Entrò senza suonare il campanello, tenendo tra le mani qualcosa che si muoveva.

Entrò senza neanche suonare il campanello, stringendo in mano qualcosa che si muoveva.

Alessandra entrò senza neanche suonare. Non laveva mai fatto prima, e già solo quello bastò a far uscire Valentina Silvestri dalla cucina, strofinando le mani in uno strofinaccio. Era un sabato di febbraio di quelli grigi e noiosi: neve mista a pioggia, cielo basso e triste, in giro una malinconia che ti viene solo voglia di buttarti sul divano e dimenticare ogni problema.

Alessandra stava in corridoio con il parka slacciato a metà. Con una mano si sfilava la giacca, con laltra stringeva qualcosa avvolto in una coperta a quadri. Qualcosa di piccolo. Qualcosa che si muoveva.

Valentina Silvestri poi avrebbe raccontato di aver capito subito, ma era una bugia. Non aveva capito niente. Aveva solo pensato che Alessandra avesse raccolto un gattino per strada.

Vieni di là, che fa più caldo, disse. Sei appena tornata dalla stazione? Metto su il caffè.

Mamma, rispose Alessandra con una voce che le risultava nuova, spenta. Non era rabbiosa, ma nemmeno dolce. Solo la voce di chi si è portato dietro un peso troppo grande e finalmente lha posato a terra. Mamma, è Michele.

Valentina guardò il fagotto. Da sotto la coperta sbucava un pugnetto rosso, piccolo. Poi apparve un visino spiegazzato, gli occhi chiusi come un funghetto vecchio.

Non ricordò mai bene cosa disse poi. Forse qualcosa sul caffè. O che bisognava togliersi le scarpe bagnate. Diceva cose senza senso mentre la testa cercava disperatamente di mettere insieme i pezzi: Alessandra era partita per il tirocinio quattro mesi fa. Alessandra chiamava ogni settimana. Alessandra diceva che tutto andava bene, che gli esami erano una fatica, che le mancava la pasta e fagioli di casa.

Quanti anni ha? riuscì finalmente a chiedere Valentina.

Diciotto giorni.

Diciotto giorni. Dunque Alessandra aveva già chiamato durante. Diceva tutto bene mentre aveva un bimbo di otto giorni. Sette. Cinque.

Andarono in soggiorno. Alessandra posò Michele sul divano, mise dei cuscini di lato, si raddrizzò e guardò la madre negli occhi. Senza abbassare lo sguardo. E lì, Valentina si accorse: Alessandra era cambiata. Dimagrita in faccia, occhiaie scure. Ma aveva una postura di chi ha già passato il peggio.

Dovevi accorgerti, disse Alessandra. Non urlò, non pianse. Lo disse solo, piano e stanca. Quando sono venuta per Ognissanti, dovevi accorgerti. Ero già al sesto mese, mamma. Al sesto.

Valentina ricordò Ognissanti. Alessandra era rimasta tre giorni. Girava in un maglione extra large, e Valentina aveva pensato: è cresciuta, non si cura più come prima della linea, pare uno spaventapasseri. Guardavano un telefilm, mangiavano tortellini pronti, Alessandra aiutò a sistemare il terrazzo. Tre giorni, e se ne andò.

Pensavo solo che eri ingrassata, disse Valentina.

So bene cosa pensavi tu. Hai sempre pensato a tutto, tranne che a me.

Non era vero. O almeno, era molto ingiusto, e Valentina Silvestri lo sapeva. Ma tacque, perché capita spesso che in parole così ingiuste ci sia nascosta una fastidiosa verità difficile da confessare.

Sempre a lavorare, continuò Alessandra. Tornavo a casa e già dormivi. O eri impilata nei tuoi fogli contabili. In seconda media ho iniziato a fumare, te ne sei accorta dopo sei mesi. In quarta superiore non ti ho parlato per due settimane, non hai mai chiesto il perché. Vivevi in un tuo mondo, mamma. E io ho imparato che era meglio non dire nulla. Che me la cavavo da sola.

