Ho messo mio marito di fronte a una scelta difficile.

Ho messo mio marito davanti ad una scelta difficile.

Papà, perché dobbiamo andare dalla nonna Lucia? A me non va, lì mi annoio.

Dal retrovisore guardavo mia figlia Martina. Era seduta dietro, tutta impegnata con il suo tablet fucsia, senza nemmeno alzare lo sguardo mentre chiedeva. Sei anni, e già sapeva parlare con quel tono come se ci facesse un favore ad esserci.

Perché oggi è il compleanno di tuo cugino Giulio, le ho risposto con calma. Te lo ricordi, vero?

Sì. Mi sta antipatico.

Martina! stavo per voltarmi, ma Andrea mi ha appoggiato la mano sulla spalla.

Ti prego, lasciamo stare oggi.

Ho guardato mio marito. Era al volante, rigido, come se stesse andando a un interrogatorio invece che a una festa di bambini in famiglia. Aveva il completo blu scuro e la camicia bianca che avevo stirato io di prima mattina. Avevo passato mezz’ora a stirarla perché sapevo che la suocera avrebbe notato ogni minimo difetto; e magari avrebbe fatto finta di niente, ma con quello sguardo che dice tutto.

Non sto iniziando nulla, Andrea. Sto solo spiegando a Martina perché andiamo lì.

Glielo dici con quella voce che capisce subito: stiamo andando da chi non ci vuole.

Ma ci vogliono davvero lì?

Lui è rimasto zitto. Il semaforo è diventato giallo, Andrea ha rallentato. In quel silenzio, nella macchina ferma, si sentivano solo i bip della monetina virtuale della partita sul tablet di Martina.

Ascolta, facciamo un patto, ha detto senza guardarmi. Arriviamo, facciamo gli auguri a Giulio, stiamo due, massimo tre ore e poi ce ne andiamo. Niente discussioni, niente lagnanze sul passato. Solo una festa in famiglia. Ci stai?

Avrei voluto dire che non lo sapevo, se ci stavo. Che ogni volta ci promettiamo questo, e sempre finisce che io stia in cucina con Lucia, ad ascoltare la solita lezione su come si educano i figli, o su come io lavori troppo e trascuri la famiglia. O ancora, che mia madre (pace allanima sua) non mi ha insegnato a cucinare come cucina lei.

Ma sono rimasto zitto. Ho annuito e ho girato lo sguardo fuori dal finestrino. Mentre scorrevano i viali di maggio sotto il sole, ho visto donne con vestiti leggeri, uomini con le camicie a maniche corte, bambini col gelato. Un sabato qualsiasi, dove avrei voluto stare al parco o leggere sul balcone, invece di attraversare tutta Milano per andare da chi non ci accetta.

Papà, ma a Giulio regaleranno tanti regali? Martina finalmente ha distolto lo sguardo dal tablet.

Immagino di sì. È il suo compleanno.

E a me regaleranno qualcosa?

Mi sono voltato indietro. Gli occhi marroni di Martina mi fissavano pieni di attesa. Ormai era abituata a ricevere qualcosa ogni volta. Colpa mia, ora lo so. Ogni Natale, ogni visita da amici, ogni festa era sempre un regalo o almeno qualche dolcetto.

Martina, oggi è il giorno di Giulio. A lui faranno i regali.

Ma io li voglio lo stesso!

Li avrai al tuo compleanno. Oggi invece siamo noi che regaliamo a Giulio. Ti ricordi che ieri abbiamo comprato il Lego per lui?

Sì. Ma lo voglio anchio!

A casa hai una stanza piena di giochi, Andrea ha perso la pazienza. Puoi pure aspettare un giorno!

Martina si è incupita e si è rimessa al suo tablet. Ho guardato Andrea: stringeva il volante così forte che le nocche erano bianche. Sapevo cosa pensava: che sua madre avrebbe certamente criticato Martina se si fosse messa a piangere. Che avrebbe parlato con sua sorella Paola. E tutte e due avrebbero discusso di me e del mio modo di crescere nostra figlia per settimane.

Il resto del viaggio è scivolato in silenzio, interrotto solo dai suoni digitali e dal traffico di Milano. Guardavo le case, gli alberi, le nuvole, pensando che tre anni prima avevo promesso a me stesso di non mettere più piede in quella casa, dopo quella litigata quando Lucia mi disse chiaro e tondo che non ero capace di essere né moglie né madre.

In quelloccasione avevo sbattuto la porta e me ne sono andato. Andrea mi raggiunse fuori, cercava di convincermi a tornare e a scusarmi. Io non sono rientrato. Tornammo a casa in taxi, lui in silenzio, io con la testa piena di dubbi e la tentazione di fare le valigie e andare a stare da mia sorella a Cremona.

