Muri sconosciuti

Muri estranei

Sai a cosa sto pensando? ho detto a mio marito mentre strofinavo per la quinta volta lo stesso piatto. Che non ci è rimasto nemmeno un cucchiaino nostro. Tutto nella loro stanza. E ora, nella mia casa, vado a dormire pensando: non stiamo facendo troppo rumore qui, nel nostro salotto, guardando la televisione? Non disturbiamo loro?

Lui fissava in silenzio il cortile buio dalla finestra. Poi ha sospirato, un sospiro pesante, profondo, che arrivava dallanima.

Ospiti, ha mormorato senza voltarsi. Noi, i proprietari, siamo diventati ospiti. Nella nostra cucina.

E proprio in quel momento, quasi fosse stato scritto da copione, dalla camera di mia nipote è arrivata una risatina trattenuta, quella di una ragazza, seguita dalla voce bassa, baritonale, del suo ragazzo. Stavano guardando un film. Nel nostro ex salotto.

Così ci siamo trovati lì: io con il piatto in mano, Vittorio alla finestra, e nella mia testa ronzava sempre la stessa domanda: come siamo arrivati a questo punto? Come siamo finiti a vivere nella nostra casa trattenendo persino lo sciacquone, per paura di disturbare qualcuno? Eppure tutto era iniziato così innocentemente. Con buone intenzioni, come si dice.

La telefonata di mia sorella, Lidia, è arrivata a fine agosto, un anno e mezzo fa. Stavo ancora facendo i barattoli di pomodori in cucina, rossa in viso, i capelli appiccicati alla fronte dallumidità. Il telefono ha squillato, mi sono asciugata le mani sul grembiule e ho risposto.

Elena, ciao, la voce di mia sorella suonava incerta, quasi furtiva. Subito mi sono insospettita. Lidia non chiama mai per caso, abita a Bologna, fa la sua vita, ci sentiamo magari sì e no tre volte allanno. Senti, è per una cosa… Ti ricordi di Francesca, la mia grande?

Come potrei dimenticarla, rispondo. Che è successo?

Nulla di grave, anzi, tutto bene! Ha passato il test dingresso ed è stata presa alluniversità, proprio nella tua città: Firenze. Ha vinto la borsa di studio, la mia brava ragazza. Solo che la casa dello studente non la danno subito, forse dal secondo semestre, magari più avanti… E così ho pensato… Siete solo in due, voi, in una casa con tre stanze, magari potreste darle la residenza temporanea? Solo per la dichiarazione da portare alluniversità. Questione di carte, niente altro. Lei comunque si arrangia, affitta da sola, abbiamo già parlato di tutto.

Stringevo il telefono, e subito la testa mi si era riempita di pensieri. Da una parte, era pur sempre mia nipote, brava ragazza, Lidia ne parlava sempre come fosse la più diligente della famiglia. Dallaltra, la questione della residenza è complicata. Vittorio aveva sempre detto: non dare mai la residenza, né parenti, né amici. Poi non li togli più. Ma era solo per un semestre, e rifiutare a Lidia mi sembrava scortese.

Lidia, sei sicura che davvero andrà a vivere altrove? chiesi cauta. Non è che poi cambia idea? Non sarebbe semplice per noi avere una persona in più in casa…

Ma dai, Elena! scoppiò a ridere Lidia. Francesca ha diciotto anni, vuole la sua indipendenza! Ha già trovato una stanza da dividere con delle amiche, stanno sistemando. Serve solo per le carte, lo sai anche tu come sono fiscali nelle università. Contano ogni timbro, ogni modulo.

Dissi che ne avrei parlato con mio marito. La sera, appena glielo raccontai, Vittorio si scurì subito in volto.

Evitiamo, Elena, disse secco. La residenza non è uno scherzo. Farla uscire poi, sarà un incubo. Al lavoro ne ho sentite di storie che non ti immagini.

Ma dai, è la figlia di tua cognata! Solo per poco, giusto per la burocrazia. Ha già la stanza con le ragazze.

Ci dai la residenza, mugugnò Vittorio, poi inizia a portare le cose, poi chiede di dormire una notte, poi invita qualcuno… Non va bene.

Ma la coscienza mi tormentava. La ragazza voleva studiare, e io lì a fare problemi per delle pratiche. In fondo, mi ricordavo Francesca da bambina: timida, educata. Lidia aveva organizzato che Francesca mi chiamasse per spiegarmi tutto.

Mi telefonò pochi giorni dopo. Una voce gentile, composta.