Dal divano Michele squittì. Alessandra si girò verso di lui, risistemò la coperta con un gesto così preciso, ormai familiare, che fu chiaro a Valentina: aveva già imparato tutto da sola, lì, con un neonato di una settimana.

E dove sei stata? chiese Valentina.

Da Marina. Quella di Corso Italia, ti avevo raccontato. Mi ha aiutata tanto.

Marina di Corso Italia. Unamica che Valentina non aveva neppure mai visto. Sua figlia partoriva il primo figlio e accanto cera Marina. Non lei.

Andò in cucina. Mise su la moka, si piazzò alla finestra a guardare il cortile cosparso di neve ormai fango. Sentiva Alessandra che diceva qualcosa sottovoce a Michele, suoni indistinti.

Valentina pensava: era ragioniera da una vita. Ha sempre fatto quadrare tutto, numeri, detrazione, saldo. Ma ora? La figlia sotto il suo tetto per sette anni, poi alluniversità, telefonate una dietro laltra, e non sapeva niente. Niente, di niente. Quale contabilità poteva aiutarla ora?

Quando tornò in soggiorno con due tazze di caffè, Alessandra dava il biberon a Michele. La scena era insieme normale e completamente irreale, così Valentina posò i bicchieri e si rifugiò alla finestra.

Chi è il padre? domandò, senza voltarsi.

Alessandra rimase zitta.

Dopo, mamma. Non ora.

Valentina annuì, anche se la figlia non poteva vederla. Dopo andava benissimo, nessuno correva.

Quella notte non dormì quasi mai. Sentiva Michele muoversi di là, Alessandra alzarsi, sussurrare piano. Pensava che doveva comprare una culla. Pensava che avrebbe dovuto chiedere consiglio alla signora Zina, la vicina, che di nipoti se ne intende. E pensava alle parole di Alessandra: Dovevi accorgerti. Vivevi in un tuo mondo.

Era vero?

Sì. Certo che sì. Solo che Valentina aveva sempre ragionato in altro modo. Aveva sempre pensato che lavorasse per dare ad Alessandra tutto: i vestiti giusti, il corso dinglese, il prosciutto buono. Che quello fosse amore: spaccarsi la schiena per riempire il frigo di ricotta e polpette. Invece no. Era servito a poco.

Era colpa sua?

Qui non sapeva rispondere. Qui i conti non tornavano.

Quindici anni prima, prendeva un regionale per Bologna, direzione orfanotrofio. Era novembre, grigio come quel febbraio lì. Guardava fuori dal finestrino e si chiedeva perché ci andava. Il marito era andato via tre anni prima, se nera andato così Vale, voglio figli, non ci riusciamo, lo sappiamo bene tutti e due. Lo sapeva, sì. I medici glielo avevano detto a trentadue anni. Cè chi si abitua allipertensione, lei si era abituata a questa cosa: sempre lì, ogni tanto fa male, ma ci convivi. Ma Nicola non si era abituato. O non voleva. Se nera andato con unaltra sulla trentina, già con due bambini. Valentina li vedeva fare la spesa: Nicola con la carrozzina, la moglie giovane, i figli paffuti. Si salutavano, che dovevano fare.

Valentina ci mise un po a decidersi sullorfanotrofio. Aveva paura. Ma cosa vuoi con un figlio non tuo, ce la farai? diceva lamica Lucia. Provaci, che male cè? Nicoletta. Ma decise da sola, senza amiche. Un giorno si alzò, si preparò e andò.

Allorfanotrofio le mostrarono un po di bambini. Piccoli, teneri, con il sorriso pronto. Figlioli abili a piacere. Alessandra stava in un angolo con un libro. In realtà fingeva di leggere. Guardava in cagnesco la sconosciuta lì per scegliere qualcuno, come si fa coi cuccioli in piazza. Dodici anni, ossuta, capelli corti senza ombra di acconciatura. Una cicatrice sul polso. Leducatrice sussurrò: È Alessandra, ragazza difficile, lasci perdere. Ma Valentina le si sedette accanto e chiese cosa stesse leggendo. Alessandra mostrò la copertina senza dire una parola. Era Il Conte di Montecristo. Bel libro, commentò Valentina. Mh, fece Alessandra, tornando a fissare la pagina.

