La maledizione della vecchia casa

“Il maledetto” vecchio casale

Siamo arrivati! Su, scaricate! Il camionista fermò il furgone davanti a una vecchia staccionata di legno e spense il motore.

Chiara scosse piano Martina, che dormiva profondamente appoggiata alla sua spalla.

Amore, siamo arrivati. Su, svegliati.

La piccola Martina si stropicciò gli occhi col pugnetto e si guardò intorno cercando la casa con lo sguardo.

Mamma, è qui che vivremo adesso?

Sì, amore. Dai, scendiamo! Dobbiamo scaricare le cose e vedere comè.

Chiara saltò giù dal gradone pesante e prese in braccio la figlia. Da dietro al camion sbucò Matteo, che era arrivato con la sua auto.

Tutto ok?

Sì. Le chiavi dove sono?

Eccole, lex marito le porse un mazzo di chiavi. I documenti della casa sono sul tavolo. Li trovi lì. Sabato vengo a prendere Martina, come daccordo.

Va bene.

Ti aiuto con le cose e poi vado, ho una giornata piena.

Chiara annuì. Aveva ancora una gran tristezza in petto, ma sapeva bene che ormai non si poteva cambiare niente bisognava andare avanti! E, meglio ancora, senza piagnistei.

Lei e Matteo avevano vissuto insieme cinque anni. Un mese fa, Chiara aveva scoperto che il marito aveva unaltra. Non una semplice amante, ma unaltra relazione seria Una nuova famiglia in cantiere…

Allinizio Chiara si sentì trasportata in una sorta di realtà parallela. Tutto sembrava ovattato. Cosa fare? Come vivere? Neanche ci riusciva a pensarci. Fino a ieri aveva una famiglia, un marito su cui contare, e ora: puff! Tutto sparito… Peggio ancora, era sparita persino la fiducia nelle persone. Se anche chi ti conosce meglio di tutti ti tradisce così, senza pensarci, cosa aspettarsi dagli altri? Eppure lei e Matteo avevano sempre vissuto tranquilli, quasi mai discusso, tutto sembrava normale. Proprio per questo non si era accorta di nulla!

Quella notizia fu per lei molto più di un colpo: la lasciò del tutto senza forze.

Chiara continuava, quasi in automatico, a occuparsi delle cose di tutti i giorni, della bambina, a cucinare, pulire, lavorare, ma non riusciva a raccogliere i pensieri e programmare nemmeno il giorno dopo.

L’appartamento in cui abitavano era di proprietà dei genitori di Matteo.

Chiara aveva ancora solo una zia anziana, che viveva nel paese vicino. Era lunica familiare rimasta. Non potendo andare spesso a trovarla, Chiara aveva assunto una vicina che le faceva la spesa e teneva docchio la zia Rosa. Lappartamento che Chiara aveva ereditato dai suoi, invece, lo affittava con un contratto a lungo termine; i soldi dellaffitto finivano metà sul suo conto, metà in quello che aveva aperto per la zia Rosa. Più volte aveva proposto alla zia di vender la casetta e trasferirsi più vicino, ma la zia non aveva mai voluto.

Quando Matteo le mise davanti la verità del tradimento, sapeva che non ci sarebbero stati scenate o isterismi Chiara non era il tipo. Era sicuro che lei avrebbe solo chiuso tutto dentro di sé. Quando nascondere non fu più possibile perché anime pie andarono da Chiara a raccontarle tutto tornò a casa, e, dopo che la bambina fu andata a letto, chiamò Chiara in cucina.

So che ormai sai tutto. Non cercherò scuse. È successo. Abbiamo una figlia. Bisogna pensare a far sì che Martina non venga coinvolta in tutto questo. Tu come pensi di fare d’ora in poi?

Non lo so ancora Chiara stringeva la tazza tra le mani e fissava il tavolo senza alzare lo sguardo.

Dentro era una tempesta. Domande come perché? e per quale motivo a me? saltavano irrequiete come lepri impazzite, rendendo difficilissimo raccogliere i pensieri, ma fuori non lasciò trapelare nulla. Non voleva che il marito vedesse la sua sofferenza concreta. Era un dolore che quasi soffocava. Ma in parte Matteo aveva ragione. Bisognava pensare a Martina.

Forse conviene disdire il contratto daffitto.

Non serve. Io sono il colpevole, con te e con Martina. Ho parlato coi miei, abbiamo pensato Chiara, che ne penseresti di trasferirti?

Dove? Chiara fissò luomo, ancora suo marito.

