La nuora scomoda

La nuora scomoda

Alessandra, ma hai letto la lista? Ti ho dato la lista, cè scritto tutto la voce di Nunzia Pavone suonava come se stesse parlando con qualcuno un po duro dorecchi Cè scritto: gelatina di carne con tre tipi diversi di carne. Tre, Alessandra. Non due, non uno: tre!

Sì, signora Nunzia, lho letta. Però volevo proprio parlare di questa cosa. Il compleanno è tra una settimana e pensavo

Tu pensavi la suocera lasciò un attimo di silenzio drammatico sul verbo pensavi, che rimbalzò nellaria come un rimprovero Tu pensavi, e io ti dico: gelatina di carne con tre tipi diversi, torta salata con cicoria e quella ai funghi, pesce in carpione, insalata russa, insalata di riso, e anche quella con i surimi, uova ripiene, crespelle con la panna, anatra alle mele renette, rotolini di patate, torta di ricotta, torta millefoglie e torta Diplomatico. Questo è il minimo, il minimo Alessandra. Vengono quaranta persone.

Alessandra tenne la cornetta e guardò fuori dalla finestra. Fuori piovigginava quel novembre bagnato e pesante, tanto inopportuno quanto quella conversazione.

Ho capito, signora Nunzia. La richiamo più tardi, va bene?

Non perdere tempo che per sabato è già tardi.

Depose il telefono sul tavolo della cucina e rimase lì alcuni secondi, fissandolo. La lista scritta in stampatello grande e deciso della suocera era al suo fianco, tenuta ferma dalla saliera. Alessandra la riprese in mano e la rilesse. Quattordici piatti. Accanto a ciascuno, lannotazione: fatto in casa, non comprato, come laltra volta, ma meglio.

Come laltra volta. Lultima volta era stata alla festa dei cinque anni di matrimonio di Marina, la cognata. Alessandra aveva cucinato per tre giorni. Tre giorni quasi senza dormire: la seconda sera i piedi non collaboravano più e le mani, tra il lavare piatti e taglieri, si erano screpolate. Giovanni tornava a casa, sgranocchiava qualcosa direttamente dalla pentola e si buttava a guardare la televisione. Una volta chiese: Serve una mano? Alessandra rispose: No, ce la faccio. Lui annuiva e se ne andava, senza cattiveria, insomma.

Durante il festone Nunzia Pavone assaggiò la gelatina di carne, chiamò Alessandra con un cenno e sussurrò appena, quasi scusandosi: Un po troppo sale. E nullaltro. Gli ospiti lodavano, chiedevano il bis, qualcuno diceva di non mangiare una torta salata così buona da tempo. Nunzia si limitava ad annuire dicendo: Da noi è tradizione. Di Alessandra, mai una menzione.

Seduta in cucina della casa in via degli Artigiani, dove viveva con Giovanni da diciannove anni, Alessandra pensò che tradizione per Nunzia significava una cosa ben precisa: Tradizione: la nuora cucina. Tradizione: la nuora pulisce. Tradizione: la nuora è grata di esser seduta al tavolo.

Il telefono vibrò. Era Marina.

Ale, hai parlato con la mamma? Dice che eri un po strana.

Normale, ero solo stanca.

Eh, vedi. Il compleanno è tra una settimana, bisogna già fare la spesa. Posso venire con te mercoledì, a portare le borse. Pausa No, mercoledì ho lestetista. Giovedì, dai?

Marina, tranquilla, vado io.

Guarda che la mamma vuole proprio lanatra con mele renette, non altre, eh! Le renette danno quella punta acidula, lo sai.

Lo so.

E la gelatina, devessere trasparente. Laltra volta era un po torbida.

Alessandra chiuse gli occhi. Gelatina di tre carni, mele renette, due torte, quaranta persone.

Va bene, Marina. Ho capito.

Ripose il telefono e si tirò in piedi. Bisognava pensare alla cena. Giovanni sarebbe rientrato alle sette, affamato. Se non trovava nulla in tavola, la guardava con quel lungo sguardo interrogativo e la domanda: Oggi niente cena? Non era un rimprovero, no. Solo spontaneo stupore di chi arriva a una fermata e non capisce dove sia finito lautobus.

