Anchio soffocavo
Lannuncio arrivò durante una sera di domenica, mentre Giulia stava sistemando, con cura quasi rituale, le camicie stirate in pile ordinate. Marco entrò in camera da letto, si sedette sul bordo del letto matrimoniale, lasciandosi sfuggire quelle parole con la stessa indifferenza di chi avvisa che il rubinetto in cucina perde.
Giulia, non respiro più.
Non si voltò nemmeno. Posa una camicia, prende la successiva.
Perché?
Tutto questo. La monotonia. Ogni giorno uguale allaltro. Sveglia, colazione, il traffico fino in ufficio, lavoro, ritorno, cena, letto. Sempre lo stesso giro.
Giulia piegò con precisione le maniche, posò con attenzione il colletto. Cinquantuno anni per lei, cinquantatré per lui. Ventisei trascorsi in quellappartamento di Via delle Magnolie, un figlio, Alessandro, ormai da cinque anni a Milano, chiamava solo per Natale e Pasqua.
E quindi? chiese, voce neutra.
Voglio andarmene.
Stavolta, Giulia si fermò. Non per paura, ma perché lo guardò davvero, come si guarda qualcuno che finalmente dice ciò che, in fondo, si sapeva sarebbe arrivato.
E dove andresti?
Affitto un appartamento. Da solo. Per respirare.
Va bene, disse lei. Prese la camicia seguente.
Marco esitava, aspettandosi tuttaltro. Si sporse leggermente.
Non vuoi dirmi niente?
Cosa dovrei dire? Sei un adulto, Marco. Se vuoi andare, vai.
Non ti arrabbi?
Concluse la piega della camicia, la appoggiò sulla pila e finalmente lo affrontò.
No. Ho solo una condizione.
Quale?
Non chiamarmi per chiedermi dove ho messo le cose, come funziona la lavatrice, dove hai lasciato i documenti. Se vuoi andartene, arrangiati.
Silenzio.
Solo questo?
Solo questo.
Marco rimase sospeso. Si era preparato a pianti, rimproveri, a sentirsi trattenere per la manica, a sentir parlare degli anni passati insieme, del figlio, che certe cose non si fanno. Aveva anche pronti in mente tutti i suoi discorsi di risposta. Ma lei era lì, che piegava camicie.
Va bene, disse infine. Allora, preparo le valigie.
Fai pure.
Si rinchiuse nello stanzino, fissando a lungo ripiani e scaffali. Poi iniziò a riempire la sacca: jeans, magliette, calzini. Prese il rasoio, il caricabatterie, un libro lasciato a metà da mesi. Uscì nel corridoio. Giulia era già in cucina, una sinfonia di stoviglie.
Io vado, mormorò verso la cucina.
Buona fortuna, rispose lei di là.
La porta si chiuse dietro di lui. Rimase un attimo sul pianerottolo, in attesa. Nulla. Non un passo dietro la porta, nessun rumore. Solo silenzio.
Prese lascensore.
***
Trovò lappartamento grazie ad un amico in due giorni: un bilocale modesto in una traversa delle case popolari di San Giovanni, al quarto piano, affacciato su cortile interno. Il proprietario, un anziano coi baffi, lo mostrò in dieci minuti, prese i soldi del primo e secondo mese mille seicento euro in totale e sparì. Cera divano, tavolo, due sedie, un frigo color avorio della Indesit e un fornello a gas. Le tende, di un giallo senape ormai spento, pendevano stanche sulla finestra.
Marco appoggiò la borsa, si sedette e guardò intorno.
Silenzio assoluto. Nessuno che si muoveva di là, nessun televisore acceso, nessuno che lo chiamava per cena. Si sdraiò, mani intrecciate dietro la testa. Ecco. La libertà.
I primi due giorni, quasi gradevoli. Si svegliava quando voleva, mangiava ciò che passavano i supermercati sotto casa, camminava per lappartamento in calzini, senza rendere conto a nessuno. La sera chiamava Gino, lamico di sempre: si facevano lunghe chiacchierate, Gino rideva, Bravo Marco, ci voleva!