Zia Elena, buongiorno, sono Francesca, si presentò. Mamma mi ha detto che forse potresti aiutarmi con la residenza. Capisco che possa essere un disagio, ma mi servirebbe davvero. Ho già trovato la stanza con altre due ragazze, ma per luniversità serve la registrazione. Solo per il tempo degli studi, promesso, non ti darò fastidio. Posso venire a trovarti, almeno per presentarci?

Come potevo rifiutare? Così gentile, educata, insiste con tanto riguardo. Quando lo raccontai a Vittorio, lui ormai alzò le mani.

Fai tu, borbottò. Ma poi non lamentarti.

Francesca arrivò ai primi di settembre. Alta, magra, in jeans e camicia bianca, i capelli castani raccolti. Una bella ragazza, davvero. Con un grande zaino sulle spalle, sempre il sorriso sulle labbra.

Zia Elena, grazie di avermi accolta! Mamma ti manda questi prodotti! e mi mise in mano un sacchetto con miele, marmellata fatta in casa, dolcetti. Un tocco che mi aveva quasi commosso.

Ci sedemmo a bere un tè, mi parlò delluniversità, che voleva fare giornalismo, sognava di lavorare in TV, realizzare reportage. Gli occhi pieni di entusiasmo. Sembrava davvero determinata. Mi mostrò anche le foto della stanza in affitto con le amiche: piccola, tre letti, ma per loro andava bene.

Mi serve solo la residenza per mettere in regola i documenti, ripeteva. Non vi disturberò mai, davvero. Magari ogni tanto passo a prendere qualcosa, ma niente di più.

Vittorio trovò Francesca quando rientrò dal lavoro. Lei si alzò, salutò con rispetto, lo chiamò signor Vittorio. Lui annuì, si mise a cenare, lei si congedò.

Grazie mille, disse uscendo. Domani porto i documenti, se puoi accompagniamo insieme nellufficio anagrafe.

Tre giorni dopo andammo. Francesca aveva tutte le carte in regola, abbiamo firmato, io come proprietaria. Vittorio firmò controvoglia. Nel giro di pochi giorni, Francesca aveva la residenza temporanea. Mi ringraziò dieci volte. Pensavo che la storia fosse finita lì.

Invece, la vita prende sempre strade che non avevi previsto.

Per il primo mese, Francesca non si fece più vedere. Qualche telefonata, un messaggio per le feste. Lidia mi chiamava per ringraziare, raccontare che Francesca si stava ambientando bene. Mi tranquillizzai; avevamo fatto la cosa giusta, mi dicevo.

Poi, a novembre, il primo colpo. Francesca mi chiese se poteva fermarsi qualche giorno. Aveva litigato con una coinquilina, una tipa troppo rumorosa che portava amici a tutte le ore. Lei doveva studiare per gli esami. Non potevo dirle di no.

Vieni pure, le dissi. Dormi sul divano del salotto.

Arrivò la sera con lo zaino. Vittorio tenne la bocca chiusa; Francesca cercò di dare il meno disturbo possibile. La mattina usciva presto per luniversità, la sera dedicava ore ai libri. Noi avevamo smesso di accendere il televisore per non disturbarla. La settimana diventò due, poi iniziò la sessione desami, quindi non era il momento di trasferirsi.

Dopo gli esami, gennaio, tornò da Bologna per le vacanze natalizie e annunciò di aver trovato un lavoro part-time in una redazione di cronaca locale. Disse che sarebbe rimasta ancora, risparmiando sulle spese di affitto per una futura esperienza a Milano, magari uno stage.

Zia, posso restare ancora qui? Pago le spese, prometto. Porto io i viveri, non vi causo problemi. Questo lavoro mi serve davvero, se pago un affitto butto via mezzo stipendio.

Quando lo raccontai a Vittorio, lui esplose.

Basta, Elena! Te lavevo detto! Ci sfrutta! Residenza, ora la casa Cosa farà dopo, porterà qui i mobili?

Ma studia, lavora cercavo di difenderla, mentre dentro sentivo che forse lui aveva più ragione di me. Non posso mandarla via, ha pure proposto di pagare le spese.

Duecento euro al mese? Vivi qui alla grande, usi tutto, e chiami la paghetta contributo alle spese? Ma falla finita. È unelemosina per quieto vivere!

Non risposi. Nel fondo, sapevo che aveva ragione, ma non ne avevo il coraggio. Mi pesava lidea di cacciarla, e non chiamai Lidia per paura che mi desse della cattiva.

