La Seconda Suocera
Ciao, ascolta un po’ questa storia, perché sembra una di quelle vicende che ti racconti tra un caffè e una fetta di torta, con una risata amara nel mezzo. Allora, c’era una donna, si chiamava Giovanna. Portava il camice da donna delle pulizie e sgattaiolava piano piano nel grande studio del dottor Enrico Grassi, proprietario di una clinica di chirurgia estetica chiamata Bellavista, nel cuore di Firenze. Giovanna, con voce bassa bassa per non dare noia, gli chiede:
Ho sentito che cè un posto libero come assistente massaggiatrice
Enrico, già intrattabile aveva appena saputo che una trattativa con investitori milanesi era saltata, e aveva il mal di testa da giorni la squadra con uno sguardo gelido:
E tu, con lo straccio in mano, pensi di metterti a massaggiare i nostri clienti?
Lei, abbassando lo sguardo, si fa coraggio:
No, però ho fatto dei corsi online. E ho anche scritto un curriculum.
Fa per passarglielo: un foglio tutto spiegazzato dalla tasca dei pantaloni. Proprio in quel momento entra Luca Serra, il braccio destro di Grassi. Il dottore sbotta:
Luca, ma comè che qui adesso le donne delle pulizie vanno in giro come e quando vogliono? Portala fuori dal mio ufficio! Questa si crede unartista del massaggio! Fuori a calci e fallo sapere a tutti, così non si presenta mai più con queste idee!
Neanche il tempo di rispondere, Grassi le strappa il foglio di mano, lo fa a pezzetti davanti a lei, lanciando il tutto ai suoi piedi.
Giovanna si inginocchia per raccogliere quei resti del suo sogno, con le lacrime che già le annegano la vista. Luca la prende sotto braccio, la trascina nel corridoio, davanti a occhi di clienti e personale che la scrutano, e la chiude nel ripostiglio degli attrezzi.
Lì, seduta accanto a una vecchia scatola per sabbia antincendio, Giovanna si lascia andare a un pianto convulso. Era arrivata da poco in clinica; non aveva mai sognato di pulire pavimenti, ma il posto pagava meglio di altre soluzioni, e il dottor Grassi era un tipo rispettato, si diceva che si fosse fatto da solo.
E in effetti era vero: Grassi era cresciuto in orfanotrofio, non aveva mai conosciuto i genitori, aveva fatto il chirurgo partendo da zero, e poi era diventato un nome nellestetica. Attrici e signore di Milano venivano da lui a spendere migliaia di euro per i suoi ritocchini. Ogni anno alzava i prezzi e si concedeva di tutto.
Ecco perché Giovanna, contro ogni prudenza, aveva tentato: aveva letto dellofferta e aveva pensato che doveva perlomeno provarci.
Da sempre sognava di fare la massaggiatrice, aveva studiato su libri presi in prestito e seguito un corso per corrispondenza. Ma senza diploma vero non la prendeva nessuno. Metteva via ogni centesimo per potersi iscrivere a un corso professionale, ma poi suo marito era scappato, prendendo tutto quello che cera di denaro, e laveva lasciata sola con la piccola Silvia.
Alla fine, si era scoperto che Salvatore aveva già precedenti un tipo che truffava la gente e si era inventato pure una carriera. Per il divorzio ci erano voluti mesi, lui non si era mai presentato a nessuna udienza. Per Silvia, Giovanna aveva digerito anche questo, iniziando un calvario di fatiche.
Le madri con bambini piccoli non le vuole nessuno. Così vivevano in tre, lei, Silvia e la madre, la signora Emilia, in un minuscolo bilocale a Novoli. A volte si arrangiavano addirittura con la pensione della mamma. Emilia, ex ginnasta, ottimista a oltranza, aveva preso in mano la nipotina e dato a Giovanna la possibilità di lavorare dove capitava.
Lei poi aveva seguito quei corsi economici dozzinali il certificato a pezzi tra le mani di Grassi era proprio quello.
Asciugata la faccia si era rialzata e aveva ricominciato a passare lo straccio. Tutta la giornata, occhi di traverso e chiacchiere a bassa voce. Ma a casa almeno la madre la accolse con una notizia bella: Silvia aveva vinto un concorso di disegno alla scuola materna. Un talento vero, pensava Giovanna, e ogni volta cercava di comprarle colori e carta degni. Silvia frequentava i corsi di disegno alla scuola artistica, ed era la felicità più grande per lei.
