L’Impasto Silenzioso

Limpasto silenzioso

Francesca, ti rendi conto di chi viene sabato? Marco si ferma sulla soglia della cucina e la osserva come se avesse commesso lennesimo errore. Non dice altro, solo la fissa.

Francesca sta trasferendo limpasto sulla spianatoia. Le mani, immerse nella farina fino ai gomiti.

Certo che lo so. I tuoi colleghi e le loro mogli. Me lhai già detto tre volte.

Ho detto che non sono semplici colleghi. Cè Rinaldi con la moglie. Lui è socio nello studio. E anche Lombardi. Sai almeno chi è Lombardi?

Marco, sto cucinando. Parliamone dopo.

Lui entra ugualmente in cucina, anche se di solito preferisce starne alla larga, irritato da quellodore di vita continua, pentole, panni umidi appesi.

No, non dopo. Voglio che tu capisca adesso. Questa gente va in vacanza sulla Costa Azzurra. Loro mogli si vestono dai sarti. Vanno in ristoranti dove il menù è solo digitale.

E quindi? Francesca lo guarda negli occhi.

Niente crostate o torte rustiche stavolta. Ordina qualcosa di decente. Cè il servizio catering, portano tutto come al ristorante, nei vassoi eleganti. Ti do i soldi.

Francesca tace. Guarda limpasto, poi ancora lui.

Ormai lho già preparato.

Francesca.

Marco, ho iniziato alle sei. Andrò al mercato per la carne. Verrà tutto bene, stai tranquillo.

Lui scuote la testa come se avesse appena sentito una sciocchezza infantile.

Non li conosci proprio sospira e se ne va.

Francesca resta un attimo a fissare fuori dalla finestra. Marzo è grigio e umido; su un ramo cè un piccione che guarda altrove. Poi abbassa gli occhi sullimpasto e ricomincia a lavorarlo.

***

Ha cinquantadue anni, ventotto dei quali passati con Marco. Si sono conosciuti a Parma, quando lei era contabile in una piccola ditta edilizia e Marco era appena diventato caporeparto, con indosso quelle giacche ampie che odoravano ancora di altri tempi. Lo ricorda giovane e un po goffo, impacciato con le donne e con l’abitudine di giocherellare con il bottone del polsino quando era nervoso. Si è innamorata proprio di quel gesto, di quella timidezza umana.

Poi i traslochi: prima a Bologna, poi Milano. Ogni volta lei imballava tutto, portava con sé il gatto, cercava nuovi negozi e medici, imparava a conoscere i vicini da capo. Marco saliva di grado, e qualcosa in lui cambiava; piano, in modo impercettibile, come un argine che si erode con gli anni.

Non hanno avuto figli. Non è successo. Prima i medici dicevano una cosa, poi unaltra, poi semplicemente hanno smesso di parlarne. Francesca ne ha sofferto silenziosamente, dentro di sé, finché non ha trovato una sorta di pace. Ha riversato tutta lenergia materna nella casa: nella cucina, nellorto fuori città, nei gerani sul davanzale, nei bambini dei vicini a cui regalava, a volte, dei biscotti.

Le torte e i piatti erano il suo linguaggio. Lo sapeva, anche se mai lha detto a parole. Quando le mancavano le parole, o quando non servivano, andava in cucina. Nei momenti felici, pure. Limpasto lo sentiva meglio con le mani che col termometro: sapeva quando era pronto da come rispondeva sotto i palmi.

Marco mangiava i suoi piatti da ventotto anni. Li ha sempre mangiati in silenzio. Solo ora Francesca capisce che il suo silenzio lo prendeva per approvazione.

***

Venerdì sera Francesca sta in piedi fino a mezzanotte. Prepara una torta salata con manzo e cipolle, secondo la ricetta della nonna: quella con la crosticina dorata, che si sente già dallascensore. Fa anche dei ravioli ripieni di patate e ricotta. Prepara laspic di carne perché sia pronto il giorno dopo. Uninsalata con cavolo cappuccio, carote e mirtilli rossi. Mette in forno uno stinco di maiale con aglio e rosmarino, lasciando che profumi la casa.

Marco rientra alle undici, vede tutto e non dice parola. Passa in silenzio verso la camera.