Non sono andato via. Perché amo mio marito, perché abbiamo Martina, perché non mi sono mai arreso.

Dopo quel litigio siamo rimasti un anno senza vedere la sua famiglia. Poi Andrea ha insistito per andare a Natale. Ho detto no. Poi a Pasqua. Ho rifiutato ancora. Solo quando Lucia è finita in ospedale per il cuore, ho ceduto. Siamo andati a trovarla con la bambina, le abbiamo portato frutta e fiori. Era dimagrita, invecchiata, e per la prima volta ho provato pena.

Ci ringraziò per la visita, accarezzò Martina sulla testa e disse solo che le mancava la nipotina. Nessun accenno a scuse o vecchie questioni.

Pensai allora che magari si poteva andare avanti così, facendo finta che nulla fosse successo. Forse essere adulti vuole dire anche ingoiare le offese e sorridere.

Ma quando ieri sera Andrea mi ha detto che oggi saremmo dovuti andare al compleanno di Giulio, ho capito che non avevo dimenticato nulla. Il rancore era ancora lì, come una spina.

Siamo arrivati, ha detto Andrea e sono tornato al presente.

Davanti a noi, il solito anonimo palazzone di periferia. Qui Andrea era cresciuto, qui sua madre ha vissuto quarantanni. Qui io mi sono sempre sentito unestranea.

Martina, spegni il tablet. Andiamo, ho detto cercando di sembrare tranquillo.

Siamo usciti dallauto. Andrea ha preso dal bagagliaio il regalo: una grande scatola colorata con il Lego. Ci avevamo passato unora ieri a sceglierlo; io volevo qualcosa di semplice, lui insisteva per qualcosa di adeguato.

Cosa vuol dire adeguato? gli ho chiesto tra gli scaffali del negozio di giocattoli.

Che non sembriamo tirchi.

Andrea, è un regalo per un bambino, non una gara di status!

Lo so, ma mamma se ne accorge. E pure Paola.

Mi sono arreso. Abbiamo speso 85 euro su quel Lego, anche se secondo me era troppo. Ma in quella famiglia tutto si nota: quanto pesi il regalo, che marca hai la borsa, dove fai la spesa.

Siamo saliti fino al quarto piano a piedi: lascensore, come sempre, rotto. Martina si lamentava della fatica e io gliela tenevo per mano, quasi trascinandola. Davanti alla porta, Andrea si è girato verso di me.

Sei pronta?

Avrei voluto dire: no. Vorrei fuggire, smettere di fingere che vada tutto bene. Ma ho sorriso e ho annuito.

Ha suonato. Da dentro, voci e musica: la festa era già iniziata. Siamo arrivati apposta in ritardo.

Paola, la sorella di Andrea, aprì la porta. Due anni più giovane di lui ma sembrava più grande: taglio corto, capelli tinti di rame scuro e lineamenti severi.

Oh, finalmente! ci fece strada. Venite, abbiamo già iniziato senza di voi.

Ciao Paola, Andrea le diede un bacio su una guancia. Scusa, il traffico.

Sì, il traffico, e mi lanciò uno sguardo freddo. Ciao Chiara.

Ciao.

Ci siamo baciati come si fa per formalità e ho percepito la freddezza nella pelle. O forse era la mia.

Guarda chi cè! Martina, sei cresciuta! Quasi non ti riconoscevo.

Martina sprofondò nella mia gonna senza dire una parola. Non ricordava la zia Paola, erano passati tre anni.

Su, salutala, lho incoraggiata.

Buongiorno, ha sussurrato e si è subito nascosta dietro di me.

Che timida! Paola si è rialzata. Va bene, venite. Mamma è in cucina, Giulio è di là con gli altri. Sta per arrivare la torta.

Entrando in casa mi ha colpito il solito misto dodore tra lavanda e dolci. Lucia teneva sempre dei sacchetti profumati negli armadi e la crostata la faceva ogni sabato. Quel giorno, sentivo che era di mele.

In ingresso, scarpe di ogni tipo: scarpe da ginnastica, tacchi da donna, mocassini duomo. Gli ospiti erano già quasi tutti arrivati. Ho cambiato le scarpe e aiutato Martina a togliersi i sandali mentre Paola ci osservava.

Andrea, vai in salotto che Giulio ti aspetta, disse Paola. Noi ragazze invece in cucina, cè la mamma.