Sai che mia madre ha ancora la casa dei nonni, nellaltro paese. Non è nuova, qualche lavoretto va fatto, ma è solida e calda. E tua zia Rosa vive pure a due passi. Mia madre vorrebbe intestartela, a te e a Martina. Che ne dici?

Una sorta di risarcimento? Chiara rise amaramente, ma restò a riflettere.

Forse era la soluzione migliore. Camminare per il quartiere col rischio dincrociare Matteo e la sua nuova compagna proprio non le andava. Oltretutto, ormai tutto della sua vecchia vita le procurava solo dolore. Passeggiare con la piccola al parco sotto casa le ricordava quanto fossero stati felici tutti insieme.

Adesso doveva pensare al futuro. Suo e, prima di tutto, di Martina.

Cosa avrebbe perso? Il paese era piccolo, sì, ma cera una buona scuola, ambulatorio, e tutto era vicino anche la zia unica da cui cercare aiuto e conforto. Martina era ancora piccina, serviva qualcuno che la tenesse sempre sottocchio. Poco probabile che Matteo si prendesse cura come una volta quindi avrebbe dovuto anche cercarsi un lavoro…

Chiara annuì fermamente:

Accetto.

Perfetto! Matteo si alzò. Domani parlatene con la mamma, decidete quando andare dal notaio. Ti chiama lei. Ora vado.

Uscendo, si fermò sulluscio, abbassò la voce senza guardarla e disse piano:

Perdona! Non volevo che finisse così.

Chiara non rispose. Annunciò solo un cenno, chiuse la porta, scivolò lungo il muro e, mordendosi la manica del maglione perché la bimba non sentisse, iniziò a piangere in silenzio.

Non era un pianto, era proprio un urlo silenzioso. Da bambina ricordava un documentario sui lupi. E in quel momento si sentiva più simile ad una lupa ferita che non ad una donna.

Pianse a lungo. Poi le sembrò che tutta la rabbia per Matteo se ne fosse uscita insieme alle lacrime. Rimaneva solo un vuoto riscaldato nel petto. E un unico pensiero, fragile come una farfalla con ali bruciate: doveva trovare qualcosa di bello che potesse riempire quel vuoto, altrimenti ci sarebbe rimasta impantanata nella disperazione e non ne sarebbe mai uscita.

Le settimane seguenti furono così complicate che Chiara preferì non pensare a niente, se non al trasloco e alle incombenze pratiche.

E così eccola lì, di fronte alla vecchia staccionata malandata del nuovo casale, fissando il grande giardino incolto dove gli alberi coprivano quasi del tutto la casa. Tra i rami si intravedeva appena un pezzetto di tetto e una parte di veranda.

Martina le tirò la mano:

Mamma, cosa ci fai lì ferma? Dai, entriamo!

Percorsero il vialetto e, aggirando il vecchio melo, videro finalmente la casa.

No, meglio pensò Chiara la casa. Un po trasandata, ma si vedeva che era ancora solida, con un piccolo sottotetto e una bella veranda ampia con le vetrate colorate. Immersa nel giardino autunnale, pareva aspettare solo lobiettivo di una macchina fotografica. Chiara tolse la sua dalla custodia e fece qualche scatto. Guardando quella che sarebbe stata la loro nuova casa, si accorse che le piaceva proprio tanto, e che il lavoro necessario per sistemarla era probabilmente quello di cui aveva bisogno adesso. Martina era lì a bocca aperta, con il dito in bocca. Chiara le tirò piano via il pompon dal berretto:

Togliti il dito dalla bocca, piccola! Ti stupisce la casetta?

Maaamma, è bellissima!

Concordo. Ma ora diamo unocchiata dentro e vediamo dove dormirai tu.

Sì, andiamo!

Sali le scale, passarono dalla veranda e entrarono. Ampio corridoio, da cui si accedeva a cucina e camere. Chiara diede unocchiata, cercando di capire dove mettere i mobili.

La casa non era grande: cucina, due stanze sotto e una nel sottotetto, più un soggiorno-sala da pranzo con un grande tavolo rotondo su cui pendeva un vecchio paralume coperto da uno scialle di lana. Laria era umida, probabilmente il riscaldamento non partiva da tempo. Eppure Chiara sentì che lì dentro era già caldo e accogliente.

Chiara! Tutto scaricato, e ho pagato i traslocatori, Matteo spuntò nel salone, ora ti faccio vedere come si accende il riscaldamento e la caldaia.

Dopo una veloce spiegazione, salutò e se ne andò.

