Entrò senza bussare, tenendo in mano qualcosa che si muoveva.
Giulia era entrata senza suonare il campanello. Non laveva mai fatto prima, e già quello bastò a spingere la signora Antonella Lucchesi ad uscire dalla cucina, strofinaccio in mano. Era un sabato di febbraio, fuori un tempo orribile: neve ghiacciata, cielo grigio, né mattina né pomeriggio. Il genere di giornata in cui ti verrebbe solo voglia di sdraiarti sul divano e non pensare a niente.
Giulia stava in ingresso, slacciandosi la giacca con una mano. Con laltra teneva qualcosa avvolto in una coperta a quadri. Qualcosa di piccolo. Qualcosa che si muoveva.
Dopo, Antonella Lucchesi si sarebbe ripetuta che lo aveva capito subito. Ma mentiva. Non laveva capito. Pensava che Giulia avesse trovato un gattino.
Vieni in salotto, lì fa più caldo disse. Sei venuta dalla stazione? Metto su lacqua per il tè.
Mamma, disse Giulia, con una voce che aveva qualcosa di strano. Non arrabbiata, non tenera. Solo la voce di chi porta qualcosa di pesante per tanto tempo e finalmente lo appoggia a terra. Mamma, questo è Michele.
Antonella guardò il fagotto. Dalla coperta spuntava un piccolo pugno rosso. Poi apparve una faccina, rugosa come un fungo vecchio, con gli occhi chiusi.
Poi non si ricordava cosa avesse detto. Forse qualcosa riguardo al tè. Oppure sullimportanza di togliersi gli stivali bagnati. Aveva detto parole senza senso, mentre la testa cercava di riordinare i fatti: Giulia era partita per il tirocinio quattro mesi prima. Giulia telefonava tutte le settimane. Giulia diceva che andava tutto bene, che la sessione era difficile, che le mancava la sua ribollita.
Quanti giorni? domandò infine Antonella.
Diciotto.
Diciotto giorni. Dunque, Giulia telefonava già dopo. Diceva «va tutto bene» quando aveva un neonato di otto giorni. O di cinque.
Entrarono in soggiorno. Giulia posò Michele sul divano, lo circondò con dei cuscini, si raddrizzò e guardò la madre negli occhi. Dritta, senza abbassare lo sguardo. Lì, Antonella vide che Giulia era cambiata. Il viso più scarno. Le occhiaie grigie. Ma aveva quella postura di chi ormai non ha più paura.
Dovevi accorgertene disse Giulia. Non gridò, non pianse. Lo disse e basta, con voce ferma e stanca. Quando sono venuta a novembre, dovevi capirlo. Ero ormai al sesto mese, mamma. Al sesto.
Antonella ricordò quel ponte di novembre. Giulia era venuta per tre giorni. Indossava un maglione largo, Antonella pensò: è cresciuta, una volta curava la linea e adesso va in giro così. Guardarono una serie, mangiarono tortellini, Giulia aiutò a sistemare il terrazzo. Tre giorni, e se ne andò.
Pensavo solo che ti fossi ingrassata, disse Antonella.
So cosa pensavi. Tu hai sempre pensato a tutto, tranne che a me.
Era ingiusto. Antonella lo sapeva. Ma restò zitta: nelle parole ingiuste cè spesso quel granello di verità che fa male ammettere.
Eri sempre al lavoro, continuò Giulia, e la voce le tremò appena. Tornavo e tu dormivi già. O eri immersa nelle tue carte. Ho cominciato a fumare in terza media, te ne sei accorta dopo sei mesi. In quinta non ti ho rivolto parola per due settimane, tu non hai chiesto perché. Vivevi nel tuo mondo, mamma. E io ho imparato che era meglio non dire nulla. Che mi sarei arrangiata da sola.
Un pigolio sul divano. Giulia si voltò da Michele, aggiustò la copertina un gesto sicuro, già abituale. Antonella capì: Giulia aveva imparato. Lì da sola, con un neonato.
