Ventisei anni dopo
Il minestrone, quella sera, era venuto particolarmente bene. Ho sollevato il coperchio dalla pentola, assaggiato con il cucchiaio, aggiunto un pizzico di sale e mi sono sentita soddisfatta. In ventisei anni ho imparato a cucinarlo proprio come piaceva ad Antonio: denso, con le verdure tagliate spesse, quel profumo di sedano fresco aggiunto allultimo minuto per non perderlo, condito con olio extravergine buono. Ho apparecchiato in sala: il pane sul tagliere, la sua tazza preferita con linterno ormai macchiato che non mi ha mai permesso di buttare, anche se sarebbe stato il caso.
Antonio è rientrato verso le otto e mezza. Ha tolto la giacca e lha buttata sullattaccapanni, ma è finita subito a terra. È passato in cucina senza nemmeno guardarmi.
Minestrone? ha chiesto ginnando nella pentola.
Minestrone. Siediti, ti servo.
Si è seduto, ha preso il telefono e ha iniziato a scorrere qualcosa. Gli ho messo davanti il piatto, ha iniziato a mangiare senza staccare gli occhi dallo schermo. Mi sono sistemata di fronte a lui con la mia tazza di tè, ormai freddo. Fuori, il vento di novembre sferzava i rami del melo giù in giardino, quellalbero che avevamo piantato giovani, il primo anno che abitammo qui.
Toni, dobbiamo parlare, credo, ho detto a voce bassa.
Alzò lo sguardo. Nessuna stizza, niente interesse. Solo lo sguardo di chi viene distratto da qualcosa di più importante.
Di cosa?
Non lo so. Sembriamo due estranei da mesi. Torni tardi, esci presto. Ti vedo a malapena. Va tutto bene?
Ha lasciato il telefono. Ha preso il pane e ne ha staccato un pezzo.
Giulia, sei seria? Va tutto bene cosa significa?
Noi noi due. Il nostro rapporto.
È stato zitto qualche secondo, poi mi ha guardata come si guarda una cosa già decisa da tempo.
Vuoi la verità?
Sì, la voglio.
Onestamente, ha ripetuto, addentando ancora il pane. Non sono più innamorato di te. Da anni. Ti stimo come donna di casa, tieni tutto in ordine, cucini, non crei problemi. È comodo. Ma se parli di amore, no, Giulia Non cè più da tanto.
Lo diceva senza rabbia, né rimpianto. Era calmo come spiegare perché ha scelto un certo tipo di olio.
Dici sul serio? ho chiesto quasi senza voce.
Con queste cose non scherzo.
E me lo dici così? Con il minestrone in tavola?
Quando, sennò? Sei stata tu a chiedermelo. Io ho risposto.
Mi sono alzata, ho portato la mia tazza nel lavello. Mi sono fermata un momento davanti alla finestra, guardando la nebbia oltre il vetro, le luci dalla casa di Laura, la vicina. Da lei in cucina era ancora acceso, forse anche lei stava cenando.
Capito, ho detto, e mi sono avviata verso la camera.
Non ci siamo più detti una parola, quella sera. Lui ha finito con il telefono, poi ha dormito sul divano in sala, come ormai succedeva da mesi. Io mi sono sdraiata al buio, occhi aperti, ascoltando il suo russare dallaltra stanza. Il minestrone è rimasto lì, intatto.
Sembrava una di quelle storie vere che suonano troppo banali per essere inventate, fin troppo sincere nella loro durezza.
Il mattino dopo mi sono alzata alle sei, come sempre. Ho messo su il bollitore e sono uscita in cortile a dar da mangiare a Gatta, che era arrivata da sola due anni fa e non se ne era più andata. Laria di novembre pungeva, sapeva di terra bagnata e foglie marce. Io stavo lì, con la giacca sopra la vestaglia, fissando il giardino. Il melo spoglio, vecchio e storto, coi frutti guasti non raccolti sotto. Non ho fatto in tempo, o forse non lho voluto.
È comodo, mi sono detta, ripensando alle parole di mio marito.
Ventisei anni. Ventisei anni di cucina, bucato, pulizie, ricevimenti, messi a fare due chiacchiere con la gente giusta, niente domande di troppo, tutto in ordine da sentirsi dire: Giulia, sei una maga della casa. Quello era il mio ruolo. Lo svolgevo bene. Ma il nome del ruolo era cambiato col tempo. Non più moglie, non più amata. Solo comoda.