Chiara andò in cucina.

Mise lacqua a bollire e tirò fuori dalla borsa qualche contenitore con il pranzo, per Martina. Mentre scaldava lo spezzatino, prese la scatola dei detersivi: doveva pulire almeno il tavolo.

La cucina era piccola, ma assai accogliente. Due grosse finestre davano sul giardino. Sotto una di queste cera il tavolo, che Chiara cominciò a pulire. Martina sedeva sulla sedia, gambe a penzoloni, curiosando tra mobiletti e il paralume variopinto.

Allimprovviso, un fortissimo colpo alla finestra. Martina gridò, Chiara sobbalzò e sollevò lo sguardo. Un enorme gatto rosso era spaparanzato sul davanzale.

Complimenti, bellingresso! sospirò Chiara. Guarda, Martina, che bel micione!

Il gatto fissava Chiara senza scomporsi.

E allora che vuoi? Su, entra, se sei venuto! Ti troverò qualcosa da mangiare.

Il gatto saltò giù e sparì.

Eh, bella figura rise Chiara. Martina, vai a lavarti le mani! E via di pranzo!

Chiara si voltò verso la porta della cucina e restò stupita. Sulla soglia cera il gatto.

Ma come hai fatto ad entrare?! Avevo chiuso la porta!

Il gatto non replicava, tuttaltro che intimorito, li fissava con occhi dorati, socchiudendoli in una smorfia che rese Chiara ancora più divertita.

Prese dal contenitore un pezzetto di pollo lesso, lo spezzettò e lo mise su un piattino sbrecciato.

Dai, vieni pure!

Il gatto avanzò deciso e cominciò a mangiare compunto.

Chiara controllò le porte. Tutto era chiuso, tranne una botolina sulla porta dingresso, probabilmente creata per i gatti anni prima.

Ecco spiegato! Il signorino, sapeva dove entrare.

Quando Chiara tornò in cucina, Martina era seduta per terra vicino al gatto e gli stava raccontando qualcosa. Lui ascoltava curioso. Per la prima volta da tempo, Chiara rise di cuore:

Conversatori!

Figlia e gatto si voltarono insieme e, per un attimo, Chiara credette che anche il felino avesse alzato le spalle, identico a Martina, tanto era buffo.

Qualcuno bussò. Chiara ammonì Martina con un dito:

Resta qui! e andò ad aprire.

Buongiorno! Sono la tua vicina. Paola Grimaldi. Chiamami pure zia Paola. Tieni! porse un barattolo grande di latte. Dalla mia mucca! Buono, ne prenda a volontà!

Buongiorno! Chiara rimase perplessa, ma si riprese subito ricordandosi le buone maniere. Io sono Chiara, piacere! Che caldo! Grazie mille! prese il latte e invitò la vicina. Entri pure!

Zia Paola entrò senza farsi pregare.

Chiara mise la bottiglia accanto ai fornelli e Martina si voltò:

Buongiorno! Io sono Martina.

Piacere! Io sono zia Paola.

Molto piacere! Ma il gatto di chi è?

Come di chi?! È il mio mascalzone! Si chiama Giuseppe. Se mangia troppo, mandalo via, mangia già fin troppo a casa mia. Non vorrei si rammollisca e poi non prenda più topi!

Ma ci sono i topi? Martina aprì la bocca stupita.

Certo. E anche da voi ci saranno. Nei casali ci stanno sempre, soprattutto in autunno. Quindi

Mamma, dobbiamo avere per forza Giuseppe! Anzi, un altro gatto tutto nostro!

Chiara sorrise:

Aspetta, Martina! Vedremo. Zia Paola, conosce mica qualcuno qui vicino disposto a lavorare qualche ora? Ho bisogno di sistemare il giardino e la casa. Da sola non ce la faccio. Mi serve una mano forte.

Ma certo! Vai dal Cavalier Michele. Vive tre case più avanti, portone verde. Un bravuomo. Fa di tutto e chiede poco.

Grazie! E che ne dice di un tè? Abbiamo appena traslocato, ma ho dei biscotti e qualche caramella.

Con piacere! sorrise zia Paola.

Bevvero il tè e zia Paola cominciò a raccontare del paese, della sua famiglia. Poi, di punto in bianco, domandò:

Senti, Chiarella, comè che siete finiti in questa casa?

È arrivata per eredità, Chiara cercò di celare le emozioni, ma dentro rise amaramente. Non aveva voglia di raccontare i dettagli della propria vita.

