Uscire dalla cucina: il nuovo modo italiano di vivere la casa

Uscita dalla Cucina

Signora Vera, di nuovo ha messo la pentola nel posto sbagliato disse Gigi, un giovane cuoco dalle mani perennemente umide, indicando lo scaffale sopra il lavello con lo sguardo Qui si mette il pulito. Lo sporco là.

Gigi, lavoro qui da tre mesi. Lo so dovè il pulito e dovè lo sporco.

E allora benissimo. Rimetta a posto.

Vera rimise la pentola. In silenzio. Perché le energie per discutere le erano già evaporate, lasciandola insieme alla vita di prima. Insomma, con quella sua poltrona da redattrice, la lampada col paralume verde che aveva tanto amato, e anche con lo studiolo, che aveva dovuto cedere a degli sconosciuti, solo per pagare la mamma, le iniezioni e la badante.

La sera al ristorante Impero filava via come sempre. Nella sala le risate e i brindisi si confondevano al profumo di tagliata al Barolo e al tintinnio dei calici. Vera stava di fronte al grande lavello dacciaio e lavava pile di piatti caldi, unti dal cibo che lei, ormai, poteva solo annusare. Le mani erano rosse per via dellacqua, il grembiule, zuppo fino alla vita.

Pensava al suo album. Rannicchiato nellarmadietto dello spogliatoio, piccolo, a spirale, con la copertina verde scolorita come lerba del vecchio stadio. Laveva preso a febbraio, spendendo lultima busta paga dellanticipo senza quello, sì che sarebbe impazzita. O avrebbe perso del tutto lorientamento. Una donna di cinquantasette anni che lava piatti? Sì. Ma no, cioè, è così fuori, dentro è tutta unaltra storia.

La notte, nella stanza affittata in via delle Rose, dove il termosifone rimbombava come un autobus a diesel e i vicini urlavano come se stessero doppiando un film, si sedeva al tavolo, accendeva la lampada da scrivania e disegnava. Solo per sé. Le mani, stanche durante il giorno, sotto la matita ritrovavano precisione. Disegnava vie, passanti, la vecchietta col cane che vedeva la mattina davanti al portone, il ramo fuori dalla finestra coperto di brina, la cassiera del supermercato allangolo: stanca, ma tenera. Le linee scivolavano leggere, come se la mano ricordasse tutto da sola, persino se la testa aveva deciso di non crederci più.

Illustratrice Vera lo era stata quasi ventanni. Prima in una redazione piccola, poi alla casa editrice Orizzonte. Lì facevano libri per bambini e per Vera era una gioia vera inventare lepri e volpi che erano più umane degli umani, con i loro caratteri e le ansie. Quando arrivavano le copie omaggio, poteva sfogliare le pagine e pensare: questa lho disegnata io.

Poi era cominciata la crisi. Prima avevano ridotto le tirature, poi il reparto, poi: Vera, la stimiamo tutti, però…. Dopo il però, avevi voglia a sperare. A quarantquattro anni era rimasta senza lavoro, senza sicurezza, senza terra sotto i piedi.

Anche il matrimonio era già in discesa. Suo marito, Andrea, non era cattivo ma, diciamo, aveva la schiena molle nei momenti clou. Finché cerano i soldi era allegro, generoso. Finiti quelli, cominciava a sbalzi dumore, a trovare motivi per recriminare, a fare tardi al lavoro. Vera non voleva crederci fino allultimo, poi non poteva più non vedere. Si lasciarono senza drammi, in silenzio, come due che sono troppo stanchi per urlarsi addosso.

Poi si ammalò la mamma.

Ictus. Lato sinistro. Prima lospedale, poi a casa, poi di nuovo ospedale. Vera attraversava tutta la città ogni giorno, pagava la badante, le medicine, le terapie. Il freelance aveva smesso di portare qualcosa di sicuro. Lo studio che affittava era diventato un lusso irrangiungibile. Dovette lasciarlo. Doveva trovare un posto con stipendio regolare e orari fissi. Quel che passa il convento…

La mamma se ne andò a ottobre lanno scorso. Silenziosamente, nel sonno, come se avesse solo deciso di non svegliarsi più. Vera rimase da sola con i debiti, nella stanzetta in affitto e con le montagne di piatti del ristorante. Cinque giorni a settimana.

E così era arrivata lì.

Vera, cè di nuovo una montagna di roba! urlò Gigi dalla stanza accanto.

