Il parente notturno e il prezzo della tranquillità

Il parente notturno e il prezzo della tranquillità

Ti prego, non di nuovo sussurrai, guardando nel lavello pieno dacqua saponata.

Le lancette della cucina segnavano ormai 1:15. La casa era immersa nel silenzio. Dalla stanza accanto si udiva il respiro regolare di Martina, la mia piccola. In camera da letto, Giacomo probabilmente già sognava. La luce lattiginosa della lampada proiettava sul tavolo un cerchio giallo, dove una tazza di camomilla ormai fredda sembrava abbandonata.

Il citofono ruppe il silenzio come un coltello che taglia il pane. Un suono insistente, intervallato da brevi pause durante le quali nella mia testa si formava una preghiera: Magari, stavolta no.

Dalla camera da letto, la voce assonnata ma consapevole di Giacomo:

Sempre lui?

Mi asciugai le mani sul grembiule, trattenendo uno sbadiglio quello che avrei voluto servisse da segnale alluniverso: Dormo, lasciatemi in pace e mi avvicinai alla porta. Ero sopraffatto da un misto di irritazione, pudore e stanchezza pesante come una coperta umida.

Dallo spioncino vidi la figura familiare. Spalle larghe, giubbotto di pelle ormai stanco e il classico berretto calcato sulla nuca. Era mio suocero Paolo, come sempre di profilo, con una mano che si appoggiava al muro e laltra che stringeva una grossa scatola di cartone.

Ai suoi piedi la solita busta del supermercato con il logo verde ormai sapevo già che dentro cerano i biscotti che porta ogni volta.

Aprii la porta.

Mariangela! Il volto di Paolo si illuminò come fosse mezzogiorno Non dormite ancora? Meglio così. Dieci minuti, giuro.

Buonasera, Paolo, cercai di sorridere. Ricordo che è notte, vero?

Ma dai, è ancora presto! fece un gesto della mano. E poi io sono giovane, finché cammino! Mi fai entrare? Ho qui un tesoro.

Alzò la scatola. Sulla copertina una vecchia etichetta: Pellicola 8 mm. In un angolo una scritta a biro: 1978. Capodanno. Casa. La scatola odorava di polvere, armadi e qualcosa che avevo conosciuto solo attraverso foto in bianco e nero.

Lho trovata, ci credi? Paolo si era già infilato nellandrone dingresso, senza attendere il consueto accomodatevi. Era sopra una mensola dal vicino. Gli ho detto: Quella è mia!. Prima non ci credeva, poi ha riconosciuto la calligrafia. Dice che era quella di Lucia.

Il nome di sua moglie, scomparsa ormai da dieci anni, aleggiò nel corridoio stretto come un fantasma.

Giacomo apparve sulla soglia, strofinandosi gli occhi sotto la luce. Indossava una maglietta sbiadita e pantaloni della tuta.

Papà tossì. È luna passata.

Proprio ora! Paolo si animò. Il momento migliore per i ricordi. Tu, alla tua età, a questora andavi alle feste!

Ogni parola allegra di Paolo mi rimbombava dentro come un martelletto. Eppure pensai: È solo. Là, nel suo appartamento, è buio. Probabilmente ha paura.

Andiamo in cucina, dissi, mandando giù un lungo sospiro. Ma con calma, Martina dorme.

La tranquillità è il mio forte garantì Paolo, sfilandosi la giacca e facendo rumore come un topo in crisi didentità.

Un topo che, pensai, sembra un allarme antincendio.

***

In cucina, Paolo sceglieva sempre lo stesso posto: la sedia vicino al termosifone. La schiena non sopporta gli spifferi, diceva. Posai una tazza davanti a lui e versai il tè con il pilota automatico del servizio notturno.

Giacomo, ancora con la bocca impastata di sonno, si sedette davanti al padre e guardò la scatola.

Cosè? domandò.

Il nostro film! fece solenne Paolo. Una pellicola. Vecchia, ma ancora viva. Qui ci sono tua madre, tu da piccolo. Lalbero, le insalate, la zia Caterina, con quel nasone che rise di gusto. Insomma, è la nostra storia.

