Il mio segreto
Stare sdraiato sulla neve dura e gelida, quella neve che il giorno prima si era quasi sciolta, e adesso appena ricominciava a ghiacciare, mi sembrava persino piacevole. Dentro sentivo come un fuoco, il cuore che pulsava forte nelle tempie, un dolore sordo nel petto, il volto in fiamme, la bocca completamente secca.
Raccolsi con la mano una manciata di neve, la portai lentamente, quasi paralizzato, alle labbra, riuscendo a stento a socchiudere i denti; misi la neve fredda e bagnata sulla lingua. Per un attimo la sensazione fu piacevole, se non fosse stato per quel fastidioso sapore di ferro. Dal sangue che mi colava dalle gengive spaccate, ero costretto a tossire e inghiottire. Non avevo la forza nemmeno di girarmi per sputare.
La neve attenuava il dolore, e io gliene ero profondamente grato. Unanestesia gratuita; grazie a Dio! Ma il freddo non spegneva davvero il male, sembrava solo farlo scivolare via, verso lorizzonte dove il sole calava giù, una palla rossa immersa in un crepuscolo insopportabile anche per gli occhi.
Chiusi forte le palpebre: il sole mi rimaneva impresso, un disco grosso e grigio-giallo, indefinito.
Vorrei strisciare via, nascondermi da qualche parte: in una conca, in un fossato, rannicchiarmi tutto, trattenere il respiro e tremare come un cane bastonato, ma non ci riuscivo. Le gambe erano tronchi morti sulla neve, ogni tanto scosse da qualche spasmo
Provai a voltarmi di lato, sostenendomi col braccio destro, ma anche quello era come morto; una lancinante fitta mi attraversò la spalla.
Niente va bene, ci provo in un altro modo! sussurravo tra i denti serrati, quasi ringhiando. Il suono della mia voce roca mi fece impressione.
A sinistra, almeno, tutto sembrava a posto; riuscii piano piano a tirarmi su, o quasi, ma la mano scivolò giù nel mucchio di neve, e il corpo tornò a contatto con linverno.
Morire. Ecco quello che dovrei fare: morire qui e ora. E finirebbe tutto. Cosa mi succederà dopo, ormai non importa più. Ho voluto addentare un boccone che non era alla mia portata. Colpa mia. Ora non posso salvare più nulla.
Al mattino cercheranno il mio corpo, avevano promesso. Ma… forse i lupi arriveranno prima? Anche loro devono mangiare… E allora i miei nemici troveranno solo ossa e riderò di loro.
Calo subito la notte. Una stanchezza tremenda mi vinceva. Mi abbandonavo alloscurità, ci nuotavo come un pesce preso allamo, e paradossalmente era piacevole. Poi tornava il dolore, si accendeva di puntini rossi davanti agli occhi, si spandeva nelle vene, mi contraeva i muscoli, mi faceva digrignare i denti. E questa rabbia morta che nasceva dentro, rabbia impotente, bruciata, vuota, ma ancora più feroce. Come saltare addosso al nemico urlando, senza armi, solo per spaventarlo. E anche il desiderio di vendetta era lì, ma io non potevo colpire una donna, non fisicamente. Vendetta impossibile…
La rabbia faceva girare il mio cervello, graffiando, sbandando, ma lavorando.
E poi, dal ventre, saliva una paura nera. Quella paura antica, primordiale, della morte. Anche questa non mi lasciava “spegnere”.
Dalla macchia alla sinistra arrivò un ululato di lupo. Feci una smorfia: Niente da fare, amici! Non vi mollo le ossa così facilmente! Siamo tutti lupi, chi a due gambe e chi a quattro, ma le mie ossa non vi spettano!
Devo muovermi. Dove? Poco importa. Come? Pure. Anche a strisciare, anche solo un centimetro, ma lasciare questo posto, il luogo della mia nullità.