Francesca mette in ordine la cucina, si toglie il grembiule e si siede per un momento sullo sgabello accanto alla finestra. Beve un tè. Domani arriveranno le persone, si siederanno a tavola, e lei li nutrirà con quello che sa fare meglio al mondo. Le sembra semplice e giusto.

Si corica alluna e si addormenta subito.

***

Gli ospiti arrivano puntuali all sette. Sono in sei: Rinaldi con la raffinata moglie Paola, Lombardi con la giovane moglie Chiara e un terzo uomo che Marco presenta come Dottor Antonelli senza cognome né titolo, ma con un rispetto tale nella voce che Francesca capisce subito che è quello più importante.

Paola Rinaldi è una donna snella, avrà forse quarantacinque anni, indossa un abito nero che sarà costato quanto una pensione mensile di Francesca. Entra, osserva tutto in silenzio, valutando con lo sguardo, sistemando le cose in una personale gerarchia: casa, mobili, tende, padrona di casa.

Chiara Lombardi è più giovane, bionda tinta, un profumo che la precede già dallingresso, e sorride esageratamente, come premendo un interruttore.

Il Dottor Antonelli è sulla sessantina, un uomo robusto, mani forti e occhi acuti. È lunico che stringe la mano a Francesca e dice: La padrona di casa? Piacere.

Francesca li conduce nel soggiorno, dove la tavola è pronta. Ha scelto la tovaglia buona, di lino ricamata. Ha acceso le candele. Ha disposto le posate come si ricordava. Laspic di carne sul piatto con prezzemolo, una montagna di ravioli in una ciotola profonda, la torta già tagliata, dorata e fragrante.

Gli ospiti si sistemano. Marco apre una bottiglia di chianti che ha portato Rinaldi, qualcosa dimportato, dice lui.

Paola scruta la tavola e, con tono basso ma udibile, commenta: Oh, aspic… non vedevo un aspic da secoli.

Cè qualcosa in quella frase che Francesca sente, ma capisce solo dopo: come lodore di gas, ti arriva e ci metti un attimo a reagire.

Prego, servitevi dice Francesca. Torta salata di manzo, ravioli, qui lo stinco.

Stinco! Chiara si scambia uno sguardo con Paola. Oddio, non ne mangio da almeno quindici anni. È così pesante.

Saporito, la corregge Paola, ridacchiando un po. Una risata pungente, di quelle che fanno venire voglia di guardarsi le scarpe per assicurarsi di non aver pestato qualcosa.

Gli uomini si servono, ma non dicono quasi nulla. Rinaldi prende laspic, lo assaggia e fa un cenno con la testa, silenzioso. Lombardi assaggia un pezzo di torta. Antonelli si versa dellacqua e si mette a osservare la tavola, assorto.

Marco, tu non cucini mai, vero? domanda Chiara, sorridendo.

No, la cuoca qui è Francesca, Marco risponde con una vena di ironia, come spiegando una vecchia abitudine tollerabile.

Francesca, vieni da una famiglia piccola? chiede Paola, infilzando una foglia di insalata. Sei di paese?

Sono di Parma, risponde Francesca.

Ecco! Paola annuisce, come avesse appena risolto un indovinello facile. Lì si trovano ancora queste tradizioni. Torte, aspic… roba di campagna, insomma. Nessuna offesa, eh. Ma la gente di città da anni non mangia più queste cose. Lo dicono anche i nutrizionisti, la gelatina è micidiale per le arterie.

Francesca la guarda negli occhi.

Se preparata bene diventa collagene: fa bene alle articolazioni. risponde seria.

Queste sono vecchie teorie, minimizza Paola. Noi da tre anni niente carne, solo pesce e superfood. Marco, tu hai mai provato? Conosciamo una nutrizionista eccezionale.

Marco ride, con leggerezza di circostanza.

Francesca è un po allantica, osserva lui.

Quella parola, conservatrice, le resta impressa. Cade nella stanza come una moneta che nessuno si prende la briga di raccogliere.

