Diario di Claudia Conti, Milano
Non riesco ancora a credere a quello che è successo ieri. Volevo segnarmi tutto, per cercare di dare un senso agli ultimi giorni, anche se le parole sembrano piccole davanti a quello che ho vissuto.
Dopo aver finito la visita dal mio medico di fiducia, il dottor Arcangelo Borghi, che conosco praticamente da sempre, lui, salutandomi alla porta, mi ha infilato rapidamente qualcosa nella tasca del cappotto, con movimenti cauti. Il suo sguardo era serio, intenso. Non ho detto nulla perché si è solo portato un dito sulle labbra, e da lì ho capito che dovevo stare attenta.
Uscita dal suo ambulatorio, nel corridoio dellospedale Fatebenefratelli, ho tirato fuori la carta che mi aveva passato. Era piegata, scritta alla svelta: Fuggi via dalla tua famiglia.
Ho pensato a uno scherzo di cattivo gusto. Ma quella sera i dubbi mi sono tornati alla mente, come mosche. Ho ripensato a quanto Arcangelo mi conosca bene, sin dai tempi di mio marito Paolo che ormai non cè più. Non lho mai visto così teso. Sarà letà, forse, mi son detta, e ho appallottolato la nota, ficcandola nel taschino del cappotto.
La mia vita mi sembrava così normale, quasi noiosa. Dopo la scomparsa di Paolo, il mio unico sollievo era la presenza di mio figlio Riccardo. Un anno fa ha portato in casa la sua fidanzata, una ragazza dai modi gentili, Caterina. Ho aperto le porte del mio appartamento dei Navigli con tutto il cuore. Si sono sposati e sono rimasti qui con me. Mamma, che facciamo, ti lasciamo da sola? Sei il nostro tesoro, ripeteva Riccardo, abbracciandomi. E io mi scioglievo.
Quel giorno sono rientrata a casa, il mio piccolo regno in via Vigevano. Ho sentito subito il profumo familiare della torta di mele la mia preferita. Era stata Caterina, lo sapevo. Mamma, bentornata! È arrivata correndo dalla cucina, tutta sorridente. Il medico che dice, va tutto bene? Mi lanica quei suoi occhi pieni di preoccupazione, così sinceri che la lettera del dottore mi è sembrata quasi una follia. Tutto ok, Caterina, la pressione balla un po, mi ha dato delle pillole nuove, le ho risposto, mentendo.
Le abbiamo fatto un decotto per il cuore io e Riccardo, con le erbe che ci ha consigliato la farmacista. Domani provi, vedrà che va meglio, ha detto prendendomi a braccetto. Ecco Riccardo che accorre: Ciao mamma! Oggi facciamo una festa tutta per te. La Cate ha trovato delle vitamine speciali, dicono che aiutano. Mi ha passato un barattolino, sorridendo. Grazie, ragazzi miei. Siete sempre così premurosi. Un calore mi ha attraversata, mescolato ad un senso indefinito di disagio: la loro attenzione a volte sembrava eccessiva, quasi soffocante. Ma mi dicevo che ero solo fortunata ad avere una famiglia così affettuosa.
La serata è passata tranquilla, come sempre. Mi servivano la parte più bella della torta, il loro infuso profumato e i complimenti non mancavano mai.
Tardi, sentendomi stanca, sono andata in camera. Mi stavo per addormentare, quando Caterina è entrata piano. Portava in mano un piattino con una grossa pillola bianca senza scritte e una tazza di tisana fumante. Mamma, ricordi di prendere la tua vitamina? Così dormi meglio stanotte, mi ha sussurrato dolcemente.
Ha appoggiato il piattino sul comodino, aspettando. Mi sono seduta sul letto, improvvisamente nauseata dal loro accudimento pressante. Non volevo però ferire Caterina. Ho preso la pillola, lho portata alle labbra, ma invece di ingoiarla, lho chiusa nel pugno di nascosto. Ho sorseggiato appena la tisana. Grazie, cara buonanotte.