Mamma Povera mamma. Mi aspetta, si preoccupa, come starà? Non le ho detto dove sono, non saprà mai come finisce questa storia… Anche se forse le diranno qualcosa. Piangerà. Sarà colpa mia. Papà mi maledirà. Ben mi sta…
A questo pensiero mi venne la nausea, e qualche lacrima si fermò sulle guance, gelando prima di cadere sulla giacca sbrindellata…
Mi misi a strisciare. Con l’unica mano buona spingevo avanti il corpo, le gambe sbattevano sulla neve lasciando strisce rosse; ma almeno mi allontanavo, portando via me stesso dal lugubre ululato affamato…
Poi sprofondai nel nulla. Che sollievo, che serenità. Non sentivo più niente, non pensavo a nessuno. Era come rinascere. Anche se fosse inferno, mi andava bene. Volevo restare lì per sempre. Forza, demoni, sono tutto vostro! Ho peccato e ora portatemi, il mio corpo è già rotto, non serve più…
Ma nemmeno allinferno ero il benvenuto. Una luce gialla insostenibile mi colpì in faccia, sentii in bocca acqua fredda e pungente.
Allora? Perché non tossisci? Devi tossire, sciacquarti la gola e buttar fuori tutto! Qualcuno mi dava schiaffi sulle guance, forti, che si ripercuotevano sulle gengive indolenzite.
Uuuuh, gemetti, e, voltandomi, sputai sul bianco, che subito si colorò di rosso.
Sei vivo, allora? Vieni, andiamo a casa. La mia casa è qui vicino. Stenditi sulla pelle dagnello, ti porto io. Non riesci? Ti metto su io Così Forti mani mi rialzarono e mi adagiarono su un caldo giaciglio che sapeva di lana e animali. Ti hanno conciato per le feste! Sentivo rumore… unauto, i fari fuori dalla finestra. Qui da me vengono sempre. Questo campo, per loro, è come un cimitero. Gente stupida continuò il tizio, sistemandomi meglio. Ora ti sistemo, e poi vediamo cosa fare.
Provai a dire qualcosa sui lupi, che i miei nemici sarebbero tornati, poi il tepore mi sorprese e svenni
Ma quanto sei tenero, quanto sei dolce! rideva Francesca, lasciandomi baciare le sue morbide spalle. Che sei, un vitellino, sì? Mi strinse le guance, mi baciò, rimase così, a sentire il mio respiro caldo. Poi si staccò di colpo, prese al volo la vestaglia, la chiuse. Vai via. È ora che tu vada.
Franci mi stesi languidamente tra le lenzuola pulite. Voglio dormire ancora È presto, guarda lorologio! Sempre a cacciarmi
Ormai restavo spesso a dormire da Francesca; mi preparava la cena, poi mi mandava in bagno, mentre lei preparava il letto, sempre pulito, sempre in ordine. Spengeva la luce e mi aspettava. La notte volava. Ero appena tornato dal servizio militare, affamato di carezze, e sotto la doccia mi pareva di entrare in paradiso. Francesca era bella, dolce, mille volte meglio di tutte quelle ragazze che mi avevano corte
La guardavo mentre infilava le calze sulle gambe bianche, mentre dietro il paravento si cambiava: biancheria, vestito.
Tutto si rifletteva nello specchio. Francesca nello specchio era così radiosa, luminosa, quasi irreale, e io la desideravo come non mai.
Ho detto di andare! disse sottovoce. Chiudimi la zip e vattene. Massimo, altrimenti va a finire male! Dai, passa domani, sì? Domani
Ci rubammo ancora un bacio poi lei mi buttò i vestiti e sparì in cucina.