Poi Chiara dice che la pasta della torta è troppo spessa e a una certa età deve stare attenta alla linea. Paola racconta dellultimo ristorante gourmet a Brera dove lo chef si è formato a Parigi. La conversazione vola su soldi e case; Francesca capisce di essere solo la comparsa. La padrona di casa chiamata a sorridere e a servire.

Lei sorride.

Riempie i bicchieri, porta in tavola i piatti, sparecchia. Chiede se serve qualcosa. Nessuno ringrazia.

Alle nove, Paola osserva la torta rimasta quasi intatta: Devo essere onesta perché siamo tra amici: tutto questo, beh… è molto da provincia. Non fraintendermi, Francesca, ma in un certo contesto questa cucina non si intona proprio. È un altro livello.

Cala il silenzio. Francesca guarda il marito.

Marco osserva il suo calice.

Oh, ognuno ha le sue tradizioni, commenta infine Antonelli e nella voce cè un tono che fa zittire Paola.

Ma Marco apre bocca:

Francesca, te lavevo chiesto di ordinare qualcosa di normale. Ecco. Hai fatto di testa tua.

Francesca si alza, raccoglie alcuni piatti e si incammina in cucina. Va piano perché quello che porta è pesante. Lascia i piatti nel lavandino. Si ferma davanti alla finestra. Fuori è buio, i lampioni accesi, una pioggerella leggera batte sullasfalto.

Sente le risate della sala. Poi il tintinnio dei bicchieri.

Francesca si toglie il grembiule. Lo appende al gancio. Poi lo riprende, lo piega con cura e lo mette sulla sedia.

Rientra nel soggiorno.

Scusatemi, dice mi è venuto mal di testa. Servitevi pure, tutto è in tavola.

Nessuno la nota veramente.

***

Sistema la cucina verso l’una quando gli ospiti sono già andati. Marco si è chiuso in camera senza dirle una parola.

Francesca impacchetta i resti: la torta salata in un grande vassoio avvolto con pellicola. I ravioli in una pentola. Laspic arrotolato nella carta da forno. Lo stinco a parte.

Alle due di notte scende in strada con tutto. Fortuna vuole che sotto casa stiano finendo di costruire un nuovo condominio, e nonostante lora ci sono ancora luci accese nelle baracche dei lavoratori.

Osserva tre operai nei loro abiti da lavoro, a bere tè da un termos. Uno fuma, due scaldano le mani attorno alle tazze.

Buonasera, dice Francesca. Scusate lora. Vi ho portato qualcosa da mangiare, se vi va.

La guardano come se venisse dalla luna.

Cosa ci ha portato? chiede quello con la sigaretta.

Torta salata al manzo. Ravioli. Anche uno stinco. Laspic meglio tenerlo in frigo.

Si scambiano unocchiata.

Ma dai, uno si alza. Ci dia che la aiutiamo.

Le prendono i vassoi e la pentola. Li sistemano sul tavolino allaperto. Uno apre subito la pellicola sulla torta, ne spezza un pezzo, e sul suo viso si apre una luce che scalda il petto di Francesca.

Davvero casalinga! esclama masticando. Che bontà, roba di casa.

Mia mamma preparava così, mormora il secondo assaggiando i ravioli. Proprio identica.

È del palazzo lei? domanda il terzo. Che, era festa?

Ospiti, spiega Francesca. Non hanno toccato nulla.

Peccato. Cibo buono.

Lo so, sorride lei.

Si ferma lì per qualche minuto, li guarda mangiare. Mangiano davvero, senza imbarazzi, di gusto. Uno già fa il bis.

Grazie, davvero, dice qualcuno.

Grazie a voi, risponde Francesca, tornando a casa.

***

Quella notte non dorme. Rimane sul divano in soggiorno, fissando il soffitto. In camera, Marco sembra dormire tranquillamente.

Francesca pensa che ventotto anni sono tanti. Quasi una vita intera. Ripensa a quando lui le aveva detto: Di nuovo di testa tua. Non hai torto o non sono daccordo. Ma di nuovo di testa tua, come se avere una propria testa fosse quasi una colpa.

Ricorda i lavoratori che mangiavano in silenzio e con gratitudine, che lhanno detto: Cibo buono, come si dice una verità.

