La vita rimandata: quando il futuro prende il posto del presente

La vita rimandata

Mamma, posso prendere una caramella dalla scatola? Solo una, ti prego! domandavo aggirandomi come una volpe davanti al mobiletto dove la mamma, con tanta fatica, aveva nascosto i dolci che era riuscita a recuperare.

No! Quelle sono per la tavola delle feste. Se le mangi adesso, per Natale non rimarrà nulla.

Mi misi il broncio. Ma che differenza cera, mi chiedevo, a mangiarla adesso o tra una settimana? Non stavo mica chiedendo tutta la scatola! Perché la mamma doveva essere sempre così? Se qualcosa era buono, lo si doveva conservare, se era bello, lo si metteva da parte per loccasione giusta. E io sognavo invece di indossare il vestitino nuovo, quello che papà mi aveva portato da Milano dal suo viaggio di lavoro, e andare a trovare Martina. Stranamente la sua mamma non le vietava di indossare roba nuova allasilo. Ho sentito dire che gliele confezionava lei stessa, con le sue mani. Be, non importa, così comunque Martina era sempre la più elegante. Io invece passavo le mattine con un vestitino a pois ormai logoro che, lo ammetto, non ne potevo più di vedere.

Allepoca non sapevo quanto era stato difficile per i miei genitori procurare quei dolci e quei vestiti. Mamma lavorava in biblioteca, papà era ingegnere. Sin da piccola sentivo parlare di “procurare”. Era come se un oggetto nuovo, qualcosa che non si poteva comprare semplicemente in negozio, capitasse quando si riusciva a procurarlo, appunto. Così erano arrivati i miei sandali lucidi e i nuovi stivali di mamma. Peccato che, dopo quei regali, per un mese mangiammo solo pasta e patate. Ma mamma era così orgogliosa degli stivali, che nei primi giorni nemmeno li indossava: li ammirava soltanto. Ecco, forse proprio quegli stivali mi sono rimasti impressi. Anche da adulta, ricordo ogni graffio, ogni tacco scheggiato.

Il tempo passava e il mondo, allimprovviso, cambiò. Nei negozi si trovava ormai di tutto: abiti, leccornie, oggetti Il problema divennero i soldi. Quando ero in terza superiore, una sera papà tornò a casa e, entusiasta, ci annunciò:

Mi hanno preso!

Non sapevo cosa intendesse, ma il modo in cui i miei si abbracciavano lasciava intuire che fosse una bella notizia. E lo era davvero. La nuova azienda, una joint-venture che trattava di elettronica, dava finalmente spazio ai talenti di papà. Notavo qualcosa cambiare in lui: sempre pensieroso, spesso insoddisfatto, ora appariva sereno. Aveva finalmente trovato il suo posto, scoprendo capacità che nemmeno immaginava. Un vero organizzatore nato, e da lì la sua carriera decollò.

La vita si fece meno dura. Mamma non aveva più bisogno di restare alla sera piegata sui conti del bilancio di famiglia per racimolare qualche euro da destinare a un vestitino per me. Finalmente arrivarono i miei primi jeans, scarpe da ginnastica alla moda Decisi di continuare a studiare e di tentare luniversità. Mio padre mi sostenne. Rimasi sui libri per due anni, rinunciando a gite e discoteche, ma alla fine, con una maturità con lode, entrai alluniversità. Dissi a me stessa che avrei goduto degli anni a venire ma, ancora una volta, presi unaltra strada: prima lo studio, poi un buon lavoro, e dopo tutto il resto. Ci riuscii. Mi laureai col massimo dei voti, trovai un ottimo posto grazie alle conoscenze di papà. Sembrava fatta! Finalmente potevo pensare a me, magari a una famiglia. Ma, anche stavolta, decisi: carriera! Mai più paure su cosa indossare, dove vivere E anche in questo, ci riuscii. I miei erano fieri di me. Brava, intelligente, casa comprata con i miei risparmi, pure lauto nuova. Vacanze allestero. Eppure sola.