Gatta si è strusciata contro la mia gamba. Le ho grattato dietro lorecchio.
Dobbiamo pensare, eh, amica mia ho detto a voce alta.
È fischiato il bollitore. Sono rientrata in casa.
Non ho preparato la colazione. La prima volta dopo così tanti anni. Solo tè e un biscotto, seduta in poltrona vicino alla finestra. Antonio è apparso alle sette e mezzo e ha lanciato una strana occhiata al tavolo vuoto.
La colazione?
Niente sul fornello, ho risposto senza staccare gli occhi dalla mia tazza.
È rimasto in piedi un attimo, poi ha preso il cappotto e se nè andato, sbattendo la porta. Ho sentito il SUV uscire dal cortile, il motore che si allontanava.
Il silenzio sembrava denso, quasi fisico. Restando lì seduta capivo che era cambiato davvero qualcosa. Non in lui, ma in me.
La vita dopo i cinquanta, pensavo, spesso inizia così: una frase della sera prima che rovescia tutto ciò che davi per certo. Io avevo cinquantadue anni. Lui cinquantacinque. Abitavamo in una villetta appena fuori Firenze, in un piccolo paese dove tutti si conoscono e ogni casa ha il suo giardino e la solita routine. Una casa bella. Grande. Con terrazza e quellalbero di mele. Era la nostra cosa più vera, pensavo.
Ma di chi era, davvero, quella casa? Come era stata intestata? Chi aveva pagato il terreno? E i soldi della mia vecchia casa, che avevo venduto appena sposati?
Ho appoggiato la tazza e, per la prima volta dopo tanti anni, mi sono fatta domande che mi erano parse sempre sconvenienti. Non mi ero mai interessata seriamente ai soldi. Antonio rispondeva sempre: Ci penso io, non stressarti. E io non mi stressavo. Trattava case, compravendite, consulenze, sarei bugiarda a dire che ho mai approfondito. I soldi cerano. Vivevamo bene. Tutto lì.
Ma ora dentro di me, qualcosa era scattato. Nessuna crisi, nessuna lacrima. Solo la consapevolezza che dovevo vederci chiaro. In tutto.
Sul tardi ho chiamato la mia amica, Teresa, compagna di scuola, che ora viveva a Firenze ma che vedevo sempre meno.
Tere, devo vederti.
È successo qualcosa?
Antonio mi ha detto ieri che gli sono solo utile. Non necessaria, né amata, solo pratica. Come una sedia.
Pausa.
Vieni subito, Giulia. Io ci sono.
Ci siamo trovate in un piccolo bar, sotto casa sua. Teresa è una donna concreta, tosta, divorziata due volte, come ama ripetere vaccinata dalla vita. Mi ha ascoltata tutta, senza interrompere. Poi ha fatto roteare a lungo il cucchiaino.
Giulia ha detto alla fine ti ricordi quando hai venduto casa tua nel 98?
Certo, serviva per costruire questa.
E i soldi dove sono finiti?
Ho fatto mente locale.
Toni si occupava di tutto.
E i documenti? A nome di chi risultano la casa, il terreno?
Sono rimasta a bocca aperta. Non lo sapevo. Non avrei saputo dirlo con certezza. Ed è stato strano e pure mortificante.
Ecco disse Teresa. Giulia, non voglio spaventarti. Ma ora devi sapere tutto, e subito. Parti dai documenti.
Temi che ci sia qualcosa che non va?
Dico solo: se un uomo ti butta in faccia che gli sei comoda, vuol dire che si sente molto sicuro. La gente che teme di perderti non lo fa.
Ci ho pensato tornando a casa. La gente che è facile perdere, non si avverte così. Cera un freddo tagliente, come quella frase.
Sono andata in studio. Antonio non mi voleva tra i suoi fogli diceva che era un disordine organizzato, da non toccare. Avevo sempre rispettato. Ma ora ho acceso la luce e osservato tutto.
Scrivania, scaffale coi faldoni, cassetti. Un classico studio. Ho aperto il primo cassetto. Fatture, ricevute, varie. Il secondo era chiuso a chiave. Il terzo si è aperto: dentro, una cartelletta con scritto Casa. Documenti.
Mi sono seduta per terra e ho letto tutto: atto di proprietà della casa, terreno, atto di compravendita. Tutto intestato a lui, Antonio Bernardi. Non cera mai il mio nome.