Arrivo.

Prese il vassoio e tornò al lavello.

Quella sera Impero era il solito. Signore in abito, signori incravattati, ogni tanto qualche gruppetto rumoroso e troppo self-confident, coppie daffari che guardano il telefono più che la persona davanti. Vera ogni tanto sentiva tutto voci, risate, schiamazzi se qualcosa non andava ma guardava solo pareti e pentole. Le bastava. Il resto era sfondo.

Cera un cliente che veniva quasi ogni settimana. Vera ne sapeva qualcosa solo perché Stefi, la cameriera, un giorno le aveva detto in spogliatoio:

Quello al tavolo sei, sempre solo. Ordina sempre lo stesso, mangia lentamente, mai uno smartphone. Guarda e basta. Stranissimo.

Magari è solo un tipo solitario, aveva risposto Vera.

Sì ok, ma almeno io quando sono sola mi vedo con le amiche.

Vera lasciò correre. Sapeva che la solitudine ha molte facce: cè quella fatta di assenze temporanee nessun amico disponibile e quella mura portanti, quella in cui sei circondato ma sei lo stesso solo, perché chi ti ascoltava davvero non cè più.

Il tipo del tavolo sei arrivava di mercoledì e venerdì. Ordinava lagnello o il manzo, un calice di rosso, a volte una minestra. Lasciava la mancia, mai teatrale, sempre nascosta nello scontrino. Si chiamava Alessio Romano, questo Vera lavrebbe scoperto dopo. Per ora pensava solo alle stoviglie e allalbum.

Quel venerdì tutto filava come sempre. Vera al lavello, lacqua calda, il vapore che pizzica gli occhi. Gigi attaccato al telefono, la lavastoviglie a pieno regime, fuori la sala con il suo ronzio di fondo.

Poi però il ronzio cambiò.

Non subito, non di colpo, ma ci fu come una nota stonata. Vera allinizio non ci fece caso. Poi sentì un grido breve, una voce impaurita. Poi voci più forti, concitate. Poi uno urlò davvero.

Si asciugò le mani sul grembiule e si affacciò in corridoio.

La porta in metallo verso la sala era socchiusa. Vera la spinse.

Al tavolo sei sedeva un uomo non più giovane, spalle larghe, giacca grigia. Si vedeva che cera qualcosa che non andava: non si accasciava, ma il viso era cambiato, le mani che si allungavano al collo movimento familiare a Vera. Laveva visto accadere una volta, in ospedale, al vicino di sua madre.

Due camerieri lo fissavano, dandosi delle pacche sulle spalle come per trasmettersi coraggio. La direttrice, Marina, era con la mano alla bocca: Chiamate unambulanza, qualcuno!. Qualcuno si alzava dalla sedia.

Vera si fece strada senza pensare. Arrivò dietro luomo, lo afferrò, trovò il punto giusto sotto lo sterno, chiuse il pugno e strinse. Uno. Ancora. Luomo era grosso, lei quasi gli si appese addosso, spingendo coi piedi contro il pavimento. Ancora. Lui tossì, sputò fuori qualcosa, ricominciò a respirare: prima rauco, poi più calmo.

Vera mollò la presa e fece un passo indietro.

Cerano tre secondi di silenzio. Poi tutti ripresero a parlare assieme. Marina corse da lui con qualche frase rincuorante, Stefi arrivò con lacqua. Un cliente del tavolo vicino batté le mani, altri lo seguirono.

Vera restava in mezzo alla sala, col grembiule fradicio, le mani rosse, senza bene rendersi conto di cosa fare ora.

Ma… lei è un medico? chiese Marina.

No. Lavo i piatti.

Voltò i tacchi e tornò in cucina.

Le mani le tremavano mentre le lavava. Gigi la fissava con la bocca aperta.

Che è successo?

Un signore si è soffocato. Ora va tutto bene.

Ma… lha salvato lei?

Gigi, basta guardare. Cè la roba da lavare.

Prese la spugna, tornò alla vasca. Di piatti ce nera ancora un mare.

Ventminuti dopo la porta della cucina si aprì. I clienti non entravano mai, regola di ferro! Ma luomo in giacca grigia entrò, scrutò la stanza e domandò:

Scusate, la signora che… quella che mi ha aiutato dovè?

Gigi indicò Vera con un dito.

