L’Artista

Artista

Questo gatto è proprio un demonio, Simonetta! Dobbiamo liberarcene! Tamara Borghese arricciò il naso con disgusto, osservando il gatto rosso e monco di un orecchio che le girava attorno ai piedi della sorella.

Ma che dici, Tamara? Simonetta sussultò spaventata. È un essere vivente!

Un essere, certo! È la parola giusta! Non credi, Simonetta, che si permetta un po troppo?

Il gatto, come se volesse dimostrare la verità delle parole dellospite, cominciò a soffiare, arcuando la schiena, muovendosi piano di lato verso lintrusa, come pronto ad attaccarla.

Ecco! Tamara indicò trionfante il gatto, arretrando istintivamente. Che ti avevo detto?!

Simonetta lo richiamò con dolcezza:

Artista, amore, basta! Tutto a posto!

Il gatto la guardò e, come per incanto, si tranquillizzò. Tornò ai piedi di Simonetta, sfiorandole la gamba malata come a controllare che andasse tutto bene, poi si sedette accanto a lei, vigile.

È un bandito! sbuffò Tamara, passando con cautela. E tu che gli dai retta!

Qualcuno dovrà pure volerlo bene, no? sospirò Simonetta.

Artista era arrivato tre anni prima, in un periodo buio per Simonetta. Aveva appena perso il marito e, poco dopo, lunico figlio. Restò sola: solo Tamara e qualche conoscente. Di vere amiche non ne aveva mai avute.

Aveva Tamara. La sorella maggiore.

Tamara era la più grande, ma la differenza era minima. Tuttavia, fin da bambine, i genitori erano soliti ripetere:

La nostra Tamara è la maggiore! Che responsabilità! Le si può affidare qualunque cosa, non si sbaglia mai! E Simonetta… Simonetta è il nostro angelo! Un sollievo del cuore. Un miracolo di bambina! Ma così distratta che guaio!

Crescevano così: Tamara la brava e brillante, Simonetta la pasticciona ma adorata.

Perché ti lodano sempre? Non lo capisco! si lamentava Tamara quando Simonetta portava a casa buoni voti. È normale studiare! Che cè da festeggiare?!

Ma io non sono intelligente come te, Tamara! Solo ogni tanto mi va bene.

Appunto! E loro ti fanno i complimenti! Tamara si rabbuiava, mentre Simonetta tratteneva il sorriso per non rischiare di infastidire di più la sorella.

Tamara, brillante, si laureò e quasi sparì di casa.

Come va, Tamara? attendeva Simonetta per cogliere qualche novità.

Si va avanti! Solo che il tempo non basta mai. Vorrei giornate di 48 ore!

Per studiare di più?

Ma che studiare! sbuffava Tamara. Per la vita privata! Come faccio a conoscere un uomo se corro ovunque e penso solo alla carriera?

Oh, non ci avevo mai pensato

Tu poi, piccola, quando mai pensi a qualcosa? rideva Tamara, non rendendosi conto che le sue parole ferivano la sorella. Sono cose da grandi, non per te!

Simonetta lasciava cadere largomento, custodiva la tristezza e, in fondo al cuore, faceva il tifo per la sorella. La stella doveva splendere, sempre. Lei poteva solo contemplarla.

Alla laurea, Tamara era ancora sola. Gli uomini la evitavano, intimoriti dal carattere deciso e dalla lingua tagliente. Né le suppliche della madre a smorzare i toni servivano a renderla più docile.

Mamma, cosa vorresti? Che faccia la donnina ottocentesca seduta in un angolo mezzo busto e occhi bassi? Ridicolo. Lascia queste cose a Simonetta! Non sono il mio stile!

Figlia cara, nessuno ti chiede di cambiare completamente… Sii solo un po più tenera. Ai ragazzi piace.

Mamma, come puoi saperlo? Sono altri tempi!