Aprì il frigo. Trovò un pollo, cipolle, carote. Mise la pentola sul fuoco. Gesti familiari, quasi automatici. Diciannove anni degli stessi movimenti.

Aveva conosciuto Giovanni a ventisei anni. Lui era allegro, chiacchierone, raccontava storie da piegare la gente in due dal ridere. Nunzia, la prima volta che la vide, disse: Alessandra, sei sveglia, si vede subito. Alessandra prese la cosa come un complimento. Ma poi capì che sveglia significava solo: sa non contraddire.

Sposata a ventotto. Il primo anno, ancora ancora. Poi nacque Marco. Poi Marco crebbe e andò a studiare a Milano. E rimase questo: casa, cucina, lista di piatti su un foglio a quadretti.

Il brodo bolliva. Alessandra abbassò il fuoco e andò in soggiorno. Voleva chiamare la mamma, solo sentirne la voce. Ma il telefono squillava già.

Era la mamma.

Ale la voce era bassa, con quellinquietudine strisciante che fa gelare lo stomaco. Puoi venire oggi?

Che è successo?

Papà sta male. Ho chiamato lambulanza. Siamo allospedale.

Alessandra stava già infilando il cappotto quando si ricordò del brodo. Tornò in cucina, spense il fornello. Mandò un messaggio a Giovanni: Papà è in ospedale, vado dai miei. Cena in pentola. Prese la borsa ed uscì.

Fuori era buio e umido. Salì su un taxi e per tutto il tragitto guardò i fari sdoppiati dalle gocce piovute sul finestrino. Nicola, il papà. Settantadue anni, cuore dacciaio tutta la vita. Diceva: Dai, vi seppellisco tutti. Lei gli aveva sempre creduto. E tanto voleva che fosse vero.

Lospedale la accolse nellodore di disinfettante e corridoi bianchi. La mamma aspettò allaccettazione, piccola, col cappotto ancora addosso, la borsa stretta tra le mani.

Mamma.

Si voltò. Gli occhi asciutti, ma la voce le si piantò in gola.

Hanno detto che la pressione è altissima. E qualcosa al cervello. È caduto in corridoio. Sono uscita dalla cucina e lho visto a terra.

Come sta ora?

Lo stanno controllando. Il medico ha detto di aspettare.

Sedettero su rigide poltroncine bianche e aspettarono. La mamma le stringeva la mano. La mano era minuta e fredda. Alessandra pensava che non vedeva i suoi genitori da tre settimane. Mai tempo. Sempre altro: la spesa, la cucina, la lista di Nunzia.

Dopo unora e mezza arrivò il medico. Giovane, sfinito, con gli occhiali.

Lo abbiamo stabilizzato disse ma sospettiamo un principio di ictus. Bisogna controllare, osservare, almeno una settimana di ricovero.

Si riprenderà? chiese la mamma.

Vedremo. È presto per sbilanciarsi.

Alessandra riaccompagnò la mamma a casa, le fece un tè, restò lì finché la mamma non si addormentò in poltrona. Poi rimase nella cucina dei genitori ad ascoltare il silenzio, che lì era diverso: soffice come una copertina vecchia. Sul davanzale le gerbere della mamma, fiorite ogni anno senza bisogno di ricordarsi. Su una parete, una foto: Alessandra a sette anni tiene papà per mano e guarda lontano, papà guarda lei.

Tornò a casa che era già passata mezzanotte.

Giovanni era sveglio. Col telefono in mano, ma lo posò quando la vide.

Come sta?

Male. Temono un ictus.

Accidenti disse lui. Pausa. Hai mangiato almeno?

No.

Cè il pollo in pentola, lho scaldato. Prendilo.

Alessandra prese il pollo e mangiò in piedi, davanti al lavandino, ché non aveva energie per apparecchiare. Poi si stese. A lungo non dormì, a fissare il soffitto e a pensare alla faccia del papà, alle mani della mamma, allodore di quella cucina.

La mattina dopo chiamò Nunzia.

Alessandra, so che ieri sei andata via. Giovanni mi ha detto che tuo padre ha qualche problema. Spero tu ti renda conto che per il compleanno mancano sei giorni.

Signora Nunzia, mio padre è in ospedale.

Sì, certo. Ma lospedale è vicino, no? Non sei mica ricoverata tu. Quando pensi di iniziare?