Luomo venne al lavello. Vera stava sciacquando una ciotola e faticava a voltarsi. Quando lo fece lo vide bene: alto, piazzato, una cinquantina danni abbondante, capelli scuri spruzzati di grigio, faccia stanca, seria. Occhi grigi e un po incavati. Il volto di chi ci ha camminato sopra la fatica.

È lei Vera? Me lhanno detto.

Sì.

Lui parve a corto di parole. Poi tutto dun tratto:

Volevo dirle grazie. Non so come. Solo… grazie.

Si figuri. Tutto ok.

No, non è tutto ok. Poteva andare male… Si fermò, si passò la mano sulla fronte. Se non fosse uscita subito…

Sarebbe uscito anche qualunque altro. Bisognava solo sapere cosa fare.

Però è uscita lei. E lei lo sapeva.

Vera ripose la ciotola, afferrò un piatto. Lui restava lì.

È suo questo? domandò allimprovviso.

Si voltò. Lui osservava il tavolo di lavoro, dove Vera spesso lasciava il suo album durante le pause. Oggi lo aveva preso dallo spogliatoio, pensava di disegnare aspettando il prossimo giro di piatti, e invece…

Mio.

Ci posso dare unocchiata?

Alzò le spalle. Lui prese lalbum, lo aprì. La vecchia col cane la stessa del portone. Vera laveva disegnata tutta la settimana: rughe, scarpe grosse, il modo in cui teneva il guinzaglio, semplice, abitudinario.

Girò pagina. Poi unaltra.

Cera un ramo ghiacciato. Un ragazzino sullaltalena, come disegnato dal vero (ma in realtà, pensato). Uno schizzo del mercato, rapido ma pieno di vita. Tante mani, in tutte le posizioni Vera aveva sempre amato disegnare le mani, dalla scuola darte, era insieme esercizio e tenerezza.

Lui sfogliava, silenzioso. A lungo.

Lei è unartista disse. Non chiese: affermò.

Lo ero. Ora lavo i piatti.

Perché?

Per vari motivi.

Annui. Guardò ancora una volta il mercato, chiuse lalbum e lo posò. Restò un po. Vera pensò che avrebbe fatto un altro grazie e se ne sarebbe andato. Invece:

Io sono Alessio Romano. Architetto. Avrei una proposta, ma prima le chiedo: davvero non può più lavorare… fece cenno allalbum …come artista?

Vera lo guardò. Gigi dallaltra parte della cucina faceva finta di pelare patate, ma ascoltava tutto.

Dipende che si intende per lavorare professionalmente.

Fare il suo mestiere. Essere pagata per i disegni.

Senta, signor Romano, lei ancora non si è ripreso dallo spavento. Vada a casa, riposi.

Riposerò. Ma mi dica: vuole lavorare? Davvero lavorare, con le sue competenze?

Nel tono non cera né pressione né formalità; solo sincerità diretta, senza decoro superfluo.

Dipende dal tipo di lavoro, rispose Vera.

Lui annuì, estrasse un biglietto da visita. Semplice, bianco, nome e numero.

Mi chiami domani. O posso chiamare io, se mi lascia un contatto. Glielo spiegherò. Nessuna riconoscenza obbligata, mi serve davvero uno sguardo come il suo.

Che sguardo?

Guardò di nuovo lalbum.

Questo qui.

Salutò, quasi inchinandosi, e uscì. Gigi lo seguì con lo sguardo, poi si rivolse di nuovo a Vera.

Caspita.

Sbuccia le patate, sospirò lei.

Prese il biglietto, lo infilò nel grembiule. Le mani erano ancora bagnate. Dalla sala, i soliti rumori, come se niente fosse successo.

La notte dormì poco. Sdraiata sul letto, fissava il soffitto, ascoltava il calorifero ruggire. Pensava allalbum, al modo in cui Romano aveva girato le pagine, senza dare corda a lodi di cortesia, solo guardando, davvero. Era tanto che nessuno la guardava così. Le veniva in mente più uno sguardo che le parole.

Al mattino, sabato, prese il biglietto e lo tenne tra le dita per esageratamente tanto tempo. Poi chiamò.

Rispose subito. Come se stesse aspettando.

Buongiorno, signora Vera.

Come fa a sapere il mio secondo nome?

Ho chiesto alla direttrice, ieri. Mi vuole raccontare la sua storia? E poi le racconto del nostro progetto.