Forse hai ragione, sarà…

Un fulmine a ciel sereno arrivò quando Simonetta, cui tutti dicevano che la laurea non serviva e sarebbe stato meglio imparare un mestiere, presentò in casa il fidanzato.

Piacere! Questo è Paolo…

Paolo conquistò i genitori dal primo istante. Bello, intelligente, intraprendente. Lavorava come giornalista, agli inizi in una piccola emittente televisiva. Era agli inizi, ma già si faceva un nome.

Ciò che contava davvero era che era follemente innamorato di Simonetta. Una ragazza semplice, poco appariscente secondo i suoceri e Tamara, iscritta in una scuola sartoriale modesta.

Simonetta, del resto, amava cucire e vestirsi con gusto. Da sempre aveva scelto quel mestiere: per se stessa e per gli altri.

Ma Simonetta, che senso ha? Fare la sarta?! Tamara non approvava.

Tamara, non sono brava come te. Ma una bel gonna o una camicetta ben fatta sono una gioia… Voglio che le persone siano belle, felici, vestite bene.

Ma dai! Cosa ti passa per la testa?

Non so Ma il vestito che ti ho cucito ti sta bene. No?

A chi deve andare bene, a chi?!

A te! A me… A chi ci vede. Ti dicono che sei bella, fa piacere, no?

Già Cè chi vuole andare sulla Luna, e mia sorella…

E ancora una volta, Simonetta si chiedeva in cosa avesse sbagliato. Tamara, però, portava volentieri i suoi abiti. Simonetta non copiava modelli: li inventava di sana pianta. Si dedicava notte e giorno alla sartoria, ricamando fiori a mano sulle gonne della sorella, per poi sorridere vedendola felice davanti allo specchio.

Gli abiti di Simonetta erano così belli che spesso chiedevano a Tamara dove li avesse comprati. Ma lei non confessava mai la verità.

È un segreto!

Quindi sono importati? Hai parenti diplomatici?

Non dico nulla! È un mistero! schivava la domanda, orgogliosa però del talento della sorella.

Larrivo di Paolo fu un colpo per Tamara.

Come era possibile che la sorellina, priva di titoli e di bellezza, fosse la prima a sposarsi? Incredibile!

Al matrimonio, Tamara aveva il volto di pietra. Familiari e amici notarono subito che qualcosa non andava. Simonetta, in un abito creato da sé, era così bella che, per la prima volta, tutti la notarono e la ammirarono.

Una meraviglia! E lui è proprio un bel ragazzo! Auguri!

Forse fu la prima volta che Tamara avvertì quella sensazione feroce: linvidia. Si insinuò in lei, diventando un tarlo.

La sorella ha un marito bellissimo? E tu, nulla!

I genitori sono pieni di gioia e sognano i nipoti? Tu non ci pensare, non ti riguarda!

Simonetta brilla come se avesse preso la tua luce, e tu sei spenta. Così va la vita: cè chi ha tutto e chi niente.

Nemmeno finì la festa: Tamara sgattaiolò via, e quando arrivò a casa, urlò di rabbia contro il cuscino, maledicendo la sua sfortuna.

Eppure, alla prima domanda della madre rientrata a casa, Tamara si ricompose.

Tutto bene, mamma. Non preoccuparti!

Tamara sposò pochi mesi dopo, praticamente il primo che trovò. Suo marito era più grande, un po stempiato, robusto e molto intelligente. Subito intese ciò che Tamara desiderava dal matrimonio.

Posso darti tutto quello che vuoi, a patto che sia un accordo chiaro.

Condizioni?

Mi dai un figlio. Magari due. Svilupperai la tua carriera: ci penso io. Tata, donna di servizio, tutto quello che ti serve. Ti garantisco nessuna amante, mai metterò a rischio la tua salute. Tu mi dovrai solo fedeltà assoluta. Non tollererò tradimenti. E a casa voglio ordine e tranquillità, così da concentrarmi sul mio lavoro. È chiaro?

