Il nonno non c’è più

Il nonno non c’è più

Caterina era appena rientrata a Milano da unaltra trasferta di lavoro. Non aveva nemmeno fatto in tempo a togliersi il cappotto o a svuotare la valigia, quando il suo cellulare iniziò a vibrare: era sua madre.

La voce di Gabriella Manfredi era tesa, inquieta. Ma Caterina, stanca comera, non ci fece caso.

Forse era solo la spossatezza a offuscarle il giudizio.

Caterina, tesoro, sei già a casa?

Ciao, mamma. Sì, sono appena entrata. Finalmente. Ma perché mi chiami? È successo qualcosa?

Meno male… Sei a casa, meno male.

Caterina percepì subito che la madre voleva dirle qualcosa di importante, ma tergiversava, girava intorno, come se non sapesse da dove cominciare, o cercasse il coraggio per parlare. Forse, si disse fra sé, voleva solo raccontarle lennesima storia di vicinato, qualche pettegolezzo raccolto tra le comari del cortile. Ma ora non ne aveva proprio voglia.

Non desiderava altro che buttarsi sul letto e dormire, dopo il viaggio scomodo in treno di quella notte passata in bianco. Dal vagone accanto, una compagnia di ragazzotti non aveva mai smesso di far baccano, cantando stonati con la chitarra; e ben pensavano di intonare anche per lei una vecchia canzone popolare: Fiorivano le mele e le pere, la nebbia saliva dal fiume… e Caterina usciva sulla riva, su quella riva alta e scoscesa…

Se fosse stata di buon umore magari avrebbe sorriso… in quel momento, però, avrebbe voluto solo che si rompessero le corde della chitarra. Invece continuarono.

Mamma, ora riposo un attimo, mi sistemo e magari più tardi ti richiamo e chiacchieriamo con calma, va bene?

Ho paura che non sia possibile, sospirò la madre.

Non ho capito… Non è possibile cosa? Solo allora Caterina si rese conto che sua madre aveva la voce strana, soffocata.

Non riuscirai a riposare.

Perché, scusa? Io sono appena tornata da lavoro! Ho diritto a un po di pace. Nessuno mi disturberà, non ho ospiti e non devo andare da nessuno. Oppure cè dellaltro? Spero solo che tu non abbia lidea di piombare qui senza avviso!

Caterina… il nonno non cè più…

Caterina impallidì e, stringendo forte il telefono allorecchio, si lasciò cadere lentamente sul divano. Non si aspettava certo una notizia simile.

È stata la vicina, la signora Maria Fabbri, che mi ha chiamata stamattina. È andata da lui per portargli del latte, lha trovato sulluscio, sembra sia stato male… era ancora abbracciato al petto, come a tenersi il cuore. Devessere rimasto lì tutta la notte. Bisogna andare a Cremeno per il funerale, i vicini ci aiuteranno. Caterina, mi senti?

Caterina era talmente sconvolta che quasi non trovò le parole, ma riuscì a sussurrare un flebile Sì.

La signora Maria ha avvertito anche i parenti di nonno Arturo, ma nessuno vuole venire. Se ci fosse lasciato uneredità, avremmo forse pensato di fare il viaggio, ma così che senso ha sprecare soldi e tempo?, hanno detto. La casa, lo sai bene, non interessa più a nessuno.

Gabriella Manfredi fece una breve pausa prima di continuare:

Devo essere sincera: non ho alcuna voglia di tornare a Cremeno. Nonno stesso mi disse che non voleva vedermi più in quella casa, nemmeno per il funerale. Gli promisi che non sarebbe successo, e io le promesse le mantengo. Quindi, lunica speranza sei tu, Caterina. Puoi occupartene tu? Accompagni il nonno nel suo ultimo viaggio?

Per un po rimasero entrambe in silenzio. Il suo sguardo si posò sulla vecchia credenza, sopra cui riposava ancora lultima lettera di nonno, spedita, secondo il timbro postale, un mese prima. Purtroppo non laveva potuta ricevere subito, proprio perché era in trasferta.