Ragazze. Ho fatto una smorfia. Quarantadue anni, diciannove di matrimonio, un figlio, responsabile amministrativo di una ditta edile, mutuo e tasse da pagare e lei mi chiama ragazza.

Andrea mi guardava in cerca di una rassicurazione, io ho annuito. Lui è andato a consegnare il regalo a Giulio. Io e Martina in cucina.

Era luminosa, grande, con la finestra sul cortile. Sul davanzale, vasi di gerani, sulle pareti asciugamani ricamati, una tovaglia di pizzo. Tutto uguale a vent’anni fa, la prima volta che andai lì da fidanzato.

Seduta al tavolo, Lucia parlava con una donna che non conoscevo. Quando entrammo, la suocera si voltò e il sorriso si fece più tirato.

Chiara! Che bello che siete venuti! si è alzata: lho vista più invecchiata. Capelli quasi tutti bianchi, rughe profonde, la schiena più curva.

Ma lo sguardo lo stesso: acuto, giudicante.

Buongiorno, Lucia, mi sono avvicinato per un abbraccio formale.

Ciao, cara. E questa chi è? La mia nipotina? Che bella! Proprio come la nonna!

Martina si è nascosta dietro di me e le ho passato una mano nei capelli.

Saluta la nonna, Martina.

Non voglio.

Momento di imbarazzo. Lucia si risollevò lentamente, e ho visto nei suoi occhi un lampo: delusione, forse anche giudizio.

I bambini sono così, sospirò. Timidi. È normale.

Ma il tono diceva che non era affatto normale, che i bambini educati salutano i nonni, che la colpa era mia.

È solo stanca per il viaggio, ho detto controvoglia.

Certo, certo. Ora vi preparo un tè. O preferisci un buon caffè? Ne ho uno ottimo, arrivato da Napoli.

Tè, grazie.

Mi sono seduto, ho fatto sedere Martina vicino a me. La donna sconosciuta mi sorrise.

Sono Marina, amica di Lucia. Piacere.

Chiara, piacere.

Lucia si muoveva con cura per la stanza, tirava fuori tazze e acqua calda. Guardando la sua schiena, pensavo di cosa avessero parlato prima. Dei figli? Del tempo? O di me?

Come va il lavoro, Chiara? chiese senza voltarsi.

Sempre lo stesso.

Lavori ancora là?

Sì, sempre lì.

E chi va a prendere Martina dal nido se finisci tardi?

Ecco che ci siamo. Ho preso fiato.

Io. Ho orari flessibili.

Meno male. Pensavo aveste preso una tata. Molti ora lo fanno.

No, ci pensiamo noi.

Lucia mi porse la tazza, si sedette di fronte e mi fissò a lungo.

Sei dimagrita.

Macché, sto uguale.

No, sei più magra. Bisogna mangiare di più. Agli uomini piace una donna con le curve.

Ho serrato le labbra. Un grande classico. Sempre commenti su peso, sul mio aspetto, sui vestiti. Detto col sorriso, con affetto, ma con un messaggio implicito ben chiaro.

Sto bene così, grazie.

Va bene. Dico solo perché mi preoccupo. Lo sai, vi voglio bene come figli. Andrea mi ha chiamata ieri, era tutto contento che venivate. Ho pensato: finalmente! Pensavo vi foste dimenticati la strada di casa nostra.

Siamo stati impegnati, ho detto freddo. Martina ha la scuola, io e Andrea lavoriamo molto.

Capisco, capisco. Ma la famiglia è la cosa più importante, Chiara. Non bisogna dimenticarlo.

Non ho replicato. Sorseggiavo il tè bollente. Martina si muoveva irrequieta. Mi sussurrò:

Posso andare a vedere cosa fanno nellaltra stanza?

Vai, ma fai piano.

Martina è corsa via, Lucia la seguì con lo sguardo.

Ha energia. Proprio come Andrea da piccolo.

Sì, molto vivace.

E allasilo si comporta bene?

Di solito sì.

Di solito? Quindi, ogni tanto disobbedisce?

Ho posato la tazza.

Ogni tanto. È una bambina.

Eh, i bambini sono diversi. Giulio invece è bravissimo: Paola lo ha cresciuto bene. Va bene a scuola, aiuta in casa. Uno splendore.

Marina annuiva convinta.

Lho visto, educatissimo. Saluta tutti, ringrazia, davvero un bambino modello.

Sentivo la rabbia montare. Non lo dicevano apertamente, ma sottintendevano che Giulio era bravo, Martina no. E la colpa era mia.

Dal salotto arrivavano risate di bambini, la voce di Andrea che raccontava qualcosa. Immaginavo lui, col sorriso, a fare bella figura, a fingere che fossimo una grande bella famiglia.