Sono rimasta lì venti minuti. Poi ho rimesso tutto a posto. Sono tornata in cucina, ho messo su il tè, aggiunto un cucchiaino del miele che tengo vicino alla finestra, e lho bevuto tutto, piano.
Non ho pianto. Era strano. Tempo fa sarei scoppiata. Mi sarei offesa, chiusa in camera ad aspettare spiegazioni. Adesso ero solo concentrata, come chi deve iniziare qualcosa che non sa dove porterà, ma sa che va fatto.
Quella notte ho acceso il portatile e ho iniziato a cercare: educazione finanziaria per donne in separazione, diritti della moglie nella divisione dei beni, cosa significa comunione dei beni. Ho letto fin tardi, riempito pagine di appunti. Alle due avevo già una bella lista di domande.
La mattina dopo ho chiamato uno studio legale, un contatto suggerito da amici miei, non suoi né comuni. Ho fissato un appuntamento.
Mi è venuta in mente unaltra cosa. Antonio aveva una legale di fiducia da anni: Matilde Ricci. Lavevo incontrata qualche volta, alle cene di lavoro o in casa quando portava le carte. Quarantenne, capelli ramati, vestiti eleganti, sguardo tagliente. Lho sempre considerata solo una professionista.
In bagno Antonio aveva lasciato il telefono. Io lho solo acceso, trovato il contatto di Matilde. Ultima chiamata: la sera prima, alle 22.30. Ho spento e lasciato tutto comera.
Mi è bastato quel dettaglio per intuire la direzione, senza prove né certezze, ma la strada era lì.
Lo studio legale mi ha ricevuta dopo tre giorni. Lavvocato si chiamava Matteo Arcangeli, aveva sui cinquantanni, parlava chiaro e tranquillo. Gli ho spiegato tutto: ventisei anni di matrimonio, casa solo a nome suo, io che avevo venduto appartamento investendo nei lavori, nessun documento che ne attestasse la cosa.
Non è raro per i matrimoni di quegli anni ha detto. Tutto intestato a chi gestiva. Ma non vuol dire che i suoi diritti non valgano.
E quanto valgono?
Per legge la casa costruita durante il matrimonio è presumibilmente comune, a prescindere dallintestazione. Bisogna vedere quando è stato acquistato il terreno, quando iniziata la costruzione, se il marito aveva già dei capitali, se ci sono prove documentali.
Il mio appartamento, ho aggiunto io. Lho venduto per quei soldi.
Ha conservato latto di vendita?
Ho pensato. Ci doveva essere, da qualche parte.
Credo di sì. Devo cercarlo.
Lo faccia. Sarà fondamentale. Se cè un documento sulla vendita e si può collegare il movimento di quel denaro alla casa attuale, la situazione cambia.
Tornando a casa avevo finalmente chiaro cosa fare. Ho passato la giornata a frugare tra scatoloni, vecchie buste di documenti rimesse lì da anni. Nella scatola dei ricordi ho trovato il compromesso vecchio della mia casa, con tanto di cifra, datato aprile 98.
Stringendo in mano quel foglio ingiallito, ho provato una specie di sollievo. La carta cera. Era vera.
Le due settimane successive ho condotto una doppia vita. Allesterno sembrava tutto normale: preparavo da mangiare per me, le mie cose, lasciando in pace le sue. Non toccavo più i suoi indumenti, non stiravo le sue camicie. Se nè accorto dopo qualche giorno.
Giulia, la camicia non è stirata.
Sì, lo so.
Non la stiri?
No.
Mi ha guardata stranito, come qualcosa di nuovo.
Ce lhai ancora con me per quella sera?
No, Toni. Ti ho capito. Hai detto che ti è comodo. Credo che anche la comodità abbia un limite. Se non sono più moglie, ma una collaboratrice domestica, diciamo che serve chiarezza sui ruoli.
Non ha saputo cosa rispondere. È tornato in studio. Sentivo la sua voce al telefono, bassa. Io però avevo altro da fare.
Ho studiato tutto quanto potessi trovare sui suoi affari. Non per gelosia o rabbia, ma perché ora era necessario. Leducazione finanziaria per una donna è, mi sono resa conto, capire dove sono i soldi che la riguardano.
Tra i suoi documenti ho trovato vari atti di acquisto di immobili. In un paio di questi mi è suonato un campanello dallarme. Li ho portati a Matteo Arcangeli.