Alessandra si sentì dentro una chiarezza nuova, lenta e assoluta, come lacqua che smette di scorrere e semplicemente sta.

Non lo so.

Come sarebbe non lo so? il tono di Nunzia era quello di chi scopre che nel latte hanno messo il limone Alessandra, è il mio compleanno. Settanta anni. Una volta sola nella vita. Capisci?

Capisco. Anche papà è unico.

Silenzio.

Beh concluse Nunzia penserai bene a organizzarti. Non è che bisogna stare in ospedale tutto il giorno. Una visitina e poi sei libera.

Alessandra non rispose. Salutò. Attaccò.

Giovanni stava prendendo il caffè. Alzò lo sguardo.

Ti ha chiamata mamma?

Sì.

E che voleva?

Chiedeva della cucina.

Lui fece un cenno con la tazza. Poi:

Dai, Ale, lo sai che per lei è importante. Quaranta ospiti, mica si può annullare tutto adesso.

Non ho detto di annullare.

E allora. Visiti papà, ma in casa puoi cucinare, no?

Alessandra lo fissò. Giovanni guardava il telefono. La fronte appena corrugata, ma solo per qualcosa lì sullo schermo.

Giovanni disse piano e se fosse tua madre in ospedale?

Lui alzò gli occhi.

Cosa centra?

È solo una domanda.

Ma è diverso.

Perché?

Perché è mia mamma disse come se questo bastasse davvero.

Alessandra si vestì e andò in ospedale.

Il papà era in una stanza a quattro. Quando entrò, dormiva. Le si strinse il cuore. Uninfermiera le disse che era solo sonno. Alessandra sedette accanto e rimase a guardare il volto. Le rughe, la barba mal rasata, le mani sopra la coperta, grandi, nodose. Erano quelle che da piccola le costruivano uccellini di legno, quelle stesse mani che una volta la salvarono da una caduta dalla bicicletta.

Il papà aprì gli occhi. La vide. Sorrise, incerto come chi ancora non crede sia proprio sveglio.

Sei venuta.

Ovviamente. Come stai?

Mah, la testa gira un po. Roba da nulla.

Non dire sciocchezze, papà.

Eh, pazienza scrollò le spalle.

Rimase due ore con lui. Poi chiamò la mamma: era sveglio, parlava. Lei rispose: Benedetta con quel tono che fa pizzicare gli occhi.

Prese lautobus per tornare. Guardava fuori dai vetri appannati. Pensava che contava solo questo, ora: papà in ospedale, mamma sola a casa. Il foglio di Nunzia, le mele renette, la gelatina trasparente e il doppio dolce non contavano niente. Niente. Possibile non ci avesse mai pensato prima? O laveva pensato e non si era mai permessa di andare fino in fondo?

La sera Giovanni tornò allegro, portò il pane, raccontò del lavoro. Alessandra ascoltava, annuiva. Poi disse:

Giovanni, non cucinerò per il compleanno.

Si bloccò. Appoggiò il bicchiere.

Come non cucinerai?

Non cucinerò. Papà è in ospedale, mamma ha bisogno di me. Non posso stare tre giorni ai fornelli.

Alessandra la chiamò così, per intero, come faceva quando era irritato Ci sono quaranta persone. Mamma deve ospitarle. È il suo compleanno.

Giovanni, mio padre è in ospedale per un problema grave.

Capisco. Ma ci sono i medici. Non vuol dire che tu devi stare lì giorno e notte.

No. Ma non starò neanche ai fornelli per quaranta persone.

Lui si allontanò, passeggiando nervoso in cucina.

Hai idea che non si può annullare il compleanno? Gli inviti già sono partiti, Marina lo ha detto a tutti.

Ordinate il catering.

Catering?! sembrava le avesse proposto una bestemmia Mamma vuole tutto fatto in casa, lo sai.

Lo so rispose Alessandra benissimo.

Lo guardò. Nel suo sguardo qualcosa di nuovo, nemmeno rabbia, più una confusione strana, da chi scopre che una cosa che funzionava non va più.

Ale, ragiona. È una volta sola. Papà è in ospedale, sì, ma tu ci vai ogni giorno. Cucinare lo puoi fare, no?

No.

No?

No, Giovanni.

Lui si chiuse in salotto. Poi chiamò Marina.