Io mi accomodai al lato, sorreggendo la testa con una mano. Lorologio scandiva i minuti 1:27, 1:28 Paolo sembrava appena partito.

Ricordo quando abbiamo spalancato la porta raccontava con trasporto era ormai passata mezzanotte, ed erano arrivati Antonio e la moglie. Un freddo cane e noi: Entrate! Casa nostra è sempre aperta!. Lucia allora disse una frase cercò di pescare nel passato. Di notte le porte vanno lasciate aperte, se qualcuno ne ha davvero bisogno.

Annuii. Quella frase mi si appiccicò addosso come una puntura dape.

Papà, Giacomo si stropicciò gli occhi la pellicola la guardiamo mai? Non era per quello che sei qui?

Sì, sì! Paolo si animò. Solo che non ho più il proiettore. Pensavo magari voi

Nellappartamento con vista sulla Stazione Centrale cè ancora un proiettore per l8 mm. Sta lì tra il pianoforte e il torchio da stampa, eh? sbuffai.

Paolo non colse lironia, succedeva spesso.

Non fa niente, dai. Qualcosa si trova. Potete digitalizzarla, tu che sei smanettone Nel frattempo vi racconto la storia.

E iniziò. Di come avevano comprato la prima macchina fotografica. Di quanto rideva Lucia quando la neve le entrava nel colletto. Le parole sgorgavano come il tè dalla teiera, e lui sembrava non conoscere la notte. Viveva di ricordi, non di orari.

Ascoltavo solo in parte, percependo più che capendo, con in testa il battito ossessivo: Domani sveglia alle sette, accompagnare Martina allasilo, report per lavoro, mi si chiudono gli occhi.

***

Un fruscio lieve mi fece sobbalzare.

Sulla soglia apparve la mia bambina in pigiama rosa e stelle. Si strofinava gli occhi, scompigliata e mezza addormentata.

Mamma bisbigliò inciampando sulla soglia.

Martina, che cè, tesoro? mi alzai veloce per prenderla in braccio.

Ho sete, rispose tra lo sbadiglio. E ho sognato di nuovo il nonno.

Sentendo la parola nonno, Paolo si sentì in dovere dincassare: Vedi i bambini sentono il legame.

Martina lo guardò con uno sguardo spento, ancora a metà nel sonno.

Tu nei miei sogni ci sei tutte le notti, disse seria vieni sempre a bussare, bussare E non posso chiudere la porta, perché la maniglia è bollente.

Sentii un nodo gelato nello stomaco. Giacomo aggrottò la fronte.

Che sono sti incubi? sussurrò.

Non sono incubi, rispose Paolo sicuro. È il cuore di una nipotina che chiama il nonno.

«O forse il silenzio», pensai io, ma ad alta voce dissi solo:

Su, amore, torniamo a letto che il nonno un altro sogno lo farà domani.

Di notte? chiese Martina.

Mi voltai verso Paolo e i nostri sguardi si incrociarono. Lui quasi bambino nello stupore.

Anche di giorno, risposi dolce. Meglio ancora.

Martina fece un mezzo singhiozzo e si strinse a me.

La riportai in camera, le rimboccai le coperte e ascoltai. In cucina Paolo parlava ancora, meno forte, ma sempre troppo per quellora.

Mentre la sistemavo pensavo: «Ogni volta la sua visita da dieci minuti diventa unora di racconti, biscotti, tè, occhi gonfi e la nostra routine sfasciata».

In corridoio lorologio ticchettava. Le lancette vicine alle due. Inspirai forte. La mia pazienza, come una sveglia, stava per suonare

***

E anche questa notte mi lamentavo giorni prima al telefono con la mia amica Sofia. Zero pudore, ore concesse! Sembra il Camparino ventiquattrore su ventiquattro.

Lei rideva sorniona.

Mariangela, disse con finta solennità, le mie condoglianze. Hai ospite il fantasma notturno della generazione gold.

Spiritosa, ringhiai. Ma davvero, non riesco a prendere sonno, sto sempre lì col pensiero: e se richiama. E lui richiama! Luna e qualcosa!

Prendila come una prova, sospirò. Modalità notturna difficile: sveglia-teiera-monologo. Il premio? Biscotto.