Si scelsero così. O non si scelsero affatto: una di quelle cose che capitano e non ci torni più indietro.

I primi mesi furono da mettersi le mani nei capelli. Valentina la sera in cucina chiudeva la porta e si chiedeva: Forse ho sbagliato tutto. Alessandra era acida. Non sgarbata, ma velenosa: Non è il pane giusto. Che ci facevi in camera mia? Non mi serve il tuo aiuto. Porta sempre chiusa. Se Valentina bussava, sentiva solo: Che cè? Mai Entra. Mai Sì. Solo il filtro del distacco.

Una notte sentì Alessandra tossire di brutto. Aspettò in corridoio, poi entrò. Era a letto, calda in faccia, muta e ostinata. Valentina andò in cucina, preparò il latte col miele e burro, da ricetta di sua madre. Tornò. Alessandra sorseggiò senza dire grazie. Infine, bofonchiò:

Perché col burro?

Così cura meglio.

Schifo.

Ma funziona.

Alessandra rimase in silenzio.

Vabbè, disse.

Era la prima parola vera scambiata fra loro. Non che cè, non non serve aiuto. Era solo vabbè. Una parola da niente, che per Valentina pesava come un romanzo.

Poi vennero i jeans. Alessandra voleva quelli di una compagna, con i ricami sulle tasche, costavano un occhio. In quei tempi i soldi non cerano proprio: Valentina pranzava al self con quello che costava meno, la sera si arrangiava. Ma quei jeans, li comprò. Li posò sul tavolo. Alessandra guardò i jeans, poi lei, poi ancora i jeans. Non disse nulla. Si chiuse in camera. Unora dopo uscì indossandoli.

Mi stanno, disse.

Bene, rispose Valentina.

Grazie, fece Alessandra, a fatica, quasi avesse un nocciolo in gola da sputare. Però uscì.

Funzionava così. Lento, di traverso, a scatti. Non come nei film, dove la figlia adottiva si scioglie in abbracci. Nella vita è diverso: è tutto fatto di va bene, vabbè, e grazie sussurrati a denti stretti.

Alessandra visse con lei tre anni a scuola, poi si iscrisse a scienze della formazione primaria. Valentina pensava: Ma con quel carattere lì, con dei bambini? Alessandra però voleva proprio quello, e lei non discusse. Passò il test, andò a vivere in studentato. Allinizio chiamava poco, poi più spesso. Ogni tanto tornava a casa, mangiava tortellini, raccontava delluniversità. Con la distanza, qualcosa era cambiato. Forse serviva proprio così a tutte e due.

Ma le cose che Alessandra raccontava erano sempre generiche. Compagne, lezioni, mensa. Niente di personale. Di profondo, proprio niente.

Un anno prima, a marzo, telefonò con una voce strana. Valentina: Tutto bene? Alessandra: Sì, sono solo stanca. Cambiarono discorso. Valentina ripensò spesso a quella telefonata. Avrebbe dovuto chiedere altro? Non tutto bene, che tanto è una domanda a cui si risponde sempre sì. Ma non sapeva proprio quali altre parole usare.

Cosa fosse successo a marzo, Alessandra lo raccontò solo molto dopo, quando Michele aveva sei settimane e fissava ormai il solito angolo in alto del soffitto.

Il docente era del dipartimento di pedagogia. Alessandra andava da lui in ufficio, lui parlava come se le leggesse dentro. Era sposato. Alessandra lo sapeva. Dopo si sarebbe ripetuta che non era una scusa, che era stato stupido. Ma a ventidue anni, se qualcuno ti guarda come se fossi la sola donna della stanza, è dura dire no, specie se cresci in orfanotrofio dove nessuno ti ha mai guardata così.