Alessandra, che succede? Giovanni dice che ti rifiuti di cucinare! Qui ci sono quaranta persone, ti rendi conto?

Mi rendo conto.

Ma è la mamma! Ha settantanni! Non vuol dire niente?

Vuol dire. Ma anche che mio padre sta male, e vale pure quello.

Ma il compleanno non si può rimandare!

Marina rispose Alessandra potete ordinare la cena. Oppure cucinate voi. Vi do pure le ricette.

Silenzio. Poi:

Non siamo brave come te.

Imparerete.

Spense il telefono. Le mani stavano ferme: la cosa la stupì. Si era aspettata paura, un ripensamento. Invece solo chiarezza e quella quiete ferma che sentiva dal mattino.

Il giorno dopo, di nuovo in ospedale. Papà un po meglio. Seduto, mangiava pappine insipide, storcendo la bocca, ma le finiva. Qui si mangia come allasilo! disse ridendo. Alessandra rise pure lei. Portò brodo fatto in casa, quello della mamma. Papà lo bevve tutto: Questo sì che è mangiare!.

Con la mamma sedettero in cucina. Piccola, tendine a fiori, frigo con la maniglia tenuta col nastro. Profumo di pane e menta secca, raccolta ogni estate. Era quellodore la sua infanzia. Non quello di una qualsiasi cucina, dove aveva passato giorni interi senza mai un grazie.

Come va, Ale?

Reggo.

Giovanni…?

La suocera compie settantanni.

Vai?

Forse sì. Ma non cucinerò.

La mamma esitò. Poi chiese con cautela, come chi pensa a lungo una domanda:

Sei felice, lì?

Alessandra la guardò.

Cioè?

Mah. Ti vedo sempre di corsa. Stanca. Mai seduta. Perfino ora hai guardato il telefono tre volte.

Alessandra guardò il telefono. Vero.

Eh, abitudine.

Capisco disse la mamma, e non aggiunse altro. Solo un altro po di tè.

Il mercoledì chiamò Nunzia. Tono misurato, quello delle grandi occasioni drammatiche.

Alessandra, parliamone da adulte.

Sentiamo, signora Nunzia.

Capisco che hai dei problemi in famiglia. Ti sono vicina, davvero. Ma tu sai che per ventanni ho aspettato questo giorno? Settanta anni, non saranno altri settanta, eh.

Alessandra zitta.

Non ti chiedo di lasciare tuo padre, solo di cucinare quello che sai fare meglio. Lo sai che sei la migliore in cucina. È il tuo contributo, no?

Signora Nunzia scandì Alessandra questa settimana ho capito una cosa. Il mio contributo non è la gelatina, o le torte salate. Mio padre è in ospedale e voglio stargli vicino.

Ma allora stagli vicino! La mattina ospedale, la sera cucina! Non ti chiedo miracoli.

Per lei non sono miracoli; per me sì. Non posso far finta stia tutto bene.

Lungo silenzio.

Sei sempre stata particolare dichiarò Nunzia, non cattiva, solo da notiziario.

Può darsi.

Giovanni è molto dispiaciuto.

Lo so.

Dice che sei cambiata.

Forse.

Alessandra salutò e chiuse la chiamata. Ancora una volta: mani ferme.

Giovedì mattina fece la borsa. Piccola. Qualche cambio, carica-batterie, beauty case. Carta didentità. Non ci pensò troppo: semplicemente lo fece. Mandò un messaggio a Marco: Nonno meglio. Starò da loro qualche giorno. Tutto ok. Marco rispose subito: Mamma, ti chiamo stasera. Stai bene davvero? Stai tranquillo. Baci.

Quando Giovanni uscì per andare al lavoro, lasciò un biglietto in cucina: Sono dai miei. Ci sentiamo.

Rimase un attimo davanti alla propria cucina. Diciannove anni di quella cucina, quel tavolo, quei fornelli, quellodore di mattina che non era mai stato il suo.

Chiuse la porta, scese, uscì.

Non pioveva più. Faceva freddo e il cielo sopra Torino era blu-grigio, di quel tono che solo a novembre si vede. Alessandra camminava verso la fermata pensando che diciannove anni sono tanti, quasi mezza vita. E che aveva pensato per metà della vita di meritare solo quanto le veniva dato. Non un grammo di più.