A febbraio, Francesca si era ormai sistemata. Le sue cose invadevano la metà dellarmadio allingresso, scatoloni con libri e materiali delluniversità nel ripostiglio. In frigo una mensola tutta sua, yogurt e frutta, pasti pronti nei contenitori, anche se ogni tanto prendeva qualcosa di nostro zucchero, olio, pane. Poi ricompensava, certo, ma era il principio: la sensazione di non essere più tu il padrone di casa.

Io e Vittorio parlavamo sempre di meno, e quando lo facevamo, erano frasi brevi, fredde. Lui lasciava la casa allalba e rientrava di sera, subito in camera, per non averci a che fare. Francesca era discreta, gentile, salutava sottovoce, chiedeva come poteva aiutare, lasciava sempre tutto in ordine, ma non era meglio. Perché comunque era una presenza estranea.

Una sera mentre preparavo linsalata, Francesca prese lacqua per il tè. Guardava il telefono, aspettando che bollisse. La osservavo di lato e realizzai che, in fondo, si sentiva davvero a casa lì. Si era comprata il bollitore rosa (“quello vostro è troppo lento”, aveva spiegato), la tazza grande con una scritta alla moda, il tè ai frutti esotici.

Francesca, mormorai allimprovviso, hai trovato qualcosa per la stanza? Forse ora le coinquiline si sono calmate?

Lei alzò gli occhi, sorrise con un po dimbarazzo.

A dire il vero, non ho più niente a che fare con loro, abbiamo litigato bruttamente. Ma cerco, davvero. È sempre tutto troppo caro, o lontano dalluniversità. Qui è perfetto: mezzi vicini, tutto a portata. Se vi disturbo, lo dico, mi do più da fare.

Non trovai il coraggio di dire: sì, ci dai fastidio, devi andare. Leducazione, il senso di colpa, la pietà. Non tutte le circostanze sono colpa sua.

Dai, cerca lo stesso, borbottai. Ti serve uno spazio tutto per te. Non è comodo stare sul divano.

Ma va bene così, rispose alzando le spalle. Davvero, non vi disturbo.

E se ne tornò in salotto con la sua tazza. Io la seguii con lo sguardo, e pensai: non ci disturba, ma intanto io passo le serate in cucina, evito persino di guardare la televisione, perché nel salotto quasi ho paura di entrare nella mia stessa casa.

Quella sera, in camera, Vittorio mi sussurrò:

Elena, devi toglierle la residenza appena scade. Lo prometti, vero? Basta prolungare. Si cerchi un altro posto.

Va bene, dissi. Non la rinnovo.

Ma sapevo che non sarebbe stato semplice. Francesca aveva la residenza, viveva lì da sei mesi. Sarebbe servito parlarle, spiegare, e io avevo paura. E se si offendesse? Se Lidia mi desse della spilorcia davanti a tutti? La famiglia è sempre pronta a dirti devi aiutare, siete parenti.

Marzo, aprile passano. Francesca si prepara alla sessione primaverile, lavora in redazione. Rientra tardi, alle undici, esausta. Si siede a lavorare, batte sulla tastiera, e quei colpi mi disturbano mentre cerco di dormire. Vorrei urlare: basta, vanno tutti a letto domani si lavora! Ma trattengo.

Poi, a maggio, scoppia la bomba.

Una sera, Francesca torna con un ragazzo alto, ventanni, giubbotto in pelle, taglio moderno. Questo è Matteo , mi dice , studia qui anche lui, informatica. Lavorano insieme a un progetto per luniversità. Possono stare un po nel salotto, promettono che sarà breve.

Non potevo rifiutare. Vittorio non cera. Sentivo risate dal salone, parlottio sommesso. Ero in cucina, a bollire di rabbia. Ormai portava pure i ragazzi! Di nuovo, era casa nostra i nostri oggetti, le nostre regole. Loro lì, come se nulla fosse.

Al ritorno, Vittorio capisce subito.

Il ragazzo è qui, eh? domandò cupo.

Sono insieme in salotto, lavorano al progetto, sibilai fra i denti.

Vittorio chiuse la porta della camera con rabbia. Io restai a fissare la porta del salotto, aspettando che Matteo uscisse. Alla fine, quando lascia la casa, Francesca mi trova in cucina.

Scusate il disturbo, davvero, lavoravamo per luniversità. Non porto più nessuno, lo prometto.

Francesca esalai, radunando il coraggio capisci che questa è casa nostra, non è una pensione. Inviti gente, diventi quasi uninquilina. Non va bene.