Dove sei stata? chiese Antonella.
Da Martina. Quella di Porta Romana, te ne ho parlato. È stata un angelo, mi ha aiutata.
Martina di Porta Romana. Unamica che Antonella non aveva mai visto. Sua figlia partoriva il primo nipote, e intorno solo Martina.
Andò in cucina. Mise su lacqua per il tè. Rimase alla finestra a guardare la neve che nessuno spazzava, ormai ridotta a fango. Dal soggiorno arrivavano parole sussurrate; Giulia parlava piano a Michele, suoni appena distinguibili.
Antonella rifletteva. Lei era ragioniera, coi numeri sempre tutto tornava. Dare e avere. Entrate e uscite. Ma sua figlia aveva vissuto con lei per sette anni, poi era andata a vivere in studentato e la chiamava tutte le settimane. E lei non sapeva nulla. Niente. Che matematica può risolvere qualcosa così?
Quando tornò col tè, Giulia era seduta sul divano e allattava Michele. Così naturale e però così strano, che Antonella lasciò le tazze e si ritirò in silenzio vicino alla finestra, a fissare fuori.
Chi è il padre? chiese, senza voltarsi.
Giulia rimase in silenzio.
Dopo, mamma. Non ora.
Antonella annuì, anche se Giulia non poteva vederla. Dopo va bene. Non cera fretta.
Quella prima notte Antonella fece fatica a dormire. Sentiva Michele nella stanza accanto, Giulia che si alzava, che lo calmava a bassa voce. Pensava che serviva comprare una culla. Che bisognava parlare con la signora Zina Lotti della porta accanto, che i suoi nipoti li aveva cresciuti da sola e ne sapeva quanto bastava. Pensava a ciò che aveva detto Giulia. «Dovevi capirlo». «Tu nel tuo mondo».
Era vero?
Sì. Antonella laveva sempre pensato: lavorava per dare tutto a Giulia. Vestiti decenti, lezioni dinglese, cibo buono. Pensava fosse quello, lamore: sfiancarsi fino a sera ma tenere il frigorifero pieno. Invece no. Era poco.
Di chi era la colpa?
Lì i conti non tornavano.
Quindici anni prima, Antonella prendeva il treno per lorfanotrofio. Novembre, pioggia e grigio come adesso. Guardava dal finestrino e si chiedeva perché andava. Il marito era andato via tre anni prima, le aveva detto: «Anto, voglio un figlio, e tra noi non è destino, lo sai». I dottori lavevano detto già a trentadue anni e Antonella si era fatta una ragione, come ci si abitua alla pressione: cè, a volte dà fastidio, ma si va avanti. Ma Carlo no. Carlo aveva trovato unaltra donna, aveva avuto due figlie. Antonella li vedeva qualche volta al mercato: Carlo col passeggino, la nuova moglie, le bimbe paffute. Si salutavano. Tutto normale.
Non decise subito sulladozione. Incertezza, paura. Perché prendere un figlio che non era suo. Gli amici dicevano: «Anto, ma chi te lo fa fare, pensa a te stessa». Altri: «Dai, che ti costa provare». Alla fine decise da sola. Un giorno si mise in viaggio.
Le mostrarono bambini gentili, sorridenti. Giulia era in un angolo, col libro. O fingeva di leggere. Guardava Antonella da sotto la fronte, diffidente verso la donna nuova lì per scegliere, come si sceglie un cucciolo in piazza. Dodici anni, magra, capelli corti senza acconciatura. Una cicatrice sul polso. Leducatrice le sussurrò: «Questa è Giulia, ragazza difficile, non si faccia illusioni». Antonella le chiese cosa leggesse. Giulia le mostrò la copertina, senza parlare. «Il Conte di Montecristo». Antonella: «Bel libro». Giulia disse «Sì» e tornò a fissare la pagina.
Si erano scelte? O forse, semplicemente, non era tornato più indietro nessuna delle due.