Al terzo giorno, Marco scoprì di non avere più calzini puliti.
Guardò la lavatrice, un piccolo elettrodomestico anni 90 stipato in bagno. Aprì lo sportello, tastò dentro. Richiuse. Riaprì. La polvere per bucato stava sotto il lavello, se ricordava bene. Il proprietario aveva detto qualcosa. Trovò la confezione, lessa: Per colorati e bianchi. Buttò un po a caso nello scomparto più probabile, avviò il ciclo. Ronzio di lavatrice.
Unora dopo, tirò fuori i calzini: umidi, quasi fradici, e stranamente rosati. Solo allora realizzò di aver infilato anche la nuova maglietta rossa nella stessa lavata.
Stese i calzini sul termosifone. Sarebbero stati asciutti il giorno dopo.
Il quarto giorno decise di cucinare davvero. Petto di pollo, patate, cipolla. La padella, il fondo rovinato, sputacchiò olio bollente; buttò il pollo intero, si incollò. Pelare le patate fu impresa, lasciò mezza buccia. La cipolla gli fece lacrimare. Il risultato: un pezzo color grigio sulla superficie, crudo all’interno.
Ne mangiò metà, laltra la buttò e ordinò una pizza dal bar sotto casa.
Dopo una settimana fece i conti: aveva speso quasi quanto spendevano lui e Giulia insieme per tutta la spesa mensile solo per cibo da asporto. Decise di reagire. Compilò una lista, lessò del riso. Venuto discreto, il che lo rasserenò.
Ma la gestione della casa lo assediava piano piano, come unalta marea.
***
Il primo scoglio vero al decimo giorno.
Sotto la doccia, notò lacqua salire fino alle caviglie. Spense, aspettò: nulla. Il tubo otturato. Si chinò sotto la vasca, riconobbe tubi e pezzi in plastica. Sfiorò il sifone: si svitò subito e lacqua stagnante gli scrosciò addosso, buia e fredda.
Sussultò, scivolò, si aggrappò allasciugamano, che finì a terra, bagnandosi in due secondi. Cercò di rimettere il pezzo, inutilmente. Lacqua ormai aveva invaso tutto.
Di corsa in cucina, con i piedi a lasciare scie, cercò sotto la cappa il rubinetto centrale, finalmente trovò e chiuse. Il flusso cessò.
Tornò e il bagno pareva una Venezia in miniatura: tappetino zuppo, asciugamani distrutti, gocce dal sifone.
Si sedette così, in mutande, per terra e fissò il muro, inebetito.
Il primo pensiero fu per Giulia. Più che pensiero, riflesso: chiamarla, chiedere cosa fare. Aveva quasi già schiacciato il nome nei contatti, quando ricordò la sua voce: Non chiamarmi per queste cose.
Rimase così.
Alla fine chiamò Gino.
Gino, tu sai come si aggiusta un sifone?
Che? Gino era distratto, si sentivano rumori di bambini.
Il sifone della doccia, perde tutto.
Mi affido sempre allidraulico, Marco. Hai due mani sinistre, lascia perdere. Ti do un numero, chiama questo qui, è bravo e non ti frega.
Il giorno dopo lidraulico arrivò, cambiò la guarnizione in un quarto dora. Chiese cento euro. Marco restò muto, sorpreso.
È onesto? chiese infine.
Certo rispose lidraulico, già sulla porta.
Marco pensava: Giulia non ha mai chiamato nessuno per queste scemenze. Faceva sempre tutto da sola: svitava, aggiustava, comprava le guarnizioni. Non ricordava quando, né come. Era così, come la pioggia fuori.
***
Fu allora che gli venne unidea.
Chiamò Laura. Ventanni prima cera stato quasi qualcosa tra loro, prima di conoscere Giulia. Laura divorziata da sette, lo sapeva da amici comuni. Si incrociavano a feste di altri, soliti sorrisi.
Laura, ciao. Sono Marco Bellini.
Marco?! Quanti anni
Senti Sto vivendo da solo adesso. Pensavo ci vediamo a cena?
Lei esitò.
Da solo da chi?
Da mia moglie.
Divorziato?
