Il Capodanno sembrava iniziare noiosamente, finché al loro tavolo non si è seduta una donna sconosciuta

Il Capodanno stava iniziando senza alcuna emozione, quando al loro tavolo si sedette unanziana sconosciuta

Sara era corsa fuori casa alle dieci di sera del 31 dicembre la mamma si era appena ricordata di non aver preso il pane e laveva mandata al negozio allangolo. Dal forno arrivava il profumo intenso del pollo che sfrigolava, la tavola era già quasi pronta e il papà aveva appena acceso la tivù sullo speciale di fine anno.

Unaltra vigilia come tante, in quella famiglia composta da tre persone senza grandi entusiasmi, ma neppure litigi. Sara aveva quindici anni, e negli ultimi tempi le feste le sembravano svuotate di ogni magia.

Nel cortile sottostante si sentiva in aria il fresco della notte e il profumo degli agrumi. Da un balcone, qualcuno rideva sopra una musica sfacciata. E proprio sulla panchina sotto un lampione, davanti allingresso del palazzo accanto, una signora anziana, avvolta in un vecchio cappotto, era seduta da sola.

Tra le mani stringeva un mandarino già sbucciato a metà.

Sara si fermò. Nel petto qualcosa si fece stretto: una fitta di compassione quasi dolorosa.

Buonasera, disse, sorpresa lei stessa del gesto.

Lanziana scattò appena, sollevò lo sguardo occhi chiari, slavati, come vecchie fotografie.

Buona sera

È qui da sola? Ma oggi è Capodanno.

Eh sì. La donna le regalò un sorriso vuoto, talmente triste che Sara sentì un vero brivido. Rimango poco. Volevo solo prendere un po daria. A casa sarei comunque sola.

Sola. A Capodanno.

Vuole… vuol venire da noi? balbettò Sara, prima ancora che potesse pensarci su. Solo un attimo. Una tazza di tè.

La signora rimase immobile.

Ma cosa dice Perché mai? Avete la vostra serata

Ma quale serata! Solo noi tre davanti allinsalata russa, la tivù e poco altro. Davvero, venga. Mi chiamo Sara.

Assunta Mariani, sussurrò la donna, e sul suo viso passò un lampo di speranza.

***

Quando Sara aprì la porta e fece entrare Assunta Mariani, la mamma si bloccò con il vassoio degli affettati.

Chi è questa?

Ci abita vicino, mamma. La signora Assunta. Sta nel portone accanto.

Rimango poco, si giustificò subito Assunta, stringendo forte la sua borsa consumata. Volevo solo sedermi se posso

Papà arrivò dal salotto e lanciò uno sguardo alla nuova ospite. La mamma restò in silenzio, confusa. Eppure Sara sentiva che quello era il momento per cui valeva la pena vivere.

Si accomodi, signora Assunta. Metto su il tè.

All’inizio regnava limbarazzo. Assunta sedeva sullorlo della sedia, trattenendo la tazza con tutte e due le mani, come temesse che gliela portassero via. La mamma la osservava con diffidenza, il papà masticava in silenzio un panino.

Avete una casa molto bella, disse sottovoce la donna. E che albero! Sono anni che non ne faccio più. Che senso ha, da sola?

E i figli? domandò la mamma, e Sara si sentì stringere dai suoi toni.

Un figlio ce lho. Vive lontano, a Milano. Sempre occupato. Assunta abbassò lo sguardo. Ogni tanto mi chiama. Mai per venirmi a trovare lavoro, impegni, la solita vita

Il silenzio calò.

E i nipoti? incalzò ancora la mamma.

Due. Lui ha divorziato quando erano ancora bambini La sua ex moglie la voce di Assunta tremava. Non me li lasciava mai vedere. Ora sono grandi, hanno il loro mondo. Che bisogno hanno di una vecchia che non hanno mai conosciuto?

Sara si alzò di scatto, la sedia cigolò.

Mamma, vieni ad aiutarmi in cucina, dai.

In cucina si voltò di scatto:

Perché linterroghi così?

Ho solo chiesto

Vedi come soffre? Era lì sola con un mandarino tra le mani! A Capodanno! Ma ti rendi conto?

La mamma incrociò le braccia, corrucciata:

Sara, mi fa pena anche a me, però non la conosciamo… E poi

E poi cosa?! È solo una donna abbandonata, che ha dimenticato cosa sia il calore della casa! E oggi possiamo darle almeno un po di calore!

Gli occhi della mamma si fecero più gentili. Sospirò:

Va bene. Preparo un altro piatto.

***

Alle undici qualcosa cambiò. Assunta smise di tenere la sedia stretta. Cominciò a raccontare del suo lavoro in comune come ragioniera, di come dopo la separazione dal marito (quindici anni prima) si fosse sentita svanire dentro. Dei vicini che salutano ma non chiedono mai: Come sta?.

La mattina mi alzo, raccontava, la voce via via più flebile, e mi domando: a che serve? Accendo la tivù, prendo il tè. Poi il supermercato, poi di nuovo sola. Nessuno con cui parlare. Il telefono zitto. A volte passa una settimana senza nemmeno una chiamata.

Una settimana senza nemmeno una chiamata.

Sara sentiva stringersi la gola.