Mi scappò un sorriso.

Porta sempre i soliti biscotti, dissi. Quelli davena nella busta verde. Non li sopporto più.

Allora è un simbolo filosofò Sofia. Dagli una sveglia come ospite.

Prego?

Telefona tu a lui, magari alle due di notte.

Sarebbe crudele, commentai.

Dai, scherzavo! Ma sul serio, glielo devi dire. Sennò è convinto sia normale. Voi aprite

È pur sempre il suocero mormorai. È solo, la moglie non cè più, Giacomo è figlio unico. Come faccio a dirgli non venga di notte? Ha anche problemi di cuore E poi, i ricordi

Ma anche tu il cuore ce lhai, mi ricordò Sofia. E hai una bimba e un lavoro. Difendersi non è cattiveria. È cura di sé, che a volte aiuta pure gli altri.

Tacevo. La frase che i confini vanno detti mi dava fastidio. Pensavo che una brava nuora deve sopportare.

***

La prima visita notturna di Paolo avvenne sei mesi dopo la morte di Lucia.

Allora pensavo fosse una tantum, la tristezza che scoppia in orari improbabili perché di giorno la vita è piena e rumorosa.

Eravamo a letto, quasi addormentati, e la porta vibrò allimprovviso.

Chi può essere a questora? mi sollevai di scatto.

Il campanello insistente, quasi disperato. Giacomo si alzò, infilandosi i pantaloni a occhi chiusi.

Forse è successo qualcosa.

Appena aperto, Paolo era sulla soglia: spettinato, solo un vecchio maglione invece della giacca, senza berretto. Gli occhi lucidi.

Scusate mormorò, entrando senza preavviso. Non ce la facevo, a casa Troppo vuoto.

Profumava di tabacco e aria gelida. In mano, la solita busta di biscotti davena.

Papà, stai bene? Giacomo era allarmato. La pressione?

No, fece un gesto. Ma negli occhi aveva qualcosa di smarrito. Volevo solo vedervi.

Avevo ancora in gola il groppo del funerale di Lucia, lui con il cappello tra le mani. Lo sguardo di chi ha perso le coordinate.

Facemmo il tè. Quella sera non raccontò nulla di spiritoso; restò lì, in silenzio, spezzando i biscotti:

Le piaceva prendere il tè, così, di notte

Le mani tremavano scegliendo un biscotto.

In negozio li ho visti oggi fece piano ci siamo conosciuti proprio accanto a quello scaffale. Entrambi avevamo teso la mano per la stessa scatola. Lei disse: Prenda pure, sono a dieta, e io decisi che dovevo prenderla in moglie.

Allora mi faceva solo pena, non rabbia.

Venga, Paolo, quando vuole, gli dissi allalba, accompagnandolo alla porta.

E fu letterale. Paolo cominciò i suoi quando aveva bisogno. Solo che il suo bisogno arrivava sempre passata la mezzanotte.

Dopo la prima volta, venne la seconda, poi la terza Pian piano, non ricordavo più una settimana senza quelle visite notturne.

***

Quando provai a parlarne con Giacomo, lui allargava le braccia.

Lo sai che è sempre stato un gufo diceva. Ha lavorato notti intere a leggere cose, anche quando ero piccolo. Capitava che lo trovassi alle due con un libro.

Ma allora era casa sua, obiettavo piano. Ora vive qui da noi.

La nostra casa per lui è una continuazione. Forse ha paura a stare solo. Specialmente di notte.

Anchio ho paura, dicevo a bassa voce. Perché non dormo più. Perché Martina si sveglia. E ogni campanello, mi fa saltare il cuore in gola.

Giacomo taceva, tra limbarazzo e il senso di colpa. Tra lui e il padre rimaneva sempre qualcosa in sospeso. È pur sempre mio padre, diceva tutto.

Una notte non ce la feci, non mi alzai per andare in cucina.

Restai in camera a far finta di dormire. Giacomo aprì. Sentii luscio, i passi, le voci.

Dopo mezzora, avvertii uno strano mormorio. La curiosità prevalse. Socchiusi la porta e mi affacciai in cucina.

Paolo era solo con una pila di vecchie foto davanti. La luce della lampada creava un piccolo teatro.

