— Sei una mamma irresponsabile. Vai a fare figli da un’altra parte.

Sei incosciente, mamma. Vai a fare figli da unaltra parte.

Lucia si era sposata che non aveva neanche compiuto diciotto anni. Subito dopo il diploma, un mese dopo già portava allanulare la fede e sotto la maglietta un pancione sbucato con tale rapidità che le vicine di casa passavano il tempo a bisbigliare dietro le persiane: Lavrà fatta per forza, questa è sicuro una cosa fatta di fretta, tsk!

Nacque la piccola, la chiamarono Giulia, e Lucia si trasferì nellappartamento della suocera, la signora Assunta, anche se la suocera in realtà viveva in unaltra casa solo a due fermate di tram di distanza, ma ci teneva a sorvegliare ogni passo della “giovane coppia.” Era un appartamento grande, vecchio e rumoroso, con tre stanze alte e mobili che, a detta di Assunta, aveva acquistato ancora sotto la lira Garibaldi. Lucia non si era mai sentita a casa: dentro quelle mura si era sempre sentita unospite rimasta lì per troppo tempo senza sapere il perché.

Con Giulia, la bambina, Lucia si destreggiava tra pannolini, bavaglini, notti insonni, il primo dentino, i primi passi, il primo mamma che le scioglieva il cuore in mille pezzetti di dolcezza. Però Giulia cresceva non solo con sua madre, ma anche con nonna Assunta, pronta a bussare quasi ogni giorno, e con la zia Teresa, sorella maggiore di Marco (il marito di Lucia), che dormiva nella cameretta accanto alla cucina. Teresa aveva cinque anni più del fratello, era magra e secca come uno stoccafisso, con quei capelli sempre raccolti in uno chignon tirato che quasi tirava anche il viso: sembrava annusare odori sgradevoli ogni minuto. Assunta e Teresa avevano in comune la passione per la correttezza: sapevano tutto, loro, su come si cresce una figlia, come si cucina il ragù, come si lavano i panni e, soprattutto, come si tengono a bada i mariti.

Lucia, ma come ti permetti di lasciare che Marco vada al bar con gli amici dopo il lavoro? Mio marito, che Dio labbia in gloria, tornava sempre a casa diritto dopo la fabbrica. Gli avevo dato una regola di ferro: la famiglia prima di tutto.

Lucia taceva, tanto discutere con la suocera era come seminare il basilico nel deserto. Alle occhiatacce di Assunta seguivano i consigli della zia Teresa:

Lucia, guarda che limportante è che Giulia cresca come si deve. Guarda, le ho portato dei libri, sono proprio adatti alla sua età. Ormai i bambini fanno troppo casino, ma è tutta colpa delle madri.

Così Lucia imponeva attenzione su attenzione, e Giulia si ritrovava immersa nei libri portati dalla zia, nelle visite ai musei con la nonna, in lezioni private dinglese scovate con zelo da Assunta. Una bambina modello seria, educata, con la fronte sempre corrugata, la copia perfetta della nonna quando era giovane, come dicevano le vicine.

Marco, il marito di Lucia, era un uomo tranquillo e silenzioso. Ingegnere alle ferrovie dello Stato, si rilassava guardando le partite davanti alla tv con una Peroni gelata in mano. Lucia lo amava di quel tipo di amore tiepido e solido che nasce dopo dieci anni insieme, quando sono già state dette tutte le parolacce e digeriti tutti i torti e si sta uno accanto allaltro senza bisogno di maschere. Marco amava Lucia a modo suo, con attenzioni impacciate: le portava il caffè a letto, preparava la colazione la domenica mentre lei sognava le ferie al mare.

Assunta trattava il figlio come un ragazzino malcresciuto e non perdeva occasione, davanti a Lucia, di farlo notare:

Marco, ma vuoi deciderlo una buona volta che sei uomo? Guardati, sembri lombra di te stesso! Tua moglie non sa se sei un uomo o uno scolaro.

Marco chinava il capo, sempre più basso. Di notte Lucia lo accarezzava sulla testa e sussurrava: Non li ascoltare, amore mio. Per me sei il migliore del mondo. Lui sospirava e si spegneva in silenzio. Lucia fissava il soffitto a lungo, pensando: Come fai ad amare qualcuno e non riuscire a difenderlo da sua madre? Ma questa non è casa tua, alla fine sei sempre lospite.

Quando Giulia ebbe tredici anni, Assunta si ammalò sul serio. Cancro al pancreas. Nemmeno una lacrima, salì solo un po di amarezza sulle labbra e poi via, dal notaio a scrivere il testamento. La sua giustizia era tutta matematica: la casa dove abitava, un bilocale in centro, lasciata a Teresa; quella grande di Lucia, a Marco. Tutti contenti, nessuno silluda.