Ma non mi pesava la solitudine. Non sono mai stata una “brava bambina” e i corteggiatori non mancavano. Solo che non volevo impegnarmi. Perché? Da giovane bisogna vivere! I figli un domani, ora, cera tanto da fare.

Le prime vere relazioni arrivarono solo verso i trentacinque. Lavoravo accanto a Vittorio già da anni, stessi corridoi, pochi scambi. Non pensavo proprio di piacergli. Era interessante, affascinante e intelligente le qualità che apprezzo di più in un uomo. Poi, a una cena aziendale, complice un bicchiere di vino in più, gli appoggiai la testa sulla spalla.

Sposami, disse. Siamo due persone riuscite, letà avanza, è ora di mettere su famiglia. Mi piaci da sempre. Olga, ti amo.

Io sorrisi:

Vittorio, che sciocchezze! Abbiamo tutto il tempo che vogliamo.

Ma la mattina seguente, guardandolo negli occhi, fu la mia voce a sorprendermi:

Daccordo.

Un matrimonio sfarzoso, mamma che piangeva di felicità, tre anni belli, bellissimi, in cui capii che tutto il resto, la carriera, i successi, erano poca cosa rispetto a ciò che avevo rimandato tanto a lungo, credendo che non era poi così importante.

Non ci sarà il mio futuro non esiste più, mamma Tenevo in mano i risultati degli esami, incapace anche solo di piangere. Perché sono stata tanto stupida?

Figlia mia, calma. È solo un parere. La medicina avanza. Tutto può ancora cambiare.

Quando? Scalciai via le carte che svolazzarono sul pavimento del soggiorno.

La casa era quasi immutata dai tempi della mia infanzia. I miei rifiutavano qualsiasi aiuto per i lavori o la mobilia, anche se papà ormai era pensionato e molto malato e mamma non lasciava quasi mai la casa, temendo di lasciarlo solo. Cercavo comunque di aiutare, ignorando le loro proteste, sostituendo elettrodomestici o restaurando vecchi mobili. Un po vintage, alla fine. Lultima ristrutturazione lavevo fatta dieci anni prima e, fissando la parete, pensai che era ora di cambiare le carte da parati, rilevigare il parquet. Pensieri inutili quando vedi la tua vita crollare, ti attacchi a ciò che puoi.

Mamma, non capisci? È proprio il tempo che mi manca

Rimanemmo nelloscurità, senza ascoltare il telefono che squillava. Piangevo e mi calmavo, in silenzio, senza più voglia di parlare di ciò che non aveva soluzione. Alla fine, sollevai la testa e dissi sottovoce:

Grazie, mamma

Di cosa, mia Olghina?

Di avermi ascoltata. Non ho più nessuno a cui raccontare tutto questo. A chi posso servire, ormai?

Cosa dici! sussurrò mamma coprendo le mie labbra con la mano. A me servi! Anche a papà! A Vittorio!

Ormai, a Vittorio, no.

Perché, Olga?

Perché è un mio problema, non suo. Anche lui di tempo ne ha poco. E forse avrà ancora figli.

Mi alzai, la abbracciai e senza ascoltare oltre i suoi tentativi di convincermi, raccolsi le mie cose.

Non ti preoccupare per me, mamma. Le inviai un bacio, chiudendo la porta dietro di me, mentre lei si lasciava cadere distrutta sulla sedia. Perché, Dio mio, una prova così dura proprio a lei?