Lucia, posso andare a salutare Giulio? ho chiesto alzandomi.

Certo, vai pure. Tra poco tagliamo la torta.

Sono uscito dalla cucina sentendo i loro sguardi addosso. In corridoio, quiete: solo le voci del salotto. Mi sono appoggiato al muro e ho chiuso gli occhi. Dieci minuti là e già volevo fuggire.

Il cellulare vibrò. Era Andrea. Come va?

Ho digitato: Tutto ok, e inviato. Una bugia. Che altro potevo scrivere? Che tua madre mi ha già infilzato tre volte con battutine? Che mi sembra di essere sempre allesame e di essere già bocciato?

Dal salotto uscì un uomo sulla cinquantina che non conoscevo. Mi salutò con un cenno e andò in bagno. Io rimasi lì a pensare a quanto ancora avrei dovuto resistere. Due ore? Tre?

Zia Chiara?

Mi sono girato. Sullo stipite del soggiorno, Giulio, in camicia e pantaloni eleganti. Il festeggiato. Lavevo visto solo in foto mandate da Paola, lultima volta dal vivo era ancora piccolo.

Ciao Giulio. Auguri!

Grazie, sorrise. Zio Andrea ha detto che avete portato un regalo.

Certo. Lui ce lha in salotto.

È un Lego, vero?

Sorpresa, ho sorriso. Vedrai presto.

Lui annuì e tornò dagli altri. Educatissimo. Proprio come diceva la nonna.

Ho preso fiato e mi sono avvicinato al gruppo degli ospiti: una dozzina di persone, adulti seduti a divano e poltrone, bambini che giravano attorno tra piatti di dolci e succhi di frutta. Mucchio di pacchetti colorati in un angolo. Ho riconosciuto una cugina di Andrea, il marito, qualche altro parente. Tutti mi osservavano con curiosità.

Andrea era a chiacchierare con un uomo. Appena mi ha vista si è alzato.

Ecco Chiara, mia moglie.

Saluti circostanziati e consuete frasi di benvenuto: Finalmente ci conosciamo! oppure Andrea ci parla sempre di te. Bugie. Mio marito raramente parlava della nostra famiglia qui.

Martina stava in un angolo, già con il muso, sprofondando nel tablet. Mi sono chinato su di lei.

Metti via il tablet, Martina. Non sta bene farlo qui.

Mi annoio.

Dai, per favore.

Qualcuno si voltò verso di noi e sentii le guance scaldarsi.

Metti via il tablet, ho detto.

Martina sbuffò, ma obbedì. Ha infilato il tablet nella mia borsa e si è rannicchiata in un angolo. Mi sono seduto vicino, sentivo i giudizi addosso. Non sa farsi obbedire dalla figlia, immaginavo pensassero.

Paola entrò col vassoio di calici di vino e succhi.

Dai, brindiamo al festeggiato! Giulio, vieni qui amore!

Il bambino si avvicinò e lei lo abbracciò per la foto di rito attorno agli adulti con il calice in aria.

Al nostro Giulio! gridò qualcuno. Che cresca sano, furbo e felice!

Che prenda sempre dieci!

Che renda orgogliosi i genitori!

Si brindò. Bevvi appena un sorso, il vino era aspro e da poco. Andrea mi si mise vicino, evidentemente in tensione.

Ora i regali! annuncia Paola.

Giulio si sedette al centro, cominciò la consegna ufficiale dei pacchi. Ci fu chi regalò colori, chi un robot telecomandato. Giulio ringraziava, scartava, mostrava a tutti: perfetto bambino modello.

A ogni regalo, la pila cresceva. Guardai Martina di sottecchi: occhi fissi ai regali, e dentro cera qualcosa che mi diede fastidio: invidia, bramosia.

Martina, non guardare così, le ho sussurrato.

Perché lui ha così tanti regali?

È il suo compleanno.

E il mio quando viene?

Tra quattro mesi. Ottobre. Lo sai.

Troppo tempo!

Shh. Non ora.

Andrea finalmente portò a Giulio la nostra scatola. La aprì e si illuminò.

Mamma, guarda! Il SuperTecnico 3000! Quello che volevo!

Paola sorrise compiaciuta.

Zio Andrea e zia Chiara sapevano cosa farti felice! Grazie mille!

Giulio corse ad abbracciare Andrea, poi, incerto, anche me.

Grazie, zia Chiara.

Di nulla, Giulio. Divertiti.

Qualche parente commentò che costava caro. Lucia fece cenno d’approvazione.