La sentivo trafficare, accendere i fornelli, macinare il caffè. Un aroma bruciato e intenso riempiva laria. Paolo, suo marito, beveva solo caffè forte, con il pepe dentro diceva che era una delizia. Francesca gli sedeva davanti, accovacciata su uno sgabello, sorrideva, annuiva. Sempre attenta, prudente, a non chiamare Paolo con un nome sbagliato…
Stetti ancora un po, poi mi infilai in bagno, facendo rumore tra lacqua, ridendo di gusto. Uscii tranquillo, mi rimisi la camicia, i pantaloni, mi appoggiai allo stipite della cucina. Francesca era di spalle; la luce attraversava la sua vestaglia, disegnando silhouette da sogno.
Francesca aveva quindici anni più di me, ma questo non mi turbava, anzi ne andavo fiero. Lei mi aveva scelto tra tanti giovanotti.
E Francesca… Comprensiva delle mie goffaggini, rideva musicale, baciava così da far girare la testa. Mi ospitava nel suo appartamento elegante, con soffitti alti, lampadari di cristallo, pavimento lucidato, porcellane raffinate. Mi sfamava, io che avevo sempre fame, si divertiva a vedermi divorare patate e polpette dalla padella, mi guardava bere dun sorso il bicchierino… Le piaceva brindare con me, poi rideva, offrendo la sua bianca nuca alle mie labbra ruvide e umide.
Era contraria a che ci conoscessimo, ma io insistetti.
Una volta la notai in metropolitana, mi feci largo nella folla, ubriaco e spavaldo, per raggiungere quella donna affascinante. Cera con me Giulio, ma poi lo persi di vista. Mi lanciai su Francesca, cercando di conoscerla, ma lei timidamente mi scansava.
Alla fine la riaccompagnai a casa. Sotto il portone mi ordinò di andarmene. Finsi, ma mi nascosi nell’androne per vedere in che finestra si sarebbe accesa la luce.
Primo piano. Le finestre di casa sua proprio dalla mia parte. Distinsi addirittura la sua sagoma dietro le tende. Si stava cambiando. Rimasi a fissarla estasiato, finché non arrivò il portinaio a cacciarmi
Tornai lì ogni sera. Una fissazione. Raccontavo a mamma che uscivo a passeggiare, ma stavo sotto casa di Francesca.
Vidi anche il marito. Dalla cucina si affacciava sul cortile. Tra canottiera e pantaloni larghi, magro, spigoloso, curvo, faceva avanti e indietro. Mi chiedevo: Ma perché Francesca ha sposato uno così? Sarà mica amore?
Paolo cenava silenzioso, sfogliando il giornale, poi lei gli serviva il tè con qualche biscotto. Io stavo fuori a guardare. Una volta mi sentì, chiuse bruscamente le tende; due ombre sovrapposte, mi disgustava pensare che la mia Francesca baciasse uno così!
Dopo un po mi stancai del gioco, e una notte entrai nella stanza di Francesca, direttamente dalla finestra della camera da letto. Il marito era via, l’avevo visto con le valigie. Era il momento ideale.
Francesca rimase scioccata, voleva urlare, ma la zittii con la mano e la baciai.
Quanto profumava! I suoi capelli, le labbra, il vestitino leggero, tutto di lei aveva un aroma dolce…
Mia madre, invece, non aveva mai avuto profumi. Odorava sempre di fabbrica, di un tabacco economico. Fumava molto, le sue sigarette puzzavano. Aveva denti gialli, sorrideva senza mostrare bocca, per vergogna. Francesca invece aveva denti bianchi, perfetti. E mia madre non si vestiva mai bene. Ora me ne accorgevo, e mi vergognavo. Avrei voluto comprarle qualcosa di bello, ma mi dispiaceva spendere soldi. Con i soldi compravo i fiori per Francesca. Suo marito non gliene portava mai, lo consideravo uno sfortunato, uno squallido. Sì, la casa era lussuosa, i mobili di legno prezioso, i quadri veri, mica ritagli di riviste come a casa mia. Piatti degni di un re, gioielli da imperatrice, ma mi raccontò che tutto era ereditato dai suoi. Il marito solo si approfittava. Che imbroglione!