E oggi proseguiva Assunta ho pensato: basta. Tutti a festeggiare e io Ho preso un mandarino e sono uscita. Volevo vedere la gente. Semplicemente non restare tra quattro muri.

Papà tossicchiò. Si voltò dallaltra parte. La mamma si alzò, andò da Assunta e la abbracciò sulle spalle.

Ora venga, venga da noi quando vuole, ha capito? Non resti da sola. Siamo vicini di casa.

Assunta si lasciò scappare un singhiozzo appena percettibile. Le lacrime le solcarono il volto segnato dal tempo. E Sara sentiva sciogliersi dentro di sé qualcosa che credeva ghiacciato da anni.

***

Festeggiarono il Capodanno in quattro. Quando il conto alla rovescia arrivò alla mezzanotte, Assunta stringeva la mano di Sara, e sussurrava:

Grazie, tesoro. Grazie…

Sara la guardava e pensava: chissà quante Assunta ci sono stasera, sole, con il telefono muto, la tavola vuota, mezzo mandarino da finire.

Quando lorologio segnò la mezzanotte, la mamma servì la torta, papà mise su la musica. E Assunta rise rise davvero, per la prima volta dopo anni.

Alluna si preparò ad andare.

Ma figuratevi, mi sono già allungata troppo. Avete bisogno di riposo

Signora Assunta, Sara la prese per mano. Ormai siamo amici, daccordo? Domani venga ancora qui da noi. Per pranzo.

Ma insomma

Sul serio. La mamma farà qualcosa di buono, ci facciamo compagnia. Giusto, mamma?

La mamma fece un cenno:

Venga, alle due. Preparo una minestra buona.

Assunta si avvolse nel suo cappotto liso, lacrime ancora sulle guance. Ma stavolta erano lacrime diverse.

Non so come ringraziarvi

Non deve, la strinse Sara. Venga e basta.

Quando la porta si richiuse, Sara si appoggiò al muro, occhi chiusi.

Sarina, disse piano papà, sei stata grande!

Mi ha fatto paura Vederla lì sola. Quella paura che si svegli domani e di nuovo silenzio. Di nuovo nessuno a chiamarla. Nessuno che la aspetta.

La mamma le accarezzò i capelli:

Le hai dato la cosa più importante. Le hai fatto sentire che non è sola.

***

Il giorno dopo, alle due esatte, Assunta tornò. Portò un vecchio album di foto e raccontò del marito, del figlio piccolo, della felicità che cera un tempo.

E poi venne ancora. E ancora.

Piano piano, Assunta divenne parte della famiglia. Insieme facevano le chiacchiere, guardavano i film, ridevano tra una tazza di tè e una pasta.

Sara notava come la signora cambiava come se tornasse a vivere. Gli occhi le brillavano, la voce era allegra. Non girava più nei supermercati in silenzio, salutava i vicini, raccontava della sua Sarina.

Un giorno, dopo tre mesi, arrivò una chiamata.

Mamma? la voce al telefono sembrava incredula. Ma perché non rispondi? È da due giorni che ti cerco…

Oh, Marco, scusami! Ero dai vicini, ho lasciato il telefono a casa. Come stai?

Sara sentiva tutto dallingresso. Sentiva il figlio che chiedeva: Dai vicini? Che vicini?, sentiva Assunta che raccontava del Capodanno, della ragazza che laveva invitata, di quella famiglia che le aveva fatto spazio.

Mamma, voglio venire anchio, disse il figlio. Voglio conoscerli.

Quando Sara vide Assunta dopo quella telefonata, lei piangeva. Ma non di dolore.

Viene a trovarmi, balbettava, stringendo le mani di Sara. Marco viene.

Ha visto? sorrideva Sara. Tutto si aggiusta.

Sei stata tu, bambina mia. Tu mi hai salvata. Se non ci fossi stata…

Se non ci fosse stata.

Sara abbracciò quella signora e ripensò a quanto poco serva per essere felici. Una tazza di tè. Una casa accogliente. Qualcuno accanto che ti dica: Non sei sola.

Un mandarino su una panchina. Un minuto di attenzione. E la vita cambia.

La sera, quando Assunta tornò a casa, papà disse:

Sai, Sara, prima pensavo che si vivesse solo per se stessi. Il lavoro, i soldi, le cose. E invece non è questo.

E allora cosè?

Lui la guardò:

È vedere chi ti sta vicino. Anche chi non si aspetta più niente. E offrire una mano. Solo questo. Non per guadagno. Solo perché è una persona. E soffre.

Sara fece sì col capo. La gola stretta, ma sorrideva.

Passarono sei mesi. Assunta ormai era una di casa. La sua vita ritrovò il senso.

E Sara aveva capito una cosa: la felicità non sta nei gesti eclatanti. Ma in quelli piccoli. In quelli che fai senza che nessuno lo veda o ti dica bravo. Quando ti fermi per qualcuno.

Ti fermi e vedi una persona. Una che ha dimenticato il calore di un abbraccio.

E le ricordi: tu ci sei, tu conti. Anche solo un mandarino su una panchina può diventare linizio di una storia intera. Una storia che ci ricorda che siamo umani. Ed esistiamo luno per laltro.

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