Siamo in fase.
Capito, e la sua voce si fece più cauta. Va bene, usciamo.
Si trovarono in un ristorante del centro. Lei, cappotto elegante, capelli corti, fascino sereno. Bevvero vino, discorsi su amici, sui figli.
Raccontami di te, chiese lei.
Lavoro sempre in edilizia, responsabile approvvigionamenti.
E dove vivi?
Un bilocale in via Fieramosca.
Ci stai bene?
Voleva dire sì, invece disse:
La lavatrice non centrifuga davvero, il fornello è strano.
Lei lo guardò attenta. Ci mise un po a capirlo: compassione, non attrazione, la stessa che si prova per chi pare smarrito.
Capisco
La cena si spense lì. Si raccontarono dei figli, un altro bicchiere, e poi lei: Domani sveglia presto, scusami. Si salutarono al portone.
Marco tornò nel suo bilocale. Frigo vuoto, supermercati chiusi. Scovò un pacchetto di minestrone liofilizzato, acqua bollente e via.
Laura non richiamò. Nemmeno lui.
***
Prossima prova: amici. Chiamò Gino, che propose un venerdì, fino a una certa, perché la moglie aveva la riunione scolastica. Chiamò Fabio: Va bene, ma mi porti in macchina, sabato devo accompagnare mia moglie dai suoi.
Si trovarono in un pub a Porta San Giovanni. Birra, calcio, lavoro.
Come va la libertà? chiese Gino.
Avanti, rispose Marco.
Giulia non chiama?
No.
Si guardarono tra loro.
Mai? Fabio insistette.
Mai.
Di nuovo sguardi, Gino gira la birra.
È strano. La mia già telefonerebbe tre volte al giorno.
Giulia no.
Può essere buon segno. O cattivo mormorò Fabio.
Cattivo tipo?
Che sta bene anche da sola.
Marco finì la birra. Non gli piaceva pensarci. O meglio, lo faceva sempre, ma senza ammetterlo.
Alle otto Fabio guardò lorologio, si vestirono e andarono via. Ognuno dalla propria famiglia.
Marco restò ancora, da solo.
***
Giulia, intanto, i primi giorni sentì qualcosa che somigliava a disorientamento. Non la mancanza di lui: piuttosto un improvviso spazio. Come se avessero spostato i mobili e ci fosse aria nuova, ma senza capire se fosse meglio o peggio.
Chiamò lamica Claudia il secondo giorno.
È andato via, disse.
Via dove?
Un appartamento in affitto. Dice che soffocava.
Claudia tacque, poi sospirò.
E tu come stai?
Bene, in realtà. Mi sorprendo anchio.
Piangi?
No. Strano, vero?
Magari arriva più tardi.
Forse. Vediamo.
Poi la chiamò Flavia, conosciuta venticinque anni fa in ambulatorio e diventata come una sorella.
Finalmente! Flavia, diretta. Te lo ripetevo da dieci anni.
Cosa?
Vivi come colf, senza nemmeno stipendio.
Dai, Flavia, non esagerare.
Quando è stata lultima volta che hai fatto qualcosa solo per te?
Giulia si sforzò di ricordare.
Lanno scorso, quando ho tagliato i capelli.
Appunto.
La settimana dopo, Flavia la invitò a yoga. Giulia inizialmente disse di no, poi ci pensò e accettò. La tuta era ancora col cartellino. Scoprì di essere rigida come una scopa.
Normale rassicurava listruttrice, giovane donna raccolta in una coda. Da qui si inizia.
Due settimane dopo, già migliorava. Tre volte la settimana. Dopo ogni lezione, chiacchiere con Flavia nei caffè del quartiere. Era tanto che non si sedeva così, senza pensare che cera la cena da preparare, che Marco sarebbe tornato dal lavoro.
Ogni sera leggeva. Un tempo abbandonava il libro dopo venti pagine. Ora leggeva per ore.
Un giorno chiamò Alessandro.
Mamma, papà dice che vive da solo.
Sì, è vero.
E voi come state?
Diversamente Io, davvero bene.
Pausa.
Mamma, vi separate?