Era la terza trasferta in sei mesi, e forse non sarebbe stata lultima. La società per cui lavorava aveva aperto una nuova sede a Verona, e toccava a lei sistemare tutto, visto che gli altri colleghi avevano sempre mille scuse: chi con problemi di salute, chi con figli piccoli, chi altro ancora… Solo lei, sempre libera.

Caterina… la voce della madre risuonò dallaltoparlante Non vorrei che qui si pensasse che abbiamo dimenticato il nonno. Era caratteriale, sì, ma era comunque un uomo. E tra te e lui i rapporti erano buoni. Che le dico alla signora Maria? Vai tu?

Sì, mamma. Certo che vado. Solo…

Caterina si alzò, raggiunse la credenza e strinse tra le mani la lettera, poi la posò di nuovo al suo posto.

Mamma, non capisco… Comè potuto accadere? Stava bene, a Capodanno era arzilla, pieno di vita.

Figlia mia, non lo so… Letà, Caterina, letà. Oggi gli uomini arrivano a malapena alla pensione, lui aveva già superato gli ottanta. Dobbiamo essere grati, sai? Riposi in pace.

Caterina era scioccata. Amava moltissimo il nonno e forse era lunica della famiglia a mantenere dei rapporti con lui. Né gli altri parenti di nonno Arturo, né sua madre lo sentivano più.

La frattura tra nonno Arturo e Gabriella era insanabile, nata dopo la morte di papà. Nonno laveva sempre ritenuta responsabile di aver schiacciato suo figlio con troppe aspettative, stressandolo tra turni e lavori, convincendolo a lasciare il posto da insegnante per le trasferte e guadagnare di più. Un uomo deve portare i soldi a casa, ripeteva Gabriella, per giustificarsi. Non sapevo avesse problemi di cuore, non si è mai lamentato. Ma un giorno papà non è tornato: il cuore non ha retto.

Al funerale, nonno Arturo urlò di dolore, ululando, tanto che tutti si strinsero a lui: Non dovrebbero essere i genitori a seppellire i figli. Così, da allora, tagliò ogni rapporto con la nuora, proibendole di mettere piede in casa sua.

Rimasero solo Caterina e suo nonno a scriversi ancora. Lui non si fidava di telefoni e computer: lettere, solo lettere. Cosa strana nellepoca di WhatsApp e delle email, così tutti in paese parenti e compaesani lo trovavano un po fuori, già segnato dai dolori: prima la moglie, poi il figlio…

Nellultimo mese i vecchietti della piazza lo dicevano sempre più toccato. Anche la fedelissima Maria, che aveva sempre preso le sue difese, iniziava a dubitare: parlava spesso da solo… o meglio con qualcuno che nessuno vedeva. Diceva di parlare con un gatto.

Eppure, nessuno aveva mai visto questo gatto.

Dopo aver chiuso la chiamata, Caterina lasciò il telefono sul letto, fissando il vuoto. Le lacrime, silenziose, solcarono il volto. Aveva tanto desiderato andare a trovarlo quellestate, ma le trasferte, una dietro laltra… Il suo capo, il dottor Rinaldi, non sentiva ragioni: Per legge, dottoressa Manfredi, posso chiederle la trasferta. Non le sta bene? Nessuno la trattiene. Dove trova uno stipendio così? E Caterina, grata per lo stipendio, aveva sempre accettato. Ma dentro sentiva che le mancava un po di umanità in quel modo di trattare le persone.

*****

Al cimitero, tutto si svolse come da prassi: dopo un minuto di silenzio, quando chiusero la bara di legno rosso scuro con lultimo chiodo, gli uomini calarono tutto dentro la fossa, tra le zolle di terra e i fiori freschi. Finisce qui? si domandava Caterina, incapace di realizzare davvero che il nonno non cera più.

No, non finiva lì. Restava il pranzo di commiato, con vino toscano e discorsi gentili a ricordare il defunto. Grazie a quei ricordi e a quelle storie, il nonno sarebbe sopravvissuto ancora, almeno nella memoria di chi laveva amato.

Quando il cibo e il vino finirono, i paesani uscirono a uno a uno, lasciando la casa in silenzio.

Non sono riuscita a salutarlo… sono arrivata tardi… pensava Caterina con dolore.