I primi mesi furono duri. Antonella la sera sedeva da sola in cucina, porta chiusa, e si chiedeva se avesse sbagliato. Giulia rispondeva a tono, non a parolacce, ma veleno sottile: «Questo pane non va bene». «Perché sei entrata in camera mia». «Non voglio il tuo aiuto». La porta sigillata sempre. Se Antonella bussava: «Che cè?». Non «entra», non «dimmi». Solo «che cè». Come una sconosciuta.
Una notte sentì Giulia tossire forte. Rimase ad ascoltare dietro la porta. Entrò. Giulia a letto, faccia rossa, non parlava. Antonella preparò il latte caldo con miele e burro, la stessa ricetta che sua madre le faceva da piccola. Glielo portò. Giulia lo prese, bevve, senza ringraziare. Poi chiese:
Perché col burro?
Fa meglio.
È schifoso.
Ma funziona.
Giulia tacque.
Va bene, concluse.
Quella fu la prima parola vera tra loro. Non «che cè», non «non voglio il tuo aiuto»: solo «va bene». Una parola piccola, ma Antonella se la tenne stretta tutta la vita.
Poi arrivarono i jeans. Giulia li voleva come quelli di una certa Chiara, cari, con i fiori ricamati sulle tasche. Quei mesi cera ben poco in casa: Antonella a pranzo mangiava insalata in ufficio, la sera passava col tè e pane, e lasciava che Giulia pensasse che non aveva fame. Ma quei jeans li comprò. Tornata a casa li mise sul tavolo. Giulia li osservò, poi guardò lei, poi ancora i jeans. E nulla disse. Se ne andò in camera. Dopo unora uscì, li indossava.
Calzano bene.
Sì, disse Antonella.
Grazie, mormorò Giulia, a fatica, come se la parola le si fosse incagliata.
Così si costruiva qualcosa. Lentamente, male, a intermittenza. Niente a che vedere coi film dove la figlia adottiva chiama subito «mamma» e piange fra le sue braccia. La realtà è il «calzano bene» e «va bene». E tu ti tieni stretto quel «va bene», perché è già tanto.
Giulia visse con lei tre anni al liceo, poi prese la laurea. Educatrice elementare. Antonella si stupì: una ragazza come Giulia e dei bambini, chissà come andrà. Ma Giulia era sicura e Antonella non obiettò. Andò a vivere in studentato. Telefonava poco allinizio, poi più spesso. Ogni tanto tornava il fine settimana, mangiava pasta e raccontava delluniversità. Qualcosa era cambiato, con la distanza; forse serviva a entrambe respirare un po lontane.
Ma ciò che Giulia raccontava era sempre generico. Compagne, lezioni, niente di personale. Niente del suo cuore.
Un anno fa, a marzo, Giulia chiamò con una voce strana. Antonella chiese: «Tutto bene?». Giulia rispose: «Sì, sono solo stanca». E parlarono daltro. Antonella ci ripensò dopo. Avrebbe dovuto chiedere diversamente. Non «tutto bene», che tanto si risponde sempre sì. Ma come, non lo sapeva.
La verità Giulia la raccontò solo un anno dopo, quando Michele aveva sei settimane e stava imparando a fissare un punto, scegliendo sempre langolo sinistro del soffitto.
Il professore stava alla cattedra di pedagogia. Giulia andava alle sue lezioni, parlava in modo che sembrava capirti meglio di quanto tu capisca te stesso. Sposato, lei lo sapeva. Più tardi Giulia stessa avrebbe detto che non era una giustificazione, che era stata ingenua. Ma a ventidue anni, se qualcuno ti guarda come se fossi la donna più affascinante nella sala, difficile dire no. Specie se sei cresciuta in orfanotrofio e nessuno ti ha mai guardata così.