Per ora non so. Non ci ho pensato.
Non sei triste?
Sono sorpresa. Ma non triste.
Ci mise un attimo a rispondere.
Se succede qualcosa chiama, eh.
Fallo anche tu, non solo a Natale.
***
Una sera si fermò in cucina, restando immobile per cinque lunghi minuti, davanti alla finestra.
Stava lavando la solita tazza del mattino quando pensò: ventisei anni. Tantissimi. Più di metà della vita cosciente. Dentro c’era stato tutto, anche il buono. La prima casa insieme, con le mani spellate dalla vernice. Alessandro con le ginocchia sbucciate. La vacanza al mare quindici anni fa, risate per giorni interi anche se oggi non ricordava nemmeno per cosa, ma il ricordo delle risate era vivido.
Tutto questo non ci sarebbe più stato. Restava, ora, come le foto nellalbum.
Aspettò che la stretta passasse. E passò. Non subito, ma passò.
Mise la tazza a scolare e andò a yoga.
***
Lincontro con Vincenzo fu del tutto casuale.
Ottantanni e una memoria di ferro, la signora Concetta, vicina del piano sotto, la fermò nellandrone: lampadina fulminata, il figlio veniva la settimana dopo, ma ormai col corridoio buio. Giulia salì su una sedia e la cambiò. Poi thè insieme, proprio mentre arrivava invece laltro figlio, non quello aspettato. Caldo annuncio di presenza: barba, buon giubbotto, occhi stanchi di uno che lavora molto.
Mamma, di nuovo schiavi i vicini? sorride lui.
Giulia si è offerta, precisa Concetta, dignitosa.
Sguardo di Vincenzo.
Grazie, eh. Non avrei pensato a mamma nel buio.
Una sciocchezza, minimizza Giulia.
Due chiacchiere sulluscio: lavora anche lui in edilizia ma unaltra azienda. Lei racconta la sua vita da impiegata amministrativa. Poi si salutano.
Tre giorni dopo lui bussa: porta la spesa alla madre e una scatola di cioccolatini a Giulia, per ringraziarla.
Ma dai, davvero, arrossisce lei.
Posso entrare un attimo? chiede lui impacciato. Devo chiederti una cosa su Marco, tua moglie. Mia madre dice che lavorava in approvvigionamenti, servirebbe un consiglio.
Giulia resta in silenzio.
Marco vive ora da solo, ma posso darti il suo numero.
Chiaro. Non disturberò.
Unaltra settimana e Vincenzo torna a suonare. Ha risolto da sé il problema coi fornitori, ma la invita per un caffè, come due semplici vicini.
Giulia accetta.
Café sulla via, discorsi sulla zona cambiata, lavoro, sua madre. Lui ascolta davvero, ride un secondo prima di finire le frasi. Nessuna pressione, né domande.
Sei sposata da molto? le chiede, gentile, senza malizia alcuna.
Ventisei anni. O lo ero. Per ora, sono in transizione.
Capita, senza giudizi.
Apprezza la delicatezza.
Si vedono ancora, altre volte. Lui non accelera nulla, non chiede niente, solo una telefonata ogni tanto per come va. E a Giulia piace proprio questo: dopo ventisei anni di responsabilità, la leggerezza era come aria fresca.
***
Marco, intanto, notava cose di sé mai viste prima.
Ad esempio: non sapeva aspettare. Tutta la vita, le cose semplicemente apparivano: il cibo in tavola, i vestiti puliti, se qualcosa si rompeva, si aggiustava da sé. Ora doveva aspettare che i calzini asciugassero, che lacqua bollisse, che venisse lidraulico. O che passasse linfluenza rimediata alla seconda settimana: febbre a trentotto, solo, nel letto stanco, con comprimessi presi con lacqua tiepida del rubinetto.
Non sapeva mangiare in silenzio. Dopo ventisei anni, cera sempre Giulia, qualcuno a tavola, anche solo a tacere un silenzio caldo, pieno di qualcuno. Adesso il silenzio era solo vuoto.
Attaccava la televisione mentre mangiava: aiutava, appena.
Alla terza settimana chiamò Alessandro.