Quando prese il secchio per svuotarlo, glielo sottrasse Giuseppe, il custode: unico nelledificio che non la trattava dallalto in basso. Un uomo anziano, che sorrideva delle arie di superiorità del Grassi, meglio di chiunque sapeva comera arrivato fin là.
Giuseppe rincuorava spesso Giovanna, le portava dolci la domenica, la ascoltava. Ed è stato proprio lui a convincerla che aveva fatto bene a tentare con quel curriculum.
Vedendolo, lei scoppiò di nuovo a piangere.
Non ti abbattere, figliola, cambierà tutto.
Magari non ci avessi nemmeno provato, sono solo riuscita a peggiorare le cose.
Era una giornata storta per Grassi. Riprova in un altro momento.
Hanno detto che non posso più presentarmi: ho sognato in grande, pensavo che chi ce lha fatta avesse un po di cuore invece.
Giuseppe allargò le braccia. Lei ripose gli attrezzi, tornò a casa pensando che ancora una volta avrebbe dovuto tirare la cinghia. Silvia chiedeva sempre una di quelle bambole costose, ma chissà quando sarebbe riuscita a prendergliela.
A casa però cera unaria diversa: la mamma, seduta in camera, cercava di nascondere che piangeva. Giovanna sentì un tuffo al cuore avendo vissuto di tutto, la madre non piangeva mai se non per cose davvero gravi.
Mamma, che succede?
Niente, tutto bene.
Su, mamma, parla.
Emilia si sciolse in lacrime:
Sono andata al controllo medico che ci hanno imposto a teatro. Hanno trovato qualcosa che non va dovrei operarmi. Se non si fa, mi hanno detto che non ci arrivo allanno prossimo. Lattesa è lunghissima e a pagamento non ce la facciamo proprio. Dovrei farmi seguire a Milano: visite, viaggi tutto molto caro. Ormai è arrivato il mio tempo.
Mamma, non parlare così, qualcosa inventeremo.
Ma con il tuo stipendio da donna delle pulizie e la mia pensione? Non si cuce un pantalone con i ritagli
Giovanna non dormì la notte, pensando e ripensando ai possibili miracoli. Allalba capì che non aveva alternative: doveva parlare ancora una volta con Grassi, anche rischiando tutto.
Ma quel giorno non la fecero nemmeno entrare in clinica: licenziata per riduzione del personale. Le diedero tre mesi di stipendio minimo e via.
Giuseppe la salutò forzandola a segnarsi il suo numero. Lei segnava i numeri e intanto si chiedeva che pesce prendere. Un mese lo avrebbe tirato, ma e dopo?
Non era il tipo da mollare. Alla mamma disse soltanto che aveva deciso di cambiare. Poi si mise a cercare lavoro. Ma senza qualifiche, pagano solo stipendietti miseri. Poi vide un annuncio: cercasi badante. Non serviva diploma, bastava cucinare, pulire e assistere una signora.
Non era peggio che lavare i pavimenti, si convinse. Mandò il CV, la chiamarono dopo unora: era unagenzia che cercava per una signora ricca e sola.
Le chiesero di presentarsi con tutte le carte in regola. Così, il giorno dopo, era seduta davanti a Tamara, la responsabile risorse umane.
Glielo dico subito, non si faccia illusioni: la cliente è difficilissima. È la decima badante che cambio. Nessuna resiste.
Giovanna si tirò su, decisa a tacere.
Il nome lavrà sentito: Emma De Laurentis. Pseudonimo, ovvio. Lha cambiato, nemmeno il cognome vero si sa quale sia. Era la prima donna dellOpera di Firenze, donna capricciosa ma di grandi mezzi. Si dice che vari ammiratori famosi le abbiano lasciato belle somme.
Io non posso permettermi scelte, ammise piano Giovanna.
Se ha figli, sappia che la signora i bambini non li sopporta. Animali neanche. Cammina col deambulatore ma preferisce che la portino in carrozzina. Il contratto è dura prova: tre mesi di test, dopodiché contratto annuale e stipendio doppio.
Giovanna annuì, senza fiatare: lo stipendio già ora era il doppio rispetto a prima. Unoccasione per aiutare la mamma, non lavrebbe sprecata.
Doveva cominciare subito, alle sette della mattina seguente.
Quella sera cercò notizie su Emma De Laurentis online: trovò solo qualche annuncio di spettacoli vecchi di dieci anni. In foto, una donna corpulenta coi capelli neri corvino e lo sguardo daquila. Ma la realtà la sorprese di più.
