. I miei pensieri maturano da tre mesi. Da quando hai iniziato col profumo degli altri, non rispondevi al telefono e mi trattavi come fossi invisibile.
Lui taceva, guardava il tavolo.
Posso dirti una cosa? proseguì Livia. Ti chiedo di ascoltarmi fino in fondo, senza spiegazioni e senza interrompere. Parla solo dopo, se vuoi, va bene?
Lui annuì.
Non farò scenate né piangerò né griderò. E non spaccherò niente. Fece una pausa. Ma sappi che non fingerò più che tutto va bene quando non lo è. Ventitré anni sono stata zitta quando non eri a casa. Non facevo domande per non darti fastidio. È finita.
Michelangelo alzò gli occhi.
Non è un ultimatum. È solo la realtà. Adesso devi decidere cosa vuoi. Ora.
Michelangelo rimase in silenzio a lungo, poi, quasi sussurrando:
Livia. Sono uno stupido.
Sì, rispose lei. Ma quella non è una risposta.
Quella stessa notte, Livia andò da Luciana.
Preparò la borsa in fretta, senza drammi. Michelangelo si limitava a guardarla dalluscio della camera.
Per quanto? chiese.
Non lo so.
Livia…
Michelangelo. Chiuse la valigia. Hai bisogno di pensare. Anchio. Meglio ognuno da solo.
Lui non disse altro. E forse, questo diceva tutto.
Luciana aprì la porta, guardò Livia, la borsa e il suo viso non fece domande. Mise lacqua su per il tè. Per questo Livia la amava da ventanni.
Rimasero in cucina fino alle due di notte. Luciana ascoltava, parlava poco, solo quello che basta per non far pesare il silenzio come un macigno.
Michelangelo richiamò il terzo giorno. Niente spiegazioni, né scuse. Solo:
Livia, voglio che torni. Ho capito alcune cose.
Cosa hai capito?
Che sono uno stupido. Ma lo dico talmente tante volte che ormai le parole non valgono nulla. Voglio dimostrarlo.
Livia rimase in silenzio qualche istante.
Va bene, disse.
Rientrò a casa venerdì sera. Sul tavolo in cucina una pentola di minestrone con la verdura troppo cotta. Michelangelo cuoceva sempre troppo la verdura, paura di lasciarla cruda. Accanto, un mazzo di fiori un po stropicciato, comprato di fretta.
Livia posò la borsa. Guardò la zuppa, poi i fiori.
Ho cotto troppo le verdure, disse Michelangelo alle sue spalle.
Me ne sono accorta.
Ma per il resto dovrebbe essere buono.
Vedremo, disse Livia.
Andò a lavarsi le mani. La vita è fatta così: a volte la verdura è troppo cotta, a volte no. Limportante è capire la differenza e non tacere per ventitré anni.
Mi porto via una lezione: la chiarezza, anche se a volte fa male, è sempre meglio di una bugia comoda. Adesso ho imparato a non nascondermi più.