Ciao, Ale.
Ciao, papà. Come stai?
Bene, lavoro. Vivo in via Fieramosca.
Lo so, la mamma me lha detto.
E lei come sta?
Ci fu una pausa troppo lunga.
Sta bene. Dice che va a yoga, vede le amiche.
Marco digerì lentamente.
Non non sente la mia mancanza?
Papà, tu mi chiami per sapere se manca a mamma?
No, solo per sapere.
Sta bene, papà. Anche tu stai bene. E va bene così.
Marco posò il telefono, rimase seduto. Non era tristezza, non rabbia. Qualcosa come entrare in una stanza e dimenticare il perché.
***
Al ventitreesimo giorno, incontrò in ascensore la vicina giovane, trentacinque anni a occhio, già vista più volte: si presentò, Arianna.
Lei è nuovo? chiese.
Temporaneo, rispose.
Ha lasciato la moglie?
La schiettezza lo spiazzò.
Eh, sì.
Può capitare. Terzo piano? Prima abitava Balducci, quello che cantava di notte.
No, sono al quarto. Dove ci sono le tende giallo senape.
Ah, lo affitta sempre a uomini single, il proprietario. Dice che sono meno problemi.
Uscirono insieme. Arianna viveva al primo, lavorava in una clinica veterinaria, un gatto, fiori alla finestra.
Una volta Marco laiutò con le buste pesanti dalla spesa. Lei offrì tè. La casa era accogliente, pulita, odore di cannella in cucina. Parlarono un po. Lei acuta, educata, occhi gentili. Lui però pensò: Che ordine qui, e nel mio lavandino ci sono piatti da due giorni.
Si incontrarono ancora, qualche scambio tra la posta. Niente successe, niente poteva succedere: lui era un pensiero interrotto, un abbozzo lasciato lì.
Una volta lei chiese:
Si fermerà ancora qui?
Non lo so, rispose onesto.
Sembra uno che non ha ancora deciso dove andare.
Credo sia vero.
Che non resti troppo in mezzo, però. Dopo il divorzio io ci sono rimasta due anni, poi mi chiedevo: Perché ho sprecato due anni?
Questa frase gli rimase impressa.
***
Trentunesimo giorno. Andò al mercato e comprò dei fiori. Per nessuna ragione particolare, solo perché davanti a delle grandi margherite bianche pensò a Giulia: suo fiore preferito, non le rose che trovava troppo obbligate.
Prese un mazzo, pagò dodici euro, e salì sulla vecchia metro per Via delle Magnolie.
Fiori in mano, durante il viaggio, notava gli sguardi delle persone: indifferenti, gentili, compassionevoli. Costruiva mentalmente il discorso. Immaginava la sorpresa, forse perfino gioia, di Giulia nel riaprirgli la porta. Ventisei anni, dopotutto.
Arrivò, suonò. Campanello nuovo, notò. Passi oltre la porta; voci: una femminile, sua, poi una maschile, non la sua.
Si bloccò.
La porta si aprì a metà, catena nuova. Nello spiraglio, il viso di Giulia. Guardò lui, guardò i fiori. Il volto fermo.
Marco.
Giulia, sono venuto
Vedo.
Ho sollevò goffamente il mazzo.
Lei lo fissava senza rabbia, senza pianto, senza la miscela di emozioni che lui aveva messo in conto.
Marco, non apro.
Perché?
Ho cambiato le serrature.
Vedo. Ma perché?
Dietro di lei, unombra duomo attraversò il corridoio. Marco la seguì con lo sguardo.
Chi è?
Non ti riguarda, rispose calma.
Giulia, aspetta. Io ho capito tante cose.
Cosa hai capito?
Lui era lì, indeciso, bocca aperta.
Che stavo bene con te. Che non ti ho mai apprezzata abbastanza. Che ho sbagliato tutto.
Lei rimase in silenzio, occhi fissi attraverso la catena.
Marco, disse alla fine, senza rancore. Hai capito che stavi bene. Ma non hai capito perché. Non è di me che sentivi la mancanza: era di qualcuno che ti stirasse le camicie.
Non è giusto!