Pensa che in quella casa non cè posto per lei non per la persona, ma per lei con i suoi piatti, la sua sveglia all’alba per il mercato, per la ricetta ereditata dalla nonna, per la sua lingua silenziosa fatta di lieviti e farina.

Quel posto lo occupano altre cose da tempo.

Alle quattro di mattina arriva la decisione. Senza scena, come si prende appuntamento dal medico dopo vari rinvii: è ora.

***

Scrive due righe su un foglio dalla calligrafia grande e ordinata, come ha sempre scritto.

Marco, me ne vado. Non perché sono offesa. Ma perché ho capito. Grazie per gli anni. Le chiavi sono sulla mensola. Francesca.

Lascia le chiavi lì, sia quella della porta che quella della cassetta della posta.

Prende una borsa piccola con lo stretto indispensabile: documenti, camicia pulita, cellulare, caricatore, contanti. Non porta cibo, e proprio questo le sembra significativo: se ne va senza portarsi la sua cucina, come a lasciare una parte di sé e scoprire se sia possibile camminare leggera.

Fuori è quasi lalba, saranno le cinque. Il cielo si schiarisce, la pioggia è finita, lasfalto brilla sotto i lampioni. Chiede un taxi e va dalla sua amica Lucia, dallaltra parte della città.

Lucia apre la porta in vestaglia, spettinata e assonnata, non domanda niente. Si sposta lasciandola entrare.

Metto su il tè?

Metti su.

Le due donne stanno in cucina, bevendo tè quasi in silenzio. Lucia ogni tanto la guarda, ma non la incalza. Sono amiche storiche, di quelle rare persone che sanno tacere vicino a te.

Te ne sei andata? chiede infine Lucia.

Sì.

Per sempre?

Francesca ci pensa un secondo.

Per sempre.

Lucia annuisce. Le versa altro tè.

***

Le prime settimane sono strane. Marco chiama. Prima breve: Torna a casa. Poi più lungo: Parliamo, ti prego. Poi: Sai cosa stai facendo? Poi smette.

Francesca vive da Lucia. Dormono in stanze vicine, fanno colazione insieme, a volte guardano serie TV la sera. Lucia non dà consigli. Francesca le è grata soprattutto per questo.

Alla terza settimana si mette a sbrigare le pratiche. Essendo esperta di contabilità, prepara da sola tutte le carte per il divorzio, senza complicazioni. La casa era in comproprietà; Marco propone di liquidarle la sua parte. Lei accetta. Niente tribunali, niente liti.

I soldi arrivano sul conto. Francesca guarda le cifre pensando: questi sono ventotto anni. È tanto? È poco? Non sa rispondere. Sa solo che le basteranno per un po.

Il lavoro inizia a cercarlo dopo un mese. Sente di dover respirare un po. Fa lunghe passeggiate per Milano, si siede in piccoli bar, prende il caffè, osserva la gente. Ha cinquantadue anni, ma è la prima volta da tempo che si sente davvero se stessa, qualsiasi cosa significhi.

Un giorno entra in un bar di un quartiere tranquillo, con case basse e tanti alberi. Il bar si chiama semplicemente: Al Canto. Niente arredamento da rivista, solo tavolini di legno, menù scritto con il gessetto sulla lavagna, in un angolo la TV accesa senza audio. Però profuma di pane e caffè fresco.

Ordina un tè e una crostatina alla ciliegia. La pasta è troppo industriale, lo sente subito.

Dietro il bancone cè una donna sulla sessantina, rotonda e un po stanca, con il grembiule azzurro.

Ti piace la crostatina? chiede.

Un po secca, direi la verità.

La donna sospira.

Lo so. Il pasticcere ci ha lasciati a inizio mese. Ora prendiamo tutto da una panetteria industriale. E si sente.

Francesca riflette.

State cercando qualcuna per il laboratorio?

La donna la guarda con curiosità.

Sei capace?

Sì, risponde Francesca.

***

La donna si chiama Zina Bianchi, otto anni prima è andata in pensione e ha aperto il bar per non annoiarsi. È la sua vita, anche se a volte fatica. Ma lei è pratica, decide distinto.

Vieni domani mattina, presto, dice. Vediamo come va.

