Una moglie difficile da gestire

La moglie scomoda

Mi chiamo Sofia e mai avrei pensato di scrivere queste pagine in un diario. Eppure, quando la vita ti prende a schiaffi, è lunico modo che resta per capire chi sei davvero.

Mi sono risvegliata che sembrava di emergere da un abisso, come se risalissi il fondo di un pozzo profondo, con la testa che scoppia e la nebbia addosso.

Signora Sofia De Luca, ci sente? Le apparecchiature indicano che è sveglia. Provi ad aprire gli occhi, la voce maschile mi giungeva distante, ovattata.

Ho cercato di ubbidire, ma le palpebre erano pesanti come piombo. Non sentivo il corpo, eppure ogni muscolo mormorava dolore. Cera nellaria quellodore aspro, inconfondibile, di disinfettante che ti parla prima ancora dei medici: ero in ospedale.

Così, brava, la voce era diventata più vicina, familiare.

Ho aperto le ciglia con fatica, la luce mi ha mozzato il fiato. Tutto sfocato: il soffitto bianco, le pareti bianche, un tubo che mi tirava al braccio. Sopra di me un volto segnato e severo, occhi duri sotto sopracciglia grigie, cuffietta bianca e una mascherina abbassata.

Dove sono il fiato appena un sussurro.

In rianimazione, signora , ha risposto calmo. Policlinico di Roma.

Un incidente mi è uscito appena un soffio.

Un lampo sole, strada, io che guido. Ma dove andavo?

Sì, un incidente dauto. Ricorda qualcosa?

Andavo in clinica per una visita. Io e mio marito stavamo provando la fecondazione assistita. Non era facile avere figli

Esatto, ha fatto cenno il dottore. Sono il dottor Bianchi, il suo rianimatore. È stata molto grave.

Il cervello si rischiarava a fatica, e anche la paura tornava ad abitarmi.

Mio marito sa cosè successo? Lui come sta?

Sì, lo sa, il tono divenne severo. Non era con lei. Non è stato coinvolto.

Ho cercato nella memoria: Paolo doveva raggiungermi dopo, finito il lavoro. Io ero da sola.

Da quanto tempo sono qui? Il gelo aumentava.

Il dottor Bianchi distolse lo sguardo, un lungo sospiro.

Avrà uno shock a sentire ciò che sto per dirle.

Mi dica, ho sussurrato.

Lincidente è stato tempo fa. Lei è stata in coma. Per tre anni.

Per tre anni il mio mondo è rimasto in sospeso senza che io lo sapessi. Tre anni. Il tempo di unaltra esistenza.

Impossibile si sbaglia

Tre anni, ha ripetuto. Un trauma cranico gravissimo, fratture multiple. Abbiamo temuto di perderla.

Il mio sguardo si è posato su una mano bianca, stesa sul lenzuolo. La mia, ancora viva.

È stata fortunata, la voce si è fatta quasi paterna. Serviva sangue e non cera in banca. Suo marito è corso: aveva gruppo compatibile, si è offerto subito. Senza di lui non ce lavremmo fatta

Dentro, una voce fredda mi sussurrava che i gruppi sanguigni non tornavano. Ma non avevo forze per contestare. Ho chiuso gli occhi e sono sprofondata nelloblio del sonno.

Quando mi sono risvegliata, nella stanza la quiete era quasi irreale. Sul comodino un odore di profumo familiare quello di Paolo.

Si avvicinò silenzioso: stesso viso perfetto, i capelli scuri tirati con scrupolo, e qualcosa di diverso nello sguardo. Dietro la maschera da uomo daffari, cera ora freddezza che tagliava come il ghiaccio.

Al suo fianco passò linfermiera, signora robusta, occhi pazienti. La ricordavo di nome: Valentina.

Paolo si chinò vicino, il fiato freddo sulla mia pelle.

Sofia, che piacere vederti di nuovo sussurrò, così piano che solo io potevo sentire. Mentre tu riposavi in terapia intensiva, io mi sono sistemato.

Non capivo. Sistemato come?

Eredità, Sofia. Ricordi le carte che mi hai firmato prima di partire per la clinica? Delega piena per tutto. Tu hai sempre firmato senza guardare.

Non la voce mi moriva in gola.

Grazie a te ho potuto mettere le mani sull’azienda di tuo padre aggiunse, beffardo . Ricordi? Quella ditta di logistica che non ti interessava? Beh, lho fatta fruttare. Ora è tutta mia.

Il ghiaccio paralizzava più di qualunque ferita. Non era luomo che avevo sposato.