Io no. Io volevo solo Francesca. Senza tutto il resto. La cena buona e le lenzuola aiutavano, ma ero certo che anche in fienile sarebbe bastato averla vicino.
Così, Francesca profumava di qualcosa di raffinato. Francese o italiano? Non lo sapevo, annusavo e basta. Sui capelli, sulla pelle, nella fossetta sul collo…
Mi piaceva guardare la mia donna. Sì! Così la chiamavo: la mia donna. Me la ero conquistata, avevo invaso la sua camera, e lei alla fine mi era caduta tra le braccia.
Francesca faceva tutto con grazia mangiare, cambiarsi, fumare. Tutto di lei era armonioso, rotondo, come il suono di quella chitarra, la chitarra delle sue curve. Dea mia, Francesca era la mia dea!
Quella prima notte insieme rimase per sempre. Fu tenerissima, vera. Niente finta, niente ironie, niente vezzi. Si scioglieva tra le mie mani, io mi consumavo di passione. Ecco, sapevo che lei mi amava. Con quellaltro, il marito, solo dovere; con me viveva, si accendeva davvero. Solo con me nelle sue vene batteva sangue vero, caldo, impetuoso.
Sì, purtroppo qualche mattina dovevo scappare.
Svegliati tesoro! Su, alzati, è ora mi baciò il terzo giorno. Lui torna presto, torna da un viaggio. Massimo Mio caro, mio unico amore… mi accarezzava il viso, il corpo giovane che tanto amava. Per ora non venire, resta a casa, lui starà qui una settimana…
E se lo affrontassi? scherzai. Da uomo a uomo. Voglio che tu sia mia sola, Francesca! Voglio essere tuo marito!
Rise scuotendo la testa, i ricci castani che cadevano sulle spalle come fiume di miele. Labbracciai e la baciai.
Mia! Sei solo mia! sussurrai. Non credere che non me la cavo con Paolo! Gli spezzo le ossa!
Non pensare, Massimo. Si liberò abbracciandomi. Voglio che le cose restino come sono. Tu sei il mio segreto e io il tuo. Ci sono cose, Massimo, in cui non devi entrare. Ora vattene, devo sistemare la casa.
Mi offesi. Perché non vuole essere mia moglie?
Ma chiudendo la porta mi baciò ancora. Avevo vinto. Anche se solo la notte, lei era MIA. Avrebbe pensato a me al mattino, cucinando al marito, mi avrebbe confrontato con lui e io avrei vinto. Lei era mia, e lui cornuto…
Dopo che Massimo se ne andò, Francesca pulì freneticamente. Paolo aveva telefonato nel cuore della notte: arrivava prima. Era un tipo accorto, non voleva metterla in imbarazzo. Lei aprì la finestra per togliere ogni odore. Ma lui capì lo stesso.
Sai che puzza, Francesca! gettò la valigia per terra.
Puzza di che? rispose lei finta ingenua, stringendosi la vestaglia.
Qualcosa di schifoso, Francesca. Non è che hai peccato senza di me? la guardò negli occhi slacciandosi le scarpe, poi si raddrizzò. Francesca respirava a fatica per la paura, ma sorrideva.
Dai, sciocchino! Era solo pollo andato a male, lho cotto e aveva un odore strano. Vai a lavarti, che apparecchio e scaldo le polpette. Ti amo Mi mancavi trillava lei con voce troppo allegra.
Paolo la afferrò per i capelli, la attirò a sé, la scrutò e infine la lasciò.
Ti ho portato un regalo. Prova questi! tirò fuori un fagotto dal fazzoletto. Orecchini. Costosi, con pietre rosse e la montatura vecchia, un po anneriti. Ho detto provali! ringhiò Paolo. Lei li guardava nervosa.
E che cè su questi, Paolo? Sono li posò sulla mensola distinto, con una mano si pulì la gonna.