Avete fatto un bel regalo, disse. Bravi, che non risparmiate per vostro nipote.

Stringevo i pugni. Non risparmiate. Come se fosse unelemosina nostra.

Martina mi tirò la manica.

Mamma, danno anche a me un regalo?

Mi sono chinato.

No, tesoro. Oggi è festa di Giulio.

Ma perché? Lo voglio anchio!

Per favore, stai zitta adesso.

Ma lei non mi ascoltò. Si alzò, si avvicinò a Giulio e chiese ad alta voce nel silenzio generale:

Giulio, mi dai uno dei tuoi regali?

Tutti si bloccarono. Giulio la fissò confuso.

Cosa?

Ne hai tanti. Me ne dai uno?

Mi alzai distinto e la presi per mano.

Martina, basta. Andiamo.

Ma io voglio un regalo! Anchio!

Martina!

Lei si divincolò e si mise a piangere, a gran voce, sdraiandosi a terra e scalciando, urlando:

Voglio il regalo! Anchio! Perché lui sì e io no? Voglio il Lego, il robot! Voglio!

Il volto di Paola si allungò, Lucia incrociò le braccia e nei suoi occhi vidi trionfo. Ecco, dicevo io, sembrava.

Andrea cercò di calmarla.

Martina, dai, vieni con me, ti spiego.

Non mi interessa spiegare! Voglio il regalo!

Pianse così tanto che tutti rimasero immobili. Martina, urlante a terra.

E lì, qualcosa in me si spezzò.

Martina, vieni. Ora ce ne andiamo.

Lho sollevata per mano. Lei si agitava ma lho tenuta.

Chiara, aspetta, Andrea tentò di fermarmi. Non ascoltai.

Stavo andando verso la porta ma Lucia mi bloccò.

Magari, Chiara, non serve essere così drastici. Sedetevi, calmate la bambina.

Lho guardata negli occhi e ho detto quello che tenevo dentro da tre anni.

Sa qual è il problema, Lucia? Se non avesse cresciuto i figli insegnando che i regali servono a far vedere chi vale di più in famiglia, mia figlia non sarebbe così!

Lei impallidì.

Cosa hai detto?

Dico solo quello che penso. Avete sempre dato importanza a quanto si spende, a chi fa cosa. Avete creato voi questa atmosfera! E poi criticate Martina che vuole la stessa attenzione.

Chiara, basta! Andrea mi prese una spalla, lo respinsi.

No, non basta! Sto zitta da tre anni! Ho sopportato le vostre battutine, i vostri sguardi, i vostri giudizi. “Non sei una brava moglie”, “Non sei una vera madre”. Ora basta!

Paola si fece avanti.

Ti rendi conto? Sei venuta qui a fare una scenata!

Sto dicendo la verità!

Che noi siamo responsabili di come cresce tua figlia?

Mia figlia vuole solo attenzione. Quella che avete sempre dato a Giulio e mai a Martina! Perché Giulio è figlio della vostra prediletta, e Martina invece è figlia di una nuora che non vi è mai piaciuta!

Lucia agitò le mani.

Ma cosa stai dicendo! Le voglio bene, a Martina!

Lavete vista tre volte in tre anni. E nemmeno al suo compleanno, lanno scorso, siete venuti. Mentre per Giulio siete sempre presenti!

Non siamo venuti perché non volevi vederci!

Non volevo vedere nessuno che mi facesse stare male per una settimana a ogni battuta!

Tutti erano zitti. Alcuni se nerano andati in cucina, altri fissavano il pavimento. Martina aveva smesso di piangere, tremava tenendosi attaccata a me.

Andrea, in mezzo a tutti, pallido.

Chiara, ti prego, basta.

Lho guardato. Voleva che tacessi, che mi scusassi, che fingessi nulla fosse.

Ma non potevo.

Andrea, sono esausto. Non posso più fingere va tutto bene. Sono stanco di sentirmi in colpa. Stanco che la tua famiglia mi guardi sempre dallalto in basso!

Non ti guarda così nessuno!

Ci hanno sempre guardato così! Dal primo giorno che sono entrato qui, tua madre mi disse: Spero tu sia degna di mio figlio. Degna! Come se fossi una concorrente di reality.

Lucia scosse la testa.

Non volevo dire questo…

Invece sì. E da allora ogni volta che torno qui è un esame continuo. Ma io non sono più disposto a dover dimostrare niente.

Paola sbuffò.

E chi sei tu per parlare così?

Sono la moglie di tuo fratello. E la madre di sua figlia. E merito rispetto.

Il rispetto va guadagnato, rispose Paola.