Emettendo piano il respiro, ho aperto il pugno: la pillola, gessosa e opaca, era ancora lì. La butto domani, mi sono detta, infilandola goffamente sotto una vecchia cassettiera di legno.
Non avevo idea che quel piccolo gesto mi avrebbe salvato la vita.
Nel cuore della notte mi sono svegliata per un suono flebile, quasi un pigolio. Veniva da sotto la cassettiera. Ho acceso la lampada da comodino, messo i piedi a terra. Il suono si è ripetuto, debole. Ho provato un brivido. Accovacciandomi, ho sbirciato sotto larredo e sono rimasta senza fiato.
Lì sotto cera il nostro criceto, il piccolo Peluzzo, sempre così vivace a girare nella ruota. Questa volta giaceva riverso, le zampine che si muovevano poco. Occhi semichiusi, il respiro spezzettato.
Ho trattenuto un grido, coprendomi la bocca per non destare gli altri. Lho raccolto, lho stretto al petto. Era caldo, il pelo umido di sudore. Cosa ti succede, piccolo?, mi sono domandata, tremando.
Poi ho intravisto la pillola, proprio lì vicino, rotolata fuori dalla cassettiera; proprio il vitaminone che volevano farmi ingoiare Un lampo nella testa. Ho preso la pillola, lho guardata: liscia, anonima. Non era una vitamina. Era veleno. Peluzzo aveva trovato la pastiglia e laveva mangiata. Pochi istanti dopo, si è irrigidito tra le mie mani, e io ho sentito le lacrime scivolare sulle guance. Era sempre stato curioso, Peluzzo. Bastava un attimo a terra
Improvvisamente la nota del dottor Borghi mi ha colpita come un pugno: Fuggi dalla tua famiglia. Non era follia. Lui sapeva che ero in pericolo. Aveva rischiato tutto per farmelo capire.
Il cuore mi batteva forte, la stanza mi sembrava piena di presagi minacciosi. Dovevo agire subito ma senza fare rumore.
Ho avvolto Peluzzo in un fazzoletto e lho riposto su uno scaffale dellarmadio, per poi seppellirlo con calma. Prima, però, avrei dovuto pensare a salvarmi.
Mi sono avvicinata di soppiatto allarmadio, ho preso la sporta per lospedale: dentro, documenti, qualche euro, due cambi e il portafogli. Mi tremavano le mani ma mi imponevo la calma.
Ho preso anche la scatoletta delle vitamine e la bustina della tisana. Mi servivano come prove. Dentro di me, ancora incredula, sapevo comunque di dover stare attenta.
Sono uscita dalla camera. Silenzio assoluto, solo lorologio Skagen in salotto a segnare la mezzanotte. Forse dormivano davvero. O forse no.
In punta di piedi ho attraversato il corridoio, aperto delicatamente il portone dentrata. Ho richiuso alle mie spalle e giù, a passi rapidi per le scale.
Per strada cera una brezza frizzante, tutto silenzioso. Ho guardato verso le finestre di casa: tutto buio. Bene, ancora non si sono accorti che sono scappata.
Dove andare? Lunico pensiero era raggiungere Arcangelo Borghi, che abita vicino a Porta Romana. Ho camminato in fretta, voltandomi spesso, temendo irrazionale di vedere Riccardo o Caterina sbucare da un vicolo.
Arrivata sotto casa sua, ho digitato il suo numero sul citofono.
Chi è? La sua voce burbera, ma rassicurante.
Sono io. La prego, mi apra. Ho capito tutto.
Un attimo di silenzio, poi il portone che scatta.
Quando ho raggiunto lappartamento, Arcangelo era già sulla porta. Mi ha fatto entrare senza parlare.
Sapevo che saresti venuta, ha detto con calma. Siediti. Racconta.