Sciocca! Ti sei sbagliata. Mettiti su e vieni a fare colazione!
Lei tolse i vecchi orecchini della madre, si mise i nuovi, si girò. Paolo annuì soddisfatto. Gli piaceva vestirla come una bambola. Abiti, borse, gioielli, perfino a letto la obbligava a dormire con le catene doro che graffiavano, ma per lui era divertente…
Resto cinque giorni poi parto di nuovo, disse pulendo il piatto col pane. Tutto gira bene. Ma dovè il pollo, Francesca? sussurrò maligno socchiudendo gli occhi.
Quale pollo? Le mani tremarono, rovesciò il caffè sulla tovaglia. Paolo odiava le tovaglie sporche, lo disgustavano. Da piccolo, con la madre alcolizzata, vivevano in una catapecchia, e nessuno si interessava a lui. Raccoglieva quello che trovava per strada, sognando cibo abbondante, una vita pulita e raffinata che facesse piangere di felicità. E Francesca laveva voluta proprio per essere il migliore. Francesca aveva un fidanzato, giovane, fisico. Avevano anche fissato la data del matrimonio. Ma una notte, una tragica rapina… Il ragazzo morì.
Francesca impazzì, voleva uccidersi, ma Paolo era lì con le sue parole mielate. Incantò la madre, aiutò con i soldi, si insediò poco per volta, e quando la famiglia era in ginocchio, salvò il padre da una condanna corrompendo giudici, e a tavola di nozze Francesca sorrideva. Laveva ordinato lui: a un matrimonio si sorride.
Così sorrise anche ora, coprendo la macchia sulla tovaglia con un tovagliolo.
Il pollo che hai cucinato. Nel secchio non cè, precisò Paolo.
Ma dai! Lho buttato nel bidone fuori, non si tiene in casa una cosa così!
Il marito sogghignò. Giusto, la spazzatura va buttata fuori. Il vecchio volpone aveva capito tutto…
Appena Paolo partì, Francesca mi chiamò. Telefonò a lavoro, io trafficavo nei frigoriferi della fabbrica dove producevano il gelato il preferito di Francesca, panna cotta nel bicchierino. Glielo portavo sempre, imboccandola e baciandole le labbra dolci e sbriciolate.
Mi feci dare un permesso, arrivai da lei dopo pranzo. Non vedevo lora. Mi bastava la sua passione, le sue braccia. Era un fuoco, e oggi bruciava davvero.
Da tre giorni non tornavo a casa, né chiamavo i miei. E allora? Sono giovane, che importa!
Che mamma fosse allospedale lo seppi la mattina dopo incontrando mio padre ai cancelli della fabbrica. Era grigio, scheletrico, sembrava unombra.
Papà, che ci fai qui? chiesi scocciato.
Hanno portato via la mamma stanotte. Stomaco, ancora. Andresti a trovarla? mormorò, nervosissimo.
In quale ospedale? chiesi, infastidito di dover pensare a queste cose.
Lui mi diede lindirizzo. Promisi di passare. Papà annuì. Piangeva, lo vedevo, ma io ero indifferente. Mamma finiva sempre in ospedale! Perché esagerare?..
Francesca con riluttanza mi lasciò andare, mi preparò anche qualcosa da portare. La mia cara Francesca, tanto buona
Mamma era in corridoio su una barella dura, non cerano posti letto. Stava male, linfermiera urlava che la portassi via.
Dove la porto? Ha bisogno di cure! protestai. Abbia rispetto! Tocchi ancora mamma e la denuncio!
Mamma mi afferrava la mano, mi supplicava di calmarmi, ma non potevo. Che ospedale era quello? Perché dovevo perdere tempo con queste cose? Ero convinto che mamma fosse abituata agli ospedali.
Assaggiò il brodo che le aveva mandato Francesca, disse che era buono. Restai seduto lì, urtato da medici e infermieri, sempre più nervoso, controllando lorologio. Tra due settimane tornava Paolo! Dovevo lasciare Francesca ancora…
Mamma, riesci a finire da sola? sbottai, lasciando il sacchetto ai piedi del letto.