Tamara non esitò:

Accetto!

Paradossalmente, fu un matrimonio solido e riuscito. Mancava laffetto evidente che regnava nella casa di Simonetta e Paolo, dove cera così tanto amore che anche gli ospiti sorridevano entrando. Ma da Tamara cera serenità e certezza del domani.

Numerò per marito prima un figlio, poi una figlia, come da patti. I bambini crescevano con la tata. Le loro giornate erano programmate nei minimi dettagli, Tamara voleva che diventassero colti e ben educati. Lei era troppo impegnata: la tesi di dottorato, il lavoro, i ricevimenti, dove sfoggiava i vestiti creati da Simonetta senza mai rivelarne la vera origine.

Simonetta, invece, viveva senza fretta. Durante i turbolenti anni Novanta, cuciva a casa. Le clienti arrivavano per passaparola, lasciandosi lindirizzo sottovoce.

Una sarta fenomenale! Ma prende pochi clienti nuovi!

Così brava?

Incredibile! Hai visto il mio vestito rosa? È suo!

Ma sembra di uno stilista famoso!

Anche gli stilisti hanno cominciato in cameretta! Se Simonetta non ha paura, arriverà lontano, vedrai!

Tra i clienti di Simonetta cerano anche mogli dimprenditori e politici: mezza Milano la conosceva, così come molti del Teatro alla Scala. Non si ripeteva mai, sapendo che scandalo poteva nascere se due clienti si trovavano con la stessa creazione in un evento.

Quando le acque si calmarono, Simonetta aprì un piccolo atelier che presto divenne un salotto di moda. Lì si veniva per intessere conoscenze, per spettegolare o per passare inosservati. Il negozio era al piano terra in una bella palazzina storica trovata da Tamara, che lo aveva ristrutturato con attenzione.

Tamara fornì la strumentazione necessaria, con un prestito che le disse di non preoccuparsi dei soldi.

Sistemeremo tutto!

Era importante per Tamara sostenere la sorella. Aveva sensi di colpa per linvidia provata in passato; sentiva di essere almeno in parte responsabile per la fiammella che sembrava spegnersi in Simonetta. Guardando i suoi figli, Tamara però piangeva come una volta, perché il figlio tanto atteso di Simonetta, ladorato ragazzo, nacque malato.

Un bambino solare. Sentita quellespressione, Tamara la fece sua e lo chiamava affettuosamente Sole.

Amore mio! Sole mio! Ti ho portato i regali! accoglieva così il nipote.

E lui le sorrideva con unapertura che faceva venir voglia di rovesciare il mondo pur di vederlo felice.

Tamara, vuoi più bene al mio Carlo che ai tuoi ragazzi! osservava Simonetta, sorprendente di vedere il figlio, solitamente ombroso, abbracciare la zia. Ti aspettava tanto…

In parte era vero, ma Simonetta voleva credere che suo figlio fosse sano…

Tamara, consapevole della difficile situazione della sorella, soccupò di trovare una tata e laiutò ad avviare latelier.

Lavora, Simonetta! Ti fa bene! Paolo sempre in viaggio, ormai vi vedete di rado. Che senso ha restare chiusa in casa?

Non posso, Tamara. Ho Carlo…

Hai un grande atelier, fa una stanza dei giochi per bambini. Assumi personale. La tata la trovo io. Dirigi tu! Carlo accanto a te, sarai felice!

Che farei senza di te, Tamara?

A cosa serve una sorella, sennò? Dai, non farmi piangere! Ho impiegato unora a truccarmi! Ho un appuntamento!

Così andavano avanti.

Tamara seguiva la salute di sorella e nipote, cercava nuove soluzioni e medici. Carlo era cagionevole. Il cuore debole, altri organi che non funzionavano bene.

Tamara, non capisco piangeva Simonetta nelle rare confidenze. Dove ho sbagliato per meritare tanto dolore?