Vera raccontò breve: casa editrice, illustrazioni, crisi, la mamma, il divorzio. Lui ascoltò senza interrompere. Poi toccò a lui.

Aveva aperto lo studio di architettura dodici anni prima, lasciando una grande società; erano piccoli, squadra di quattro, lavoravano su progetti diversi: case, piazze, parchi. Da poco avevano vinto il bando per riqualificare il parco sulla riva del fiume una cosa grossa. Avevano fatto i disegni, tutto giusto, tutto in regola. Ma messi sul tavolo, lui si era accorto che qualcosa non va.

I disegni sono morti disse. Sa che intendo? Tutto a norma, ma guardando il progetto non senti che lì ci vivranno persone, manca aria, manca vita. Servono visualizzazioni vere, di quelle che ti mostrano la gente che cammina, i bambini che corrono, i vecchi che chiacchierano sulle panchine, insomma, la scena vera. Capisce?

Capisco.

Ho visto i suoi disegni ieri. Lei ha questa dote. Il vivo.

Lei tacque un po, poi chiese:

E le scadenze?

Quattro settimane. Poi presentiamo il progetto in Comune. Se va bene, il parco si farà davvero. Le va?

Quelle parole in qualche modo rintoccarono dentro. Non si aspettava quanto la colpissero.

Okay, disse. Quando posso vedere i disegni?

Anche oggi, se vuole.

Lo studio di Alessio stava in un vecchio palazzo in centro, terzo piano, scala in legno, corrimano verniciato male. Le stanze erano grandi, soffitto alto, disegni ovunque, modelli sugli scaffali, odore di carta, matite e anche un po di caffè.

Lo staff, in tutto quattro: Dario, giovane con cuffie che non toglierebbe neanche dormendo; un ingegnere, Natalia, una donna nella quarantina, taglio corto e aria severa, faceva i calcoli; il professor Giulio, ultra-sessantenne che costruiva i plastici; e Paolo, il tipo da computer.

Alessio mostrò a Vera i progetti. Stese le tavole, bloccate con squadre, spiegando senza paroloni: la passeggiata principale, la fontana, lo spazio bimbi, le panchine, dove mettere gli alberi.

Vera guardava e immaginava: lì alle sette di mattina un anziano col cane; là, verso mezzogiorno, una signora col passeggino; il venerdì sera due innamorati che fissano il fiume.

Posso fare un salto lì fuori? chiese.

In riva? Certo, anche ora.

Uscirono insieme. Quindici minuti a piedi, quasi in silenzio. Vera il suo album, Alessio con le mani in tasca, passo riflessivo, da professionista del camminare.

La riva era quasi deserta quel sabato. Ancora niente primavera, alberi spogli, terra grigia, ma il fiume sembrava già sveglio, scuro e pigro. Alcuni passanti sparsi, due alberi stenti, panchine verniciate di verde, la terra intorno disastrata.

Vera si fermò, estrasse lalbum.

Sta già disegnando? chiese Alessio.

Solo uno schizzo. Voglio ricordare che odore cè.

Lui sembrò stupito.

Odore?

Certo. Fiume, terra, foglie vecchie. Anche quello resta nei disegni, per chi è abituato.

Lui la lasciò fare. Vera tracciava linee svelte, solo per fissare la memoria della mano: la riva, i tronchi, le sagome, luomo in bici che passò, due bambini con la mamma.

Alessio guardava lacqua con quel tipo di sguardo che uno ha quando pensa sul serio. Non triste, ma chiuso.

A sua moglie piacevano questi posti? chiese Vera, senza guardare. Si fermò subito: Scusi.

No, tranquilla. A lei piaceva il mare. Diceva che il fiume è troppo lento, mette malinconia. Poi, dopo una pausa: Galia è morta otto mesi fa. Tumore. In fretta, quattro mesi.

Mi dispiace.

Sì.

Non aggiunsero altro. Vera disegnava, il vento freddo con dentro odore dacqua.

Tornarono allo studio. Caffè, poi Alessio spiegò cosa serviva: venti fogli, zone diverse del parco, ore diverse, persone diverse. Niente immagini perfettine: vive, sembrare foto prese di nascosto. Bisognava convincere i funzionari che il luogo esiste già.

Daccordo, disse Vera. Datemi una settimana per i primi cinque. Così vedete se va bene.

Perfetto.

Quella sera Vera tornò a casa, nella stanzetta di via delle Rose. Radiatore rumoroso, tazza di tè di ieri, album sulla scrivania. Prese la matita e pensò: da dove comincio?

