Questi non sono i miei figli! Vuoi aiutare tua sorella, fallo pure, ma non a mie spese: ha distrutto…

Non sono figli miei, se vuoi aiutare tua sorella fallo, ma non sulle mie spalle. Ha rovinato la sua famiglia e ora ci scarica i figli mentre pensa a rifarsi la vita.

Che casa accogliente vi è venuta fuori, fratellone. Ti invidio proprio.

Giada fece scorrere le dita sul tovagliolo di lino, osservando la cucina con sguardo critico. Serena posò linsalatiera sul tavolo e si sedette davanti al marito. Stefano sorrise alla sorella, mentre Serena stringeva il tovagliolo fra le mani.

Abbiamo fatto il possibile. Ci abbiamo messo sei mesi per trovare una soluzione decente.

Per quella casa avevano venduto lappartamento e si erano trasferiti a Parma, vicino alla famiglia di Stefano. Un fazzoletto di terra, lorto, il silenzio: Serena sognava tutto questo da anni. Due mesi fa aveva finalmente realizzato il suo sogno.

Io invece la famiglia non sono riuscita a tenerla assieme, sospirò Giada abbassando lo sguardo sul piatto. Sono già passati tre mesi e mi sembra ancora dessere dentro una nebbia. Di notte mi sveglio e non cè nessuno accanto. I bambini chiedono dovè il papà. Non so nemmeno cosa rispondere.

Margherita, la mamma, seduta a capotavola, le accarezzò la mano.

Coraggio, figlia mia. Vedrai che andrà meglio. Limportante è che i bambini stiano bene. E lui, quel traditore, si pentirà di avervi lasciati.

Lorenzo, il mio nipotino di quattro anni, in quel momento scese dalla sedia e corse in salotto. Dopo pochi istanti si sentì un tonfo: qualcosa era caduto dalla libreria.

Lorenzo, attento! chiamò Giada senza muoversi.

Beatrice, che aveva da poco compiuto tre anni, si mise a piagnucolare fra le braccia della madre. Giada la fece dondolare sulle ginocchia, continuando a parlare:

Meno male che adesso siete qui vicino. Dopo loperazione mamma non si regge nemmeno in piedi, e io non so più dove sbattere la testa.

Guarda, io sono arrivata a malapena con il taxi commentò Margherita, massaggiandosi il ginocchio. Quarto piano senza ascensore, la pressione che va a mille… Sono arrivata su e pensavo di svenire. E chi tiene dietro ai nipoti?

Serena si alzò a controllare larrosto. Sul davanzale erano allineate delle piantine di pomodoro: giovani germogli verdi in bicchieri di torba. Tra un mese sarebbero pronte da mettere nellorto. I primi pomodori della sua vita.

Speriamo non ti dia fastidio se a volte ti lascio i bambini la voce di Giada la raggiunse dalla cucina. Solo quando proprio non ce la faccio, lo giuro. Mi tocca cercare lavoro, andare dai medici, parlare con lavvocato per il divorzio. Dove li metto nel frattempo?

Serena si voltò. Giada guardava il fratello con quellaria da bambina sperduta, che Serena ormai conosceva bene. Ventisette anni e sapeva benissimo come commuovere tutti.

Stefano annuì, tenendo gli occhi su Giada.

Ma certo, Giada. Ti aiutiamo, che domande. Sei daccordo, Serena?

Tutti mi guardarono. Tre coppie docchi, in attesa.

Sì, certo risposi. Quando serve.

Giada si illuminò.

Siete la mia salvezza, davvero. Solo per poche ore ogni tanto, promesso.

Gli ospiti se ne andarono verso le undici. Stefano chiamò un taxi per la madre, laccompagnò giù per le scale lei si lamentava ad ogni gradino, aggrappata alla ringhiera. Giada infilò i figli addormentati nella sua vecchia Fiat Panda e se ne andò, gridando dal finestrino: Grazie per la serata, siete fantastici!

Serena rimise a posto, impilando i piatti nel lavandino. Stefano la abbracciò alle spalle e le baciò i capelli.

Hai visto che serata piacevole? La mamma contenta, Giada con il sorriso. Abbiamo fatto bene a trasferirci qui.

Mh.

Sei stanca?

Un po.

Serena però non disse cosa le pesava davvero. Ogni tanto, quando proprio non ce la faccio le rimbombava nella mente. Aveva imparato bene che quelle parole diventano presto quasi tutti i giorni, tanto è comodo.

Una settimana dopo Giada chiamò una mattina.

Serena, mi fai un grosso favore? Devo andare dalla dottoressa, situazione urgente. A mamma non posso lasciare i bambini. Solo tre orette, per pranzo li riprendo.

