Il profumo della casa di riposo

Il profumo di una casa di riposo

Sai di cosa odori? Di casa di riposo. Di canfora e vecchiaia. Non posso più farcela così.

Allegra era ferma alla finestra e guardava il cortile, dove la gatta della vicina attraversava una pozzanghera con piccoli passi prudenti. Le parole di suo marito Filippo le arrivarono ovattate, come attraverso il cotone, e lei non si voltò subito. Poi però si girò.

Filippo era in piedi in cucina con una camicia azzurra appena stirata. La stessa camicia che lei gli aveva comprato al mercato di Porta Palazzo ad aprile, perché aveva detto: Mi serve qualcosa di leggero, che non si gualcisca. Lei aveva scelto con attenzione, accarezzando il tessuto, domandando alla venditrice la composizione. Intanto lui era rimasto in macchina ad ascoltare la radio.

Mi senti? chiese lui.

Ti sento, rispose Allegra.

La sua voce uscì calma. Lei stessa ne fu sorpresa.

Filippo appoggiò una borsa sportiva sulla sedia. Grande, blu, col logo di una marca che da anni non guardavano più. Allegra la conosceva: era rimasta in soffitta, sotto gli scarponi da sci, inutilizzata da almeno otto anni.

Me ne vado, disse lui. Lo abbiamo capito entrambi: doveva succedere da un pezzo.

Allegra guardò la borsa, poi le sue mani, tranquille, ferme, senza incertezze. Non giocherellava con i polsini, non distoglieva lo sguardo. Aveva già deciso da tempo; ora stava solo dicendo ad alta voce ciò che era già realtà.

Da un pezzo, ripeté lei.

Sì. Lui fece spallucce. Allegra, non voglio scenate. Semplicemente… siamo persone diverse. Tu sei sempre qui, con tua madre, tra terapie e questo odore. Io non riesco a vivere così.

Lodore. Lei pensò allodore. Cinque anni. Cinque anni che si svegliava allalba perché Maria Grazia si svegliava allalba, come gli anziani malati che vivono secondo altri ritmi. Cinque anni di olio canforato, pannoloni che ormai chiamano delicatamente teli assorbenti, cinque anni di tosse dietro il muro, di chiamate al pronto soccorso in cuore alla notte. Il suo lavoro chiuso nelle cartelle della stanza-studio, dove entrava sempre meno, perché non cera tempo, perché non cera chi aiutasse. Perché proprio Filippo aveva detto: Allegra, non cè nessun altro, lo sai anche tu.

Lo sapeva.

Parti adesso? chiese Allegra.

Sì.

Daccordo.

Lui la guardò, aspettandosi forse altro. Forse le lacrime. O una domanda: Da chi vai? Ma lei non lo chiese. Non perché non sapesse la risposta, ma perché in quel momento la domanda le sembrava inutile.

Filippo prese la borsa e rimase qualche secondo fermo davanti alla porta.

Lascio le chiavi sul mobile dellingresso.

Va bene, annuì Allegra.

Scattò la serratura. Poi il portone, i passi giù per quattro piani, un suono che Allegra conosceva perfettamente. Poi, il silenzio. Non il silenzio normale, ma quello forse più raro, che si sente quando si spegne una radio lasciata accesa da così tanto che ci si era assuefatti.

Allegra guardò le chiavi sul mobile. Poi la sedia, dove stava la borsa. La borsa non cera più.

Tornò in cucina e aggiunse acqua nella moka.

Cinque anni fa, Maria Grazia aveva avuto un ictus proprio lì, a tavola, durante la festa di compleanno di Filippo. Allegra quel giorno aveva fatto una crostata di amarene; Maria Grazia aveva detto buona, poi aveva lasciato cadere la forchetta e guardato Allegra in modo che la figlia aveva capito subito. Allegra aveva chiamato lambulanza. Era salita con lei, le aveva tenuto la mano che non rispondeva più.

Filippo quella sera era a una cena aziendale. Rispose solo al terzo tentativo.

Poi i medici avevano detto: paralisi parziale a sinistra, riabilitazione lunga, bisogno continuo di assistenza, meglio a casa se cè qualcuno sempre presente. Filippo allora aveva detto: Tanto adesso lavori poco, Allegra. I tuoi progetti… non è che siano il nostro reddito principale. Lei non aveva litigato. Aveva raccolto i suoi progetti, messi in una scatola e lasciati nello studio.

La moka sbuffava. Allegra preparò il caffè, si mise davanti alla finestra a guardare il cortile. La gatta era sparita. La pozzanghera invece cera sempre.

Per i primi tre giorni Allegra uscì di casa pochissimo. Non perché non potesse, ma perché non sapeva dove andare. Il corpo ormai viveva per abitudine: sveglia alle sei, terapie alle sette e mezza, colazione alle dieci, pranzo alluna, alle quattro la consueta passeggiata sul balcone in poltrona, alle sette si metteva a letto. Ora, senza quel ritmo, non sapeva dare un senso alle proprie giornate.

Camminava da una stanza allaltra. Guardava le cose. La carrozzina contro la parete del salone. I sacchi con i teli sotto il letto. La scatola dei medicinali sullo scaffale in corridoio, tutto annotato di suo pugno: mattina, sera, pressione. Maria Grazia era morta tre mesi prima, in silenzio durante il sonno, e tutto restava lì, immobile. Filippo non toccava niente, e lei non aveva la forza di farlo.

Il quarto giorno, tirò fuori tre grossi sacchi neri per i rifiuti e iniziò.