Non avevo voglia di rientrare. Mi ritrovai a camminare lungo lArno: era una sera dautunno, fredda e deserta. Una coppia di anziani passava, infagottata nei cappotti, un paio di proprietari di cani. Osservandoli, mi prese un improvviso pianto disperato: avevo desiderato anche io una vita così insieme fino alla vecchiaia, capirsi senza bisogno di parole, avere qualcosa di proprio, in comune Nulla di tutto questo ci sarebbe stato. Ora lo vedevo: avevo amato Vittorio, volevo solo ammetterlo. Ma, come tutto nella mia vita, anche questo sentimento restava rimandato, fino a essere inutile. Perché quando si ama qualcuno, si deve pensare prima a lui.

Guardando il fiume scurissimo, pensavo alle domeniche dinfanzia, quando camminavamo qui con i miei. Il momento magico era il gelato, sempre, anche dinverno. Mai, in quegli anni, mi era venuta mal di gola, nemmeno a mangiarlo col freddo. Non avrei mai camminato così con i miei figli

Mi scossi. Basta autocommiserazione. Non avrebbe cambiato nulla. Dovevo andare avanti Dovevo trovare qualcosa per cui valesse la pena vivere ancora. Ora tutti i miei successi mi sembravano inutili. Né la carriera né il denaro avrebbero potuto colmare ciò che avevo perso. Cera da trovare altro. Ma cosa? Questo non lo sapevo ancora. Cera solo una cosa urgente da risolvere: il tempo di Vittorio non era più mio.

Tornando alla macchina, rimasi di sasso: una manciata di ragazzini si accalcava intorno. Guardai intorno: deserto. Ero pronta, indifferentemente, al peggio. Che importava ormai?

Stringendo le mani nelle tasche, andai verso la macchina.

Che succede qua?

I ragazzi si voltarono tutti insieme.

La sua macchina?

Sì.

Cè un gattino sotto! Bisogna salvarlo! dissero concitati. Solo allora capii che la minaccia era altrove.

Un attimo, non ho capito. Uno alla volta. Che cosa sotto il cofano?

Il più basso si fece avanti. Un vero capetto, notai.

Un micino, labbiamo visto infilarsi sopra la ruota, è salito per scaldarsi, ora dobbiamo prenderlo: se parte la macchina, si farà male.

Alzai le sopracciglia.

Sei sicuro?

Sì, lho visto io. Con questo freddo, cercano sempre rifugio sotto le auto.

Sbloccai le porte e aprii il cofano.

Madonna santa! esclamai mentre i ragazzi tiravano fuori un gattino nero come la pece, che si dimenava disperato.

Morde, questo bandito! ridendo il portavoce lo porse a me. Ecco, tenga.

A me? Ma io non ho mai avuto gatti in vita mia.

Imparerà! Basta che lo nutre bene.

Risero andando via lungo lArno, ma io li richiamai:

Aspettate! rovistando in tasca estrassi una banconota e la porsi. Come diceva la mamma, Non si lascia mai una creatura senza una moneta

Grazie! e sparirono salutandomi.

Mi sedetti in macchina fissando quella nuova presenza.

E ora cosa facciamo?

Il gattino, accomodatosi sulle mie ginocchia, si mise a fare le fusa.

Capito Eccomi: zitella con il gatto. Siamo al completo. Misi in moto e mi allacciai la cintura. Andiamo a casa!

Rimandai la conversazione con Vittorio. Passai la serata a occuparmi del gatto.

Ma dove sei riuscito a beccarti tante pulci? Ma sei un mostro! Come mi è saltato in mente di farmi coinvolgere così? scherzavo mentre lo lavavo nel lavandino, con Vittorio che teneva pronto lasciugamano.

Strano

Cosa?

Di solito i gatti odiano lacqua, questo sembra quasi gradire!

E fa le fusa. Non lo senti? Nelle mie mani sembra proprio un motorino.

Io lo avvolsi ben bene.

Ora si mangia!

Dopo che il gattino si fu sistemato, soddisfatto, accanto a me, Vittorio finalmente chiese:

Come va? Cè qualche novità?

Sospirai. Era meglio parlarne subito.

Ci separiamo, Vittorio.