Serena guardò il portatile, le tabelle del bilancio trimestrale da consegnare entro venerdì.

Giada, qui ho il report che mi brucia sotto

Ma figurati, i bambini sono buoni, guardano la TV e nemmeno li senti! Ti prego, Serena, mi serve davvero.

Dopo mezzora i bambini erano lì. Pranzo venne e andò, di Giada nessuna traccia, poi improvvisamente era sera.

Alle sei tornò Stefano. Gettò unocchiata al salotto e vide i bambini davanti alla TV.

Ancora qua i figli di Giada?

Sì. Doveva riprenderli per pranzo, poi ha mandato un messaggio, ha detto che si tratteneva.

Ma sì, fece lui, prendendo una birra dal frigo. Sono di famiglia, dai. Lascia fare.

Serena tacque. Lorenzo aveva rovesciato succo sul tappeto e Beatrice era rimasta senza pannolini nello zainetto ce nera solo uno.

Giada arrivò verso le nove di sera, fresca e allegra, profumata di caffè.

Scusate, sono rimasta incasinata. Grazie infinite, mi avete salvata!

Serena restò a finire il report fino alle tre la testa annebbiata, le orecchie piene di voci di bambini.

Quattro giorni dopo di nuovo. Colloquio di lavoro, importantissimo. Giada lasciò i piccoli alle nove, promettendo di tornarli a prendere per le tre. Quella volta Stefano era a casa, dormiva dopo il turno di notte. Si svegliò per pranzo.

Ancora qui, eh?

E già.

Va beh, si fece un tè e si mise a vedere la partita Tranquilla, ci penso io.

Ci penso io voleva dire guardare la serie in salotto, mentre Serena correva tra computer e bambini. Lorenzo gli si avvicinò due volte zio, giochiamo ma lui lo allontanò: Più tardi, sto guardando la partita.

Giada recuperò i figli alle otto di sera.

Alla fine della terza settimana, la cosa divenne una regola fissa. Tre volte a settimana, a volte pure quattro. Dottori, avvocati, colloqui, amiche. Solo un paio dorette diventava sistematicamente sera.

Una sera, quando i bambini erano finalmente andati via, Serena si sedette davanti a Stefano.

Stefano, così non si può andare avanti.

In che senso?

Tre volte a settimana. Non riesco più a lavorare.

Lui si fece scuro.

Serena, ora Giada sta male. Il marito se nè andato, è sola con due figli. Siamo una famiglia.

Capisco. Ma promette di venire per pranzo e poi arriva alle dieci di sera. Questa non è una mano tesa, è

È cosa?

Serena avrebbe voluto dire una sfacciataggine. Invece tacque.

Anche mamma ha detto che Giada ha bisogno di tempo continuò Stefano. È giovane, le è crollata la vita. Sono un fratello, devo aiutarla.

E io?

Tu sei mia moglie, come se la risposta fosse ovvia. Siamo una squadra.

Serena si voltò verso la finestra. Allesterno la sera avanzava, le piantine di pomodoro si allungavano sul davanzale, in attesa di trovare posto nellorto. Lei aveva programmato di piantarle sabato.

Inutile insistere.

Quella sera Stefano tornò dal lavoro e subito:

Ha chiamato Giada. Chiede di tenerle i bambini domani, ha un paio di colloqui e la macchina da portare dal meccanico.

Serena chiuse il portatile e guardò il marito.

Stefano, già ne abbiamo parlato. Non posso passare tutti i sabati così.

Dai, non fare quella fredda, poggiò la giacca sulla sedia, si avviò al frigo. È mia sorella! Che ti costa? Tanto sei a casa.

Lavoro da casa. È diverso da stare a casa senza fare niente.

Ma lavora mentre i bambini guardano i cartoni. Cosa sarà mai.

Serena avrebbe protestato, ma vide la sua faccia stanca e nervosa e lasciò cadere la questione. Era sabato, aveva programmato di mettere finalmente le piantine nellorto.

Va bene disse. Portali pure.

La mattina dopo Giada arrivò verso le undici, tutta in tiro: vestito nuovo, capelli in piega, trucco come per unuscita importante.

Grazie, siete i miei angeli! spinse Lorenzo e Beatrice nellingresso. Rientro per le cinque, massimo sei.

E lo zainetto?

Ah, è in macchina! Arrivo subito.

Tornò dopo un attimo, porse a Serena uno zainetto mezzo vuoto.

Ci sono pannolini, un cambio. Vado che sono in ritardo!

Richiuse la porta e Serena rimase sola con i due bambini. Stefano era in garage a trafficare con la macchina, aveva promesso di aiutare un vicino.