Lei si rabbuiò, quasi si commosse.

Lo capisco, scusi se vi ho dato fastidio. Matteo è solo un collega, nulla di che. Non succederà più.

Rientrò nel salotto con unaria mortificata. Io mi sentivo comunque in colpa pur avendo detto la cosa giusta.

Quando Vittorio tornò in camera, tagliò corto:

A settembre se ne va. Avvertile.

Ma a settembre non cambiò nulla. Perché a giugno Francesca si presentò e chiese di poter prolungare la residenza per un anno. Solo fino a fine percorso, poi vado davvero, promise. Ora con gli esami, la tesi, fai la cortesia, per favore. Se perdo la registrazione rischiano di cacciarmi dalluniversità.

Chiamai Lidia, arrabbiata. Lei sospirò:

Dai, Elena, abbi pazienza, è una brava ragazza, mica vi combina guai! Glielo dico anchio, cerca una stanza, ma intanto falle questa cortesia. Sai come sono le regole qui.

Così, da stupida, ho accettato. Vittorio si è rifiutato di firmare, io sono andata da sola allufficio anagrafe. Un altro anno, e poi basta, mi sono detta. Ma mi sbagliavo.

Destate Francesca torna a Bologna per un mese. Noi torniamo a respirare. Il salotto è di nuovo nostro: guardiamo i quiz in TV fino a tardi, chiacchieriamo liberi. Speravo che laggiù trovasse il suo futuro, che non tornasse più.

Ma a settembre torna, con una valigia colma. Mi hanno dato i vestiti, i libri, mamma mi ha detto di impegnarmi al massimo, punto alla lode questanno. Sarò spesso qui a studiare, annuncia.

A ottobre, di nuovo, porta Matteo. Lo fa entrare col sorriso senza chiedere nemmeno il permesso. È per il progetto, ti ho già parlato di lui, dai…

Francesca, la fermo secca, avevamo detto: niente ospiti.

Ma dai… qui studiamo, non è mica una festa.

Abbandonai la scena fumando nervosamente sul balcone, io che avevo già smesso.

Ormai Matteo veniva almeno tre volte alla settimana. Stava pure a cena. Io e Vittorio sempre più rari ci trattenevamo nella zona giorno: lui iniziò a restare fuori fino a tardi con la scusa del lavoro. La presenza degli altri, giovani e sicuri di sé, mi dava una sensazione di invasione.

Verso novembre, stremata, la affrontai.

Francesca, avevi promesso di andare via quando trovavi una stanza. È passato un anno. Quando te ne vai?

Lei abbassò lo sguardo.

Ci sto provando, ma qui sto bene: internet, riscaldamento, posizione comoda, tutto perfetto. Pago le spese, cerco di non disturbare. Davvero vi è così pesante?

È pesantissimo. Siamo abituati a stare da soli, io e Vittorio. È difficile avere sempre qualcun altro. E portare qui Matteo, non si fa. È una casa di famiglia, non è da te portare il ragazzo qui.

Matteo è solo un amico! si infiammò. E poi, come residenza risulto qui: anche questa è casa mia.

In quel momento capii: la situazione ci stava sfuggendo di mano. Lei non chiedeva più il permesso, si sentiva in diritto.

Francesca, la registrazione è temporanea. Un aiuto. Tu ne stai approfittando, questo sì.

Non approfitto, ribatté piccata. Pago tutto, cucino le mie cose, lascio tutto pulito! Vi do fastidio? Allora volete cacciarmi, è questo?

Nessuno ti caccia, capisci solo che per noi non è semplice. Vittorio non rientra mai, io mi sento come uninquilina nella mia casa. Sei grande, dovresti capire.

Da allora, tutto si è incrinato. Ci parliamo a malapena. Francesca cortese, ma fredda; Vittorio neanche la degna di un saluto.

Dicembre è stato un incubo. Il Natale alle porte, zero voglia di festeggiare. Al solito, preparavamo lalbero nel salotto, la tavola imbandita: quella volta, persino lalbero era finito in cucina, minuscolo, di plastica. Il salotto era ormai diventato la zona di Francesca.

A Capodanno Francesca va a Bologna. Per la prima volta dopo mesi, ci sentiamo un po sollevati.

Almeno festeggeremo in pace, dice Vittorio.

Brindiamo tra noi due, davanti alla TV piccola della cucina. Alle dodici mi abbraccia e sussurra:

Elena, basta. È ora di risolvere. Dobbiamo togliere la residenza, anche con il giudice se serve.