Sai, è stata chiusa almeno ventanni. I giovani nemmeno si ricordano, ma i vecchi sanno che questa casa ha nomea strana.

Mi fa paura! Cosa sarebbe? È successo qualcosa?

Nulla di che, stai tranquilla! Solo che qui nessuno ci restava mai a lungo. Un paio danni e se ne andavano. Cera chi si ammalava, chi perdeva qualcuno, chi non trovava mai fortuna Alla fine si diffuse questa fama. La costruì un commerciante locale per la fidanzata, ma quella morì meno di un anno dopo il matrimonio, di una febbre. La casa fu venduta e lì cominciò tutto. È vecchia, questa casa! Ha quasi centanni. La ristrutturarono due volte, ma qui nessuno cè mai durato.

Chiara rigirava il cucchiaino tra le dita, pensierosa.

Curioso Beh, che ci posso fare? Questa cè! Vediamo come va! Noi siamo coraggiose, vero Martina? Non ci facciamo mica impressionare! Alla peggio, vedremo!

Passarono parecchi mesi.

Chiara si ambientò nella nuova realtà. Martina andava allasilo, Chiara lavorava al piccolo studio fotografico in paese, guadagnando discretamente con servizi per cerimonie e feste. In passato la fotografia era per lei solo un hobby, ma poi aveva compreso che le piaceva troppo per non farne una professione. Già quando aspettava Martina, aveva seguito dei corsi e iniziato a lavorare come fotografa. Si era fatta una certa esperienza, specie con bambini e set in studio. Adesso, tutte queste competenze le tornavano utili.

Piano piano sistemò casa e giardino. Laiutante non poteva essere migliore.

Arrivò su presentazione di zia Paola. Un uomo alto e robusto, entrò dicendo:

Chiamami pure Michele! Sono abituato così.

Ascoltò le richieste di Chiara e si mise subito al lavoro.

Insieme fecero ordine nel giardino, dove saltarono fuori molti alberi da frutto e cespugli. Chiara si rese conto che, curandoli, Martina avrebbe avuto ogni ben di dio senza negozi. Poi misero a posto il tetto, la veranda, il portone. Ci vollero mesi, ma ne valse la pena.

La casa prese vita, tornò a risplendere. Uscendo la mattina sulla veranda, con la tazza di tè e accarezzando il corrimano appena verniciato, Chiara sentiva che quello era il suo luogo. Un posto calmo…

Prese in mano la gestione della zia Rosa e, ogni sera, lei e la piccola passavano a trovarla prima di rincasare. Chiara capì che quella scelta di trasferirsi era stata la più giusta. Era serena, e il rancore per Matteo si andava sciogliendo.

Lui veniva spesso, passava del tempo con Martina. Questo rese il distacco più sopportabile. Matteo, dopotutto, non aveva abbandonato la figlia e aiutava ancora. La storia fra loro era finita, ma Chiara aveva deciso di non vivere di rimpianti. Non era stata una moglie perfetta; spesso si era capita di trascurare il marito, completamente assorbita dalla figlia. Ora aveva imparato che limportante era dare a Martina sicurezza sapeva che da entrambe le parti cera comunque amore.

La zia le diede ancora una volta un consiglio prezioso:

Brava, Chiarella! Non tenerti tutto dentro. Lascia andare. Anche la tristezza più piccola, se te la porti sempre dietro, ti sembra un mostro. Dimentica il brutto! Pensa a tutto il bello che avete avuto Guarda che tesoro hai fatto, guarda Martina! Questo conta. Il resto passa! E poi, il rancore mangia lanima. È a tua figlia che serve vedere la luce nei tuoi occhi. Lei ti guarda, vede tutto I bambini capiscono tutto, lo ricorderà per forza questo tempo. Quindi chiediti: che cosa racconterà di te, domani?

Chiara annuì, accettando in silenzio.

A poco a poco, si fece conoscere da tutti i vicini. Un po alla volta, le giovani donne iniziarono a farle visita con i bambini, e Martina si trovò delle amichetti. Anche le signore anziane non mancavano mai alla sua porta.

Fu così che conobbe la signora Maria, che viveva poco più avanti. Maria le insegnò a fare il pane in casa e Martina ne fu entusiasta. Niente più capricci per il latte bastava dargli un crostino fragrante e il bicchiere tornava vuoto in cucina, mentre Chiara rideva asciugando i baffetti bianchi alla figlia.

Poi Chiara fece amicizia con un altro vicino, il signor Giovanni. Si presentò con una scodella di fragole mai viste:

Si chiama Regina delle Valli. Appena ti ambienti, ti insegno a piantarle!