A casa, la accolse il profumo di menta e la luce calda del corridoio. La mamma aprì la porta, vide la borsa e non chiese nulla. Solo la abbracciò, stretta, breve. Alessandra rimase lì e sentì che qualcosa, chiuso dentro da tempo, iniziava un po a sciogliersi. Rimarrai? chiese la mamma. Qualche giorno. Se va bene. Ma che domande, è casa tua.

Rimase dai suoi quattro giorni. Ogni mattina in ospedale con la mamma. Il papà meglio: parlava, si lamentava delle flebo, chiedeva da mangiare vero. Il medico disse: il decorso è buono, serve ancora osservazione.

Quattro giorni dormì finalmente. Come non faceva da dieci anni: finché non si svegliava da sola. Mangiava la cucina di casa, senza fronzoli. Grano saraceno col burro, minestrone, crostata di mele renette portate dalla mamma dalla campagna. Era la solita crostata, ma profumava tanto che ad Alessandra veniva da piangere. Che hai? chiese la mamma. Niente. È buonissima. Un cenno di capo. No domande.

Giovanni chiamò il venerdì sera. Voce tesa.

Quando torni?

Non lo so.

Domani cè il compleanno. Cè tutta la famiglia.

Lo so.

La mamma è agitatissima. Marina cucina, ma sta bruciando tutto.

Che ordinino. Lho già detto.

Sai che la mamma ci sta male?

Mi dispiace per comè andata. Ma io resto qui.

Pausa lunga.

Sei cambiata disse lui. Uguale a Nunzia, ma con tono diverso, quasi una denuncia smarrita.

Forse rispose Alessandra.

Sabato, niente festa.

Con la mamma, andarono dal papà presto con brodo caldo e un panino fatto da lei allalba. Papà lo mangiò tutto, lodò il pane, minacciò di tornare presto a cucinare lui, per vedere se la mamma aveva disimparato. La mamma rise; Questo lo vedremo. Alessandra ascoltava i botta e risposta, che in realtà erano solo la voce di due che stanno bene insieme. Papà sorrideva, la mamma anche. Avevano passato i settanta, ma ancora ci riuscivano.

La sera, lei era in poltrona con un libro. Non leggeva, teneva solo aperto. La mamma sferruzzava di fronte. Fuori neve vera, di dicembre. Il telefono vibrò più volte. Marina scrisse: Disastro totale, è arrivata la gente e non cera quasi nulla da mangiare, vergogna! Nunzia niente. Giovanni solo una parola: Allora?

Alessandra appoggiò il telefono e si tenne il libro.

Dopo qualche giorno tornò in via degli Artigiani, solo per prendere documenti e qualche vestito. Il papà stava meglio, ora in reparto normale.

Giovanni stava in cucina. Appena la vide cera qualcosa di diverso in lui.

Parliamo?

Parliamo.

Parlarono a lungo. Non litigarono. Parlarono davvero, dopo anni di chiacchiere per dovere: lui il lavoro, lei la cena. Alessandra spiegò che era stanca. Di essere una funzione, non una persona. Che diciannove anni a essere comoda le erano costati qualcosa che nemmeno sapeva come chiamare. Giovanni ascoltò. Provò a dire che la vedeva una brava persona, che è stato così senza pensarci, che la mamma resta la mamma. Alessandra non discusse. Solo spiegò il suo punto.

Vuoi il divorzio? chiese lui, diretto.

Lunghi secondi.

Voglio vivere diversamente rispose. Chiamalo come vuoi.

Lui annuì. Si versò dellacqua.

Chiamo Marco.

Va bene.

Marco arrivò due settimane dopo, senza preavviso, solo con una grossa borsa e lespressione di chi le cose serie le prende sul serio.

Mamma, tutto ok davvero?

Sì, Marco.

Papà dice che insomma, è tutto complicato.

È solo onestà corresse lei. Un altro modo di dire le cose.

Rimasero tre giorni a parlare. Si arrabbiò un po con lei, poi col padre, poi si calmò. E quando partì, le disse alla porta:

Prima volta da anni che sembri riposata.

Si vede?

Troppo.

