Lui vinse il divorzio con sicurezza… ma il padre della sua ex moglie rimase di ghiaccio nell’aula del tribunale…
La maggior parte degli uomini appare distrutta dopo un divorzio. Non Leonardo Bianconi, che usciva dal Tribunale Civile di Milano con il sorriso di chi ha appena trovato una bustarella di euro per strada.
Mentre si sistemava la cravatta in pura seta di Como nei corridoi del tribunale, già pregustava lidea di avere la sua società di famiglia, una villa sul Lago di Como e la libertà completa, lasciando lormai ex moglie Giulia senza nemmeno il pendolo della nonna.
Peccato che Leonardo avesse tralasciato un piccolo dettaglio: il papà di Giulia. A scacchi non si festeggia finché il re non è accerchiato e il re aveva appena bussato alla porta.
Nella saletta riservata agli avvocati, Leonardo sussurrò al suo legale, il precisissimo Avvocato Riccardo Vastola:
Novanta percento degli attivi liquidi. La società è tutta mia. Mai avrei pensato che Giulia si arrendesse così in fretta.
Riccardo annuì, algido come un primario in sala operatoria, passandosi tra le dita i fascicoli su un pesante tavolo in noce.
Leonardo sghignazzò tra sé e sé, pensando a quanto poco Giulia si fosse battuta per la villa, e ordinò con indifferenza una bottiglia di Franciacorta alla segretaria.
Si sentiva imbattibile, ignaro che a volte un divorzio può costare molto più che qualche milione di euro.
Nellaula 25, Giulia se ne stava composta, vestita con discrezione, capelli raccolti in un elegante chignon.
Sembrava sconfitta, ma nei suoi occhi bruciava la fiamma di un raro piano ben elaborato.
Può prendersi tutto: la società, la villa, disse con calma allavvocatessa Martina Bellati. Lui misura la vita in asset e fatturati.
Se gli do ciò che crede di volere, abbasserà la guardia. È lì che lo voglio.
Leonardo entrò pavoneggiandosi, dispensando sorrisi di sufficienza: Sarai sistemata, le sussurrò con degnazione. Ma Giulia non batté ciglio.
La giudice Evelina Parodi si accomodò con autorità, zittendo tutti. Siamo qui per deliberare sul caso Bianconi contro Bianconi, annunciò solenne.
Laccordo risulta evidentemente favorevole al ricorrente, il signor Bianconi.
Riccardo replicò con tono serafico: Il mio assistito cerca solo la pace, vostro Onore.
La giudice scrutò Giulia: Lei rinuncia a qualsiasi pretesa sulla casa coniugale e sulla Bianconi & Figli S.r.l., conferma?
Non voglio nulla dalla Bianconi & Figli, ribatté Giulia senza batter ciglio. Un taglio netto e buon proseguimento.
Il petto di Leonardo si gonfiò di trionfo… finché le porte non cigolarono e si spalancarono.
Carlo Rinaldi, il padre di Giulia, fece ingresso battendo la sua vecchia canna sul parquet come se dichiarasse guerra. Un attimo dopo, i suoi occhi inchiodarono Leonardo al muro.
Mi oppongo, disse Carlo dun tono tranquillo, ma tagliente. Quegli asset non appartengono a Leonardo Bianconi.
Leonardo sbuffò: Avrà fatto confusione. Povero pensionato, restauratore di orologi da Saronno…
Ma Carlo ignorò la battuta, posò una consumata cartellina di pelle sul tavolo. Aprila pure, ordinò Giulia, glaciale.
Dentro cerano una foto in bianco e nero e un documento: “Fondo Fiduciario Famiglia Rinaldi”.
La villa sul Lago, il software di Digital Logic e pure la società stessa erano vincolati al fondo, destinato direttamente a Giulia in caso di divorzio. Il colorito di Leonardo scomparve in un istante.
Lei non possiede né il software, né la casa, né la società, dichiarò Carlo senza fretta.
Ha vissuto dieci anni in affitto della sua stessa vita, signor Bianconi. Ora il contratto è scaduto.
Giulia diede un ultimo tocco di rossetto: Possiamo parlare di assegno di mantenimento, ma io non ho intenzione di versarne uno.
Riccardo, pallido, sfogliava furiosamente le carte: La licenza è revocata. Senza quella, la Bianconi & Figli non vale nulla.
Il contratto con il Ministero non è più valido. Ci aspetta una bella causa per frode.
Carlo si appoggiò alla canna: Io aggiusto le cose. Tu invece, Leonardo, sei rotto.
Ma sono io che ho fondato questa società! Quel contratto vale 400 milioni! urlò Leonardo, sempre più isterico.
Giulia si avvicinò: Quel contratto dipende dal mio codice, Leonardo. Digital Logic.
Per dieci anni mi hai detto che non ero tagliata per gli affari, che il mio lavoro da nerd era una noia mortale.
Eppure sono stata io, di notte, a tirare avanti la baracca. Tu ti prendevi i meriti.
La voce di Carlo tuonò sullaula incredula:
Licenza revocata. Bianconi & Figli non può più usare il software.
Leonardo crollò sulla sedia, vedendo anni di presunta vittoria svanire nel tempo di un espresso bevuto di corsa.
Si mise a gridare, realizzando che senza licenza il contratto era carta straccia, il tribunale avrebbe aperto un fascicolo penale e la sua brillante esistenza stava per finire tra le macerie.
Un sorrisetto di Giulia dissipò ogni dubbio: lavarizia si paga cara, e con gli interessi!
La giudice Parodi proclamò una pausa di unora, mentre Leonardo e Riccardo tentavano disperatamente di espiare miracoli.
Il fondo Rinaldi era a prova di bomba una trappola tesa dieci anni prima in gran segreto.
Un semplice ricorso avrebbe richiesto anni, e il Ministero premeva con minacce di denuncia.
Leonardo supplicò Giulia: partiamo da 50/50, licenziamo questo, salviamo quello… Tentò anche la carta della disperazione.
Ma Giulia lo leggeva come un libro aperto; conosceva ogni suo tradimento, ogni mossa, ogni e-mail stonata.
Carlo offrì una via duscita: Leonardo firmava la cessione della società, mollava la villa, lasciava la carica di CEO e almeno restava un uomo libero.
In caso contrario: frode, appropriazione indebita e reati informatici, con le patrie galere che già spolveravano il letto.
Messo allangolo, Leonardo dovette cedere.
Provò a giocare il jolly opzione San Samuele: autodistruzione dei server. Ma Giulia era già dieci passi avanti.
Quel pulsante era una trappola: il segnale partì dritto alla polizia postale e, in tempo zero, arrivò la festa delle manette.
Solo allora a Leonardo venne il dubbio che forse, tutta la partita laveva sempre giocata sul tavolo sbagliato.
Giulia e Carlo uscirono vittoriosi.
Giulia prese il controllo della società, la ribattezzò WebLogic Italia.
La gestiva con discrezione, tra una mostra di acquerelli e qualche restauro col papà in laboratorio.
Leonardo, invece, si beccò quindici anni nelle carceri italiane. La sua dolce vita e limpero volatilizzati.
Alla fine riconobbe lamara verità: il vero successo non è velocità o potere, ma fondamenta solide. E il tempo, alla fine, ce laveva in mano davvero solo lorologiaio con la figlia.