Col giudice? resto turbata.

Non possiamo più andare avanti così. Guarda come siamo ridotti. Questa casa non è più nostra.

Aveva ragione. Ma avevo paura: tribunali, liti in famiglia, nessuno ci avrebbe più rivolto parola.

A gennaio, Francesca ritorna con novità.

Zia, zio, vi avviso: Matteo si trasferirà qui con me per un periodo. Nellostello non si trova, costa troppo, e con lui sono seria, pensiamo al matrimonio dopo la laurea. Lui lavora, non vi darà fastidio.

Mi sfugge la tazzina dalle mani. Vittorio impallidisce, poi si infuria.

Che cosa? Porti pure il ragazzo a vivere qui?

Solo temporaneo, risponde calma. Un paio di mesi, finché trova altro. Siamo sistemati nella zona giorno. Pure Matteo contribuirà alle spese.

Vittorio si alza in piedi, furente.

No! Non esiste! Questa casa è nostra, non può vivere qui nessun Matteo! E tu inizia a cercarti casa già ora. Hai un mese di tempo, da febbraio voglio che te ne vai!

Francesca ci fissa glaciale.

Zio Vittorio, non avete il diritto di cacciarmi. Sono registrata qui, anche per legge. La residenza scade ad agosto. Solo in tribunale potete ottenerla, e solo se dimostrate che non rispetto le regole o non pago. Io pago e rispetto le regole. E Matteo verrà tra due giorni. Se volete, chiamate pure la polizia.

Entrò in salotto e chiuse la porta. Cera rimasto un gelo che nessun termosifone poteva scaldare.

Il giorno dopo, chiamo Lidia. Mi ascoltò, poi sospirò.

Elena, che ti devo dire? Ormai Francesca è grande, fa da sola. Parlo con lei, ma sarà dura. Se proprio non ce la fate, procedi in tribunale. Non ti porto rancore.

Ma lo sentivo: sarebbe rimasta ferita.

Matteo arrivò tre giorni dopo, con i bagagli. Si sistemarono in salotto. Vittorio arrivò, vide la giacca e le scarpe di lui, divenne una maschera.

Basta, domani vado dallavvocato.

Conobbe che la soluzione era il giudice. Ci vorrà tempo ci avvertì , bisogna raccogliere prove, fastidi, testimoni. Ma per il ragazzo si può chiamare la polizia: se permane oltre una settimana, scatta la sanzione.

Chiamammo il vigile di quartiere. Arrivò, controllò, ma finché Matteo risultava ospite per pochi giorni, non cera violazione. Dopo una settimana, redasse un verbale: andava sgomberato. Matteo uscì quella sera stessa.

Francesca ci lanciò uno sguardo pieno di rimprovero:

Siete contenti? Avete cacciato il mio ragazzo. Ora deve tornare in ostello.

Non lui ribatté Vittorio. Era qui senza permesso. Questa casa è nostra, decidiamo noi chi ci sta.

Lei alzò le spalle e andò in salotto. Noi ci sentimmo finalmente un po sollevati.

Ma durò poco. Tre settimane dopo, Francesca annunciò che Matteo rientrava e che aveva già inoltrato la richiesta di residenza per lui, visto che erano conviventi.

Ma non puoi! Questa non è una casa tua! urlai.

Sì che posso. Se sono registrata, posso iscrivere un familiare. Me lha confermato il patronato. Se volete impedirlo, fate ricorso al giudice.

Telefonammo al nostro avvocato. Confermò: la legge consente la registrazione, solo il proprietario può opporsi in tribunale, ma è un iter lungo.

Così avviammo la causa. Lidia smise di rispondermi, il resto della famiglia anche. Ecco, Elena ha buttato fuori la nipote, tirchia, senza cuore, sarebbe detto.

Matteo rientrò in casa a marzo, con trolley e scatole. Francesca accoglieva, sistemava tutto. Io fissavo fuori dalla finestra, sentivo di aver perso. Loro avevano vinto; giovani, sfrontati, tutelati dalla burocrazia. Noi, sopraffatti.

I mesi sono volati così. Il tribunale valuterà a luglio la richiesta di revoca della residenza. Intanto accumuliamo bollette, facciamo registrazioni, chiediamo ai vicini di testimoniare: a dimostrare che viviamo in condizioni impossibili.

La nostra vita ormai era segregata nella camera da letto. In cucina passavamo le serate. In salotto dominavano Francesca e Matteo: il loro televisore, le loro regole. Ci incrociavamo appena, e i saluti erano pure troppo. Francesca non chiedeva più nulla, ormai sapeva che ci aveva messo allangolo.