Non tu, tesoro! È solo destino, crudele forse, ma si supera. Carlo non sarà mai sano, facciamocene una ragione. Ma possiamo far sì che stia sereno e felice, Simonetta: cosaltro serve a una persona? Famiglia, calore, affetto, amore Possiamo farcela, no?

Credo di sì

Allora basta piangere. Guarda, ho trovato un nuovo neurologo: dicono sia il massimo! Lattesa è lunga, ma non importa! Ho già prenotato Carlo. Vedremo che dice.

Tamara…

Zitta, versa un altro tè! E un panino! Dalla mattina non metto niente sotto i denti!

Anche il marito di Tamara capiva e accettava le attenzioni della moglie verso il nipote.

Peccato non poter fare molto per il ragazzo. So che ti tireresti giù la luna se potessi. Se serve, chiedi pure. Aiuto io.

Queste poche parole significavano molto per Tamara. Ormai sapeva di amare suo marito, ma non dun amore folle come da giovani, bensì di un sentimento maturo, solido, conquistato con pazienza.

I figli crescevano, i genitori invecchiavano, e tra le sorelle non cerano più incomprensioni o rivalità.

Con chi confidarsi, se non con la sorella?

E non solo Tamara aiutava Simonetta. Un giorno, appresa una grave difficoltà del marito di Tamara, Simonetta chiese a Paolo di indagare e risolvere la questione. Fu uninchiesta estenuante che costò quasi la vita a Paolo, ma giustizia fu fatta. Anni dopo, Tamara la ringraziò con poche parole:

Non immagini cosa fate tu e Paolo per me. Prometto: finché vivrò, non vi mancherà mai niente.

Tamara mantenne la parola.

Le fu accanto quando Paolo si ammalò. Se ne andò piano, spegnendosi fra le braccia di Simonetta, che resisteva, ma con Tamara piangeva come da bambine:

Perché?! È ancora così giovane!

Tamara la sorresse durante il lutto, ricordandole che cera sempre Carlo.

Poi fu accanto a Simonetta anche quando il cuore del suo Sole smise di battere per sempre. Le due sorelle rimasero abbracciate davanti ai medici che spiegavano la tragedia, senza lacrime. Più tardi, dimenticate dellauto, tornarono a piedi per tutta Milano mano nella mano, senza una parola.

La maglietta gialla e le scarpe rosse…

Sì…

Non serviva spiegare: stavano accompagnando il proprio bambino, secondo i suoi gusti.

Dopo la morte del figlio, Simonetta crollò. Continuava a lavorare solo in automatico, lasciando tutto alle dipendenti. Tamara, passando in atelier, spesso la trovava con la testa reclinata sul tavolo da disegno, incapace perfino di tracciare una linea.

Simonetta…

Un attimo Solo un po di riposo, Tamara, va bene? sussurrava Simonetta, guardandola con occhi spenti.

Non puoi andare avanti così! Tamara stava per scoppiare a piangere.

Ormai posso tutto… Simonetta le accennò un sorriso stanco. Tanto…

Il giorno della svolta fu quello in cui apparve il gatto.

Nessuno sapeva da dove fosse arrivato quel micione malconcio, sporco, con lorecchio lacerato. La strada era trafficata, di gatti da quelle parti se ne vedevano pochi.

Provarono a cacciarlo via.

Via di qui! Sciò!

Ma lui si sdraiò sul gradino più alto, zampe e testa a penzoloni, fingendosi uno straccetto. Così lo trovò Simonetta, arrivata tardi quella mattina.

Ragazze, che succede?! chiese guardando la buffa scena.

Un gatto, signora Simonetta! È arrivato, si è piazzato qui e non vuole andare via!

È vivo almeno? Simonetta lo toccò con la punta della scarpa.