Alluna Lorenzo si stufò dei cartoni e iniziò a correre per casa. Beatrice piangeva per la fame, per la sete, per la stanchezza. Serena correva avanti e indietro tra i fornelli e i bambini.

Alle due Stefano buttò un occhio in casa.

Va tutto bene?

Riusciresti a guardarli tu? Vorrei finalmente mettere le piantine prima che sia troppo tardi.

Sì, solo il tempo di lavarmi le mani.

Serena uscì, prese il vassoio con le piantine, preparò gli attrezzi. Si inginocchiò nellorto, iniziando a scavare le buche. Dopo dieci minuti, un tonfo e grida dal salotto.

Serena gettò la paletta e corse in casa.

In salotto Stefano era sul divano col telefono. Lorenzo era in piedi in mezzo al tappeto: accanto a lui un vaso rotto, terra sparsa, piantine schiacciate. Proprio quelle che Serena stava per mettere a dimora, curate per due mesi.

Cosè successo?

È salito sul davanzale mormorò Stefano senza staccare gli occhi dallo schermo. Non ho fatto in tempo.

Serena guardò la terra sul pavimento, le piantine rotte, la sua speranza di una nuova vita ridotta in polvere.

Zia Serena sei arrabbiata? chiese Lorenzo con voce spaventata.

No, rispose inginocchiandosi, raccogliendo i cocci. Vai dallo zio Stefano.

Solo allora Stefano alzò gli occhi.

Ma dai, sono solo piantine. Le rifarai.

Serena rimase in silenzio, con un nodo in gola. Non erano solo piantine. Era il suo piccolo progetto, la sua speranza, di nuovo sacrificata per gli altri.

Alle cinque Giada non si fece vedere. Alle sei arrivò un messaggio: Un po di ritardo. Alle sette, silenzio. Serena provò a richiamare: telefono spento.

Verso le otto sentì rumore fuori dal cancello. Serena sbirciò: un SUV nero, lucido, si fermava davanti. Altro che meccanico.

La portiera si aprì e Giada scese, con le guance in fiamme e i tacchi alti, un uomo di quarantanni al volante con giubbotto di pelle.

Grazie mille, Andrea! lo salutò. Ci sentiamo!

La macchina ripartì. Giada si girò verso la veranda e mi vide.

Ciao! Scusa il ritardo, ho incontrato un amico dopo il colloquio e mi ha dato un passaggio.

Serena sentì odore di vino e di liquore. Nessun colloquio, niente meccanico. Giada aveva mollato i figli per andare a divertirsi.

Comè andato il colloquio? chiese Serena con voce neutra.

Eh? Ah, bene. Mi fanno sapere.

E il meccanico?

Giada esitò un secondo.

Mi hanno dato appuntamento per la prossima settimana. Cè una fila interminabile.

Bugia. E nemmeno troppo convinta.

Serena, mercoledì riesci? Un altro colloquio, importante

No.

Quella parola secca, definitiva. Giada sollevò lo sguardo.

Come no?

Significa che non posso, mercoledì.

Ma dai! Sei sempre a casa

Non sto semplicemente a casa. Lavoro da casa. Ho anche io una vita.

Giada impallidì, poi cambiò espressione, quasi piangendo.

Serena, tu capisci come sto. Due figli da sola Pensavo che tu e Stefano mi avreste aiutata, siete gli unici a cui tengo davvero. Invece nemmeno un giorno puoi darmi una mano

Ho già aiutato per tre settimane, Giada. Ma io non sono una baby-sitter.

Ma dai! Sono tuoi nipoti!

No, sono tuoi figli, Giada. Tua responsabilità.

Stefano spuntò sulla soglia. Aveva sentito la parte finale.

Che succede qui?

Giada si voltò subito verso di lui, con tono tremolante.

Fratellone, tua moglie non vuole più darmi una mano. Chiedo solo un giorno e niente!

Si mise la mano al petto, trattenendo le lacrime.

Pensavo che almeno voi foste una vera famiglia. Ma invece

Non finì la frase, agitò la mano e si avviò verso lauto. Sulla soglia si voltò ancora:

Bisogna essere più buoni, Serena. Più umani.

Tirò fuori il telefono, chiamò un taxi. Aspettò seduta senza guardare Serena, poi raccolse i figli addormentati e se ne andò, senza salutare.

Serena rimase lì, sul portico, a chiedersi se davvero non era stata troppo dura. Un po di colpa, o forse solo tristezza.

Stefano guardava la macchina allontanarsi, poi si voltò.

Non potevi chiuderla in modo migliore?

In che senso?

Ti aveva chiesto solo un favore. Dai

E sparì in casa.

Una settimana di silenzio. Poi Stefano tornò dal lavoro.