Finisce tutto a ottobre. La moglie compare in dipartimento. Valentina cercò dimmaginare la scena: una donna sui trentacinque, urla nei corridoi, davanti a tutti. Parole che era meglio dimenticare. Il docente uscì, afferrò la moglie e se la portò via, senza nemmeno voltarsi.

Non si voltò.

Alessandra gli guardò la schiena. Poi andò in bagno, si chiuse lì e restò unora. Nessuno entrò a parlarle. Tutti avevano visto, ma nessuno si avvicinò. Per timore o per pigrizia.

Tre settimane dopo, il test: due lineette.

Alessandra seduta sul bordo della vasca dello studentato, fissava il risultato. Si lavò la faccia, si guardò allo specchio e si disse: E vabbè. Poi chiamò Marina di Corso Italia, lunica davvero amica.

Marina: Rimani qui quanto vuoi.

Perché non aveva chiamato Valentina?

Alessandra lo spiegò brutalmente:

Tu avresti iniziato a risolvere. Avresti detto cosa dovevo fare. Avresti detto chi avvisare, che il padre deve pagare, o che serve una pausa dagli studi. Dovevi risolvere, tutto qui. Io invece volevo solo qualcuno seduto accanto, in silenzio. Ma tu non lo sai fare, mamma. Tu sei brava a fare, ma non a essere.

Valentina non replicò. Si riconosceva troppo in quelle parole. Fastidioso, ma vero.

Marzo passò. Alessandra stava da Marina. Marina era quella che ci voleva: non dava consigli, cucinava, si alzava anche di notte per portarle lacqua. Gente così rara quanto una benedizione: Valentina le fu grata, anche se non glielo disse mai.

Michele nacque a gennaio. Sano, urlante, con una capigliatura nera e unespressione da sindacalista. In ospedale, vicino ad Alessandra cera Marina, non la madre.

Quando Alessandra raccontò tutto a Valentina, questa rimase a lungo in silenzio. Poi disse:

Dovevo essere unaltra persona.

Sì, disse Alessandra con calma. Forse sì.

Ma non ne sono stata capace.

Lo so, rispose Alessandra. Senza perdoni e senza riconciliazioni: una constatazione semplice. Lo sapeva. Non faceva male meno, ma almeno un senso ce laveva.

Ora vivevano insieme. Valentina aveva dato ad Alessandra la camera grande, messo la culletta comprata dalla signora Zina (che, come previsto, era una miniera di consigli non richiesti, ma utili).

Guarda che bel bambino! diceva Zina allungando occhiate da intenditrice. È un bene se piange tanto: quelli silenziosi sono peggio, credi a me!

Alessandra reggeva Zina come si sopporta il mal di denti, ma non le dava il benservito, perché in fondo aiutava davvero: sapeva tutto sui colichetti, una volta chiamò pure la nuora pediatra.

Valentina era già in pensione. Si arrangiavano, senza lussi ma senza panico. Ogni tanto le faceva male la pressione, spesso le ginocchia (il febbraio è un delirio per le mie articolazioni), ma si guardava bene dal lamentarsi. A casa ce nera già abbastanza.

Dovevano ancora imparare a stare insieme. Ci vuole tempo per due che non sono mai state brave a parlare davvero. La mattina Alessandra dava il biberon, Valentina preparava la pappa, poi tè tutte e due in silenzio. Ogni tanto Alessandra commentava qualcosa tipo Stanotte ha dormito tutta la notte, credi?, o Gli prude qui, lo vedi?. Timide, erano le prime parole di un linguaggio nuovo.

A primavera chiamò Nicola.

Valentina era in cucina, il telefono vibrò: Nicola. Non aveva mai cancellato il numero. Perché, poi? Mai capito.

Pronto? disse lei.

Vale, sono io. La voce, diversa. Non quella di una volta, ironica e sicura. Questa era spenta, consumata. Possiamo vederci?

Si incontrarono in un bar vicino a casa. Nicola aveva il viso scavato, capelli bianchi, occhiaie da romanzo russo. Valentina lo guardava e pensava che ormai non provava più rabbia: era rimasta solo una specie di stanchezza antica.