Ma è la verità.
Giulia, ventisei anni.
Lo so. Ci sono stati anche momenti belli. Ma non voglio altri ventisei così.
Non mi dai una possibilità?
Restò a fissarlo, a lungo. Poi:
Sai la cosa strana? Anchio ho iniziato a respirare. Sai, soffocavo anchio. Solo che non ne parlavo.
Marco rimase con i fiori in mano.
Giulia.
Vai, Marco. Chiama Alessandro, parlaci. Non di me, così, per parlare.
La porta si chiuse, senza schianto. Scatto del chiavistello.
Marco restò fermo. I fiori si abbassarono verso il pavimento. Margherite fresche, solide, ignare della scena.
Nel pianerottolo, solo silenzio. Oltre la porta di un vicino si sentiva la televisione.
Marco si incamminò verso lascensore.
***
Premette il pulsante, il montacarichi arrivò subito. Nel riflesso, vide un uomo coi fiori: bella giacca, un po stropicciato, laria stanca. Uno a cui la vita aveva appena tolto qualcosa. O forse dato. O entrambi.
Uscì fuori. Sera già inoltrata, lampioni accesi, pochi passanti. Si avviò verso la metro, mazzo in mano.
Si fermò. Su una panchina, una signora anziana dava briciole ai piccioni. Un branco insistente sotto le sue gambe.
Marco si avvicinò e lasciò il mazzo sulla panchina.
Prenda, se vuole, disse piano.
Lanziana lo guardò, poi fissò i fiori.
Che meraviglia. Nessuno li ha voluti?
Non li hanno voluti.
Capita, e tornò ai suoi piccioni.
Marco riprese a camminare. La via era sempre uguale, le case immobili, la vita andava avanti, come sempre. Qualcuno, in quel momento, chiudeva una porta pensando di aver ricominciato da capo, e forse davvero era così.
Giulia quella sera chiudeva la sua porta e ritrovava la sua nuova vita, che, a quanto pareva, le si addiceva perfettamente.
Qualcuno, altrove, guidava verso casa e avrebbe dovuto ricevere una telefonata senza motivo.
In un appartamento con tende senape, i piatti aspettavano ancora.
Marco prese il telefono.
***
Sulla metro, osservava il buio del vetro, il suo riflesso sfocato.
Strana faccenda, pensava, senza pensare. Solo strana.
Il treno percorreva le stazioni, mentre ovunque cerano vite: giovani, anziani, stanchi, energici, con borse e libri e smartphone. Nessuno notava luomo col mazzo di fiori lasciato, con ventisei anni tra le mani e una porta chiusa.
Scese alla sua fermata e sbucò fuori.
Laria sapeva di neve, la prima, ancora invisibile ma già nellodore.
Marco alzò lo sguardo: il cielo era scuro, normale.
Poi tornò a casa.
***
Quella notte, verso le due, era sveglio. Fissava il soffitto. Lappartamento sempre lo stesso, tende senape a bloccare i lampioni, il frigo vibrava. Tutto immutato dopo trentun giorni.
Poi, venne in mente un dettaglio.
Otto, forse dieci anni prima: lui e Giulia in campagna, ospiti dei suoi genitori, la sera in veranda, una tazza di tè, silenzio. Dal fondo, il bosco. Giulia silenziosa, lui altrettanto. Eppure, si sentiva bene. Quella era la felicità: il silenzio vivo condiviso.
Allora pensò: sto bene.
Non lo disse, lo pensò soltanto. E dimenticò.
Sul divano di quellaffitto, cercò di ricordare lultima volta in cui era stato così. Non ci riuscì.
Fuori iniziava a nevicare, appena. La prima dellanno.
Ancora silenzio.
***
Al mattino fece bollire il tè, pensando che servivano tazze nuove. Quelle cerano, tutte sbeccate.
Pensò di chiamare Alessandro.
Poi pensò alla contabilità in arretrato, lufficio, i report trimestrali.
Poi pensò a Giulia: anche lei aveva iniziato a respirare. Anchio soffocavo.