Finì tutto a ottobre. La moglie arrivò in dipartimento. Antonella si immaginava la scena e le tremava il petto. Una donna sui trentacinque, che gridava nel corridoio davanti a tutti. Diceva a Giulia certe cose che non vanno ripetute. Il professore uscì, prese la moglie per mano e la portò via. Senza mai voltarsi.
Non si voltò.
Giulia rimase a fissare la schiena di lui. Poi andò in bagno, si chiuse in un box, e restò lì chissà quanto. Nessuno andò a vedere come stava. Tutti avevano sentito tutto, ma nessuno si fece avanti. O temevano, o si facevano i fatti propri.
Tre settimane dopo, il test era positivo.
Giulia stette a sedere in bagno dello studentato a fissare quella striscia tanto tempo. Poi si bagnò la faccia con acqua fredda, si guardò nello specchio e si disse: «Va bene». Poi telefonò a Martina di Porta Romana, sua unica vera confidente.
Martina disse: «Vieni a stare da me, finché vuoi».
Perché non chiamò Antonella?
Giulia lo spiegò così, con una lucidità dolorosa:
Tu avresti iniziato a risolvere. Avresti detto cosa fare, avresti parlato di denunciare, di alimenti, di sospendere luniversità. Saresti entrata tutta in questa cosa. E a me serviva solo qualcuno che stesse zitto vicino a me. Tu non sai restare zitta, mamma. Ci sai fare, ma non sai esserci.
Antonella non controbatté. Si rivide nelle sue parole. Brucia quando ti descrivono bene.
Marzo passò, venne aprile. Giulia viveva da Martina. Martina era brava: non tanti consigli, minestrone quando serviva, anche di notte portava un bicchiere dacqua. Gente così rara, Antonella le fu grata, anche se non glielo disse mai.
Michele nacque a gennaio. Sano, forte, capelli scuri e lo sguardo di chi pare seccato da tutto. In ospedale cera Martina, non sua madre.
Quando Giulia le raccontò, Antonella rimase in silenzio. Poi disse:
Dovevo essere diversa.
Sì, rispose Giulia. Forse.
Non ero capace. Davvero, non lo ero.
Lo so, disse Giulia. Non era un perdono. Solo un fatto. Sapeva che sua madre non sapeva. Questo non faceva meno male, ma almeno era spiegabile.
Convivevano adesso. Antonella cedette a Giulia la stanza più grande e vi mise la culla, comprata usata dalla signora Zina Lotti, che fu davvero un tesoro di conoscenza. Zina veniva un giorno sì e uno no a portare casseruole e consigli, la maggior parte non richiesti, ma utili.
Guarda che bel tipo, diceva vedendo Michele, meglio che urli. Quelli silenziosi non sono mai buoni, credimi.
Giulia ascoltava Zina con unespressione da mal di denti ma non la cacciava. Perché Zina, per quanto invadente, sapeva aiutare: si fermava col neonato così che Giulia riposasse, sapeva gestire notti in bianco, e una volta portò anche la nuora pediatra.
Antonella non lavorava più, la pensione bastava appena. A volte la pressione scendeva, le ginocchia facevano male, specie col tempo umido. Febbraio non era per le sue ossa. Ma cercava di non lamentarsi; Giulia già aveva il suo.
Si adattavano. Era un lavoro lento, due che non sono mai riuscite a parlare davvero. La mattina Giulia allattava, Antonella metteva su il caffè. Talvolta Giulia diceva: «Stanotte Michele ha dormito tutto il tempo, sai». O: «Mi pare gli pruda qui, vedi?». I primi strati di un nuovo dialogo. Timidi, superficiali, ma qualcosa.
Ad aprile telefonò Carlo.
Antonella era in cucina, leggeva la Gazzetta. Vide il nome sul telefono, restò un attimo così, a fissarlo. Non aveva mai cancellato quel numero. Perché mai? Non lo sapeva.
Pronto? disse.
Anto, sono io. La voce diversa. Non quella che ricordava: laltra sicura, ora solo unombra. Possiamo vederci?