Lui ordinò un tè, mescolò a lungo, poi iniziò:

Mi hanno trovato qualcosa ad aprile. Pancreas. Mi opero a giugno.

Lei tacque.

Non chiedo compassione, disse lui in fretta. Volevo solo dirtelo. Ho passato dei bei guai, Vale. Da solo. Le ragazze hanno la loro vita, la moglie be, sai comè. Brava donna, ma tacque. Ti volevo dire solo che allepoca ho fatto una porcata. Quando sono andato via. Ora lho capito.

Capito, ripeté lei, senza mettere il punto di domanda.

Sì. Adesso sì. La guardò in faccia. Sto vendendo il mio piccolo bar kebab. Usciranno due soldi. Vorrei darli a te.

Valentina appoggiò la tazza.

Perché.

Vi serve una casa più grande. Parlava come se sapesse. Poi scoprì: la signora Zina. Eh, la signora Zina. So che tua figlia con il bimbo vive con te. Sarete stretti.

Problema tuo, non mio.

Vale.

Nico, non eri preoccupato prima. Ora vuoi Che ti serva per la coscienza, va bene.

Non osò replicare. Lo aveva capito anche lui.

Valentina tornava a casa col bus. Era una primavera anticipata, si vedeva il verde rispuntare. Pensava che Nicola stava male. Che il pancreas non è uno scherzo. Che non lo vedeva da ventanni e non le mancava, e adesso invece, antipaticamente, le dispiaceva. Uno strano effetto.

A casa lo raccontò ad Alessandra.

Lei la fissò, Michele in braccio che scrutava il soffitto.

Quindi? disse Alessandra.

Vorrebbe lasciarci dei soldi.

No, tagliò corto Alessandra.

Ale.

Mamma, ti ha lasciata perché non potevi avere figli. Te ne rendi conto? Se nè andato come se fosse colpa tua. Ora che si sente male e forse ha paura della fine, si sveglia con i soldi? No.

Valentina guardava la figlia.

E se li prendo?

Allora non ti capisco più.

Di me non hai mai capito molto, disse Valentina serenamente. E neanche di lui. È una brutta persona? Sì. Ma non è un mostro, solo un debole. I deboli sono la maggioranza.

E tu lo perdoni.

Lho perdonato tanti anni fa. Solo non avevo mai avuto occasione di dirlo.

Alessandra la fissò. Qualcosa cambiò nei suoi occhi (rabbia? O cosaltro? Valentina non riuscì a leggerlo).

Fai come vuoi, concluse Alessandra. È la tua vita.

Quei soldi li prese. Non solo perché serviva davvero una stanza in più per Michele e perché Alessandra doveva studiare: ma perché Nicola doveva toglierli dalla sua coscienza. Era la sua partita personale, e ostacolarla avrebbe avuto poco senso.

Per qualche settimana Alessandra parlò pochissimo. Nessuna lite, nessuna porta sbattuta. Solo risposte brevi e uno sguardo vago. Una vecchia tattica: da adolescente faceva lo stesso quando si incazzava.

Un giorno la signora Zina entrò con una pentola di minestrone, guardò le due, scosse la testa: Siete uguali. Testarde e mute, ecco il vostro guaio.

Alessandra rispose: Signora Zina, con rispetto, ma non sono fatti suoi.

Zina manco si offese. Lasciò la zuppa e via. Il giorno dopo era di nuovo lì.

Passò lestate. Michele cresceva. I primi denti vennero fuori tutti quanti soffrivano il medesimo tormento. Alessandra studiava per la tesi, Valentina faceva da babysitter. Un nuovo equilibrio, faticoso, ma quasi piacevole. Forse.

A fine ottobre arrivò una lettera da Nicola. Proprio di carta, roba quasi dantiquariato. Operazione il 12 novembre. Non so come andrà. Grazie per allora. Per non avermi insultato. Per aver accettato. Nientaltro. Nessunulteriore parola, nessun indirizzo di ritorno.

Valentina lesse due volte, poi ripiegò tutto e lo nascose nel cassetto.