Ha chiamato Giada. Cè di nuovo un colloquio. Dai, concediglielo solo questa volta. Ultima, promessa. Se si ripete, risolvo io.

Serena lo guardò. Stanco, indeciso. Tra la sorella e la moglie.

Daccordo. Ma è davvero lultima volta.

Il giorno dopo Giada entrò in tutta fretta, baciando i figli con entusiasmo.

Grazie, grazie, di corsa che mi aspettano già!

Richiuse la porta. Serena rimase con Lorenzo e Beatrice.

Per pranzo prese il cellulare quasi senza pensarci: una notifica dai social. Il viso di Giada, foto nuova: lei al tavolo di un bar, tra amici con i calici alzati, una mano maschile sulla spalla. Sotto scritto: Rivedere i compagni di liceo! Finalmente un po di vita vera.

Foto postata venti minuti prima.

Serena guardò lo schermo. Nessun colloquio, niente medici. Giada lasciava i figli per uscire a divertirsi. E forse suo marito che laveva lasciata non era poi così cattivo forse si era semplicemente stancato di tutto questo.

Chiamò Stefano.

Torna a casa e tieni i tuoi nipoti tu.

Eh? la voce di Stefano era confusa. Sono al lavoro.

Allora fai venire tua madre. Io non ci sto più.

Serena, che è successo?

Vai a vedere il profilo social di tua sorella. Poi ne riparliamo.

Pausa. Poi un sospiro.

Va bene, arrivo prima dal lavoro.

Stefano arrivò dopo due ore. Guardò i bambini, poi sua moglie.

Ho visto la foto disse piano.

E cosa ne pensi?

Non lo so Magari sono davvero amici del liceo

Stefano, ogni volta torna contenta e profumata di alcol. Laltra volta laccompagnava un uomo in SUV. Non ti rendi conto?

Sono miei nipoti esplose lui. Che colpa ne hanno?

E io? Serena sentì salire la rabbia. Non sono figli miei, Stefano. Non sono obbligata a far da tata. Se vuoi aiutare tua sorella, fallo. Ma non sulle mie spalle.

È mia sorella!

Tua sorella questa situazione se lè creata. Ora ci scarica i suoi figli e va a spassarsela.

Ma cosa stai dicendo!

Dico la verità. Ogni volta che ci lascia i bambini arriva mezza ubriaca. Non parla più di visite o colloqui, racconta bugie palesi. Io il quadro lho chiaro. E tu?

Stefano tacque. Si passò le mani sul volto.

Ok mormorò infine. Ho capito.

Giada arrivò tardi quella sera. I bambini dormivano già sul divano, avvolti in una coperta. Iniziò a raccontare scuse traffico, telefono scarico ma Stefano la interruppe.

Giada, così non va più.

Che intendi?

Lasciare qui i bambini e sparire un giorno intero. Noi non siamo una baby-sitter.

Giada guardò Serena, e nei suoi occhi passò un lampo di consapevolezza.

Ti ha convinto lei?

No. Ho deciso io.

Giada sospirò, prese in braccio Lorenzo.

Ho capito. Così fan famiglia

Se ne andò senza ringraziare, la porta sbattuta fece tremare i vetri.

Il mattino dopo eravamo in cucina a bere tè, e squillò il telefono. Mamma Margherita. Sentivo solo brandelli, la voce infuriata.

Cosa sarebbe questa storia? Alla sorella non volete dare una mano? Io non posso, lo sai

Mamma, nemmeno noi possiamo. Abbiamo la nostra vita.

Avete comprato casa e perso lanima! Ho capito

Tutto detto con una rabbia che trasudava persino dalla linea. Stefano posò il telefono e mi guardò.

Si è offesa.

Ho notato.

Tacquero. Fuori splendeva il sole, sul davanzale il vaso vuoto delle piantine. Serena ci si fissò: un mese prima erano venuti lì per la tranquillità, la casa, lorto, la vita insieme. Ora avevano solo figli non loro, problemi non loro, e parenti che facevano sentire in debito.

Stefano le prese la mano.

Scusami disse piano. Dovevo fermarla prima.

Serena lo strinse. Non era una vittoria. La suocera offesa, Giada arrabbiata, mesi di tensioni davanti. Ma per la prima volta da settimane non sentiva stanchezza, ma qualcosa che assomigliava al sollievo. Aveva detto no e suo marito laveva ascoltata.

Il resto, sarebbe venuto poi.

Oggi so che bisogna avere coraggio di mettere i propri limiti. Anche se questo significa dispiacere a chi ami. Nessuno, nemmeno la famiglia, ha il diritto di decidere per la tua vita. Bisogna imparare, anche a costo della pace, a dire basta. E proteggere il proprio piccolo pezzo di felicità.

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