Questo qui, che significa? gli ho chiesto.
Senta qui: venditore e compratore sono due aziende con stessa sede legale. Potrebbe essere passaggio interno, gonfiando il prezzo di mercato.
È illegale?
Motivo di accertamento, sì. Le Fiamme Gialle controllano queste cose. Se qualche transazione è sospetta lei rischia in quanto cointestataria o in società dei beni.
Potrebbero coinvolgere anche me?
Se la casa risulta come bene comune, o se dimostrano partecipazione, sì. In ogni caso, ora che vivete ancora insieme il rischio esiste.
Era grave. Mezza giornata a pensare in giardino, col freddo di novembre che irrigidiva la terra e Gatta sul muretto, sonnacchiosa accanto a me.
Un marito tossico, riflettevo, non è quello che urla o lancia piatti. È colui che non ti vede, non ti considera pari, ti usa senza percepirlo nemmeno lui come una presenza che cè e basta, sistemata nelle sue strategie in modo che nemmeno ti rendi conto di quando smetti di essere persona per diventare circostanza.
Ho preso la mia decisione.
Matteo Arcangeli mi ha aiutato a preparare la richiesta di separazione dei beni. Abbiamo raccolto ogni prova: atto di vendita della mia casa, ricevute, fatture dei materiali da costruzione con date, tutto portava alla conclusione: la casa era stata costruita coi soldi guadagnati anche da me.
Non ho detto nulla ad Antonio. Vivevo ancora in casa, parlavo con lui solo dellessenziale, con cordialità. Lui interpretava la cosa come una offesa prolungata, aspettando che passasse.
Nel frattempo Teresa, che lavorava in amministrazione in uno studio di verifica, riuscì a scoprire qualcosa tramite le sue conoscenze. Mi chiamò una sera:
Giulia, posso parlare?
Sì, dimmi.
Antonio ha parecchie società. Una appena aperta questanno. Tra i soci risulta una certa Ricci Matilde.
Sono rimasta in silenzio.
Giulia?
Sto ascoltando, Tere.
Ci siamo capite, vero?
Sì. Lui e lei non sono solo quello che pensavo.
Anche affari. E la società è recentissima. Forse stanno spostando le proprietà. Devi muoverti.
Ho chiamato Matteo Arcangeli la sera stessa. Gli ho raccontato tutto.
Se stanno trasferendo beni nella nuova azienda con altro nome, stanno cercando di sottrarsi alla divisione. Serve subito domanda durgenza in tribunale, per il sequestro conservativo.
Puoi farlo?
Sì, domattina in studio.
Al mattino dopo abbiamo fatto tutto, con ordine. Matteo mi spiegava ogni passaggio, ogni foglio. Spaventoso, pensavo prima. Invece bastava chiedere ciò che ti riguarda, e affidarsi a chi ti tutela.
Quando sono uscita dallo studio, cadeva la prima neve. Fiocchi lenti, coprivano le auto, la strada, il mio cappotto. Guardandoli, dentro di me sentivo qualcosa di nuovo: non gioia o rivalsa, ma una specie di rispetto per me stessa. Per quella me che si era finalmente alzata e messa in moto.
Antonio ha saputo della causa una settimana dopo. Mi ha chiamato al supermercato.
Che succede?
In che senso?
Mi hanno chiamato dal tribunale. Che sono le misure cautelari? Hai chiesto la divisione?
Sì, Antonio.
Sei impazzita? Per quella discussione?
Per ventisei anni, ho risposto calma. Ora devo andare, qui ho il latte che mi scade.
Ho chiuso la chiamata e sono andata alla cassa. Nessuna mano tremante, voce ferma. Perfino io mi sono stupita.
A casa, la discussione è stata dura. Antonio agitato, anche se cercava di nasconderlo; camminava avanti e indietro, parlando in fretta.
Giulia, la casa è mia! Lho costruita io, ho seguito tutto, ho pagato io.
Lhai costruita anche coi soldi della mia casa venduta. Ho le carte.
Era un regalo! Me lhai detto tu!
Mi sono fidata che fosse nostra casa. Invece è rimasta solo tua. È diverso.
Hai parlato con un avvocato di nascosto?
E tu hai aperto una società con Matilde senza dirmi niente.
Pausa. Lunga. Fitta.
Che vuoi dire?