Dopo che Michele laiutò a sistemare la veranda, Chiara sistemò lì un grande tavolo, ripulì le vetrate colorate e lucidò il pavimento. Allangolo cera una poltrona a dondolo che Martina adorava. Ogni sera si accoccolava lì, insieme al dispettoso Giuseppe, che dal primo giorno aveva deciso di vivere tra le due case. Ormai Chiara usciva cauta la mattina: dopo aver pestato una fila di topolini lasciati in omaggio da Giuseppe, sapeva perché il gatto si permetteva tanta confidenza. Martina ne era innamorata.

Lunica vicina che non le piacque fu Zina. Era un po più anziana, invadente e chiacchierona in modo eccessivo. Ma, peggio, una vera regina del pettegolezzo. Allinizio Chiara non capiva. Poi cercò in ogni modo di troncare i discorsi non appena la vicina iniziava a malignare sugli altri.

Zia Paola, ma come faccio a fermarla? È un fiume in piena

Chiarella, non ci riuscirai mai. Se smetti di farla entrare in casa, sparla e ti getta addosso di tutto, anche se ormai hai buoni rapporti con tutti in paese. È fatta così. Io me la sono tolta di torno col trucco.

Come?

Ho gatti, lei è allergica.

Devo prendere un altro gatto o magari un cane

Chiara ci pensò su.

Zina aveva capito che Chiara aveva orecchie che ascoltavano. Contava anche sul fatto che la buona educazione della donna le impedisse di sbatterle la porta in faccia. Così continuava a farle visita.

Chiara le versava il tè, sospirava, e spesso si metteva mentalmente a cantare per non ascoltare le maldicenze. Zina parlava a raffica, senza neanche aver bisogno di una risposta.

Col tempo, Chiara notò qualcosa di strano. Ogni volta che Zina visitava casa sua, qualche imprevisto spiacevole la colpiva.

La prima volta si strappò la gonna nuova su un chiodo che sembrava spuntato dal nulla. Chiara avrebbe messo la mano sul fuoco che era impossibile! Michele aveva appena finito di sistemare la veranda!

Quella volta la chiacchierona si zittì, quasi non riuscì nemmeno a salutare.

La volta seguente, Zina mancò la sedia e cadde. Anche quello era assurdo, la sedia era incastrata tra tavolo e parete, impossibile. Questo o altro fatto, la donna iniziò a farsi vedere meno.

Un giorno, mentre Chiara tagliava i cespugli fuori dal cancello, sentì una conversazione tra Zina e zia Paola.

Zia Paola, ma tu davvero ci credi? Vive sola con una bambina e nessun uomo? Non ci credo! La casa sempre in ordine, il giardino anche, di sicuro qualcuno cè di notte, altrimenti avremmo notato.

Chiacchierona, Zina! Sai bene che lha aiutata Michele, ed è stata lei a pagarlo, basta! Che vuoi insinuare ancora?

E la casa?

E la casa che?

Tutto il paese dice che qui porta male! E lei resta tranquilla Come mai? E tutti vanno da lei! Da me no, da lei sì. Ma perché?

Perché non è la casa a fare la persona, ma la persona a fare la casa! Chiara è in gamba, ecco perché la gente la cerca. Ora vattene pure, ho il latte sul fuoco! Ecco!

Chiara si allontanò sghignazzando. Che gente cè al mondo

Mammaaa! Mamma, dove sei? Martina era sulla veranda.

Sono qui! Ti sei svegliata, hai lavato la faccia?

Non ancora! Aspetta! Guarda!

Chiara si voltò nella direzione indicata dalla figlia. Sul viottolo che veniva dal giardino avanzava Giuseppe trascinando per la collottola un gattino piccolo, rosso come lui. Arrivato davanti a Chiara, la fissò con aria seria. La donna si abbassò, accogliendo tra le mani il batuffolo di pelo che miagolava contrariato.

Grazie Giuseppe! Pensavi che ci voleva?

Il gatto fece le fusa risentito, poi si voltò e se ne andò verso casa di zia Paola. Missione compiuta.

E allora, Martina, allora hai ragione tu ci voleva proprio. Che nome gli diamo?

Giuseppe!

Chiara sollevò il cucciolo allaltezza degli occhi:

Benvenuto, Giuseppe Junior! Tutti dentro! È ora di colazione.

Martina rise, spinse la porta della veranda e dalla casa uscì un profumo caldo di pane tostato.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

4 × four =

La maledizione della vecchia casa