Le aprì il portone un portiere. La De Laurentis viveva in una villa nel centro di Firenze, un palazzo da sogno, con affreschi e stucchi.
Che guardi? Vuoi già pensare a rubare qualcosa? gracchiò una voce.
Nel salone arrivò una carrozzina elettrica costosa. Dentro, una donnina tutta capelli bianchi, magra da sembrare un passerotto caduto dal nido, con occhi svegli e duri.
Buongiorno, signora Emma, balbettò Giovanna.
Parla piano ma non biascicare, ordinò lei. Tieni le mani fuori dalle tasche. E non dimenticare i copriscarpe: il parquet qui è pregiatissimo. Prendili da quel secchiello.
Giovanna indossò al volo le protezioni, poi corse dietro a Emma.
Mi pettina i capelli. Con delicatezza! No, non così Ma che imbranata sei? Lascia perdere la retina, prendi la parrucca, quella, sì!
Scusi, non avevo capito, si mortificò Giovanna.
Mannaggia, sempre incapaci arrivano! In che fabbrica li fate tutti questi incompetenti? Portami il tè, subito!
Giovanna scivolò in cucina.
Non sbattere i piedi! urlò Emma. Sembra che crolli il pavimento sotto di te!
Emma studiò il tè come se cercasse veleno nel bicchiere, poi di botto se lo rovesciò addosso, urlando:
Mi hai urtata! Colpa tua!
Giovanna inspirò a fondo.
Va bene. Dove posso lavarmi?
Bagno di servizio al piano terra, accanto allingresso, ribatté Emma, che però la squadrò attentamente Ma davvero non dici nulla?
A che serve? Ormai mi incuriosisce solo capire quanti altri numeri ha in serbo.
Emma sorrise di sottecchi.
Va. Gli asciugamani sono lì. Cambia anche la pigiama, lascia il tuo in lavanderia.
Da lì in avanti fu una continua tortura: storpiava, umiliava, creava trappole e dispetti. Giovanna capì presto che era un test: quanto avrebbe resistito?
Verso sera Emma si calmò. Prima di dormire si lasciò fare un massaggio leggero da Giovanna, che si trattenne fino a che si addormentò. Al portiere, tornando a casa, la salutò con aria sorpresa.
Al mattino il portiere del turno opposto la ferma:
Cosa hai fatto ieri alla signora? Dorme come un ghiro! La governante Gina me lha detto.
Nulla di speciale forsi si è solo stancata.
La mattina, Emma la accoglie con mille critiche su come si veste, che non si trucca e che così non troverà mai un uomo. Giovanna sorrideva annuendo, pronta a preparare la signora per la toilette, stavolta la parrucca va meglio.
Poi Emma, vanitosa, vuole manicure, si veste in un kimono giapponese e si fa portare in quello che chiamava il boudoir.
Tutto in vista di un ospite.
Dopo pranzo, arriva un signore distinto coi capelli bianchi, magro con portamento elegante. Emma lo presenta come vecchio amico, Osvaldo, e ordina a Giovanna di preparare il caffè nella macchina super costosa.
Davanti allospite, Emma se ne sta composta.
Poi verso sera domanda:
Che cosa mi hai fatto ieri prima di dormire?
Un massaggio.
Ma sei esperta?
No sono autodidatta.
Fallo ancora concede Emma, benevola.
Anche quel giorno finisce così. I tre mesi di prova passano volando. Giovanna vede la figlia solo una volta a settimana, ma ora può permettere alla mamma di non lavorare più: Emilia si stanca presto, a teatro ci volevano braccia forti.
Con il tempo anche Emma si addolcisce. Sembra valuti la pazienza di Giovanna. Un giorno chiede:
I tuoi stanno bene con questi orari?
Ho solo mia madre e la figlia. Ma non posso scegliere.
Quanti anni ha la figlia? Ha qualche talento?
Quasi sei, disegna benissimo, dice con prudenza, temendo il fastidio della signora.
Portala. Voglio vederla.
Così Silvia comincia a venire a casa della madre, seduta in disparte con i suoi colori. Un giorno riproduce il volto di Emma talmente bene che la signora ordina di incorniciare e appendere il ritratto.
Le distanze si accorciano: Giovanna perde la paura di essere licenziata.
Emma aveva una patologia alle articolazioni, per cui non poteva operarsi. Quando il dolore era forte, Giovanna la massaggiava finché non la vedeva riprendersi. Un giorno Emma chiede che madre e figlia restino a dormire: dà loro la stanza degli ospiti.