Il gatto socchiuse locchio, sospirò da umano, tirò fuori la lingua, come a dire: Che gente siete? Sto morendo, giuro! Tra poco di me non rimarrà nemmeno il ricordo! Manco il nome ho, e sono senza cibo da una settimana, per colpa vostra! Niente pietà, niente onore!

Simonetta lo osservò ed, evocando un sorriso dopo tanto tempo:

Che attore! Ragazze, vedete come recita! Stanislavskij impallidirebbe per linvidia! Va bene! Vieni qui, ora mangi e coccole non ti mancheranno.

Lo prese in braccio, lo esaminò scuotendo la testa:

No! Prima andiamo dal veterinario! Lorecchio non mi piace. E in generale…

Il gatto non fece resistenza. Sedette docile sul sedile accanto alla padrona verso la clinica, lasciandosi visitare dai medici, salvo un miagolio indignato per una puntura troppo forte. Poi, da vero sovrano, accettò il premio di Simonetta un paté morbido e la seguì fuori dalla clinica, orgoglioso.

Non ho mai avuto gatti. Come la mettiamo, Artista?

Il gatto imitò la Sfinge, fissando le auto di passaggio. Simonetta sorrise ancora.

Va bene! Troveremo un accordo. Vediamo se Tamara ti accetta

Naturalmente Tamara disapprovò il gatto. O almeno così sembrò. Lo apostrofava, ma in fondo si accorgeva che la sorella cominciava ad avere di nuovo uno sguardo vivo. Simonetta aveva qualcuno per cui dare tutto, dimenticandosi un po di sé stessa.

Simonetta, guarda come ti fissa!

Tamara, lascia fare! Da quantè che nessuno mi guarda così?

Come?

Con amore!

È un imbroglione! Ti prende in giro!

Meglio! Intanto mi scalda i piedi la sera e guarda la TV con me. Persino attento davanti allo schermo, come se capisse!

È colpa tua! Dovevi chiamarlo Minù o Romeo, non Artista!

Un nome che gli si addice! rideva Simonetta, e Tamara si scaldava il cuore.

La sorella aveva ricominciato a sorridere! Questo era tutto ciò che Tamara potesse chiedere, avrebbe perdonato al gatto qualsiasi marachella!

Ma accettò veramente Artista il giorno che rischiò di perdere Simonetta.

Era sabato, Tamara passava vicino latelier e decise di entrare senza avvertire. Da quando cera Artista, Simonetta aveva ripreso a creare: i suoi abiti erano richiesti come non mai, la nuova collezione aveva già una lista dattesa.

La luce era accesa: Tamara entrò con le sue chiavi.

Simonetta! Sono io!

Una saetta rossa le piombò tra i piedi, e Tamara urlò quando il gatto le morse la caviglia, rovinando i collant.

Artista! Sei impazzito? Che fai?!

Il gatto aveva un aspetto strano. Tamara si bloccò nel vederne gli occhi spalancati.

Oddio, sei diventato matto?

Afferrò un righello dal tavolo, pronta a minacciare il gatto, quando Artista emise un miagolio straziante, correndo tra lei e la porta della stanza che era stata la cameretta di Carlo Simonetta non aveva mai avuto il coraggio di trasformarla.

Cosa cè lì? chiese piano Tamara, come se il gatto potesse rispondere. E Simonetta dovè?

Si precipitò nella stanza, dimenticando tutto, e la trovò sdraiata sul pavimento, una foto di Carlo tra le mani.

Simonetta!

Ambulanza, ospedale, un giorno intero di rianimazione

Tamara vagava per i corridoi, incapace di calmarsi, pregando come sapeva fare, senza formule né parole.

Non portarmela via! Lasciala a me! Falla vivere!

Solo in seguito seppe che Artista, nella stanza dovera stato chiuso dalle collaboratrici di Simonetta, aveva miagolato disperato, un lamento mai sentito se non quando chiamava la padrona. Solo dopo il risveglio di Simonetta, il gatto si tranquillizzò, accoccolandosi in un angolo, rifiutando il cibo ma bevendo un po dacqua.