Ho aperto la borsa, ho tirato fuori il barattolo e la pillola raccolta. Questo mi davano. E Peluzzo lha mangiata e
Arcangelo ha preso la pillola, lha esaminata, poi ha aperto una scatola di reagenti. Me laspettavo, ha commentato mentre eseguiva dei test. Da un po di tempo i tuoi esami mostravano strane sostanze che non quadravano con le tue condizioni. Ho iniziato a insospettirmi.
Sul suo volto è comparsa una smorfia preoccupata.
Questo è un neurolettico potente, per una donna della tua età può essere letale. Se ne avessi presi altri
Ho chiuso gli occhi, sopraffatta. I miei figli. Il mio Riccardo. Come era stato possibile?
Ma perché? domandai.
Lui sospirò. Capirai presto. Ora è importantissimo che tu non torni a casa. Qui sei al sicuro. Domani sistemeremo tutto insieme.
Il pianto mi è salito alla gola, ma era rabbia, più che paura. Sono sopravvissuta. E avrei scoperto la verità, a qualunque costo.
* * *
Sono passati sei mesi. Tutto si è chiarito a che prezzo però.
Le indagini sono andate avanti lentamente. Riccardo e Caterina, allinizio, hanno negato tutto: Sono integratori innocui, Il tè era solo rilassante, Peluzzo è stato solo sfortunato. Ma le analisi hanno inchiodato Caterina soprattutto: le pillole avevano dosaggi anomali di neurolettici, e il tè conteneva sedativi. Negli ultimi tre mesi, le mie analisi del sangue mostravano composti tossici che non centravano nulla con i miei problemi di salute.
Riccardo ha ceduto durante il secondo interrogatorio. Tra le lacrime ha confessato che Caterina aveva pianificato tutto, convinta che per il loro futuro dovessero avere lappartamento quanto prima. Era stata lei a procurarsi i farmaci, scegliendo il dosaggio, controllando che li prendessi ogni sera. Riccardo ripeteva di non aver voluto farmi del male, che era stato solo troppo debole per opporsi e che ora non si perdonava.
Caterina ha negato fino alla fine: Claudia si inventa tutto, Alla vecchiaia spesso si associano manie, Sono solo fantasie. Ma le prove erano incontrovertibili. È stata condannata per tentato omicidio, a Riccardo è stato inflitto un periodo di lavori socialmente utili.
Oggi abito in una cittadina sul Lago di Como. Il dottor Borghi mi ha aiutato a trasferirmi, ha chiesto a un suo collega di seguirmi e mi ha trovato un delizioso bilocale in affitto a un prezzo ragionevole. Le mie giornate passano tra passeggiate, la maglia che vendo al mercatino e qualche pomeriggio al circolo anziani dove mi sto appassionando al bridge. Dormo serena, senza paure.
Penso spesso a mio figlio. Mi fa male, non per la paura, ma per lamarezza. Ricordo i suoi abbracci, le sue parole dolci e il suo sorriso. Ma quelluomo non esiste più. Non riesco a perdonarlo. Non lo odio, però. So solo che la nostra famiglia era già finita da tempo.
Porto sempre nel cuore Peluzzo. Nel soggiorno, sullo scaffale, cè una sua foto vicino a un piccolo criceto di peluche che ho comprato per ricordarlo. Ogni sera gli lascio una fragolina, come se fosse ancora qui. Lui mi ha salvato. Senza saperlo.
Il dottor Borghi mi viene a trovare ogni tanto, controlla che stia bene e mi porta sempre un libro. Lultima volta ha detto: Sai, a volte penso che il nostro lavoro sia salvare la persona prima del paziente. Capire i pericoli che non si leggono negli esami.
Ho annuito, sorridendo. Perché ora so davvero che la vita ricomincia. Anche dopo un tradimento. Anche quando sembra che tutto sia perso. Soprattutto quando, finalmente, sei di nuovo al sicuro.