Non potevi

Ho fatto quello che dovevo fare , tagliò corto, sistemando i polsini candidi. Adesso pensa a rimetterti. Valentina, si occupi di lei.

Non riuscivo a guardarlo. Mi voltai, le lacrime mi bruciavano le tempie. Sentii la sua camminata elegante allontanarsi sul pavimento lucido.

Valentina si avvicinò, mi asciugò le lacrime.

Su, non vale la pena piangere per certa gente sussurrò, accarezzandomi una guancia. Tu sei forte. Non sei la prima né lultima a cui tocca questa sorte.

Quando le chiesi della storia del sangue, lei si irrigidì.

Tuo marito non ha mai donato nulla. Io ero in turno: non sapeva neppure il suo gruppo, si è defilato subito. Il sangue era dun donatore anonimo, arrivato per miracolo.

Quella notte il passato mi tenne sveglia. Ripensai a Paolo, a come lavevo conosciuto.

Quattro anni fa, Milano, la metro affollata allora di punta, pioggia battente. Mi si ruppe un tacco, mi sentii umiliata. Un uomo in cappotto scuro, inappuntabile era lui ironizzò: Cenerentola ha perso la pazienza, non la scarpetta.

Ci scambiammo poche parole. Mi offrì un passaggio, mi comprò persino un paio di décolleté nuove: Sono un investimento, signora traduttrice.

Così iniziò il nostro vortice di appuntamenti: cene nei ristoranti migliori, regali, viaggi a sorpresa. Mia sorella minore, Anna, sempre con locchio critico, diceva: “Lamore cieco non è nato ieri.”

Poi conobbi i suoceri: il padre, Cesare, autoritario, di vecchio stampo (Donna in casa, non nei libri!); la madre, Giulia, gentile ex insegnante di lettere (Negli occhi vostri vedo chi ama le parole.). Solo lei mi scaldava il cuore.

Paolo mi voleva dedita solo a lui: Sofia, lascia il lavoro. Sarai perfetta come padrona di casa.

E io, ingenua, obbedii.

Quando cercammo figli, il destino fu ingrato; dopo due anni, la diagnosi: infertilità. Paolo sembrava confortarmi, ma il gelo era entrato fra noi. Nel frattempo mio padre morì dimprovviso, lasciando a me e ad Anna lazienda e la casa di famiglia.

Durante il lutto, Paolo pensava solo alleredità. E io, cieca dal dolore, firmai. Adesso, in quella stanza dospedale, mi sembrava si compisse una parabola completamente diversa da quella sognata.

Non lo vidi più. Appena fui stabile, mi spostarono in una stanza comune: era rumorosa, viva. Mi aiutò ad accettare la realtà.

Il primo giorno venne a trovarmi Anna. Non era più la ragazza spensierata che ricordavo; era cresciuta a forza, segnata dalla fatica.

Sofia, ho brutte notizie , mi disse singhiozzando. Tuo marito mi ha sbattuta fuori da casa, dalla casa di papà. Dice che ormai è sua, che tu glielhai ceduta tre anni fa. Mi ha cacciata via, ho trovato le mie cose nei sacchi, sul cancello.

E mi porse una busta sgualcita.

Ha già chiesto il divorzio. Dice che sei ingrata, che ti ha salvata.

E dove stai ora?

In un dormitorio universitario. Sofia, non abbiamo più nulla.

Mi promise: Mi tirerò su, Anna. Troveremo il modo.

Così mi trovai da sola, mezza sconosciuta in una città che credevo fosse casa mia.

Due settimane dopo mi dimisero. Ero fuori dal grande ospedale romano con una borsa e il nulla. Le mie carte bloccate. Paolo rispose al telefono: Preparati al divorzio. Il mio avvocato ti chiama. Basta sentirsi.

Mi sedetti su una panchina. Era maggio. Tre anni erano svaniti senza lasciare segno.

Anna venne a prendermi. Mi portò nella stanza minuscola del suo collegio universitario, due letti, un tavolino pieno di schizzi: studiava design.

La sera le dissi: Devo trovare lavoro.

Non scherzare, sei stanca.

Sono una traduttrice. Conosco le lingue. Devo lavorare.

Accesi il suo vecchio portatile e lessi. Capivo linglese, ma quando tentai di tradurre, le parole mi sfuggivano. Capivo, ma non riuscivo a scrivere. Panico.

La mattina dopo tornai dal dottor Bianchi.

Colpo al centro del linguaggio, concluse dopo i test. È una forma di afasia, ma è reversibile. Serve pazienza.