Lucia, ecco qui bisbigliava ai ritratti. In quellabito mi dicesti che mi avresti lasciato se ingrassavi. E io muto, stupido Dovevo dirti che eri

Girovagava le foto.

Ecco Giacomo, piccolo. Qui davanti alla TV. Ti ricordi quando Antonio venne alluna, e lo abbiamo trattenuto fino alle tre? Dicesti: Finché possiamo, lasciamo la porta aperta: chiudere solo quando moriamo.

Parlava con sé stesso, ma lì dentro non cerano solo ricordi: cera una supplica. Vi prego, lasciate almeno una porta aperta di notte.

Io ascoltavo in silenzio sulla soglia, sentendo che non era un mostro. Era un uomo grande, bambino sperduto nella notte.

Da quel momento alla rabbia si aggiunse una pena ancora più difficile da gestire.

***

Una sera decisi di prendere la cosa con ironia.

Era quasi estate, la notte tiepida. Quando sentii suonare, indossai sopra il pigiama una vestaglia sgargiante, e una mascherina da notte regalata da Sofia lasciata apposta sulla fronte per dare effetto.

Una diva del cinema commentò Giacomo.

Stasera proiettiamo Casa di Paolo, edizione nottata, mormorai, poi aprii con aria da cabaret.

Buonanotte dissi Benvenuti alla nostra esclusiva nottata. In programma: tè, biscotti e insonnia cronica.

Paolo rise forte.

Che generazione! esclamò. Più simpatici voi dei pensionati: a letto alle dieci!

In cucina, mi misi a battere sul timer da cucina:

Possiamo lanciare una tradizione: Mezzanotte allitaliana. Tè, biscotti, mandolino. Lunica cosa che non cambia è la sveglia alle sei.

Eh, ma vuoi mettere i ricordi? disse Paolo. Da ragazzi, viaggiavamo in treno di notte. Il tè nelle carrozze, chiacchiere. Le notti sono fatte per parlare.

Poi aggiunse:

Ci sono porte che bisogna lasciare aperte. Che magari a qualcuno servono.

Quella frase mi rimase addosso, tenera e terribile.

Peccato che qualcuno si dimentichi che dentro casa ci stanno persone, non portinai, pensai. Ma ad alta voce, solo:

E finestre da chiudere, sennò ci si ammala.

Paolo non colse il doppio senso. E continuò i racconti, senza vedere cresceva in me un senso di rabbia silenziosa.

***

Un giorno decisi di non aprire affatto la porta.

Martina aveva la febbre. Notte in bianco. E mentre la rimettevo a dormire, ecco il campanello. Giacomo era di turno, eravamo solo io e lei. Rimasi ferma. Il campanello insistette ancora, poi silenzio.

Restai a contare fino a cento, duecento. Il cuore batteva forte. Ecco, vedi? Non hai aperto. E non è crollato il mondo, pensai.

La mattina, per buttare limmondizia, trovai vicino alla porta la busta verde di biscotti. Umida di rugiada, con sopra un bigliettino minuscolo: Siete crollati. Non ho svegliato. P.

Nientaltro. E mi accarezzava insieme la colpa e la rabbia: Perché dovrei sentirmi cattiva solo perché voglio dormire?

***

Dopo lennesima notte di Paolo, la casa sembrava una coperta bagnata pesante e fredda.

Martina prendeva il raffreddore, spesso correva scalza in cucina quelle notti. La febbre saliva, la tosse non la lasciava. Al mattino avevo gli occhi cerchiati come un panda. Al lavoro vivevo di caffè.

La sera, mentre mettevo sul fuoco il minestrone, guardai Giacomo e sentii che stavo per scoppiare.

Basta, dissi senza alzare lo sguardo.

In che senso?

Nel senso che non posso vivere coi suoi orari. Non siamo un bar notturno. Abbiamo una bimba, io devo lavorare. Non mi sento nemmeno più padrona in casa.

Lui stava per ripetere il solito ma è mio padre, ma lo fermai:

No. Ho sentito è mio padre, è solo, sta male. E io chi sono? Una moglie, madre, una persona con nervi e limiti. Nessuno chiede come sto io.