Nineteen anni di matrimonio, una figlia, lavoro, casa, famiglia… quanto devo ancora dimostrare?

Devi solo comportarti bene! Lucia alzò la voce. Niente scene alle feste, niente accuse!

Siete voi che avete diviso questa famiglia. Costringete Andrea a scegliere! Fate sentire Martina inadatta in questa casa.

Andrea si coprì il volto.

Ti prego, Chiara, fermati…

Non potevo fermarmi. Era tutto lì, in superficie, pronto a uscire.

Vuoi che mi fermi? Va bene. Ce ne andiamo. Martina, andiamo.

Lho portata alla porta. Andrea si mise davanti.

Dove vai?

A casa.

Chiara, per favore. Parliamone.

Non cè niente da dire. Ho detto quello che penso. Non torno più qui.

Non puoi andartene così!

Posso e lo faccio.

Lho aggirato, andato nell’ingresso, infilato le scarpe a Martina che piangeva piano sulla mia spalla.

Lucia ci raggiunse.

Chiara, se vai via ora, non aspettarti che perdoni tutto questo.

Mi sono voltato.

Non aspetto niente. Fate la vostra vita, ma senza di noi.

Chiara! Andrea mi prese il braccio. Sai cosa stai dicendo?

Sì. Sto dicendo che non voglio più sopportare. O scegli noi, o loro.

Lui impallidii.

Mi metti davanti ad una scelta?

Te la sei messa da solo, Andrea. Quando tacevi mentre tua madre mi criticava. Quando facevi finta che Paola non facesse battutine. Quando chiedeviper pace invece di difendermi.

Non rispose. Abbassò il capo.

Andiamo, Martina.

Uscimmo dall’appartamento. Ho chiuso la porta dietro di noi e sono sceso le scale abbracciando mia figlia. Lei piangeva, io pure, ma tenevo la testa alta.

Una volta fuori, ho chiamato un taxi. Salimmo e diedi lindirizzo di casa.

L’autista mi guardò nello specchietto.

Tutto bene signora?

Sì, grazie.

Mentre Milano ci scorreva accanto, Martina si addormentò in braccio a me, con i singhiozzi ancora in gola. Le accarezzavo i capelli guardando la città passare.

Andrea chiamò. Ho rifiutato la chiamata. E ancora. Alla terza volta ho spento il telefono.

A casa, ho sistemato Martina sul divano e lho coperta. Mi sono seduto a guardarla: dormiva, con la bocca aperta, le guance bagnate di lacrime.

Mia figlia. Viziata, capricciosa, ma la mia bambina. Sapevo che ho sbagliato a coccolarla troppo, a darle sempre tutto. Ma volevo darle quello che io non avevo avuto: attenzione, sicurezza, amore.

Dovè il confine dove lamore diventa vizio? Quando la cura diventa debolezza?

Non lo so.

Due ore dopo, sentii la chiave nella porta. Andrea tornò. Mi alzai e andai in corridoio. Era lì, si toglieva le scarpe senza guardarmi.

Ciao, dissi.

Ciao.

Andammo in cucina. Misi su lacqua per il tè. Lui al tavolo, con le mani sul legno.

Martina dorme?

Sì.

Silenzio pesante.

Mamma cè rimasta molto male.

Lo so.

Paola dice che ti sei comportata malissimo.

Può darsi.

Chiara, ti rendi conto di quello che hai detto?

Ho versato il tè nelle tazze.

Sì. Ho detto la verità.

Ma hai accusato mia madre di non amare Martina!

Perché è vero.

No! Le vuole bene!

Andrea, lha vista tre volte in tre anni. Una volta allanno ti sembra affetto?

Si passò una mano sul viso.

È anziana, sta poco bene, le pesa spostarsi.

Da Paola ci va ogni settimana.

Paola abita qui vicino!

Noi siamo a mezzora da qui. Non è il Polo Nord, Andrea.

Taceva. Mi sedetti davanti a lui.

Non voglio litigare, ma non posso più far finta che vada bene così.

E cosa vuoi?

Che tu sia dalla mia parte. Non in mezzo, dalla mia. Quando tua madre offende, tu devi difendermi.

Lo faccio!

No! Tu cerchi solo la pace. Ma tua madre non vuole pace: vuole che io sia come vuole lei.

È di unaltra generazione. Ha i suoi valori.

Che non mi vanno bene. Io non posso cambiare per lei.

Sospirò.

Vuoi che scelga tra voi?

Voglio che tu scelga la tua famiglia: me e Martina. Noi.

Anche lei è mia famiglia!