Ma che dici? E perché?

Perché non potrò avere figli. È solo colpa mia. Ma tu, invece, hai ancora tempo per rifarti una vita.

Vittorio mi guardava come se mi vedesse per la prima volta.

Dici così, con leggerezza? Sono un automa forse? Oggi una, domani laltra? Olga, cosa sei? Non ti viene in mente che ti amo? E che i figli non sono tutto per me? Voglio te, solo te. Ma tanto tu hai già deciso.

Andò verso il suo studio, prendendo con sé il gattino, e mi lasciò sola.

Non piansi subito. Forse aveva ragione lui. Ma il dubbio restava: ora lo diceva, ma tra qualche anno? Forse mi avrebbe comunque rimproverata.

Ci rimuginai su tutta la notte. Ripercorsi la mia vita con Vittorio, provai tutte le versioni, ma alla fine, mi dissi, la mia decisione era quella giusta. Il coraggio di oggi può diventare un rimpianto domani. Ed era troppo buono per farmelo pesare.

Mi addormentai sul divano, rannicchiata sotto una coperta. Non sentii nemmeno Vittorio che si preparava per andare al lavoro, dava da mangiare al gatto, usciva chiudendo piano la porta. Mi svegliai a mezzogiorno, trovandomi accanto una nota: Stasera ci vediamo. Non pensare di scappare. Non ti lascio andare! Ti amo.

Il gattino mi fissava con gli occhi verdi.

Beh? Anchio voglio un caffè. Vuoi venire?

Per la prima volta dopo giorni, sorrisi, osservando quello che aveva già imparato dovera la cucina.

Ti sei già ambientato, eh?

Mentre la moka borbottava, mi accorsi che mi sentivo meglio di ieri. Sarà stato il biglietto di Vittorio, o solo il tempo che iniziava a curarmi. Una nuova speranza poteva ancora arrivare.

Chiamai in ufficio, presi un giorno di riposo, mi prenotai dal parrucchiere. Decisi di uscire lo stesso, nonostante un acquazzone torrenziale. A malapena arrivai alla macchina fradicia, ma niente mi avrebbe riportata indietro: dovevo fare qualcosa per me, o sarei sprofondata nel solito rimuginare.

Al salone di bellezza lattesa era lunga a causa del maltempo. Sfogliavo una rivista a caso, pubblicità e articoli sul Natale, la maternità Guardai la copertina e sorrisi amaramente: proprio una rivista così, tra decine di frivolezze. Girai le pagine ed ecco, mi fermai su una foto: un bambino dagli occhi verdi, simili a due laghi. Non so perché, ma mi parve di conoscerlo. Un pensiero, una sensazione. Lessi la didascalia.

Quando la parrucchiera chiamò il mio nome, io però non cero più. Nemmeno il giornale restava sul tavolino: non si accorsero che lavevo preso.

Vittorio si stupì vedendomi far irruzione in ufficio trafelata, ma mi lasciai alle spalle i convenevoli.

Guarda! dissi, mostrandogli la foto. Non ti sembra qualcuno?

Lo trascinai verso la parete a specchio, mettendogli la rivista in mano.

Guardò prima il bimbo, poi il suo riflesso. Trasalii. Trenta anni più tardi, era lui stesso.

Sorprendente, vero? senza fiato, attendevo una risposta, che avrebbe deciso tutto il mio futuro.

Di più Ma sei sicura?

No, Vittorio, non so niente. La rivista è vecchia, magari ha già trovato famiglia. Ma vedi? Da oggi non voglio più rimandare niente.

Dopo sei mesi portammo a casa Sandro, dalla casa famiglia. Due anni dopo, trovai su una rivista simile la foto di una bambina, che diventò nostra figlia. Marina aveva un anno e mezzo e non aveva conosciuto altra mamma che me. Dopo altri cinque, io stessa, convinta si trattasse di menopausa precoce, rimasi a bocca aperta davanti al medico:

Ma dai, non può essere!