La notte era quasi mattina quando finì il primo foglio: il viale dellalba, quasi vuoto, un uomo anziano col cane, una sagoma sfumata lontano. Alberi coi primi germogli, ombre lunghe. Una panchina con una donna che legge e lo si vede che per lei, quella mattina, bastava.

Il giorno dopo, Vera mostrò il foglio ad Alessio. Guardò a lungo. Poi disse:

Ecco. È quello che intendo.

Natalia (detta la severa) venne anche lei a vedere, e disse solo:

Va bene.

Vera provò qualcosa che non sentiva da una vita intera. Non proprio felicità, ma vicinissimo. Soddisfazione: quella sensazione precisa di aver colpito un bersaglio, senza esagerare.

Per due settimane disegnò ogni giorno. Andava sulla riva anche con il maltempo, osservava, riempiva gli schizzi, poi la sera rifaceva tutto in bella. Alessio passava a vedere: Qui quellalbero deve spostarsi, lì secondo il progetto ci sarà una panchina, oppure solo guardava e taceva, che era un altro modo di approvare.

Cominciarono a parlare. Non solo di lavoro. A volte uscivano insieme a vedere il luogo, quando lui si liberava. Camminavano piano. Alessio raccontava da dove era nata lidea del parco, la logica dietro ogni curva, ogni scelta di materiali, i lampioni fatti apposta con una luce calda. Il tono era da innamorato, non da burocrate. Vera ascoltava volentieri.

Sa qual è la differenza tra un buon posto pubblico e uno mal concepito? chiese lui un giorno.

Dica.

Nel posto giusto la gente si siede dove vuole. Non perché costretta, ma perché sente che lì sta meglio. Ombra, sole, vista giusta. È una questione di come è pensato lo spazio.

Vera lo guardò.

Da quando la pensa così?

Dal terzo anno in facoltà. Un professore ci disse: non fate case. Fate spazi dove le persone si sentono meglio. Lho scritto su un quaderno, e non lho più dimenticato.

Bravo professore.

È morto da un pezzo. Ma la voce la sento ancora.

Spesso parlavano così. Dettagli piccoli e veri. Vera raccontò di come aveva iniziato coi libri per bambini, i personaggi inventati, la fissa per la volpe che poi disegnò solo per sé. Alessio ascoltava, ogni tanto sorrideva di gusto.

Anche io ho un progetto del cuore, disse una volta. Una casetta fuori Firenze, dieci anni fa. Piccola, ma uscita bene. La penso più di certi palazzoni moderni.

Perché?

Non lo so. A volte il piccolo centra il punto meglio del grande.

Un giorno, dopo una camminata sotto la pioggia, si rifugiarono in un bar. Alessio guardava fuori, poi disse:

Non sembra una che adora lavare i piatti.

Non ho mai detto il contrario.

Perché lo faceva, allora? Poteva cercare altro, con il suo talento.

Potevo. Ma nellarte lo stipendio fisso è miraggio. E io avevo debiti.

Ora?

Quasi finito tutto.

Annui.

Ha lasciato Impero?

Ho preso un mese di aspettativa, almeno fino alla consegna del progetto.

Poi?

Vera fissò la tazza.

Vedremo. Ormai sa che so disegnare.

Lui guardò altrove, come chi ha altro da dire e ci gira intorno. Vera lo lasciò fare.

Il lavoro andava: fogli sempre di più. Mattina in riva, lavoro al tavolo, sera a correggere e pensare il giorno dopo. I personaggi erano uomini e donne reali: una coppia che si perde nel fiume, una nonna che dà da mangiare ai piccioni, ragazzini in bici, persone col cane, una mamma col passeggino sotto il glicine fiorito.

Alessio guardava e diceva: Questa signora più vicino alla fontana. Lì aggiungiamo una panchina. Qui meglio sera, accendiamo i lampioni speciali: li disegno così. A volte litigavano anche.

Alessio, sta passeggiata dritta nel vostro piano è morta. Uno che cammina sempre dritto vede sempre la stessa cosa. Mi pare meglio una curva.

Impossibile, ci passano le tubature!

Ma almeno gli alberi, li possiamo mettere a zig zag?

Chiediamo a Natalia.

Natalia dice che si può. Gli alberi migrano di mezzo metro, discussioni infinite, ma alla fine nella tavola di Vera la passeggiata è viva, ombre tutte diverse, e limpressione che cè sempre qualcosa oltre la prossima curva.