Per scacciare la malinconia, si mise a sistemare casa: aprì le finestre, lavò il pavimento vecchio, tolse la polvere, raccolse le poche vivande rimaste e sistemò tutto in frigo.

La casa, semplice e solida, esprimeva un calore tutto contadino, nonostante lausterità degli arredi. Guardando fuori, vide che si era ormai fatto sera. Uscì sul portico e inspirò a fondo laria odorosa.

Girando per il giardino, osservò le sue aiuole, le file ordinate dellorto che il nonno quel giorno non aveva più seminato forse aveva già intuito che era ora di lasciare tutto. Gli alberi di mele e i cespugli di ribes e lamponi erano in fiore. Il nonno non aveva mai permesso che la terra restasse incolta.

Chissà chi se ne prenderà cura adesso… sospirò, sistemandosi sulla panchina sotto al melo. Poi chiamò la madre.

Sei stata brava, Cate. Checché se ne dica, era comunque un uomo.

Era una persona buona, mamma, anche se portava sulle spalle troppo dolore. Non gli volere troppo male. Ha sempre amato papà più di ogni cosa, per questo ti ha detto certe cose.

Fai come vuoi, cara… sbuffò la madre Ma non porto rancore. Ora però dimmi, quando torni? Sei sola laggiù, e non hai paura?

Non torno subito. Ho preso dei giorni di ferie. Voglio restare ancora un po in paese. Qui, almeno, respiro. Ci sono anche i nove giorni. Magari tu verrai?

Io? Fino lì? E quando mai! Qui ho lorto da seguire, è tempo di semina!

Come vuoi, ma sappi che qui cè la tomba di papà, e tu non sei mai venuta a trovarlo, nemmeno per un fiore.

Ho sempre detto che dovevamo seppellirlo in città… Ma nonno non mi ascoltò. Ora, scusa, inizia la mia fiction preferita. Ti saluto, chiamami se serve.

Caterina sorrise con amarezza. Sua madre, come sempre, spariva quando la conversazione si faceva seria.

Rientrata, si preparò un tè con le erbe essiccate ribes, menta, melissa trovate tra le provviste del nonno, e ne bevve una tazza prima di andare a dormire.

Prima di coricarsi, riprese la lettera del nonno. Laveva già letta il giorno del suo ritorno, ma sentiva il bisogno di rileggerla.

In quella lettera, il nonno non le parlava di sé, ma di un certo gatto che chiamava Nero. Caterina non ricordava che il nonno avesse mai avuto animali domestici, era sempre stato indifferente alle bestiole.

Immagina, cara Caterina, che Nero adora il latte. Mi dicevano che agli adulti non bisognerebbe darlo, ma ieri se ne è scolato quasi mezzo litro. Dovrò chiedere ancora alla vicina di portarmene. Di solito una bottiglia basta per una settimana, ora invece termina subito. A quanto pare, Nero è affamato. Anche se continua a nascondersi; lho intravisto solo di sfuggita. Ogni tanto sento solo il suo sguardo sulla schiena. Spero che quando verrai, tu riesca a prenderlo o insieme lo troveremo. Credo sia stato molto maltrattato dagli uomini, e per questo li evita

Così scriveva il nonno di questo misterioso amico peloso. Ma di gatti lì Caterina, in tutti quei giorni, non ne aveva visto nessuno. Eppure, il giorno prima aveva avuto proprio la stessa strana sensazione: quella di sentirsi osservata alle spalle, voltarsi, ma non trovare nessuno.

Domani chiederò a Maria Fabbri chi sia questo Nero…

*****

Si svegliò allalba.

Dalle finestre arrivava la luce timida del sole, gli uccellini cinguettavano, dai cortili si levavano i richiami dei galli: la solita, sana, mattina di paese.

Caterina si alzò, spalancò la finestra e, a occhi chiusi, ascoltò i suoni dimenticati della campagna, che le ricordavano linfanzia, i pomeriggi passati a costruire casette per gli uccelli col nonno.

Si ricordò che doveva parlare con Maria.

Di quale gatto parli? si stupì la signora Fabbri.