Il mattino dopo Francesca entra alle sette. Si mette il grembiule. Guarda la cucina. Piccola, ma funzionale.

Prepara tortini con patate e cipolle. Fa rotolini alla cannella. Impasta una focaccia dolce di mele.

Zina arriva alle otto, si ferma alla porta a guardare.

Ma tu da dove sei sbucata? chiede.

Dalla vita, risponde Francesca.

I primi clienti assaggiano i salatini alle otto e mezza. Una signora ne prende due e torna per il terzo. Un operaio compra un sacchetto di brioche. Uno studente indeciso prende sia la focaccia che il tortino.

Zina dietro il bancone tira le somme.

Allora di pranzo discutono. Francesca accetta di lavorare tutti i giorni dalle sette alle tre, domenica esclusa. La paga non è alta, ma Zina aggiunge: Se va meglio, ne riparliamo.

E va meglio davvero.

***

Dopo tre mesi il bar Al Canto è conosciuto nei dintorni. Senza pubblicità: la voce passa tra le persone che raccontano: Vai lì che cè la torta della nonna, provala.

Francesca organizza un menù settimanale. Il lunedì panzerotti al tonno, martedì la lasagna rustica. Il mercoledì cuoce il pane con la pasta madre, e la fila comincia già alle otto. Il giovedì fa crespelle con ricotta e marmellata, le preferite delle donne che vengono a chiacchierare. Il venerdì la torta salata di carne, che sparisce entro mezzogiorno.

Nel suo giorno libero Francesca va al mercato. Non solo per necessità, ma per passione: sceglie le mele, le annusa, conversa con le signore casearie, compra sempre il burro dalla stessa venditrice ormai amica.

Ora vive da sola, in un piccolo monolocale vicino al bar. Appartamento semplice, affacciato su un cortile tranquillo, arredamento datato ma solido. Appende tende di lino in cucina, mette una pianta di geranio sul davanzale. Si sente a casa.

Lucia la va a trovare due volte al mese. Bevono il tè e Lucia commenta:

Hai un aspetto migliore, davvero.

Dormo finalmente, sorride Francesca.

Si vede.

La sera, dopo il lavoro, a volte legge. O guarda un film. Più spesso si siede semplicemente alla finestra ad ascoltare il fruscio dei pioppi. Prezioso sentirsi libera, senza dover dimostrare, senza dover fare.

***

Luomo che si chiama Gennaro lo vede la prima volta in ottobre. Entra di mercoledì, giorno del pane, troppo tardi: è finito tutto.

Sono in ritardo? scherza Zina dal bancone.

Già, mi sa di sì. Domani ne fate ancora?

Il pane solo il mercoledì. Ma domani cè la torta.

Gennaro legge il menù, prende un caffè e una pizzetta ripiena di verdure. Si siede alla finestra, legge un libro con gli angoli sgualciti.

Il mercoledì successivo torna alle sette e trenta, prende due pagnotte. Francesca sta giusto togliendo la teglia dal forno.

Stavolta in tempo, gli dice.

Una risata. Faccia stanca, occhi segnati, quelli di chi ha vissuto e ha imparato a pensare.

Prossima volta vengo martedì sera e dormo fuori per non perdermel il pane.

Zina chiude alle otto, può lasciarti la chiave

Allora dormo sulle scale!

Nasce così la loro confidenza: tramite il pane, una risata, e quei dettagli che diventano autentici.

Gennaro ha cinquantotto anni, fa lingegnere nello studio della zona, separato da sette anni, due figli grandi e indipendenti. Calmo, senza ansie.

Cominciano a parlare; allinizio al banco, poi lui si ferma di più, finché Francesca inizia a uscire nelle pause per passeggiare insieme.

Le chiede della cucina davvero, non per cortesia. Lei gli spiega di lieviti, di temperature, di come il pane di pasta madre duri fresco tutta la settimana. Lui ascolta con interesse, senza interrompere.

Una volta mi han detto che tutto questo è roba provinciale, superata: torte, aspic, cucina di casa, confida lei.

Gennaro riflette.

Dipende da cosa si ritiene superato. Gli atteggiamenti finti, ecco cosa è vecchio secondo me.

Lei sorride, sinceramente.