Giulia arrivò puntuale, regalando un enorme stupore a tutta la nostra famiglia.

Mamma visse abbastanza da conoscere sua nipote. Si spense un anno dopo la nascita di Giulia, cedendo solo allora alla malattia che la divorava. Prima cercò in ogni modo di stare accanto ai nipoti.

Siete la mia gioia la mia vita è in voi

Mentre svuotavo la casa dei genitori e preparavo papà al trasloco da noi, trovai una scatola in fondo allarmadio. Aprendola, iniziai a piangere come mai: dentro cerano gli stivali della mia infanzia. Stringendoli a me, sentivo il dolore andarsene. Avevo trattenuto le lacrime per la scomparsa di mamma, eppure in quel momento semplicemente crollai.

Mamma! Coshai? Sandro accorse senza riuscire a capire cosa fosse successo.

Tirando fuori gli stivali, singhiozzavo, mentre la piccola Marina mi abbracciava e, come spesso accade, scoppiava a piangere anche lei.

E, come unonda, la piccola Giulia seguì il coro. Solo quando arrivò Vittorio, scambiò uno sguardo complice con Sandro e fermò le lacrime.

Su su, basta piangere! Olga, che succede?

Le piccole smettono tutte insieme, rivolte al papà. Ora possono stare tranquille.

Oh, Vitto erano suoi Mamma li ha conservati tutto questo tempo

Misi gli stivali da parte e guardai dentro larmadio: piegato ordinatamente, cera il mio corredo. Avevo rifiutato di prenderlo da ragazza perché non si abbinava ai moderni arredi. Ora, tirando fuori lenzuola e asciugamani, capivo che mamma aveva custodito tutto con cura. Sacchettini di lavanda profumavano ancora il tessuto. Cera perfino la parure ricamata per lei stessa, mai usata. I merletti sì, un po ingialliti, ma lamore, quello restava.

Mi voltai verso Vittorio.

Ma come si fa? Le persone se ne vanno, ma i loro oggetti restano. Perché rimandiamo tutto? Perché non cogliamo la vita adesso? Quel domani perfetto forse non arriva mai. Non è giusto!

Lui mi abbracciò senza parole. Avevo ragione, lo sapevamo tutti.

Giulia mi si aggrappò alla gamba con due occhi verdi come quelli di papà e Sandro:

Mamma!

Mi bloccai. Vittorio sorrise, annuendo entusiasta, e io mi inginocchiai.

Ripeti!

Mamma! Saltò in braccio a me stringendomi forte.

Sandro e Marina applaudirono.

Alla fine ha detto mamma! Sandro fece locchiolino a papà. Hai perso la scommessa, papà!

Allora, dovrò portarvi tutti allo zoo.

Quando? Marina saltellava felice.

Perché aspettare il weekend? baciai la piccola e le stropicciai il naso col mio. Non si rimanda a domani quello che puoi fare oggi. Andiamo!

Per una volta, lasciai le cose sparse sul pavimento: proprio quelle, ora lo sapevo, potevo rimandarle.

Guidando, sentivo i bambini ridere dietro e pensavo che forse non saprò mai come renderli completamente felici. Ma potrò almeno trasmettere loro una cosa che la vita non si rimanda. Quel poi, che sembra sempre lì a portata di mano, è il più volubile degli amici. E quando pensi che sia arrivato il momento giusto, magari tutto è già cambiato e quel momento non torna più.

Mamma, il gelato?

Adesso? Sandro perplesso. Ma non abbiamo ancora pranzato!

Faremo in tempo. Allora?

Sì! gridarono tutti, mentre Vittorio sorrideva.

Ma così vi vizi!

E come no, caro papà! Che altro dobbiamo fare, se non adesso?

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

thirteen + 13 =

La vita rimandata: quando il futuro prende il posto del presente