Ho chiesto ad Anna: Cosaltro so fare?

Sei bravissima con la casa, i bambini, cucini meglio di uno chef.

Il giorno seguente mi sono presentata a unagenzia per personale domestico.

La referente, una donna pratica, mi guardava dubbiosa.

Ha pulito una villa, coccolato bambini, cucinato e organizzato cene spiegai.

Casalinga, eh? E cosè la cicatrice…?

Unincidente, sono appena uscita dallospedale.

Hm, sembri stanca. Ma… cè un incarico speciale: il primario Chirico cerca una tata per la figlia. Nove anni. Ma non resta mai nessuna: la bambina da due anni è chiusa in sé, la madre è morta in un incidente.

Ci provo!

Lappartamento in zona Parioli era splendido ma freddo. Il dottor Chirico, alto, schema in volto, occhi grigi spenti – mi accoglie come una formalità.

Sofia De Luca, vero? La bambina è in fondo. Camere separate. Arrivederci.

Ho bussato piano. Ciao, Lisa? Sono Sofia, ti aiuterò con i compiti.

Niente risposta: la bambina, due trecce, fissava il tablet. Ho sospirato. Sarebbe stata dura.

I primi giorni, Lisa mangiava meccanicamente, parlava solo monosillabi, si rifugiava nella stanza.

Alla terza sera, esasperata, entro senza bussare.

Basta tablet per oggi. Da piccola amavo modellare la creta. Tu? Hai qualcosa del genere?

Sullo scaffale, una scatola di argilla. Mi siedo per terra e inizio a modellare. Alla fine Lisa si sdraia accanto, serve la sua mano: Qui la torre devessere più alta.

Quasi unora dopo, sorrise. Quel piccolo miracolo mi diede fiducia.

Mentre le sistemavo la stanza, trovai sotto il letto un vecchio album. Appena lo tocco, Lisa lo stringe a sé: Era della mamma.

Lo sfogliamo: schizzi bellissimi, progetti per giocattoli educativi per bambini speciali. Lisa spiega: Mamma voleva aprire una bottega per bambini come Michele, figlio di unamica: non parla, ha bisogno di giochi speciali. Papà diceva che era una sciocchezza.

Mi commuovo davanti a quei sogni interrotti. E sento che vanno realizzati.

Quella sera, aspettando il ritorno del dottor Chirico, porto lalbum in cucina.

Questo non doveva essermi dato, scatta subito. Mettetelo via.

È il sogno di sua moglie, e ora anche di Lisa, replico io, con voce ferma.

Lei non sa nulla di mia moglie.

In quel momento entra Lisa, pigiama e piedi scalzi: Papà, non urlare a zia Sofia. Questo è lalbum della mamma. Faremo i giochi insieme!

Sul volto di Chirico un attimo di smarrimento, poi si arrende: Fate quel che volete, ma io non ho soldi né tempo per queste sciocchezze.

Chiamo Anna: Hai voglia di darmi una mano su una cosa speciale?

Così, nella stanza degli ospiti, tra pezzi di legno e fogli di bozzetti, Annina ed io, con i suoi programmi e la mia fantasia, creiamo il primo prototipo di puzzle.

Un giorno viene a trovarci una psicologa, Marina, portando con sé il piccolo Michele, silenzioso, autistico. Gli metto davanti il puzzle ad arcobaleno. Lui, inaspettatamente, smette di dondolare e lo monta distinto.

Marina si commuove: Questo… può cambiare la vita a tanti bambini.

Nel giro di poche settimane, se ne parlò tra genitori e terapisti: c’era richiesta, cera bisogno di giochi fatti col cuore. Registriamo la piccola impresa: Studio Elena giochi per bambini speciali.

Una sera Chirico rientra e ci trova che ridiamo tra segatura e incarti di carta da pacchi. Quando lo guardo negli occhi, sento di non dover più abbassare lo sguardo: lui annuisce, ed è il primo gesto umano che vedo da lui.

La mia lezione? La vita può toglierti tutto, amori e sicurezze, lasciarti a terra. Ma se riesci ad ascoltare il dolore degli altri e continui a credere nei sogni, anche quelli lasciati a metà da chi non cè più, puoi ritrovare te stessa. Ho imparato che la dignità non te la dà nessun marito perfetto, nessuna villa e nessun anello: la si conquista, un passo alla volta, ricominciando da zero. Ora so, più di ieri, che non sarò mai più la moglie scomoda. Sarò semplicemente Sofia.

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