Pochi giorni fa hanno appeso la loro TV gigante in salotto e il nostro vecchio schermo lhanno messo in cantina. Vittorio non ha detto nulla. Né io. Si spostavano come a casa loro, e tale era. Solo il catasto rimaneva a nostro nome.

Questa sera, di nuovo in cucina, lavavo i piatti e Vittorio fissava il buio. Mi sono resa conto che eravamo esausti. Non più rabbia, solo stanchezza.

Vittorio, ho sussurrato, forse è ora che ce ne andiamo davvero. Vendiamo tutto, compriamo una piccola casa, da zero. Lasciamogliela.

Mi ha guardato a lungo.

Vuol dire cedere tutto, disse piano. Andiamo via dalla casa che abbiamo sistemato, pitturato, vissuto ventanni…

Ma ormai qui non si vive più. Siamo solo ospiti, Vittorio. Forse è meglio ricominciare da unaltra parte, senza ombre.

Ha annuito, triste.

Più facile, ma fa tanto male.

Dal salotto risuonano le risa di Francesca e Matteo, la TV a tutto volume. Giovani, felici, sistemati. Nella nostra casa, che ormai non è più nostra.

Siamo rimasti lì, in silenzio, a bere il tè ormai freddo. Dalla finestra si sentivano bambini giocare. Tutto intorno la vita continuava, ma per noi era come sospesa.

Te lo ricordi, ha detto Vittorio, come abbiamo deciso su questa stessa cucina se lasciarle la residenza? Quando ancora ci sembrava giusto aiutare…

Sì che ricordo, ho risposto con la voce che tremava.

Dovevamo fermarci lì, ha detto senza amarezza, solo concludendo. Bastava dire di no.

Vero, gli ho dato ragione.

Siamo rimasti in silenzio.

Dal corridoio la porta si è aperta: Francesca verso il bagno, con un Buonasera buttato lì, senza guardarci nemmeno. Abbiamo risposto. Poi è entrato Matteo, ha preso un succo dal frigo, lavato il proprio bicchiere e se nè andato senza aggiungere nulla.

Ci siamo guardati negli occhi. Nemmeno più le lacrime ci uscivano. Cera solo il vuoto, la consapevolezza che la nostra casa ormai era estranea, che noi eravamo ospiti.

Domani chiamo unagenzia immobiliare, ha detto Vittorio con stanchezza. Scopro quanto vale, e basta. Compriamo qualcosa di nostro, piccolo, inviolabile.

Va bene, ho sussurrato, sentendo dentro una lama di freddo.

Abbiamo ripulito la cucina, fatto ordine, spento tutto. Per andare a dormire siamo passati davanti alla porta chiusa del salotto. La nostra ex-sala, il nostro ex-focolare.

In camera, Vittorio si è sdraiato; io ho acceso la luce per leggere, ma le lettere danzavano sul libro senza riuscire a trovare forma.

Sai, ha detto lui nel buio, continuo a pensare dove abbiamo sbagliato. In fondo volevamo solo fare del bene.

Abbiamo sbagliato a credere, ho risposto piano. A credere nella riconoscenza, nellonestà, nel buonsenso. Anche tra parenti.

Ingenuotti, ha sospirato. Alla nostra età…

Sì, ho fatto eco.

Abbiamo spento la luce, nel silenzio sentivo ridere Francesca e Matteo da una stanza allaltra, la televisione, la loro vita che andava avanti senza preoccuparsi di noi. Nessuna gratitudine, nessun pudore.

E noi, proprietari, a vivere da stranieri in casa nostra.

Ecco, la vera perdita non è nemmeno la casa. È aver perso la fiducia: che la bontà venga ricambiata, che laiuto non si ritorca contro. La fiducia nei parenti, quella sì. Ora resta solo amarezza, uninfinita stanchezza.

Vittorio si è assopito subito, la sua respirazione regolare. Io, occhi spalancati, ascoltavo suoni distanti, pensieri in cerchio. Ogni notte, da allora, sogno la nostra casa di una volta: luminosa, nostra, silenziosa. Solo nostra.

Poi mi sveglio, e resto nel presente. Ma da domani, lo giuro a me stesso: mai più concessioni così. Sii generoso, ma prudente: questa la lezione soprattutto con chi dovrebbe capirti di più. Perché a volte, i muri più freddi sono quelli che si alzano nella propria casa.

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