Alessandra notò la lettera. Che cosè? chiese. Da Nicola. Lei annuì, punto.

Arrivò la vigilia di Capodanno.

Il 31 dicembre erano solo loro due e Michele. La signora Zina era dalla figlia. Marina di Corso Italia invitò Alessandra ma lei decise di rimanere. Non cera stato un piano: solo mandarini, insalata russa fatta da Alessandra, una torta scongelata. Michele dormiva dalle sette, come sempre, ignaro dei festeggiamenti del mondo.

Alle dieci di sera erano a tavola. La TV borbottava in sottofondo. Alessandra guardava il piatto, Valentina il tè.

Poi Alessandra alzò lo sguardo.

Gli ho scritto, disse, senza preamboli. Quando è nato Michele. Gli ho scritto che avevamo un figlio.

Valentina capì subito il soggetto del discorso. Appoggiò la tazza.

E?

Non ha risposto. Alessandra le restituì lo sguardo. Mi ha bloccata. Ovunque. È come se non esistessi più. Né io né Michele.

Valentina tacque.

Lo so che è colpa mia, continuò Alessandra, con voce lucida anche se Valentina vedeva quanto le costava. So che è stato un errore. Che lui non era mio, non lo sarà mai. Ma almeno non so, poteva rispondere. Anche un non scrivermi. Solo per sapere se aveva letto. Invece niente. Come se non esistessimo mai stati.

Guardava il buio fuori. Qualcuno cominciava a sparare i primi botti, mancavano due ore a mezzanotte.

Mi vergogno, mamma, disse, a voce così bassa che pareva parlassero solo a sé stessa. Mi vergogno di quello che ho scelto. Mi vergogno di non aver detto nulla per mesi, di aver pensato di poter fare tutto da sola. E ora mi vergogno pure di dirtelo. Su di me ci ho sempre contato solo io, e ora no. E fa male.

Valentina la guardava.

Avrebbe voluto dire qualcosa di davvero saggio. Una di quelle frasi che una figlia si ricorda per sempre. Ma le frasi sagge non arrivano mai quando le vorresti, spuntano sempre dopo. Così disse solo la verità, come veniva:

Sciocchina. Alessandra la fissò. Anche io ho fatto errori. Ho scelto persone sbagliate. Ho sposato un uomo che al primo problema è scappato, e mi sono dannata pensando che fosse colpa mia, di essere inadeguata, non abbastanza donna perché non potevo avere figli. Anchio ho dovuto cavarmela sola. Si fermò. Ma io, allora, ero davvero sola. Tu invece ci hai noi. Quel piccolo nella culla. E me. Non sei sola, Ale.

Alessandra guardò la madre. Tre secondi in silenzio. Poi sul volto le si disegnò tutta la stanchezza repressa di mesi.

Ero molto arrabbiata con te, disse. Tantissimo. Che non ti sei accorta di niente. Che lavoravi sempre. Che hai preso i soldi da Nicola. Che lhai perdonato.

Lo so.

Non capisco ancora come hai fatto a perdonarlo.

Lo capirai, disse Valentina. Solo che ora non vuoi accettarlo. È diverso.

Alessandra chinò la testa. Poi la rialzò.

Mi dispiace di non averti chiamata quel giorno a ottobre, quando ho scoperto. Mi dispiace che non ceri quando è nato Michele. Pensavo fosse giusto, che bastassi io. Ma è stato solo orgoglio. Orgoglio stupido.

Dispiace anche a me, disse Valentina. Di essere una madre così. Se fa paura chiamarmi. Dovevo riuscire a fare in modo che non fosse così. Ma non ci sono riuscita. Eri qui, ma la testa mia era sempre tra le buste paga. Hai ragione. È colpa mia anche questa.

Stettero un po in silenzio. In TV qualcosa di natalizio con la solita pubblicità invadente.

È bello, disse Valentina. Di Michele.

Sì, annuì Alessandra. E per la prima volta in quella chiacchierata il viso si addolcì. Davvero bello. Zina dice che sembra un giovane attore.