Si incontrarono in un bar vicino casa. Carlo sembrava invecchiato più di lei, dimagrito, capelli ormai bianchi, gli occhi segnati. Antonella lo guardava e si diceva che non era più arrabbiata. La rabbia era passata, rimaneva solo la stanchezza.
Lui ordinò un tè. Girò a lungo il cucchiaino. Poi disse:
Mi hanno trovato un tumore in aprile. Al pancreas. Mi opero a giugno.
Antonella taceva.
Non cerco compassione, sbrigò lui in fretta. Dovevo dirtelo. Ho passato tanto. Le figlie ormai grandi, la moglie… Be, tu capisci. È una brava donna, ma… Si interruppe. Volevo dirti che allora ho sbagliato. Quando me ne sono andato. È stato meschino, ora lo so.
Ora lo sai, ripeté Antonella.
Sì. Ora so. La guardò. Vendo il mio chiosco. Quello che avevo aperto. Ci tiro fuori un po di soldi. Voglio darli a te.
Antonella posò la tazza.
Perché?
Vi serve una casa più grande. Parlava come se sapesse tutto. Poi ha scoperto: Zina Lotti. Santa donna. So che hai tua figlia con un neonato. Sarete stretti.
Non sono affari tuoi.
Anto…
Carlo, sono affari miei, non tuoi. Non arrabbiata. Solo onesta. Tu lo fai per te. Per sentirti meglio.
Lui non protestò. Forse lo capiva.
Antonella tornò a casa in autobus, guardava fuori. Primavera precoce quellanno, qualche filo derba verde già si vedeva. Pensava che Carlo stava male. Che il pancreas è cosa seria. Che non laveva visto da anni e non le era mancato, ma ora le dispiaceva. Inspiegabilmente, le dispiaceva.
A casa lo disse a Giulia.
Giulia la fissò. Michele sulle sue braccia guardava il soffitto.
E quindi? chiese Giulia.
Mi vuole dare dei soldi.
No, disse Giulia subito.
Giulia…
Mamma, ti ha lasciata perché non potevi avere figli. Lo capisci? Come se fosse colpa tua. E ora vuole darti soldi perché sta male e ha paura. No.
Antonella guardò la figlia.
E se li prendessi?
Allora non ti capisco.
Non capisci tante cose di me, disse Antonella calmissima. E di lui. È una brutta persona? Ha sbagliato? Sì. Ma non è cattivo, Giulia. È solo un debole. E i deboli sono la maggioranza al mondo.
E tu lo perdoni.
Lho già fatto. Solo, non cera loccasione per dirlo.
Giulia la guardò. Sul viso unespressione complicata, rabbia o qualcosaltro, Antonella non lo distinse.
Fai come vuoi, disse infine Giulia. È la tua vita.
Antonella accettò i soldi. Non tanto per la casa, anche se serviva: essere in due stanze, con neonati, era troppo stretto. Ma anche perché Carlo doveva chiudere il suo conto con il passato. Non interferire era giusto.
Per settimane Giulia le parlò poco. Non litigava, non sbatteva la porta. Solo rispondeva breve e non la guardava. Era un comportamento ben noto: lo faceva da adolescente.
Zina Lotti, che arrivò una sera con una pentola di minestrone, osservò loro due e disse:
Siete uguali. Testarde, e zitte quando ci vuole parlare.
Giulia replicò:
Signora Zina, la rispetto, ma sono affari nostri.
Ma Zina non si offese. Posò la pentola e se ne andò. Il giorno dopo era di nuovo lì.
Passò lestate. Michele cresceva. I primi dentini furono tremendi per tutti. Giulia si preparava alla tesi, Antonella accudiva Michele mentre la figlia studiava. Questa nuova routine aveva del buono, anche se nessuna osava dirlo.
A fine ottobre arrivò una lettera di Carlo. Vera, non email. «Lintervento è a novembre. Non so come andrà. Se non ci sentiamo, grazie di allora. Di non avermi condannato. Di aver accettato.» Nientaltro. Niente indirizzo.