Giovanna, con Silvia che respira nel sonno, si ritrova a pensare che quel palazzo antico sarebbe stato bello anche come casa propria.
Il giorno dopo, Emma si sente meglio e fa colazione con Silvia. Chiede a Giovanna di pulire il suo studio, compito che non affiderebbe mai alla governante. Rovistando fra cianfrusaglie, Giovanna trova un vecchio album. Tornata in salone, chiede il permesso di guardarlo.
Che tempi e che gloria Dai, guardiamo.
Le tre si riuniscono al tavolino rotondo. Allinizio ci sono fotografie dinfanzia di Emma, poi Silvia esulta:
Ma questa è la nonna! La stessa foto che abbiamo a casa.
Giovanna rimane di sasso: sullalbum cè davvero una giovane Emilia.
Come mai ha una foto di mia madre?
Emma la fissa, occhi socchiusi:
Ma allora Sei la figlia di Milly? Pensa, continuavo a chiedermi chi mi ricordavi!
Ma perché la foto? Mamma vi conoscevate?
Eccome! Siamo state amiche inseparabili. Lei scappava dagli allenamenti, io dal conservatorio, sempre in giro insieme. Vicine di casa, anche la ginnastica la cominciammo insieme, ma lei era portata molto più di me. Io, invece, non volevo fare la seconda.
E perché poi vi siete separate?
Siamo cresciute. Tua nonna allora frequentava un giovane allenatore, Gigi. Noi abbiamo litigato per lui. E lui ha scelto me. La tua nonna, rimasta male, lasciò la ginnastica.
Commenta Giovanna, sottovoce:
Non lo sapevo mai Ma avevate lo stesso cognome?
No, io ero una Serra. Il Gigi si chiamava De Laurentis. Fu il mio primo marito. Durò tre mesi, ma il cognome me lo sono tenuta.
Da qui, Giovanna pensa solo a come farle riconciliare. Emma qualche giorno dopo chiede ancora la presenza di madre e nipote per una notte; ma la mattina, Silvia aveva la gita dellasilo così Giovanna deve far venire Emilia a prendere la bimba.
Emilia si presenta modestissima col suo cappotto rammendato. Emma, già in vestaglia, la nota nel salone.
Chi è arrivato? Non aspettavo nessuno!
Ciao Emma, la madre di Giovanna la gelida Non posso dire di essere contenta di vederti.
I sentimenti sono reciproci, Emma fa spallucce. Sembra che la vita ti abbia segnata.
Non più degli altri: almeno io ho mia figlia e mia nipote. Tu invece con estranei che ti svuotano il pitale. Tutti quei matrimoni per niente?
Guarda che nemmeno quello ti è riuscito! Vivi ancora con il nome da ragazza?
Ma Emilia sorride:
Senti, Emma Ho sempre spiato i tuoi successi di attrice, ne sono stata anche fiera. Non ti ho mai fatto un dispettuccio. Ricordi la telefonata, cinque anni fa?
Emma diventa di ghiaccio.
Quando stavi per intestare la casa a un gigolò, attorello del nostro teatro, e io sentivo che si vantava di mandarti in casa di riposo e farci entrare la fidanzatina giovane Ecco, io ti ho telefonato con la voce cambiata. Tutto lì.
Quindi sei stata tu a salvarmi la pelle Quel tizio mi aveva stregata. Dopo quella chiamata, presi un detective.
Hai fatto bene. Ora basta, Silvia deve andare a scuola.
Milly, come stai adesso?
In un mini-appartamento; niente di che, ma stiamo bene.
Allora, basta. Da domani vi trasferite qui, la casa è enorme. Silvia merita una cameretta vera. Non discutere: abbiamo tanto da raccontarci. Chissà quanto resta a due vecchie così!
Emilia si siede senza forze:
Otto mesi circa.
Di cosa parli? Cuore?
Sì. Ma soldi per operarmi non ce nè, figurati. La salute non si compra.
Da domani ci pensiamo io e Giovanna. E non si discute. Ti devo un favore, lo sai bene. E lo confesso, ho sempre avuto rimorsi per aver rubato Gigi.
Hai dimenticato persino Vanni, il bel ragazzo del liceo? ride Emilia. Dai, stasera torniamo a casa. Domani vediamo.
Vi porto io con lautista, decide Emma, E domani veniamo a prendere le valigie.
Quella sera Emma si rigira nel letto. Sa della malattia della madre, ricorda la gioventù, e dice a Giovanna che forse è ora di pensare agli altri, non solo a sé.