Hai fretta, caro? Sì, tranquillo, mangio io. Massimo, domani non venire, papà starà con me, sorrise, accarezzando la mia mano.
Annuii e me ne andai. Non seppi mai che il cibo lavrebbero buttato via, che lei sarebbe rimasta lì, abbandonata, al freddo nel corridoio Ma ero assorbito da Francesca.
Tornai nel nostro nido e la trovai in lacrime sul pavimento.
Che hai? mi bloccai sulla soglia. Cosè successo?
Tremava, mi indicava gioielli sparsi sul tappeto.
Paolo mi ha regalato questi orecchini. Li ha portati lultima volta. Li ho voluti pulire, erano anneriti. Ma su di loro ancora tremava Sono sporchi. Sporchi, Massimo! Portali via! Fuori da casa mia, ho paura!
Avvolse i gioielli in uno straccio e me li spinse tra le mani.
Porta via, Massimo, per favore! Ho paura! Cosa succederà ora? sussurrava tra le lacrime e la matita scura colata sulle guance.
Dai, li lavo io. Paolo chiederà dove sono! Cosa ci vedi? Ma guarda
Capivo bene: il marito non si vergognava a portare a casa roba rubata. Già successo in passato, ma stavolta Le macchie nere sembravano ferite sulla pelle dopo una gran botta. Una ferita mortale…
Devo ammetterlo, mi faceva schifo.
Francesca, sarebbe meglio avvisare la polizia? dissi, ma sapevo che lei non avrebbe mai denunciato il marito.
Obbedii, uscii e buttai il fagotto dietro la tipografia vicina a casa sua. Non vidi luomo magro e curvo che ci spiava dai cespugli. Avrei dovuto
Paolo e due uomini grossi arrivarono di notte. Avevamo appena chiuso gli occhi, ubriachi, non sentimmo aprire la porta né i passi sul parquet.
Mi svegliò un pugno. Nella buia totale qualcuno mi massacrava, Francesca strillava, poi il silenzio.
Provai a difendermi, la testa scoppiava, la bocca sapeva di sangue, colpivo a vuoto. Avevo bevuto troppo.
Allimprovviso la luce si accese. Paolo seduto in poltrona mi fissava; Francesca al suo fianco, occhi chiusi.
Scusate il disturbo, disse calmo il marito. Ma devo riprendere ciò che è mio. Francesca, cara, baciami, è tornato il tuo uomo!
Tirò a sé la moglie, le affondò le labbra sulla faccia.
Paolo Devi capire, lui… accennò lei.
Non voglio, Paolo scosse la testa, fece un cenno, nuovi pugni mi raggiunsero. Provai a schivare, incapace di reagire. Tutta la forza lavevo spesa in vino e passione…
Francesca, tesoro, raccoglimi le tue cosine che mi servono tanto.
Paolo mi venne accanto. Lo vedevo male: gli occhi erano gonfi, il respiro pesante, forse avevo le costole rotte.
E tu, scarafaggio, su, prova a strisciare! ordinò.
Paolo Francesca trafficava nella cassettiera. Non fargli del male. Lhai permesso tu non ti sei opposto piagnucolava tra la vestaglia che si apriva.
Ma sai la tentazione rovina tutto. Questo ragazzo proprio non mi va. Sua madre è in ospedale, sta morendo, e lui qui, tra le tue lenzuola, tra LE NOSTRE! mi colpì violentemente al fianco. E la madre bisogna rispettarla. La mia la detestavo, ma lho seppellita con tutti gli onori. Questo invece scappa da lei.
Tu bisbigliai tossendo.
Sì, so tutto. Qui mi conoscono tutti, Massimo. Tutta la città è mia. Che, Francesca, non lhai avvertito con chi si è messo? scosse il capo. Ci sei cascata di nuovo, cara. Ne capita sempre uno più giovane ma a me non vanno giù!