Il divorzio fu tranquillo. Giovanni restò in via degli Artigiani. Alessandra si trasferì dai suoi, in attesa di sistemarsi. La mamma mai una parola fuori posto. Le liberò una stanza, mise lenzuola nuove e una piccola scatola sul comodino: luccellino di legno del papà. Alessandra lo prese, lo rigirò in mano, così leggero e pieno di minuscole incisioni.

Il papà uscì dallospedale a inizio dicembre. Camminava piano, ma camminava. Sulla porta guardò Alessandra.

Ecco, disse siamo tutti a casa.

Il Capodanno lo passarono in quattro: Alessandra, la mamma, il papà e Marco, che venne apposta. Addobbate lalbero, vecchi film, insalata russa e torta salata di casa. Semplice, senza pretese. Alessandra aiutava la mamma, impastavano insieme. E questo, pensava, è cucinare per le persone. Non per la lista. Non per la tradizione. Per noi.

A febbraio trovò un piccolo appartamentino: un bilocale al quinto piano, vista cortile con alcuni tigli. Pochi mobili, odore di vernice nuova e dattesa. Alessandra entrò con le prime cose e rimase a guardare la stanza vuota. Poi si avvicinò alla finestra e guardò i tigli.

Marina la chiamò una sola volta, ormai a marzo. Tono tra il risentito e il conciliatorio, una mistura difficile.

Ale, come stai? Qui insomma, la mamma è triste. Anche se non lo dice, sai comè.

Lo so.

E ora come fai?

Vivo, Marina. Normale.

Non potresti venire qualche volta? Almeno alle feste? Qui non ci riusciamo

Alessandra sorrise. Non poteva vederlo, ma sorrise lo stesso.

Ci penso. Vediamo.

Sai, almeno tu la gelatina la sai fare. Noi ci abbiamo provato, viene torbida.

Ti mando la ricetta. Basta filtrare il brodo bene, doppio strato di garza. Vedrai.

Sul serio?

Sul serio. Basta farla tu.

Mandò la ricetta. Marina rispose con una faccina sbalordita, e non chiamò più.

Il papà migliorava. In primavera niente più bastone, già polemizzava coi medici, pronto per la casa in campagna. I medici: Vediamo. Lui: Vedete pure, ci vado. E andò a maggio, quando il sole scaldò un po. Alessandra laccompagnò, aprirono la casa, accesero il camino. Sedettero in veranda, tè nei bicchieroni con il bordo blu. Dietro la siepe fioriva il sambuco.

Papà, ti ricordi gli uccellini di legno?

Certo. Tu li perdevi sempre.

Uno non lho perso. È sul comodino.

Mamma dice che lo tieni lì. Si zittì, poi: Sei stata brava, Ale.

Per cosa?

Solo brava. Mise la tazza sul parapetto e guardò il sambuco in fiore. La vita è lunga. Limportante è non sprecarla in cose che non sono per te.

Lei annuì. E fuori profumo di terra bagnata e dolce, e silenzio, rotto solo dalla voce distante di un merlo.

Quella primavera Alessandra riprese a lavorare. Era stata contabile, poi per anni quasi nulla: Nunzia martellava la famiglia viene prima, Giovanni non obiettava. Ora un impiego in un piccolo studio. Ritmo tranquillo. Allinizio era strano, poi tornò il piacere di sentirsi padrona delle sue giornate.

Nei week-end andava dai genitori. Qualche volta restava a dormire. Con la mamma facevano una torta salata, senza lista, senza quaranta bocche da saziare, solo un rustico con quello che cera. Il papà sedeva a dare consigli non richiesti. Ci so fare anchio, rispondeva la mamma. Luccellino di legno stava sereno sul comodino.

Una sera estiva, Marco chiamò solo per parlare.

Mamma, come va?

Bene, Marco. Davvero bene.

Senti sono contento per te. Sei proprio diversa.

Diversa?

In meglio.

Lei rise.

E tu, come va?

Tutto a posto. Con gli amici raccontò del lavoro, dei progetti per agosto, che sarebbe passato. Lei ascoltava la sua voce e guardava fuori: i tigli nel cortile, verdi e folti, come se lestate avesse gonfiato ogni ramo fino a far scoppiare il cortile di foglie.

Passa, gli disse ti preparo una minestra.

Minestra normale?

Quella della nonna.

Non cè minestra migliore disse lui. Promesso.

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