Lo dice a tutti.

Però mi fa piacere lo stesso.

Non si abbracciarono. Non piansero, né si giurarono amore eterno. Solo Alessandra si alzò, andò a mettere su un altro tè, e toccò la madre sulla spalla, di passaggio. Valentina coprì la mano di sua figlia per un secondo, poi la lasciò andare. Era tutto lì. Questo era quanto.

Il nuovo anno arrivò con i mandarini e la TV accesa in sottofondo. Michele si svegliò alle undici e mezza per i botti, urlò un po, Alessandra lo prese in braccio e si calmò lì. Si misero tutti e tre alla finestra a guardare i fuochi dartificio. Valentina pensò che un anno prima era sola con la pensione e la pressione alta, senza niente davanti. Adesso aveva una figlia che le aveva raccontato la verità e un nipote che scrutava i fuochi col cipiglio di un giudice.

Forse era questo, quello che chiamano un nuovo inizio. Ma senza proclami. Solo silenzio e mandarini.

A inizio maggio Alessandra discusse la tesi.

Valentina andò da sola, lasciando Michele a Zina vestita di festa. Si sedette in fondo allaula magna. Odore di libri vecchi e di polvere. Dieci ragazzi in attesa, la commissione imponente. Alessandra si presentò in un abito blu scuro che aveva scelto insieme a Valentina solo pochi giorni prima. Si mise davanti, si aggiustò una ciocca, aprì la cartellina.

Quando iniziò a parlare, Valentina capì subito due cose. Primo: la figlia era preparata, sicura, rispondeva bene a ogni domanda. Secondo: era stata distrutta dalla fatica, ma era lì in piedi e ci provava.

Valentina la guardava, pensava alladolescente acida col Montecristo in mano, non sapeva nulla di lei allora, aveva solo preso la decisione e basta. Adesso quella ragazzina era lì che discuteva la tesi, con un bimbo a casa.

Quando arrivò il voto, Alessandra si voltò e cercò la madre in fondo allaula. La guardò. Valentina sentì che qualcosa le si allentava in gola, quasi si commosse. Non piangeva da quindici anni, forse: nemmeno ai funerali della madre. E invece adesso sì, stavolta sì. Tirò fuori il fazzoletto e si asciugò gli occhi, e pensò: va bene così.

Dopo la discussione andarono a bere un caffè nel baretto sotto alluniversità. Alessandra raccontava domande e risposte, Valentina ascoltava, e dentro, pensava che una conversazione così vera tra loro non lavevano mai avuta. Forse era la prima volta.

Il giorno dopo arrivò di nuovo una lettera di Nicola. Di carta. Poche righe: Operazione andata bene. I medici dicono che posso ben sperare. Grazie. Fine.

Alessandra la lesse in silenzio. A lungo la tenne tra le mani.

Secondo te è perché lo hai perdonato? chiese.

Cosa?

Che è andata bene. Che si è salvato. Tu credi sia collegato?

Valentina rifletté. Prese la lettera, la ripiegò.

Non lo so, rispose onestamente. Forse è solo la bravura dei dottori, la medicina. O magari scrollò le spalle. Non lo so, Ale. Davvero.

Alessandra guardò fuori.

Michele oggi mi ha sorriso, disse. Davvero. Mi ha guardata, e mi ha sorriso! Non era dai gas.

A Valentina venne di nuovo quel groppo alla gola. Ancora lacrime, incredibile.

Lo fa per te, disse. Sente che sei finalmente tranquilla.

Alessandra guardò la madre. Poi Michele, che sul divano fissava come sempre il suo angolo preferito. Poi di nuovo la madre.

Dici?

Dico di sì, rispose Valentina.

Fuori era davvero primavera. Quella buona, con lodore di terra nuova e di erba fresca che si sentiva dappertutto, perfino in città se tenevi la finestra aperta. Michele sospirò. Alessandra si avvicinò, lo prese tra le braccia. Si mise alla finestra, lui la guardava da sotto in su. Con la solennità di chi si fida.

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