Non lo so, davvero… Uno che il nonno chiamava Nero. Nellultima lettera ne scriveva sempre. Ma prima non ne aveva mai parlato.

Hmm… Ora ricordo. Circa un mese fa sentii Arturo parlare con qualcuno, diceva di mostrarsi. Guardai di là dalla siepe, ma non vidi nessuno con lui. Ogni giorno lo sentivo parlare con il suo amico invisibile, raccontandogli tutta la sua vita: della moglie, del figlio… e sempre chiamandolo Nero. Ma né io né nessun altro abbiamo mai visto un gatto in casa sua, e io sono sempre stata spesso da lui. Se gli chiedevo del gatto, la buttava sul ridere. Secondo me, ormai… Arturo era uscito un po di testa. Perché un gatto, se cè, si sarebbe visto. Ora, da queste parti di gatti neri proprio non ce nè!

Può darsi… rifletté Caterina Ma non credo che nonno fosse impazzito. Forse ci sono cose che non sappiamo. O magari Nero era davvero bravissimo a nascondersi. Ma nessuno in paese ha mai perso un gatto?

Nessuno, e di neri non ce nè qui.

Salutata Maria, tornò in casa e sinventò altro lavoro per non pensare: pulì il cortile, raccolse i rami, sistemò la legna.

Eppure, il pensiero andava sempre al misterioso Nero, di cui il nonno scriveva così tanto, ma che nessuno aveva mai visto.

Proprio allora, da un nascondiglio tra il glicine, due occhi neri la spiavano. Da giorni, Nero osservava quella ragazza nuova: tra tutta la gente vista da quando erano iniziati i funerali, era solo lei a suscitare in lui fiducia. Somigliava a nonno Arturo, quello che da qualche mese gli portava latte, pane, una fetta di salame o una polpetta.

Si guardava bene dal farsi notare. Tempi duri nella vita di Nero: troppe bastonate, troppe fughe dalle persone. Da cucciolo, maltrattamenti, poi calci e pietre. Era diventato un randagio che vagava da una cascina allaltra, sperando sempre di trovare un posto sicuro.

Quando aveva incontrato il vecchio, era stato subito attratto da quei suoi occhi buoni, da quella voce così calma. Gli piaceva ascoltarlo raccontare seduto sulla panchina sotto il melo o mentre lavorava in giardino. Avrebbe voluto avvicinarsi, ma la paura degli uomini lo frenava ancora.

Il giorno che sentì nellaria lodore della morte, si precipitò alla porta: era chiusa. Provò con una finestra, nulla. Rimase tutta la notte accoccolato sullo zerbino, emettendo lamenti così flebili da spezzare il cuore.

Ora però, con la ragazza in giardino, sentiva che qualcosa poteva cambiare: avvertiva in lei la stessa tenerezza che un tempo aveva sentito nel nonno.

Ma per ora continuava a osservare senza farsi scoprire: meglio non fidarsi subito.

Quel giorno, Caterina finalmente lo notò. Era il nono giorno, forse aiutata da una volontà celeste. Cerano ancora degli ospiti nei dintorni; solo quando si dileguarono, abbassò la guardia e lei lo vide.

Eccoti qui, sei tu, Nero! esclamò felice. Quindi era vero quello che scriveva il nonno. Dai, vieni qui, ti voglio conoscere!

Ma appena lei mosse un passo, Nero scomparve di nuovo nei cespugli.

Dai, non avere paura… mormorava sorridendo, sporgendosi tra lerba alta. Domani vado via, vorrei vederti almeno una volta. Non ti farò del male.

Sentendo quelle parole, Maria Fabbri che passava con una busta di focaccine per Caterina, rimase sconcertata. Si sporse sopra la staccionata e vide Caterina… ma di gatti neri neanche lombra.

Qui succede qualcosa… prima il nonno, adesso lei parla col gatto che non cè… Sarà contagiosa la pazzia? pensò sbigottita mentre tornava a casa, dimenticando le focaccine.

Più tardi, un vento scuro nascose il sole, il cielo si fece plumbeo e la campagna trattenne il respiro. Galline spaventate, tuoni lontani, il temporale stava arrivando.