Lui rimase zitto.

Facciamo così, dissi. Quando viene, stasera, ricaviamoci un vero confronto. Niente battute, niente dieci minuti. Gli dico che ho bisogno di notte. Di dormire. Senza campanelli.

Vorresti vietargli di venire?

Solo che venga di giorno. O almeno non dopo le nove. Non lo sto buttando fuori, sto buttando fuori solo le abitudini sbagliate.

Giacomo sospirò.

Magari si offende.

Io sono offesa, da un anno. Ho ceduto troppi ok ai bisogni degli altri.

Sentii chiarissimo quello che dicevo. Giacomo abbassò lo sguardo.

Daccordo mormorò. Stasera proviamo. Sto vicino a te.

***

Quando vidi la scatola di pellicole in mano a Paolo quella notte, capii tutto.

Feste di famiglia 1979, cera scritto. Lui, lasciata la giacca, la mise sul tavolo con orgoglio.

Guardate che meraviglia! Una vita intera!

Possiamo parlare prima? proposi, mentre Giacomo metteva il tè.

Di cosa?

Delle notti. Delle vostre e delle nostre.

Paolo smise di sorridere.

Ti ascolto.

Spesso vieni tardi, iniziai. Sempre dopo luna. Per te la notte è il momento dei ricordi. Per noi di riposare. Domani lavoro, Martina asilo. Siamo stanchi, quando dobbiamo svegliarci ogni notte.

Paolo si rabbuiò.

Dò fastidio?

Giacomo intervenne:

Papà, ci sei sempre caro. Ma di notte è dura. Soprattutto per Mariangela. E Martina.

Io annuii.

Ho paura di ogni citofono dopo le dieci, confessai. Mi saltano i nervi. E Martina dice che sogna sempre qualcuno che bussa. Con la maniglia bollente.

Paolo ci guardò, poi la sua scatola.

Pensavo Era come prima. Io e Lucia, la notte, il tè La porta aperta. Dicevamo che se qualcuno viene di notte, ne ha davvero bisogno.

Noi, di notte, abbiamo davvero bisogno di dormire risposi pacata ma salda. Non è per mancanza daffetto. È per rispetto di noi stessi e per nostra figlia.

Cera silenzio.

Paolo guardava le mani tremanti.

Quindi Non volete più che venga?

Sì, che venga, dissi in fretta. Ma non alluna. Di giorno, la sera fino alle dieci. Se avvisa, organizziamo anche il tè.

Papà, il tè lo beviamo ancora volentieri, aggiunse Giacomo. Ma non alle tre di notte.

Paolo rimase lì, poi abbassò la voce:

Non sapevo di darvi tutto questo disagio. Pensavo fosse normale se non dormo io, neanche gli altri

Mi sentii più leggero dentro.

Lui non era un cattivo. Era solo uno che aveva smarrito i confini del tempo, perché il suo tempo si era fermato quando Lucia non cera più.

Allora facciamo una cosa, dissi dolce. Voglio vedere quella pellicola. Ma mettiamola su sabato, di giorno. Tutti insieme, come a Capodanno 1979.

Paolo guardò la scatola, poi di nuovo me.

Se mi sento male di notte?

Se ha bisogno davvero chiami. Rispondiamo. Ma non tutte le notti. Se cè unemergenza, siamo qui. Ma per un tè in un altro momento.

Giacomo annuì.

Papà, ti voglio bene anche di giorno. Stanotte non sono nemmeno sveglio abbastanza per capire i tuoi racconti.

Paolo fece una smorfia dolceamara.

Sciocco vecchio che sono sospirò. Pensavo che dieci minuti non facessero male.

Quei dieci minuti si sono sommati a un anno. lo avvertii con un sorriso.

Lui si rassegnò.

Va bene, mormorò. Via gli esperimenti notturni, la pellicola la vediamo sabato. Ora vado.

Laccompagno, dissi.

Nel corridoio, si attardò con la giacca.

Mariangela, se per sbaglio richiamo tardi

Vuol dire che sta male, risposi. E mi preoccuperò. Ma non posso sempre aprire. Sono umana anchio.

Lui annuì. Nei suoi occhi forse un po di rispetto.