Alzai la testa, guardai Francesca. Nella mente un groviglio: mamma, lospedale, il profumo del brodo, le notti con Francesca, i suoi abbracci, piccole innocenti soddisfazioni, come le chiamava… Poi tutto fu oscurato dagli occhi gelidi di Paolo. Si piegò su di me e ghignò.
Hai fatto male a lasciare tua madre. Non la rivedrai più! sussurrò. Scoppiai in singhiozzi dalla paura. Ero nessuno, e sarei morto…
E cosa dovrei dirgli? Francesca reagì impacchettando velocemente dei gioielli. È venuto lui, io non lho chiamato. Non sono colpevole. Ecco tutto, caro, consegnò la borsa devoluta.
Paolo la aprì, annuì.
Ora mettiti quegli orecchini. Gli ultimi che ti ho portato, ordinò.
Non sono in tono con la vestaglia, Paolo! Dai, la prossima volta! cercò di rabbonirlo, io tremavo.
Ho detto, ora! gridò sparando un colpo verso di me. La pallottola mi sfiorò il piede.
Francesca sembrò cercare gli orecchini, frugando nei cassetti.
«Troverà una scusa! Ci salverà, la mia dolce Francesca!»
Non ci sono… Paolo, li ho messi qui e non ci sono! spalancò le braccia guardando me. Sei stato tu! mi colpì con rabbia alla gamba facendomi cadere. Hai rubato! Come hai potuto? Io che cucinavo brodo per tua madre poveraccia, e tu mi derubi? Paolo, porta via questuomo orribile! E poi mancano anche lorologio doro quello della bisnonna. Massimo… sospirò. Sei un falso, credevo fossi diverso Paolo
In realtà, quellorologio, Francesca lo aveva dato al medico per un aborto. Lei e Massimo avrebbero potuto avere un figlio, ma lei non voleva. Paolo lo avrebbe preteso, ma non poteva avere figli. Lei pagò la sua segretezza con quellorologio. Ma ora scaricava tutto su Massimo
Paolo fece rialzare Massimo, lo sorresse. Quel che segue lo ricordo poco. Rimane solo limmagine di Francesca, bellissima, piena di vita, dietro il marito che mi faceva a pezzi…
Odio i ladri, Massimo, mi disse poi, nella neve. Capisco tutto: amore, gioventù, anche il tradimento posso perdonare. Pensi che non le abbia mai tradite anch’io? Di Francesche ne ho a decine. Ma il furto, quello no. Quello è mio!..
Mi stesi a terra col cuore caldo e scemo, ascoltando lauto che se ne andava e il vento che mi buttava neve in faccia. Rimase solo il battito nelle tempie. E il pensiero che la donna che ho più amato mi aveva tradito Il mio cuore si fece di ghiaccio. Guarì.
Il resto lo sapete già
Rimasi dal cacciatore parecchi giorni. Mi portò da un medico, mi rimisero insieme le ossa (almeno le gambe erano sane, grazie agli scagnozzi di Paolo). Quei due strani mi ricucirono. Io balbettavo ringraziamenti, loro ridevano.
Tranquillo, amico. Tornerai a correre, diceva il cacciatore.
Tornai a camminare fuori dopo quasi tre settimane. Fu abbagliante: i campi, la neve, la luce come acciaio fuso che brucia gli occhi. Lui mi mise gli occhiali da sole.
Ora via, ordinò. E la prossima volta non toccare quello che non ti spetta… O potresti non avere fortuna
Mentre mi infilavo le scarpe, sentii i due discutere su quanti euro Paolo aveva dato per il mio salvataggio. Mollai la scarpa e mi appoggiai al muro.
Che avete detto?