Sono informata. La società fatta con la signora Ricci, da marzo.
È crollato sul divano. Mi ha guardata, per la prima volta con rispetto, o forse rivalità.
Ti sei preparata bene.
Ho imparato che bisogna esserlo. Tu mi hai insegnato che per essere utile devo saper tutelare gli interessi anche miei.
Lui stava zitto. Sulla tavola, la sua tazza di caffè freddo.
Possiamo trovare una soluzione pacifica.
Sì. Ma solo tramite avvocati.
I mesi dopo furono complicati. Non nel cuore, anche se capitavano momenti difficili, ma nella gestione pratica: udienze, documenti, assemblee, trattative. Matteo Arcangeli è stato davvero la guida di cui avevo bisogno: schietto, tranquillo, senza promesse vane.
Intanto, si è scoperto che le compravendite di Antonio comportavano qualche rischio: non penale al cento per cento, ma la finanza ha trovato irregolarità. Questo, paradossalmente, si è rivelato un asso nella manica: il mio avvocato lo ha usato come argomento per intrattare una conciliazione.
Antonio, quando ha capito che la situazione degenerava, è diventato più arrendevole. I colloqui tra i due legali hanno portato infine a una soluzione consona a entrambe le parti. Io avrei tenuto la casa, lui certi altri beni diventati ormai problematici per via delle verifiche fiscali. Matilde, a quanto pare, si è dissociata non appena londa dei controlli finanziari si è alzata.
Ne ho avuto conferma da Teresa, che ha incrociato una conoscente comune.
Pare che Matilde labbia mollato. Appena è iniziata la grana con le tasse, ha trovato una scusa.
Donna in gamba, ho risposto, senza rancore.
Tu non sei arrabbiata?
Con Matilde? No. Ha fatto il suo. Ho sbagliato io a non fare il mio.
Abbiamo firmato in febbraio. Giornata gelida, cielo grigio. Siamo stati insieme in uno studio, io col mio avvocato, lui col suo, un anziano ormai stanco. Quasi nessuna parola. Solo firme. Una volta ha incrociato i miei occhi, e io, senza trionfo né ostilità, ho ricambiato lo sguardo.
Usciti allaperto, Matteo Arcangeli mi ha dato la mano.
Lei ha tenuto botta.
Ho solo fatto quello che era necessario.
È già tanto.
Antonio ha fatto le valigie quello stesso giorno, portando via quel che gli spettava. Io non sono andata alla finestra a vedere il furgone. Ho messo ordine negli armadietti, eliminando il superfluo. La sua tazza, quella vecchia smaltata, lho tenuta. In fondo non era la tazza il problema.
Ora la casa era mia. Sul serio. Tutti e due gli atti in cassetto, in camera. Non ero ancora abituata a questa sensazione. Non orgoglio, nemmeno sollievo. Piuttosto spazio. Silenzio, ma finalmente il mio.
Quellanno la primavera arrivò prestissimo. Già a fine marzo il melo aveva le prime foglioline nuove. Sono uscita in giardino la mattina, col caffè, osservando a lungo lalbero. Vecchio, storto, corteccia rugosa. Ma vivo.
Gatta è arrivata trotterellando, si è acciambellata sulle scale della veranda e ha chiuso gli occhi.
Alla sera mi ha chiamato Teresa.
Come ti senti?
Bene. Ho sistemato un po il giardino, sotto il melo ho trovato un vecchio nido. Ormai vuoto.
Una metafora perfetta. Giulia, progetti?
Se vuoi la verità
Sempre.
Ho guardato fuori dalla finestra, il buio in giardino, le prime stelle che punteggiavano il cielo chiaro.
Mi viene in mente di affittare una parte della casa. Il secondo piano è vuoto, tre stanze. Un piccolo reddito fisso. E magari mi iscrivo a qualche corso. Ho sempre sognato di dipingere, da ragazza. Poi non cè stato modo.
Un corso di pittura?
Ridi?
Macché! Sto solo pensando che, ora, dici qualcosa che TU vuoi. Non quello che voleva lui.
Sì, Tere, credo sia la prima volta.
Teresa ha taciuto.
È bellissimo, ha detto infine. Davvero.
Del matrimonio ora pensavo in modo diverso. Non con amarezza o col desiderio di riscrivere il passato; piuttosto col dubbio di come si possa diventare una funzione senza accorgersene. Non per cattiveria, spesso nemmeno per scelta. A volte così va e basta. Forse nemmeno Antonio si rendeva conto. Forse, era solo più comodo.