Sì, ma io sono tua moglie. Ho diritto al tuo appoggio.

Restammo zitti. Fuori scendeva la sera. Il tè si raffreddava.

Non so cosa fare, disse infine.

Nemmeno io.

Vuoi davvero che smettiamo di vedere la mia famiglia?

Non sapevo rispondere. Volevo solo rispetto, serenità, che Martina si sentisse voluta bene come gli altri nipoti.

Voglio solo che, se ci vediamo, sia da pari. Senza giudizi, senza battute. Che trattino Martina come Giulio.

E se non accettano?

Allora non ci vediamo.

Sbatteva la testa.

Questo è un ultimatum.

No, sono confini. Cè differenza.

Si avvicinò alla finestra, guardando la notte fuori.

Ho sempre cercato di essere il figlio perfetto. Ubbidivo, aiutavo, cero sempre. Ora mi rendo conto che così facendo ho trascurato voi.

Mi sono alzato. Lho abbracciato da dietro, appoggiando la fronte alla sua schiena.

Andrea, non ti chiedo di rompere con tua madre. Solo di pretendere rispetto per noi nella tua famiglia.

E se non riesce?

Allora sarà una sua scelta. Ma questa è la nostra.

Si voltò e mi strinse.

Ti amo, sussurrò.

Anchio.

Ma non so risolvere.

Lo impareremo insieme.

Sono tornato a vedere Martina: dormiva con le manine aperte e il viso rilassato. Lho coperta meglio.

Tornando in cucina, Andrea era col telefono.

Mamma scrive. Vuole che andiamo domani a parlare.

Vuoi andarci?

Non lo so. Vuoi venire?

Ci ho pensato. Riuscirò a sedermi ancora davanti a Lucia? Riuscirò a guardarla e sentire ancora le critiche?

Andrò se tu mi prometti che sarai dalla mia parte.

Annui.

Promesso.

Allora vengo.

Rimaniamo lì in silenzio. Penso a domani, a cosa diremo, se Lucia ascolterà, se si può davvero ricominciare da zero.

Il telefono vibra ancora.

Paola scrive: Giulio ci è rimasto male. Festa rovinata.

Mi sento in colpa. Un bambino, invece dei suoi regali, ricorderà il litigio.

Scrivile che chiamerò Giulio domani per scusarmi.

Andrea scrisse il messaggio. Poi mi guardò serio.

E a mamma chiederai scusa?

Ci penso. Chiederò scusa per come mi sono espresso, non per ciò che ho detto.

Per i toni, non per i fatti.

Annuisce.

È giusto.

Restiamo un po senza parlare. Guardo Andrea, i capelli un po grigi alle tempie. Mio marito, padre di mia figlia, da quasi ventanni.

Andrea, lo hai mai pensato, il divorzio?

Si scuote.

Cosa centra?

Se non troviamo una soluzione… Se tua madre non mi accetterà mai? Se questa tensione non passerà?

Si avvicina, mi prende le mani.

Ascoltami bene: io non ho mai voluto divorziare. Sì, abbiamo sbagliato. Ma io vi amo. E farò tutto per rimediare.

Come?

Non lo so, ma ci proverò.

Voglio credergli. Spero che tutto si aggiusti.

Ma la paura resta. Lucia non cambierà? Andrea resterà a metà? Martina crescerà con questo senso di esclusione?

Andiamo a dormire, suggerisce Andrea. Vedremo domani.

Annuisco. Portiamo Martina in camera sua, la mettiamo in pigiama, non si sveglia neppure. La bacio sulla fronte.

In stanza, mi sdraio fissando il soffitto. Andrea si stende vicino e mi abbraccia.

Andrà tutto bene, bisbiglia.

Come lo sai?

Non lo so. Ma ci spero.

Fatico a dormire, ripenso a tutta la giornata, le parole, le facce, i pianti di Martina, il volto di Lucia.

La mattina, Martina si infila nel lettone.

Papà, non torniamo più dalla nonna? chiede piano.

Le accarezzo la testa.

Non lo so, amore. Forse sì, forse no.

Non ci voglio andare. Ho avuto paura.

Paura di cosa?

Gridavate tutti. E mi guardavano…

Mi fa male. Labbraccio forte.

Scusami, Martina. Ho sbagliato a farmi prendere dal nervoso.

Perché hai gridato alla nonna?

Come spiegare che i grandi si portano dietro i rancori per anni? Che a volte basta poco a farli esplodere?

Perché ero stanco, tesoro. E lei… mi diceva spesso cose spiacevoli.

Che cose?

Robe da grandi. Non capiresti.

Martina tace.