Hai detto una cosa bella.

Ci provo, risponde lui.

***

I destini delle donne non sono lineari. Francesca lo sa bene. La felicità non piove tutta dun colpo: si raccoglie piano, come lacqua di un pozzo dopo la pioggia. Se torni dopo un po, ti accorgi che ne hai abbastanza per assaporare qualcosa di vero.

Con Gennaro iniziano a frequentarsi a marzo. Senza forzature, senza spiegazioni. Una sera lui le chiede di andare al cinema. Francesca accetta. Poi mangiano vicino, in una trattoria. Gennaro ordina la zuppa e chiede il pane.

Comè il pane di qui? chiede lei.

Lui ne assaggia un pezzetto, riflette.

Non è come il tuo.

Lo dice senza adulazione, solo come verità.

Lei abbozza un sorriso e non replica. Ma lo ricorda.

Intanto il bar va a gonfie vele; Zina amplia il menù, aggiunge un primo e un secondo per il pranzo, assume unaltra aiutante. Parla con Francesca di affittare il locale accanto e mettere tavoli fuori destate.

Francesca sogna un piccolo bar tutto suo, da qualche parte in una strada tranquilla. Lodore del pane tutto il giorno. È un sogno ancora vago, ma esiste.

Non ha più fretta. Ha imparato a non averne.

***

Marco ricompare a fine aprile.

Francesca lo scorge dalla finestra del bar. È in strada e fissa linsegna; ci mette un attimo a riconoscerlo, poi il cuore le fa un balzo.

Marco entra.

Zina è in magazzino. Ci sono un paio di clienti ai tavolini. Francesca è al banco.

Ciao, dice Marco.

Sembra invecchiato. O forse solo più nudo, con le rughe più profonde, lo sguardo meno diretto, come chi cerca qualcosa in una città dove non si orienta più.

Ciao, risponde Francesca.

Lucia mi ha detto che lavori qui.

Sì.

Marco guarda attorno: legno, lavagna con il menù, la vetrina con le brioche. Cè qualcosa nei suoi occhi che Francesca non sa decifrare: forse compassione, forse stupore.

Un caffè? propone lei.

Volentieri.

Glielo porge. Marco lo tiene tra le mani e lo sorseggia in silenzio.

Dicono che qui si mangia bene.

Sì, va bene.

Dicono tutti che le tue torte sono le migliori del quartiere.

Fa piacere.

Lui posa la tazzina.

Francesca, non va tanto bene in questo periodo. Con Rinaldi la società si sta sciogliendo, perdo clienti. Non va bene, insomma.

Francesca lo ascolta senza provare nessun senso di rivalsa. Solo unattenzione calma, come quella che si riserva a chi sembra stanco in treno, e ti viene da compatirlo, ma non lo conosci.

Mi dispiace se hai problemi, dice.

Vorrei che tornassi a casa.

Nel bar cala un silenzio particolare forse è solo una sua impressione.

Potremmo ricominciare. Ho dei progetti. Magari cambiare città, ripartire.

Marco.

Aspetta. Dico sul serio. Ho sbagliato allora. Forse cera da comportarsi diversamente. Ci ho pensato tanto.

È importante pensarci.

Quindi mi ascolti.

Francesca incrocia le mani sul banco.

Ascolto. Ma dimmi, ricordi quella sera, quando in cucina hai detto davanti a tutti: Fai sempre a modo tuo?

Lui tace.

Lo ricordo.

Non hai detto ha ragione lei o è buono. Solo di nuovo di testa tua. In quella parola, di nuovo, ci sono dentro tutti questi anni.

Marco guarda in basso.

Ero nervoso, cerano ospiti importanti. Volevo che tutto fosse…

Importanti davvero? Io quella notte ho dato la torta ai muratori che la mangiavano seduti giù, in tuta da lavoro. Per me erano importanti anche loro. Solo che tu non li conosci.

Lui la guarda.

A volte non ti capisco.

Lo so, risponde Francesca senza rabbia. Ed è proprio la risposta.

La macchina del caffè sbuffa. Entrano un paio di nuovi clienti. Francesca si volta.

Solo un attimo, dice ai clienti, poi torna a Marco. Devo lavorare.