Ecco, mostra lei.

Alessio guarda a lungo.

Aveva ragione lei.

Nello studio la accolgono senza cerimonie. Paolo, il milanese tecnologico, a un certo punto viene a osservarla mentre disegna.

Fa tutto a mano? Niente digitale?

Anche, ma la carta aiuta a sentire meglio.

Annuisce, come uno che si segna una cosa importante.

Il professor Giulio un giorno le lascia una tazza di tè sul tavolo, senza dire altro. Miglior complimento impossibile.

Le difficoltà non mancavano. Tre fogli della zona giochi non volevano saperne di uscire bene: doveva esserci allegria, e invece tutto sembrava insipido. Ci riprovò e riprovò, ma erano bambini generici. Un sabato va al parchetto davanti casa, si siede su una panchina a guardare. Unora. Bambini che saltano, cadono, gridano, le mamme che sembrano disinteressate ma hanno occhi tipo radar. Un bimbo di cinque anni fa un castello di sabbia con la concentrazione di un piccolo ingegnere.

Vera lo disegna. Poi un altro che fa la bandiera aggrappato. Due bimbe. La mamma che prende il piccolino e lo fa volare: ridono tutti e due.

Tre tavole fatte in due giorni.

Alessio le osserva a lungo.

Da dove vengono questi bambini?

Giocavano oggi davanti casa mia.

Si vede che sono veri.

Sì.

Ultima settimana. Quasi tutto finito. Lo studio prepara la presentazione. Alessio lavora fino a tardi, Vera passa davanti allo studio e spesso vede le luci ancora accese, quasi le dieci.

Una sera restano da soli. Alessio armeggia su una tavola, Vera rifinisce il foglio finale. Silenzio, solo carta e matita e il sospiro basso che Alessio emette quando riflette.

Sua moglie ha mai visto il progetto? chiede Vera, senza calcolo, solo per parlare.

Risponde dopo un po.

Allinizio. Quando abbiamo vinto il bando, già sapevamo che non sarebbe durata. Era contenta. Diceva: Un bel parco! Ci verrò anchio. Ma non ce lha fatta.

Per quello era messo così? Sempre solo al ristorante a guardare fuori finestra?

La guarda.

Lo sapeva?

Stefi, la cameriera, aveva notato. Si preoccupava.

Lui sorride appena.

Davvero.

Ci sono passata anchio. Mezzo anno a lavo piatti e nessuno che bada se sei triste o meno.

Si sente sola ancora?

Non so più. Ora ho un lavoro che amo. Già tanto.

Già. È tanto.

Tacquero, senza disagio.

Quando Galia è mancata, disse piano, mi sono chiesto a che servisse più tutto: progetti, studio, lavoro. Abbiamo sempre detto: Dopo lavoreremo meno, ci concederemo il tempo. Poi il dopo non è venuto.

So cosa vuole dire. Così dicevo anche con mia madre.

Anche lei ha perso?

Lanno scorso.

Annuisce, senza parole di troppo. Si capiscono.

Quella sera escono insieme. È buio e fa freddino. Vera si abbottona il cappotto.

Va a piedi?

Prendo lautobus. Via delle Rose è lontana.

Laccompagno fino alla fermata.

Camminano in silenzio. A metà strada Alessio:

Vera.

Sì?

Dopo la presentazione, qualunque cosa succeda, vorrei proporle un posto fisso qui. Non solo questo progetto. Prendiamo nuovi lavori, serve uno come lei. Unartista che vede le persone. Siamo seri.

Vera si ferma.

Non per riconoscenza, vero?

Riconoscenza… le regalerei dei fiori. Questo è puro calcolo.

Vera ride. Sincera, pacata.

Va bene. Ci penso.

Ma non troppo.

Arriva lautobus. Lei sale. Lui resta a guardarla andare via. Lo vede dallo specchietto.

Il giorno della presentazione è giovedì.

Tensione palpabile nello studio. Natalia ai calcoli, Paolo ai computer, il professor Giulio col plastico perfetto. Alessio gira come unanima in pena, tazzine di caffè ovunque.

Vera rivede tutti i suoi fogli. Ventidue. Lalba sul viale, la fontana a mezzogiorno, il parco giochi, il crepuscolo coi lampioni, il ragazzino in panchina, gli innamorati, la nonna coi piccioni, la pioggia sotto il portico, i ciclisti.