Papà, mi sono comportata male?

Sospiro.

Sì, Martina. Non si chiedono i regali alle feste degli altri.

Ma lo volevo tanto…

Capisco. Ma bisogna aspettare il proprio turno. Al tuo compleanno te li daranno.

Tanti?

Quanti vorranno le persone che ti vogliono bene.

Ci pensa su.

La nonna mi vuole bene?

Non so cosa rispondere. Forse sì, a modo suo. Ma non abbastanza da superare lantipatia per me.

Sì, dico. Non lo sa esprimere.

Martina annuisce e si stringe a me.

Arriva Andrea col vassoio.

Colazione a letto per le mie donne! annuncia.

Brioche, marmellata, tè. Martina ride, fa la marachella con la marmellata. Una domenica normale. Come se ieri non fosse successo nulla.

Ma lo so. E so che mi aspetta la chiacchierata più difficile.

Dopo colazione Andrea dice:

Ho chiamato mamma. Ci aspetta alle due.

Annuisco.

Va bene.

Sicura?

Non tanto, ma vengo.

Ci siamo preparati in silenzio. Io, lo stesso vestito del giorno prima. Andrea la stessa camicia. Martina labbiamo lasciata con mia sorella.

Nel tragitto in auto niente parole, solo pensieri. Oggi il cielo milanese è grigio.

Arriviamo, suoniamo. Lucia apre, smagrita, ci fa strada senza dire granché.

In cucina, ci sediamo. Lei di fronte, il viso segnato.

Gradite qualcosa?

No, grazie.

Silenzio.

Parliamo, attacca lei.

Respiro.

Lucia, mi scuso per aver urlato ieri. Non va bene.

Annuisce.

Accetto le scuse.

Ma non ritiro quel che ho detto. È la verità. Lei mi giudica, e giudica Martina.

Il viso si irrigidisce.

Non è vero.

Lei forse non se ne rende conto. Ma ogni volta mi fa notare qualcosa: il lavoro, i vestiti, la bambina…

Voglio solo dare consigli.

Ma i suoi consigli sono critiche.

Silenzio.

Forse sono dura. Ma lo faccio per il bene di Andrea, di Martina.

Per loro il bene è la serenità. Non tensione.

Guardò Andrea.

Sei daccordo?

Andrea annuì.

Sì, mamma. Questa situazione non va avanti.

Che proponi?

Un foglio bianco, dico. Ripartiamo daccapo. Ma da adulti, da uguali. Non solo suocera e nuora, ma donne mature con lo stesso fine: la famiglia.

Lucia tace a lungo. Poi sospira.

Va bene. Proviamo.

Davvero?

Davvero. Ma non cambio in una notte. Prendetemi così come sono.

Vale anche per me, dico.

Ci guardiamo. E per la prima volta sento comprensione, non giudizio.

Andrea ci prende entrambe per mano.

Grazie.

Restiamo ancora un po, parliamo di bambini, vacanze, futuro. Forse diffidenti, ma è un inizio.

Quando usciamo, Lucia mi abbraccia. Non da circostanza, ma con un filo di calore.

Venite sabato prossimo con Martina. Preparo la crostata.

Ci saremo.

In macchina, Andrea mi sorride.

E adesso?

Chissà, ammetto. Proviamoci, magari funziona.

Pensi davvero che ce la possiamo fare?

Lo guardo. Nei suoi occhi cè speranza.

Voglio crederci.

Torniamo a casa. Martina ci corre incontro, un disegno in mano.

Guarda, papà! La nostra famiglia!

Nel disegno ci siamo noi tre. E poco distante, la nonna e il nonno. Tutti uniti.

È bellissimo, la stringo. Sei stata brava.

E allora penso che forse andrà davvero tutto bene. Non subito, non facilmente, ma col tempo.

La sera, a Martina addormentata, io e Andrea restiamo in cucina.

Secondo te come andrà? chiede lui.

Alzo le spalle.

Non lo so, Andrea. Forse ci capiremo. Forse no. Ma per ora ci proviamo.

Basterà?

Spero proprio di sì.

Mi abbraccia e restiamo così, in silenzio, nella nostra casa.

Fuori il buio cala sulla città. Noi, in cucina, pensiamo a domani.

E adesso? mormoro guardando le nostre mani.

Andrea tace, poi dice piano:

Non lo so. Ma diamoci tempo.

Il tempo ce labbiamo, Andrea. Dobbiamo solo trovare la forza.

E questa, l’ho capito oggi, si trova solo insieme.

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five + thirteen =

Ho messo mio marito di fronte a una scelta difficile.