Niente. Paolo è generoso. Un po tirchio però, ma perdona. Sua moglie, invece… Lei rivende sottobanco loro del marito, appena può scappa, e quando lui scopre, sacrifica giovani come te. Sei solo uno dei tanti. Mah, i ricchi sono strani. Prendi solo quanto puoi masticare. Vai, Massimo
Arrivai in città verso sera. Andai subito in ospedale; magari trovavo ancora mamma
Non risulta nessuna con questo nome. Mi dispiace, lo sportello si chiuse bruscamente.
Signorina! Controlli meglio, la prego! bussai, poi tornai verso casa.
Il tramonto era ancora rosso, come in campagna. Avevo paura.
Da noi le luci erano accese. Tirai un sospiro e corsi, zoppicando, su per le scale. Suonai a lungo, finché mi aprì mamma, piccola e magra, spaventata. Mi gettai tra le sue braccia, vidi papà, scoppiai a piangere.
Abbiamo avuto tanta paura per te, figlio, disse mamma, continuando a riempirmi il piatto di patate fritte. Poi ha chiamato Paolo, ha detto che avevi avuto dei problemi, ma che presto saresti tornato, che per ora era meglio non farti vedere in città, altrimenti ti avrebbero arrestato…
Paolo?? la forchetta mi cadde.
Sì. Un tizio del Ministero della Sanità. È venuto a trovarmi in ospedale, mi ha fatto avere una stanza privata. Massimo, grazie che glielhai chiesto! piangeva commossa. Senza di lui non ce lavrei fatta…
Lei continuava a parlare, piangeva, mi carezzava la testa rasata; papà mi fissava duro. Non reggevo il suo sguardo; mi voltai via
Molti anni dopo, io e mia moglie Maria la mia dolce Mariuccia giravamo per il mercato dietro un abete vero, profumato di resina, per Natale. Mariuccia ama sentire i suoi aghi freschi sotto i piedi, i rami pungenti.
Cerano molte bancarelle. Non trovavamo quello che cercavamo.
Proviamo qui, suggerì Maria indicando uno stand di fortuna. Le luci fioche illuminavano tronchi e rami scartati.
Annuii. Entrammo, Maria toccava i rami, quando una voce roca dallo scuro disse:
Se compri tocchi, altrimenti via le mani!
La donna venne verso la luce. Indossava un giaccone, stivali pesanti, il fazzoletto in testa. Il volto, senza un filo di trucco, era duro, gli occhi colmi di amara rabbia.
La riconobbi: era Francesca. La mia prima, travolgente passione. Quella donna che mi aveva lasciato i segni sul corpo. Maria, spesso mi domandava da dove venissero le cicatrici, inventavo ogni volta bugie. Perché Maria era la verità: buona, leale, il mio sostegno. Lei era carne della mia carne, donata da Dio. Non voglio mai che soffra.
Francesca mi guardò, sputò. Aveva capito
Paolo ormai la costringeva a stare lì al freddo a vendere alberi, mentre lui beveva bollicine al ristorante. Non la picchiava più, non urlava. Semplicemente, aveva vinto ancora lui. E lei aveva perso tutto. Lennesimo ragazzino non laveva salvata. Ormai non li trovava più, era finita anche la sua bellezza
Andiamo, Maria, presi delicatamente la mano di mia moglie. Questi alberi non vanno bene. Ti porto nei boschi, scegliamo quello che vuoi.
Mariuccia mi sorrise felice. Mi fidava, mi amava davvero, e io quasi non riuscivo a credere di meritare tanta fortuna…
E mi chiedo: dovrei forse ringraziare Paolo per questa vita felice? Ringraziare lui che non ha ordinato di farmi fuori? Il magro e curvo Paolo ha vinto; mi ha reso per sempre suo debitore. E forse mi sta bene così
Morale: bisogna imparare, anche nel dolore, a riconoscere il valore di ciò che si ha, e a non desiderare mai ciò che non ci spetta. Solo così la propria casa non gelerà mai.