Sta arrivando un temporale terribile disse tra sé Caterina guardando il cielo. Proprio allora le prime gocce cominciarono a picchiare sul selciato. Richiamò Nero più volte, ma lui non comparve.

Il povero gatto, intanto, tremava nascosto in un angolo, schiacciato contro la terra. Aveva molta più paura dei tuoni che degli uomini.

*****

La pioggia batteva forte sul tetto; a tratti rallentava, poi riprendeva con forza. Era ormai buio, e Caterina si rigirava nel letto senza prendere sonno.

Finché, allimprovviso, esplose un tuono spaventoso. Si rizzò, guardò fuori. Lampi talmente forti da far sembrare la notte giorno; le tende sbattevano al vento. In quel momento, due occhi accesi la fissarono dalla finestra.

Oddio! gridò, allontanandosi verso la testata del letto.

Qualcosa di nero e zuppo piombò nella stanza, attraversò la camera ai suoi piedi e si nascose sotto il letto.

È lui! È Nero! pensò Caterina.

Con pazienza, riuscì a farlo uscire, lo asciugò con un vecchio asciugamano e se lo portò accanto sotto le coperte. Mentre fuori infuriava la tempesta, ragazza e gatto si scaldavano a vicenda, trovando forza luna nellaltro.

Il temporale sembrava già meno minaccioso.

*****

Il mattino dopo, Caterina fu svegliata dal trambusto di Nero che cercava di aprire la finestra.

Era tornato il sole.

E dove credi di andare, furbetto? chiese sorridendo al gatto nero sul davanzale.

Nero si fermò, la guardò come a scusarsi di essersi lasciato andare la notte prima.

Miaaa… miagolò, grattando la finestra. Sembrava chiedere di uscire.

Non prima della colazione! ridacchiò Caterina. E poi decidi: vuoi restare qui o venire in città con me? Credo che il nonno vorrebbe che ti portassi con me. Lo vorrei anchio. Tocca a te scegliere però. Spero sia la scelta giusta.

Dopo averlo nutrito, lo lasciò uscire nel cortile e si mise a preparare la valigia. Mancavano ancora alcune ore al bus.

Quando uscì con la borsa pronta, trovò Nero già ad aspettarla, sdraiato sullo zerbino. Si alzò, la guardò negli occhi e le si strofinò sulle gambe.

Aveva deciso: avrebbe lasciato Cremeno con lei. Forse perché sentiva che lei, come il nonno, non gli avrebbe fatto mai del male, forse perché grazie a lei aveva vinto la sua paura degli uomini e del temporale, forse anche solo perché era stanco di scappare. Voleva solo essere un normale gatto di casa.

Bravissimo… sussurrò Caterina, accarezzandogli il muso. Sapevo che avresti fatto così.

Appena Maria Fabbri vide Caterina con Nero tra le braccia la ragazza era passata da lei per lasciare le chiavi della casa sgranò gli occhi.

Quindi… quello sarebbe il famoso gatto?

Proprio lui. Quindi, vedi che nonno non era impazzito. Nero esiste. Era solo spaventato, dalle persone, forse più dalle tempeste che da qualunque cosa. Ma adesso starà bene.

Eh, che sorpresa… prometto che bada la casa. Tu tornerai, vero?

Certo che sì. Io e Nero torneremo. Non so quando, ma torneremo di sicuro.

Bene, e prendi questi per il viaggio le porse la busta coi dolci.

Grazie, signora Maria. Di tutto cuore.

Sul pullman, mentre lasciavano il paese, Caterina guardò il cielo. Per un istante le parve di vedere nel profilo di una nuvola il volto del nonno sorridente, e lo stesso fece Nero: saltò sulle ginocchia, fissando la nuvola.

Il volto sorrideva benevolo, quasi le faceva locchiolino. Poi il bus partì, la nuvola sparì.

Ma se anche fosse stata solo unillusione, non importava. Caterina e Nero sapevano che nonno Arturo non se nera mai andato davvero: continuava a vivere nelle loro menti e nei loro cuori. E forse anche lui, ovunque fosse, era felice che la sua nipote e quel misterioso amico peloso si fossero finalmente trovati.

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