La mia storia di separata sarebbe fatta di carte trovate in uno scatolone, di incontri in posti impersonali, della mattina in cui non prepari la colazione e nessuno muore. Di come leducazione finanziaria delle donne sia soprattutto la forza di chiedere: a nome di chi, dopo ventisei anni, è la casa dove ho vissuto?
In aprile ho messo un annuncio per laffitto del secondo piano. Sono arrivati subito gli inquilini, una giovane coppia educata, lavoravano entrambi a Firenze, gentili. Quando ci vedevamo in cortile, ogni tanto mi portavano qualcosa dal mercato. Faceva piacere, mai dimpiccio.
A maggio sono iniziate le lezioni di pittura, in una piccola scuola nel paese vicino. Gente diversa: una pensionata, una mamma in maternità, un uomo di sessantanni che dopo una vita in edilizia aveva scelto finalmente larte. Il maestro era un pittore anziano, barba incolta e occhi precisi, di poche parole ma giuste.
La prima lezione ho disegnato una mela. Non perfetta, un po storta. Guardandola mi è scappata una risata sommessa. La mia mela era storta come il melo in giardino.
Una sera di giugno, seduta sulla veranda, bevevo il tè sfogliando un libro. Il telefono era lì. Antonio non chiamava da mesi. Io nemmeno. Pare che lavori ancora a Firenze, lotta con la finanza, dicevano le voci. Matilde non si vedeva più. Gestire le conseguenze dei suoi giochi era una storia diversa dal vivere con la moglie comoda.
Non mi dava soddisfazione. Semplicemente non mi riguardava. Non per freddezza o indifferenza, ma per una calma nuova. Il suo destino non era più affar mio.
Come si supera il tradimento? Non so se esiste una risposta universale. Forse basta darsi da fare, non ruminare, non cercare colpe, non sprecare energie nel rancore. Solo prendere le carte, trovare un esperto, andare avanti un passo per volta.
La dote femminile, dicevano, come se fosse un destino fisso, immodificabile. Si sopporta, si aspetta, ci si adatta. Io ho capito, a cinquantadue anni, che la dote è solo una base di partenza. Puoi prendere unaltra strada quando vuoi, se decidi di farlo.
Io lho fatto. Tardi, forse. O forse no, perché dopo i cinquanta la vita era davvero, stranamente, un inizio. Prudente, difficile, ma inizio.
A fine giugno ho incrociato Antonio per caso, entrambi in fila allanagrafe comunale. Si è accorto per primo, si è avvicinato.
Non ero preparata. Ero lì con la mia cartellina documenti, in abito chiaro di lino, e lui a pochi passi.
Ciao, ha detto.
Era diverso: più magro, il volto provato. Bella giacca, ma stropicciata. Ho pensato che tempo fa glielavrei stirata io.
Ciao, ho risposto.
Abbiamo fatto silenzio qualche secondo.
Come stai? ha chiesto.
Bene. Tu?
Sbrigo questioni, troppe impicci.
Capita.
Mi ha guardata. Nei suoi occhi una cosa mai vista: forse spaesamento, forse consapevolezza tardiva.
Giulia io
Toni, lho fermato non serve. Non porto rancore, né rabbia. Tutto è sistemato. Basta così.
Era il mio turno. Mi sono rivolta allo sportello, ho detto il mio cognome, consegnato i documenti.
Girandomi indietro, lui non era più lì. Si era messo a un altro sportello. Sono uscita, chiudendo dietro la porta a vetri.
Fuori cera sole vero, da estate piena. Odore di asfalto caldo e di tiglio dai giardini. Sono rimasta un attimo, il viso rivolto allazzurro. Ho chiuso gli occhi.
È squillato il telefono. Teresa.
Hai consegnato tutto?
Sì. Tutto sistemato.
Complimenti! Senti, sabato hanno inaugurato una mostra dacquarelli in centro. Vieni?
Volentieri.
Ora, come stai?
Sono stata un po zitta. Ho guardato la strada, la gente, il cielo terso, i batuffoli di pioppo sospesi nellaria, leggeri, ignorando tutto.
Adesso va bene, Tere. Non benissimo, non felicissima, ma bene. Davvero.
Non è poco, mi ha detto.
No, ho risposto. Non è poco davvero.