Dimissero Simonetta tre settimane dopo.

Prima in atelier, Tamara!

Ma dai, vengo io a portarti il demonio a casa!

No! Voglio vederlo.

Simonetta salì a fatica i gradini, le collaboratrici risero nel vedere una fiammata rossa che correva per i corridoi, si avvinghiava alle gambe della padrona e faceva le fusa come una motocicletta.

Oh, Artista!

Simonetta lo prese in braccio, accarezzando lorecchio ormai guarito, e confidò:

Mi ha chiamato, Tamara. Lho sentito Prima lui, poi te. Prima della clinica e anche lì, in ospedale

Lì? Cioè?

Non so spiegare. Sentivo la voce di Paolo, poi di Carlo, ma le sovrastava quella… Era lui. Poi sei arrivata tu…

È tutto così strano mormorò Tamara.

Ma pareva proprio che Artista sapesse. Tocca la padrona con la zampa sotto il mento, guarda Tamara e si rannicchia sulle sue braccia, finalmente in pace.

Mi sa che sono stata dichiarata degna Tamara si lasciò andare a un sorriso per la prima volta. Non so di cosa, ma approvata…

Artista socchiude un occhio, sguardo verde scintillante, e fa le fusa più forte, scacciando le tristezze e promettendo pace. E Simonetta sorride ancora, scaldando il cuore della sorella.

Dopotutto, cosa serve davvero nella vita? Chi ci vuole bene, e la pace nel cuore.

Così poco Così tanto ©Sotto il sole smorzato del pomeriggio, Tamara e Simonetta rimasero gomito a gomito nel piccolo atelier, tra rotoli di stoffa e colori di primavera. Artista sbadigliò sonoramente, strusciandosi tra due carretti di fili e bottoni, poi saltò sul banco da taglio, dove si distese a pancia in su, come una tela aspettando pennellate.

Simonetta sorrise, accarezzandogli il petto. Quella carezza sembrava sciogliere le ultime ombre.

Tamara… sai, forse non sarei più qui se non fosse stato per lui. E per te.

Tamara si voltò verso la finestra, per non farsi vedere commossa.

Non farmi complimenti, per favore. Sono sempre stata la sorella rompi… si interruppe, ridendo. Ho solo imparato che non conta avere tutte le risposte. Conta restare.

Ci fu silenzio. Poi, quasi fosse naturale, Tamara prese una stoffa lasciata lì, azzurra come il cielo dei ricordi, e la porse a Simonetta.

Ti va di cucire qualcosa insieme?

Simonetta esitò un attimo, come una bambina chiamata a giocare per la prima volta.

Facciamo un vestito per te?

No, per noi. Insieme. Per ricordare.

Artista spalancò un occhio, si stropicciò contro la mano di Tamara, approvando. La macchina da cucire iniziò a ticchettare, un suono leggero come il battito del cuore.

Fuori, la sera si stendeva dolce, accendendo le prime luci sulle strade. Qualcuno di passaggio alzò lo sguardo e si fermò, attratto dal riverbero caldo della lampada nellatelier, dove due sorelle, unite sotto il sorriso complice di un gatto, cucivano insieme un pezzo di futuro.

E da quel giorno, si dice, nellatelier di Simonetta ci sia sempre stato un piccolo spazio tutto per Artista. Un angolo con una coperta gialla e una ciotola rossa i colori delle magliette preferite di Carlo dove spesso lo si poteva vedere dormire, placido, come se avesse portato là tutte le malinconie per trasformarle, piano piano, in amore.

Perché certe storie, cucite con filo sottile, non finiscono mai davvero: restano nella trama delle vite che si intrecciano, e nel cuore, dove la dolcezza supera il dolore con un ron ron, un sorriso e un abbraccio, senza bisogno di altro.

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