***

Sabato arrivò. Il proiettore, trovato da un amico di Giacomo, trionfava sul tavolo come un cimelio. La sala sembrava un cinema: tenda chiusa, telo bianco appuntato alla parete.

Paolo, tutto felice, vicino alla macchina. Martina in braccio a me, col suo coniglietto di peluche. Giacomo alle prese coi cavi.

Alla fine, proiettore acceso, il fascio di luce sul muro animò le figure sbiadite.

Una donna giovane, vestito a fiori il sorriso il sole stesso. Al suo fianco Paolo, senza capelli bianchi. Un Giacomo bambino, cicciotto.

Sul video: tavola di Capodanno, mandarini, acciughe sottolio, luci colorate. La telecamera fissa una scritta: Casa sempre aperta. Anche di notte. Per chi appartiene.

Quella scritta sembrò schiantarsi allaltezza del mio cuore.

Paolo pianse, silenzioso ma scosso.

Io sentivo Martina dormire in braccio.

Il proiettore ronfava, le scene passavano Lucia che asciuga i piatti, Paolo che la bacia, Giacomo che si arrampica sulla sedia.

Capivo: le visite notturne non erano solo abitudine. Era la voglia disperata di ritrovare un mondo dove la porta era davvero il confine tra noi e il calore di una famiglia.

***

Quando la pellicola finì, la stanza rimase in penombra. Martina dormiva, la testa contro la mia spalla.

Paolo si asciugò il viso.

Scusate disse. Davvero pensavo di fare qualcosa di buono. Che, venendo di notte, non ero solo.

Non è solo, sussurrai. Senza le incursioni notturne, restiamo insieme. Di giorno.

Qualche giorno dopo, andai al supermercato. Presi non solo i biscotti davena, ma anche un thermos argento col disegno del Gran Sasso. Mantiene il calore per otto ore, cera scritto.

A casa impacchettai tutto, con un piccolo portachiavi.

Sul biglietto scrissi: Paolo, qui sei sempre il benvenuto. Soprattutto al mattino. Il thermos ti tenga caldo. Il portachiavi vieni quando vuoi, ma avvisa prima. Ti vogliamo bene, Mariangela, Giacomo, Martina.

Chiamai Paolo in pieno giorno per la prima volta io verso di lui.

Paolo, buongiorno dissi. Domani cè il tè, quello buono. Vieni pure. Ma entro mezzogiorno.

Lui rise, ma stavolta era sollevato.

Un invito ufficiale?

Una nuova tradizione, ribattei. Senza turni notturni.

Il giorno dopo, Paolo arrivò puntualissimo alle dieci. Chiamò prima: Sto arrivando, tutto ok?. Sul pianerottolo, una camicia stirata e in mano un mazzo di margherite.

Sono per te, Mariangela si impacciò. Per la pazienza.

Sotto braccio stringeva un orsetto col cappello da notte.

Per Martina, spiegò. Il guardiano dei sogni, così il nonno la notte viene solo a raccontare storie, non a bussare.

Sorrisi, finalmente senza forzature.

Prego, accomodati. Il tè ti aspetta.

La cucina era inondata di sole. Il tè bollente, i biscotti fragranti. Martina sveglia abbracciava lorso. Giacomo raccontava le novità a Paolo, che rispondeva con barzellette antiche.

Stesso Paolo, stesse storie. Ma il tempo era diverso: mattina invece che notte. Un incontro, non uninvasione.

La sera, mentre mettevo a letto Martina, lei mi disse:

Mamma, stanotte il nonno non lho sognato.

E ti è piaciuto?

Sì, rifletté. Stamattina era vero.

Sorrisi nel buio.

Così va bene, sussurrai.

Quella notte, quando lorologio segnò 1:15, la casa era silenziosa. Nessun citofono. Per la prima volta, mi svegliai solo perché avevo dormito abbastanza.

Avevo imparato a parlare dei miei confini non urlando, ma con parole chiare. E il mondo non era crollato. Mio suocero era ancora con noi, solo che non bussava più nel cuore della notte.

Ed era una piccola vittoria: mia, e di tutti quelli che vivevano sotto questo tetto.

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