Dopo una settimana, la casa è un cantiere: arrivano arredatori, cataloghi di tappezzeria, corrieri con tessuti, lampade. Emma prende tutto di petto.
La sera, le due amiche si raccontano come ai vecchi tempi. Finito il trasloco e una sistemazione rapida, Emma annuncia:
Milly, ho già fatto vedere i tuoi documenti a un medico bravissimo. Lintervento lo fai tra due settimane. Il cardiochirurgo è giovane, figlio di un luminare. Cerca di non metterlo troppo in difficoltà con il tuo fascino!
Ma hai ottenuto una convenzione? balbetta Emilia. Ma perché?
Altro che convenzione Ho pagato tutto io. Ormai è tardi per tirarsi indietro. Ti tocca guarire e basta: Silvia ha bisogno di una nonna in forma, visto che laltra sono io che arranco!
Emma, non dovevi
A che servono i soldi adesso? In paradiso mica li accettano.
E dopo quindici giorni, Emilia è in una stanza privata della clinica più bella di Firenze. Il chirurgo si chiama Valentino Romano, giovane promessa della cardiochirurgia, figlio darte ma con tanta passione. Un tipo in gamba, che osservava Giovanna con ammirazione:
Non capita spesso di vedere famiglie così unite. Sua madre ha una fortuna rara. Sono sicuro che anche suo marito sarebbe stato felice. E i figli
Ho solo la mia Silvia, sussurra Giovanna.
Immaginavo Io invece ho fatto la scelta sbagliata. Da ragazzo mi sono sposato subito; lei pensava di diventare ricca, figlio di professore e così via Invece ho scelto la provincia, uno stanzino in affitto, e lamore è svanito.
Magari ora troverà quella giusta, dice piano Giovanna.
Forse lho già incontrata, sorride lui, guardando fuori dalla finestra.
Anche Giovanna si accorge che a Valentino ci pensa sempre di più. Non sarà un Adone, ma nel volto ha calore, forza, bontà.
La convalescenza di Emilia va liscia e Emma si arrangia da sé, vegliando su Silvia, che ormai chiama nonna anche lei.
Il massaggio della sera è lunico sollievo per Emma, che fatica sempre di più a muoversi.
Una notte le confida:
Basta, devi smetterla di lavorare per me.
Vuole unaltra assistente?
Sciocchina: con tutte le persone che ci sono, cosa me ne faccio ora di una badante? Ti mando a studiare come massaggiatrice, vera però, con diploma e certificazioni. Ce la fai?
Ma certo però costa un capitale
Facciamo così: sono la tua fata madrina! E poi voglio averne uno in casa di massaggiatore. Studio e formazione le pago io; tu solo non deludermi.
Giovanna accetta. Emma ormai tiene la famiglia di Giovanna praticamente come sua. Ma Giovanna si rimbocca le maniche.
Il docente del corso, Antonio Bellini, la nota subito e alla consegna dei diplomi le chiede:
Conosci la spa Vaniglia?
Certo! Tutti vorrebbero lavorarci, risponde allegra.
È la mia. Ho scelto di mettermi in proprio. Vieni con me? Lavoriamo sulla riabilitazione post-operatoria, ci servono mani esperte e delicate. E tu hai un dono.
A Giovanna viene da piangere dalla gioia. Da lì, si impegna ancora di più. Antonio le paga persino alcuni moduli extra, come borsa di studio.
Presto lavora alla Vaniglia, con un orario che le permette di dedicarsi alla famiglia. Dopo sei mesi, i clienti chiedono di lei, non solo del proprietario.
Nel frattempo, anche la storia con Valentino si scalda: allinizio sono amici, poi sembra nascere qualcosa, passeggiano per Firenze la domenica, si portano Silvia ovunque.
Emilia riprende parte dei suoi lavori in teatro, ma Emma si chiude sempre più spesso in camera, le forze calano, i dolori aumentano.
Valentino comincia a mandare i suoi pazienti in riabilitazione da Giovanna, che si specializza sempre più nella fisioterapia cardiologica.
Il legame fra tutti loro si rafforza, col tempo. Ormai, Villa De Laurentis è davvero diventata la loro casa. Un giorno, scherzando, Emma prende da parte Valentino:
Attento a come tratti le mie ragazze, o ti scaglio contro tutte le artiglierie del passato!
Ecco qui, questa è la storia di Giovanna, e se ti ho fatto emozionare almeno la metà di quanto mi ha emozionata a me, vuol dire che questa voce in realtà, un pochino, parla anche per tutte noi.