Antonella la lesse due volte, poi la mise nel cassetto.
Giulia la vide. Chiese cosera. Antonella rispose: è di Carlo. Giulia annuì, non aggiunse altro.
Poi venne Capodanno.
Il trentuno dicembre erano da sole con Michele. Zina era da sua figlia. Martina da Porta Romana invitò Giulia, ma Giulia declinò. Non avevano programmato di festeggiare: presero i mandarini, Giulia fece linsalata russa, Antonella tirò fuori una crostata dal freezer. Michele dormiva alle sette, puntuale.
Alle dieci sedevano a tavola. La televisione borbottava. Giulia mangiava guardando il piatto. Antonella sorseggiava tè e pensava che sarebbe stato giusto dire qualcosa, ma non sapeva cosa.
Alla fine Giulia alzò lo sguardo.
Gli ho scritto, disse, senza preavviso. Quando è nato Michele, gli ho scritto che avevamo un figlio.
Antonella capì di chi parlava. Posò la tazza.
E?
Non ha mai risposto. Giulia la fissava. Mi ha bloccata ovunque. Come se non esistessi più. Né io, né Michele.
Antonella tacque.
So che è colpa mia, continuò Giulia. Che lui era comunque di unaltra. Ma poteva almeno… non so. Almeno rispondere. Anche solo non scrivermi più. Almeno sapere che aveva letto. Invece niente. Come se io non ci fossi. Come se Michele non ci fosse.
Guardava la finestra. Già fuori lanciavano i primi fuochi, due ore in anticipo.
Mi vergogno tanto, mamma, disse, sotto voce. Mi vergogno di aver scelto uno così. Di avergli dato tutto. Di aver taciuto con te per mesi, perché mi vergognavo. E mi vergogno adesso di dirtelo. Ho sempre cercato di farcela da sola, e ora mi vergogno che da sola non ce la faccio.
Antonella la guardava.
Avrebbe voluto dire qualcosa di saggio. Un discorso da ricordare. Ma quelle parole raramente arrivano al momento giusto; di solito succede dopo. Quindi disse solo la verità, senza giri:
Sciocca. Giulia la guardò. Anche io ho fatto errori. Anche io ho scelto chi non dovevo. Ho sposato un uomo che alla prima difficoltà se ne è andato, e ho creduto per anni che fosse colpa mia. Che non fossi brava abbastanza, donna abbastanza, solo perché non potevo avere figli. Anchio sono rimasta sola. Tacque. Ma lì eri davvero sola. Tu invece adesso ci hai noi. Capisci? Quel piccolo in culla, e io. Non sei sola, Giulia.
Giulia la fissò qualche secondo. Poi qualcosa nel viso cambiò. Non dolcemente, non da film. Solo che apparve la stanchezza accumulata in mesi.
Ce lavevo con te, disse Giulia. Tanto. Perché non ti sei accorta. Perché lavoravi sempre. Perché hai preso i soldi da Carlo. Perché lhai perdonato.
Lo so.
Non capisco come hai potuto.
Lo capisci, disse Antonella. Solo non vuoi ancora accettarlo. È unaltra cosa.
Giulia abbassò la testa. Poi la rialzò.
Mi spiace non averti chiamata. Allora, in ottobre, quando lho saputo. Mi spiace non ci fossi mentre nasceva Michele. Pensavo che facevo bene, che avrei fatto da sola. Invece era solo orgoglio. Sciocco.
Spiace anche a me, disse Antonella. Per essere una madre che fa paura a chiamare. Dovevo essere io a farti sentire sicura. E non lho fatto. Ero fisicamente vicina, ma con la testa sempre al lavoro. Hai ragione. È colpa anche mia.
Tacquero. Alla TV iniziò la pubblicità di Natale.
È proprio bello, disse Antonella. Di Michele.