Francesca.

Marco, non sono arrabbiata con te. Ma non torno. Non perché porto rancore. Ma perché ora sono nel mio posto. Per la prima volta da anni, sono al mio posto.

Lui la guarda ancora per qualche secondo, poi annuisce lentamente. Come chi accetta una cosa che non gli piace, ma non può cambiarla.

Va bene, dichiara.

Prende la giacca e se ne va. Sulla porta si ferma.

Stai bene, lo dico davvero, si congeda. Non è un tentativo di rimediare; semplicemente, lo constata.

Grazie, risponde lei.

La porta si chiude.

***

Serve i due clienti: uno vuole pane e panzerotto, laltro chiede della zuppa. Spiega che la zuppa viene servita dalle dodici.

Poi va in cucina, si versa dellacqua. Beve un bicchiere accanto ai fornelli. Controlla lorario: sono le undici, è tempo di impastare per domani.

Pesa la farina. Aggiunge la pasta madre che tiene in barattolo sullo scaffale, viva e gonfia, che nutre ogni giorno come qualcosa di prezioso.

Le mani già sanno cosa fare.

***

Quella sera Gennaro passa verso le tre, a fine turno. Spesso lo fa, senza avvisi.

Giornata particolare? chiede.

Diversa dal solito, risponde Francesca.

Mi racconti?

Escono insieme. La giornata è calda, piena di luce e ombre lunghe tra gli alberi. Camminano tranquilli sul marciapiede.

Marco è venuto. Lex marito.

Gennaro non si ferma.

E?

Voleva che tornassi a casa.

Hai detto di no.

Sì.

Una pausa.

Difficile?

Meno di quanto pensassi. Mi ha fatto pena, sinceramente. Sembrava uno che ha camminato tanto e si trova davanti il vuoto.

È la strada che ha scelto lui.

Sì. Però lo compatisco.

Il sorriso di Gennaro è pieno di rispetto.

Sai, volevo dirti da tempo una cosa, ma non cera mai il momento giusto.

Dimmi.

Non conosco nessuno che fa con le mani quello che fai tu. Non parlo solo del pane. Parlo di altro, lo capisci?

Francesca lo guarda di sbieco.

Credo di sì.

Bene. Volevo solo che lo sapessi.

Continuano a camminare, tra i cortili e le panchine dove siedono anziani, tra le voci dei bambini, sotto un cielo limpido da fine primavera.

Gennaro, dice lei.

Sì?

Una cosa lho imparata questanno: ho aspettato tanto che qualcuno mi dicesse brava o va bene così. Poi mi sono stancata di aspettare. E subito mi sono sentita più leggera.

Devi valutarti tu, prima.

Esatto. Solo che lho capito tardi.

Meglio tardi che mai, sorride lui. Molti non ci arrivano proprio.

Francesca ride piano, solo per sé.

***

Il bar Al Canto destate va forte. Fuori hanno messo i tavolini: sempre pieni con il bel tempo. Zina tratta per prendere il locale accanto, e offre a Francesca una quota in società. Francesca ci pensa poco e dice sì.

È la saggezza delle donne: se sai fare bene una cosa, non devi nasconderla. Non scusartene mai. Trova il posto dove è richiesta. E resta lì.

Così fa.

***

Una sera di giugno, con le finestre spalancate sul cortile caldo, Francesca è alla cucina di casa e scrive qualcosa su un quaderno. Non è un diario, sono pensieri o ricette mescolate a qualcosa di personale; lo fa spesso.

Fuori il vento fa frusciare i pioppi, sul davanzale il geranio è in fiore. Nel frigo la pasta madre aspetta silenziosa il mattino.

Scrive: La cosa più strana è che il meglio arriva quando pare sia finito tutto.

Poi cancella.

Riformula: La torta viene bene solo se non hai fretta.

Sorride. Chiude il quaderno.

***

Di domenica mattina chiama Lucia.

Come va?

Bene. Dormo fino alle otto.

Fino alle otto? Miracolo. Mi fa piacere.

Vieni da me. Sto facendo una torta.

Con cosa?

Mele e cannella.

Arrivo subito, risponde Lucia e chiude il telefono.

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