Non lo sapeva. O faceva finta di non saperlo. Lei cera sempre, faceva ciò che andava fatto, lui non chiedeva mai ti va?, ti piace?. Lei era la routine che lui chiamava prigione, ma probabilmente era una prigione anche per lei, solo che restava a stirare le sue camicie.
Il bollitore fischiò.
Versa lacqua nella tazza sbeccata, il tè. Si mise a tavola.
Fuori, la neve cominciava finalmente sul serio. Bianca, si posava sul davanzale.
Marco prese il telefono, trovò il nome: Alessandro.
Ma lo posò.
Poi lo riprese.
Ciao, Ale. È papà. Ti chiamavo senza motivo. Sei libero?
Sì, papà, che cè?
Come stai?
Lavoro, qui nevica anche da noi!
Anche qui, adesso.
Breve silenzio. Buono, vivo.
Papà, tu stai bene?
Marco fissò la neve. Fuori era tutto ancora indefinito.
Ci sto lavorando, rispose.
Va bene. Se hai bisogno, chiamami.
Ti chiamo. Anche tu ogni tanto, non solo a Natale.
Promesso, rispose Alessandro.
Si salutarono. Marco finì il tè. Era buono.
Fuori la neve cadeva.
***
Proprio in quel momento, dallaltra parte della città, anche Giulia guardava la neve dalla finestra. Una tazza di caffè in mano, calma. Vincenzo già andato via, tra loro una regola muta: per ora, ognuno a casa sua.
Pensava a Marco. Non con rabbia, né con gioia. Solo pensava. Lui, alla porta con i fiori, grande, un po perso, uno che la vita aveva scosso, ma non insegnato fino in fondo.
Non era arrabbiata. Forse allinizio sì, sottile, vecchia rabbia silenziosa: lui non chiedeva mai se lei stesse bene. Era lui che si lamentava di routine, ma quella routine era lei, le sue mani, il suo tempo. Lui si annoiava, ma lei non aveva tempo di chiedersi se si annoiava o meno.
Passata la rabbia, restò qualcosa di solido, tranquillo.
Scrisse a Claudia: Domani yoga? Risposta immediata: Aspettavo che mi scrivessi. Sì.
Giulia sorrise. Posò la tazza.
Anche qui cadeva la neve.
***
Quella sera Marco chiamò il padrone di casa: Posso prolungare laffitto altri due mesi?
Sì, basta pagare in anticipo.
Andò allora al negozio di casalinghi e comprò nuove tazze, senza sbeccature. Due. Poi, dimpulso, una terza.
Supermercato: carote, cipolle, pollo, sedano. Segue una ricetta dal telefono. Al quarto passo: Salare a piacere.
Resta davanti alla pentola, pensa cosa significhi. Assaggia. Un filo troppo salato, ma commestibile.
Mette il brodo in una delle tazze nuove, anche se non sarebbe per quello. Si siede.
Nel silenzio, il brodo sembra accettabile.
***
La vita andava avanti, senza spiegazioni, senza chiedere permesso. Giulia andava a yoga, vedeva talvolta Vincenzo, che non la forzava nei tempi. Marco abitava in Via Fieramosca, cucinava, chiamava Alessandro, incontrava Gino e Fabio una volta per settimana, ora anche senza famiglie.
Nessuno aveva ancora chiesto il divorzio. Non per una decisione precisa, ma perché richiedeva energia, e entrambi non ne avevano più voglia per ora.
Entrambi, un giorno, si incontrarono per caso al supermercato di sempre, quello in Via delle Magnolie. Lui stava davanti al banco dei latticini, sguardo assorto sulletichetta del kefir.
Lei si avvicinò.
Marco.
Lui si voltò. Si guardarono. La barba un po più smunta, gli occhi meno stanchi, un filo più attento.
Ciao, Giulia.
Ciao. Stai bene, sembri meglio.
Anche tu.
Rimasero così, un secondo.
Prendi kefir? chiese lei.
Sì, ma non so quale.
Questo è buono, indicò.
Grazie.
Prendono le rispettive cose, vanno verso la cassa. Escono insieme.
Allora ciao.
Ciao.
Lei svolta a destra, lui a sinistra.