Ma il destino si diverte, a volte. Tre settimane dopo il notaio, Marco uscì dai tornelli delle ferrovie come sempre, si avviò verso la fermata, e una macchina lo investì sulle strisce pedonali. Alla guida una giovane che, dice il verbale, s’era distratta. Lucia seppe la notizia proprio da Teresa, che la chiamò piangendo:

Lucia, Marco non cè più. Un incidente, lambulanza è arrivata ma era troppo tardi. Devi venire in obitorio per riconoscere il corpo.

Il viaggio fino allobitorio Lucia non lo ricorda, né i documenti firmati, né il tragitto di ritorno fissando la pioggia sui vetri. Giulia era rimasta dalla nonna; Lucia entrò nellappartamento vuoto e si sedette sul divano tutta la notte, a guardare le ombre.

Assunta sopravvisse al figlio solo due mesi. I medici dicevano che il cancro correva troppo veloce e che la chemio era stata una formalità. Lucia, invece, pensava che Assunta non avesse più trovato un motivo per vivere. Per quanto avesse criticato Marco, era sempre stato il suo bambino. Senza di lui, la grande regista si ridusse a unombra: magra, fragile, a fissare il muro. Prima di morire, richiamò il notaio al capezzale e cambiò testamento: la casa grande stavolta andava a Giulia, la nipote.

A Giulia la casa, disse ad alta voce, Teresa, tu avrai la tua, come stabilito. Guarda che la piccolina non si perda per strada come sua madre. Lucia è brava, ma debole. Per Giulia ci vuole una mano ferma.

Teresa annuì, senza una piega sul viso era figlia di sua madre fino allultima ruga.

Lucia restò sola con la figlia in una casa che, ufficialmente, era di Giulia. Ma la ragazza aveva quattordici anni, dunque Lucia ne era tutrice. Non ci pensava troppo, doveva solo lavorare, crescere la figlia e portare avanti tutto quello che prima gestivano in due.

Passarono cinque anni così: routine, corse per arrivare a fine mese, la rincorsa per fare in modo che Giulia avesse di tutto vestiti, un telefono decente, ripetizioni di inglese. Lucia non si lamentava, non era abituata. E quando Giulia vinse la borsa di studio alluniversità di Economia, Lucia pianse di orgoglio, convinta che ogni sacrificio fosse stato ripagato. Dalla seconda triennale Giulia cominciò a lavorare come traduttrice: linglese le veniva facile, grazie alle ossessioni didattiche di nonna e zia.

E quando la vita sembrava finalmente sorriderle, Lucia incontrò Paolo. Successe per caso: si conobbero sullautobus, lui le diede una mano con una borsa troppo pesante e fu subito conversazione. Paolo lavorava nello stabile di fianco, aveva tredici anni più di Lucia, due figli già autonomi, e da cinque anni badava alla moglie costretta su una sedia a rotelle da un ictus.

Io non sono un eroe, le disse alla terza uscita, su una panchina in un parchetto comunale, stringendole la mano. Non riesco a lasciarla, capisci? È la madre dei miei figli. Ma insieme a te mi sembra di ricordarmi cosa vuol dire desiderare ancora, aspettare qualcosa

Lucia capiva. A trentotto anni non si cercano principi azzurri: ci si accontenta, ci si prende quello che arriva.

Linizio lo tenne nascosto a Giulia, inventava scuse, si fingeva impegnata in ufficio o dalla collega. Ma Giulia, che sciocca proprio no, capì che stava succedendo qualcosa: gli occhi della madre più luminosi, il sorriso frequente, un vestito nuovo ricomparso nellarmadio. Fino a che, quando Lucia fece per tirare fuori il tubino nuovo acquistato per vedere Paolo, Giulia la inchiodò davanti allo specchio:

Mamma, hai qualcuno? Adesso spendi soldi per te stessa, ti metti il profumo. Dài, parla.

Lucia sbiancò, arrossì come una ragazzina, e sputò tutto: Paolo, la sua situazione con la moglie, il fatto che lamasse davvero.

Giulia ascoltava pietrificata, il viso sempre più duro, gelido. Alla fine, con quella voce da adulta cresciuta troppo in fretta che Lucia aveva sentito solo in Assunta:

Mamma, capisci cosa stai dicendo? Un uomo sposato? Mia madre, che mi ha cresciuta con la morale, a raccontare queste cose Mi senti?

Giulia, non capisci Ma la figlia la interruppe:

Capisco eccome. Sei sola, io non sono cieca. Ma ci sono dei limiti, mamma! Un uomo sposato non si tocca. Non hai mica diciotto anni per incasinarti così!

Lucia si offese, pure qualche lacrima scappò. Ma decise che era roba da gente giovane: Giulia vedeva il mondo solo in bianco e nero.