Sì, ammise Giulia. Per la prima volta quel giorno, il suo viso si distese un po. Davvero bello. Zina Lotti dice che sembra un attore.
Lo dice a tutti i bambini.
Lo so. Ma è bello sentirlo.
Non si abbracciarono. Non piansero. Semplicemente, Giulia si alzò, andò a mettere lacqua per il tè e, passando, sfiorò la spalla della madre. Antonella coprì la sua mano un attimo. Tutto qui. Così.
Allo scoccare dellanno nuovo, stavano insieme davanti alla finestra, a mangiare mandarini. Michele si svegliò per i botti alle undici e mezza, piagnucolò, Giulia lo prese in braccio e si calmò subito. Guardarono i fuochi dartificio in tre. Antonella pensava che un anno prima era sola, aveva solo la pensione, la pressione ballerina e nientaltro allorizzonte. Ora aveva una figlia che finalmente le aveva detto la verità e un nipote che prendeva i fuochi sul serio, come se ne verificasse la qualità.
Forse era davvero linizio di qualcosa. Senza trombe, semplicemente. In silenzio, coi mandarini.
A inizio maggio Giulia discuteva la tesi.
Antonella era lì, Michele restò con Zina Lotti, arrivata apposta in maglione buono. Antonella si mise in fondo allaula. Una stanza piccola, odor di vecchi volumi e polvere. Una decina di studenti, la commissione al banco lungo. Giulia si presentò in un abito blu scuro che avevano scelto insieme una settimana prima. Giulia sistemò i capelli, aprì la cartella.
Cominciò a parlare e Antonella capì due cose. Uno: Giulia era preparatissima. Esponeva sicura, senza leggere, rispondeva pronta. Due: era sfinita da quellanno, eppure era lì, eretta a combattere.
Antonella la guardava e pensava alla ragazzina magra e diffidente col «Conte di Montecristo». Pensava che allora non sapeva cosa prendeva. Non sapeva se sarebbe stato giusto, facile o bello. Era andata, e basta. E ora questa ragazza stava difendendo la tesi con un bimbo piccolo a casa.
Annunciarono la votazione. Giulia si voltò verso di lei in sala. Solo la guardò. E Antonella sentì che qualcosa le si chiudeva in gola: avrebbe pianto. Non piangeva da forse quindici anni. Alladdio a sua madre, poi mai più. Ma adesso sì. Prese il fazzoletto e decise che era giusto così. Può succedere.
Dopo festeggiarono al bar delluniversità. Giulia raccontava domande e risposte. Antonella ascoltava, pensando che non avevano mai parlato così, davvero.
Il giorno dopo arrivò una lettera da Carlo. Ancora carta, ancora senza mittente. Poche righe: «Operazione andata bene. Dicono che il futuro è buono. Grazie». E basta.
Giulia la lesse in silenzio. A lungo.
Secondo te è perché lo hai perdonato? chiese infine.
Cosa?
Che la sua operazione è andata bene. Credi che centri?
Antonella rifletté, richiuse la lettera.
Non lo so, disse onesta. Forse è solo fortuna. I medici sono bravi. Oppure… non lo so, Giulia. Non so come vadano certe cose.
Giulia fissava fuori.
Oggi Michele mi ha sorriso per davvero, disse. Per la prima volta. Lho guardato, lui mi ha guardata e ha sorriso. Senza dolori, davvero.
Antonella sentì di nuovo qualcosa in gola. Di nuovo gli occhi lucidi.
Lo fa per te, disse. Sa che ti sei tranquillizzata.
Giulia la guardò. Poi Michele, sdraiato sul divano, fisso nel suo angolo preferito del soffitto. Poi di nuovo la madre.
Pensi davvero? chiese.
Sì, rispose Antonella.
Fuori era primavera. Quella vera, con le finestre che lasciano entrare lodore dellerba e della terra persino in città. Michele sonnecchiava. Giulia si alzò, lo prese in braccio, e lui la fissò con quella serietà da chi sa che può fidarsi.