È tesa? le sussurra Alessio.

Un po.

Tutto bene. Sono belli.

I fogli o la commissione?

I fogli.

Sorridono.

La commissione urbanistica riceve nello stabile comunale. Salone con tavolone, finestre da terra al soffitto. Otto esaminatori, quasi tutti in abiti grigi, facce serie. Alessio presenta, parla chiaro, Natalia lo segue con i dettagli; Paolo accende il monitor con le tavole digitali.

Poi Alessio dice:

Vorremmo farvi vedere una serie di disegni. Illustrazioni vive, come immaginiamo la vita di questo luogo.

Posa i fogli di Vera uno alla volta davanti ai membri.

Silenzio.

Un commissario, uno con le sopracciglia massicce, guarda a lungo il viale dellalba.

Sono disegni, non foto?

Disegni. Lartista ha lavorato in sito.

Si vede che sono vivi mormora il tizio. Vera sente.

Seguono domande su costi, tempi, regolamenti. Alessio risponde, Natalia lo supporta. Vera resta dietro, non è il suo show. Ma alla fine una commissaria col filo di perle chiede se può tenersi il foglio con la nonna e i piccioni. Vera sorride.

La decisione è rapida: progetto approvato. Solo qualche raccomandazione sulle scadenze, che Alessio accetta subito.

Fuori, in corridoio, Natalia stringe la mano ad Alessio, poi anche a Vera. Paolo mormora grande. Il professor Giulio ha mandato solo un messaggio: Bravi.

Alessio saluta Vera per ultimo. Si fermano davanti alla finestra: fuori, una primavera vera, alberi verdi, gente in maglietta.

Ecco qui, dice lui.

Ecco qua.

Andiamo alla riva?

Subito?

Subito. Ho bisogno di vedere il posto. Ora sì.

Escono. Passeggiano in un centro vivo, rumoroso, profumato di alberi e asfalto già caldo. Alessio accanto, senza fretta. Vera porta lalbum, ormai accessorio abituale.

La riva li accoglie con sole e vento. Il fiume brilla. La gente siede sulle panchine, qualcuno porta il cane. Lo spazio destinato a diventare parco è ancora grigio e vuoto, due alberi spelacchiati, manto rabberciato. Ma per Vera non è più uguale: adesso lo ha disegnato mille volte, lo conosce in ogni angolo.

Si fermano in riva, vicino allacqua. Il vento è fresco, Vera si stringe nel cappotto.

Verrà fuori un gran bel posto dice lei.

Verrà annuisce lui.

Tacciono. Passa una giovane mamma col passeggino, parlando al cellulare.

Vera, dice lui.

Sì?

Lui guarda il fiume, non lei.

Ho passato anni pieno di gente e lavoro, ma sentivo solo vuoto. Capisce?

Sì.

Ultime settimane, non so spiegare bene. Ma mi è tornata voglia di arrivare in studio la mattina. Non per lavorare. Solo… venire.

Vera guarda lacqua. Il fiume scorre lento e indifferente a tutto.

Mi diceva che sua moglie odiava i fiumi, troppo lenti.

Sì.

A me invece piacciono. Da piccola mi perdevo a pensare sulle rive lente.

Lui si volta verso di lei. La guarda a lungo e senza filtri.

Sono contento che è uscita dalla cucina, quella sera.

Anche io. Anche se pensavo solo che stava soffocando.

Lo so. Proprio per quello.

Ci mise un attimo a capire che lui non si riferiva solo a quella sera.

Alessio, cominciò piano.

Sì?

Non sono molto brava coi discorsi seri.

Idem.

E allora siamo pari.

Lui rise. Per la prima volta da quando lo conosceva, Vera lo sentì ridere davvero. Una risata pacata, calda. Niente male.

Vera disse, dopo il silenzio.

Sì?

La invito a cena? Non allImpero, tranquilla.

AllImpero si mangia bene.

Sì, ma io mi sento a disagio a incrociare Mariana dopo quella sera.

Vera pensò alla direttrice e annuì.

Sacrosanto.

Quindi, ci sta?

Apro lalbum, cerco una pagina bianca, guardo il fiume, gli alberi, la gente sulle panchine. Schizzo qualcosa. Lui la guarda.

Ci sto dice senza alzare lo sguardo.

Lui non aggiunge altro. Resta lì, accanto.

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