Così Lucia e Paolo si vedevano di nascosto nella villetta disabitata di un amico di lui, o in appartamenti affittati per una notte con il favore di un amico dellamico. Lucia lo sapeva che non era la storia che sogni da ragazzina, ma a trentotto anni simpara ad amare il tempo rubato.

A volte penso di non meritare tutto questo, confessava Paolo in una camera a luce bassa, Stare con te, essere felice E poi torno da lei, guardo mia moglie e mi sento una carogna. È così, vero?

È così, rispondeva Lucia, senza bugie. Ma io ti aspetto, Paolo. Chi sono io per giudicare?

Tu sei rara, diceva lui fra un bacio sulla spalla e un sospiro, la più rara che ci sia mai stata nella mia vita. Io non ti lascio, Lucia. Qualunque cosa succeda, rimango.

E Lucia ci credeva voleva crederci dopo cinque anni di solitudine, dopo trope corse e lavori doppi. Aveva bisogno di questa piccola certezza.

Quando capì di essere incinta, fu come ricevere uno schiaffo. Prima non voleva crederci, poi comprò tre test, infine andò dalla ginecologa: Sì, è iniziata da poco, sei settimane, tutto normale. Lucia scese le scale della clinica con le gambe molli e pianse seduta sulla panchina fuori, avvolta da un misto inspiegabile di paura e felicità, angoscia e speranza.

Non sapeva come dirlo a Paolo. Ci pensò per giorni, si fece mille film: si sarebbe spaventato? Avrebbe detto che era troppo tardi, che aveva già due figli, che la moglie è malata, che non poteva? Lo conosceva, sapeva che Paolo non lavrebbe lasciata a piedi, ma temeva la sua reazione: Paolo aveva paura di qualsiasi cambiamento, di altre responsabilità; la vita già caotica non reggeva altre scosse.

Ma più di tutti, Lucia temeva di dirlo a Giulia. Rimandò e rimandò, finché una sera, dopo il ritorno della ragazza dalla zia Teresa, si sedette al tavolo in cucina, di fronte a lei:

Giulia, devo dirti una cosa. Sono incinta.

Giulia rimase muta con la tazzina in mano.

Di uno sposato? mormorò.

Di Paolo, sì. È lui il padre.

Lavevo intuito, fece Giulia con un sorriso storto, senza gioia. Mamma, sei fuori di testa? Hai trentotto anni, lavori mattina e sera, io sono appena entrata alluniversità col massimo dei voti, finalmente potevamo respirare e tu ora vuoi un altro figlio? Da uno che non lascia la moglie e non ti promette nulla?

Giulia, non essere così, tremava Lucia. È la mia vita, il mio bambino. Non ti sto chiedendo il permesso.

Nemmeno provarci, Giulia si alzò dal tavolo, faccia spenta, occhi stretti. In questa casa, anzi nella mia casa perché è mia, la nonna lha lasciata a me tu non metterai al mondo altri figli. Capito? Questa è casa mia, e qui decido io chi fa la famiglia e chi no.

Lucia sentì le gambe andare in fumo. Guardava la figlia la bambina cresciuta tra asilo e corsi di nuoto, per cui aveva lavorato il doppio senza mai concedersi niente e davanti vedeva una sconosciuta. Una ragazza con il viso di Assunta e la voce di Teresa, pronta a ripetere che Lucia era una scroccona ospite in una famiglia perfetta.

Giulia, che stai dicendo? Lucia si alzò, le mani tremanti aggrappate al tavolo. Questa è casa nostra, qui abbiamo vissuto, io ti ho cresciuta io…

Qui hai vissuto solo perché papà era vivo. Quando è mancato, la nonna avrebbe potuto sbatterti fuori, lo sai. Ma stava a cuore a me, ero piccola. Ma questa casa è sempre stata mia, mamma. La mia. Non ti caccio, non sono un mostro. Sei mia madre, avrai sempre un tetto. Ma altri figli, da uomini sposati, questa volta no. Vuoi fare famiglia? Chiedi a lui una casa, non a me.

Giulia, come puoi? Lucia piangeva come una fontana, ma Giulia era implacabile.

Mi hai fatta a diciotto anni senza pensarci troppo, ora ricominci a trentotto? E con chi? Uno che ha la moglie sulla sedia a rotelle. E se lui scappa? Che fai? Ti ritrovi sola con un neonato, a quasi quarantanni senza energie. Io non ti aiuterò, ho la mia vita, luniversità.

Non vuoi aiutarmi? Lucia aveva negli occhi il dolore più puro, e pure Giulia dovette abbassare lo sguardo per un attimo. Sei mia figlia, unica, pensavo fossimo una famiglia, che avresti capito, che saresti stata felice di avere una sorellina o fratellino

Felice? Ma dai, mamma! Chi lo cresce poi? Tu che lavori sempre? Me lo lasci a me? No grazie. Non posso incentivare la tua irresponsabilità. Non posso dirti se fare o no un figlio, è il tuo corpo, ma non mi parlare di famiglia. Non si fa famiglia così. Tu stai pensando solo a Paolo, mica a noi. Io non pagherò le conseguenze delle tue scelte.

Parli proprio come tua zia, sussurrò Lucia. Siete tutte uguali. Per voi io sono unospite di passaggio.

Mamma, basta. Non farmi passare per la cattiva. Ti voglio bene, ma la mia vita non ruoterà intorno ai tuoi errori. Sei adulta, cavartela da sola ormai dovresti saperlo. Vai da Paolo, fagli chiedere una casa. Lui è il padre? Bene, che si prenda le sue responsabilità.

Non ce la fa, scappò a Lucia, e subito se ne pentì.

Lo vedi, fece Giulia, e la sua espressione era così uguale a quella della nonna che Lucia dovette chiudere gli occhi. Hai scelto uno che per te non farà mai niente. Famiglia, casa, rapporti normali: niente. E io dovrei essere la balia e dividere la casa con un bambino di cui non voglio sapere? No, mamma. Proprio no.

Non ti chiedo di fare la balia, mormorò Lucia. Solo di capire, sostenere, non buttarmi per strada.

Non ti caccio, ripeté Giulia. Potrai vivere sempre qui. Ma da sola. Se vuoi tenere il bambino, troverai un altro posto. Ti do tutto il tempo fino al parto, cerca una soluzione tranquilla. Ma qui non lo farai crescere. Non permetterò che i miei piani di vita si rovinino per i tuoi.

Lucia si alzò piano, andò in camera, si chiuse dentro e si sdraiò in posizione fetale come una bambina.

Dentro, sentiva spezzarsi qualcosa: quel legame invisibile che ci si convince sia indistruttibile, anche quando il figlio è ormai adulto. Spezzato, e al suo posto un buco nero che assorbiva ogni ricordo: il primo passo di Giulia, il primo sorriso, il mamma detto con la boccuccia sporca di gelato, i cartoni visti insieme, gli abbracci stretti alla gola e i sussurri mamma, ti voglio bene più di chiunque altro.

Io non sono un errore, sussurrò Lucia contro il cuscino. Ma la voce era così flebile da non sentirla nemmeno lei. Non sono un errore. Sono tua madre.

Ma dal salotto la tv urlava Giulia stava seguendo un programma trash a tutto volume e Lucia capì che il discorso era chiuso. Sua figlia aveva detto tutto, ora tornava alla vita di sempre senza rimorsi.

Lucia rimase lì, il buio a tenerle compagnia. Senza neppure capire il perché, prese il telefono e compose il numero di Paolo. Rispose al secondo squillo: era sveglio di fianco al letto della moglie.

Paolo, disse Lucia piatta come un quadro preso allIKEA. Sono incinta. Ho bisogno di una casa. Puoi occuparci tu? Casa, soldi, potrei non lavorare almeno per il primo anno. Sii sincero.

Sentì Paolo respirare forte. Poi cominciò a parlare a raffica, come uno studente impreparato:

Lucia, ma dai… non sono pronto a questo discorso, lo sai come sto. Ho moglie a carico, badante da pagare, medicine, i figli aiutano ma ormai è dura. Vorrei tanto, ma non ce la faccio, non posso lasciarla, lo sai! E un affitto, tutte le spese, tu che anche smetti di lavorare… Non potrei reggerlo, Lucia, davvero. Non ti abbandono, ti aiuto come posso, nel mio piccolo ma di più no.

Nel tuo piccolo, ripeté Lucia. Chiaro.

Lucia, aspetta… magari ci vediamo e ne parliamo più tranquilli, cerchiamo una soluzione, qualcosa si trova

Chiuse la conversazione senza salutare, abbandonando il telefono sul comodino. Rimase a occhi chiusi ferme tutta la notte, ascoltando il frigorifero che sbuffava, un cane che abbaiava lontano. Quando fuori fece chiaro e la città dava segni di vita, Lucia si alzò, si vestì silenziosa, raccolse i documenti e uscì cercando di non svegliare nessuno. In consultorio attese quasi due ore il suo turno, fissando sempre lo stesso punto, senza una lacrima.

Quando la ginecologa, la stessa di una settimana prima, le chiese: Allora, vuole registrarsi per la gravidanza? Lucia rispose con una voce piatta e ferma:

No, vengo per linterruzione.

La dottoressa sospirò e la mise in lista. Lucia uscì, si riempì i polmoni di quellaria pulita che pungeva il petto. Seduta sui gradini della clinica, si lasciò andare alle lacrime, coprendosi il volto tra le mani, mentre passavano donne con la pancia, carrozzine e nessuna, come sempre, si preoccupava di lei.

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