Lavorò in modo metodico, senza fretta. I teli, cateteri, guanti, le buste dei farmaci, una dopo laltra. Poi la carrozzina: smontarla fu la parte più difficile, ricordava le passeggiate lunghe, Maria Grazia che fissava gli alberi con occhi di chi sa che li rivedrà forse per lultima volta. Allegra portò fuori la carrozzina, pezzo dopo pezzo, in tre viaggi in cantina.

Poi restò a lungo sotto lacqua calda della doccia.

Quando uscì e si guardò allo specchio, vide qualcosa che non riconosceva da tanto: sé stessa. Non una badante, non una moglie, non solo la figlia. Solo una donna di cinquantadue anni, i capelli bagnati, striati dargento che non tingeva ormai da tempo, perché non cera motivo.

La mattina del quinto giorno chiamò il parrucchiere.

Lestetista si chiamava Sonia, una trentenne dalle mani rapide e sicure. Quando Allegra disse che voleva tagliare la lunghezza e fare qualcosa con il colore, Sonia non fece domande. La osservava allo specchio con lattenzione professionale che ricordava quella di un buon medico.

Avete un bel colore naturale, disse Sonia. Potremmo fare qualche colpo di luce, così gli argenti sembrano voluti. Molto attuale. Taglio medio, scopriamo il collo: è molto bello.

Faccia pure, acconsentì Allegra.

Stette in poltrona due ore, guardando nello specchio affiorare una donna diversa. Non nuova: la stessa, ma finalmente lavata via da tutto ciò che negli anni si era sedimentato.

Quando uscì, tirava vento. Freddo, di ottobre. Le scompigliava il taglio nuovo, così corto dietro la nuca, e Allegra si rese conto che non sentiva il vento tra i capelli da tempo. Era tanto che non si fermava semplicemente per strada. Sempre di corsa: in farmacia, in ospedale, a casa.

Adesso non aveva più fretta.

Comprò un caffè al bar sotto casa e lo bevve camminando.

Il divorzio durò quattro mesi.

Filippo si presentò in tribunale con un avvocato giovane ed elegante che parlava veloce e guardava tutti dallalto. Allegra andò da sola. Non era una dimostrazione; semplicemente non vedeva il senso di un avvocato, perché non voleva lottare per niente.

Alla seconda udienza, Filippo venne con lei.

Allegra notò la donna nel corridoio: giovane, trentacinque forse, capelli chiari raccolti, cappotto a quadri, tacchi alti. Poco distaccata, guardava il telefono con entrambe le mani, laria di chi è lì per caso.

Allegra lo annotò con curiosità. Nessuna superiorità nello sguardo: semplice distanza.

Allegra, sussurrò Filippo. Possiamo parlare dellappartamento?

Non serve, rispose lei.

Ma…

Filippo. Gli rivolse uno sguardo calmo. Voglio solo lo studio. Quello che era mio già prima del matrimonio. Il resto: casa, macchina, campagna… come vuoi.

Silenzio.

Sei sicura?

Sicura.

Lavvocato prese nota. Filippo la guardava: cercava di capire se avrebbe fatto resistenza, se avrebbe rivangato gli anni, Maria Grazia, i sacrifici.

Lei non ricordò nulla: non perché non ne avesse diritto, ma perché non voleva quella conversazione né le scuse o le lacrime, che ancora non erano arrivate, ma sentiva pesare dentro.

Lo studio era in via delle Rose, secondo piano di una vecchia casa, ventidue metri quadrati, soffitto alto, grande finestra a nord. Allegra lo aveva comprato dopo la laurea, a trentatré anni, con i risparmi messi da parte faticosamente. Cera ancora il suo tavolo da architetto, vecchio ma familiare. Le mensole con le cartelle. I vasi con le piante, tenaci e serene sul davanzale.

La prima notte dopo la sentenza la passò lì.

Sul divano letto, guardava il soffitto e si chiedeva: e adesso?

Nessuna risposta. Ma non spaventava come avrebbe dovuto.

Primo tentativo di ricominciare: chiamò il VerdeInCittà, uno studio di paesaggistica dove lavorava anni prima. La segretaria la riconobbe, la trasferì subito a Marco, il capo. Marco ricordava i suoi lavori, in particolare il parco del reparto di pediatria, le disse parole gentili. Ma poi:

Allegra, lo sa che cinque anni sono un periodo molto lungo. Il mercato è cambiato, i programmi anche, la clientela ha altre esigenze. Abbiamo bisogno di chi sia subito pronto, operativa…

Capisco, rispose Allegra.

Se servisse, la richiamiamo.

Sapeva che non lavrebbero richiamata.

Secondo tentativo: una vecchia compagna di scuola, Marilena, lavorava in uno studio privato. Marilena fu felice di risentirla, ma in pochi minuti anche lei iniziò a parlare di nuovi requisiti, ragazzi più aggiornati, grande concorrenza.

Terzo tentativo, più che altro per routine: il settore comunale del verde. Risposero che lorganico era completo.

Allegra posò il cellulare e guardò fuori: strada, novembre, alberi nudi, passanti infreddoliti nei cappotti. Cinque anni sono tanti, pensò. Non dentro di sé, dove sentiva di avere vissuto quegli anni; fuori, era cambiato il paesaggio. Il posto che aveva lasciato in ordine era ormai occupato da altri.

Aprì il laptop, iniziò a guardare le ultime versioni dei programmi per paesaggisti. Leggeva fino a notte, annotava appunti, provava funzioni nuove e altre che parevano solo ribattezzate.

A dicembre trovò lavoro, non quello desiderato, ma un lavoro: assistente in un piccolo vivaio ai margini della città. La titolare, zia Vera il nome le sembrò quasi ironico era donna decisa, che misurava tutto con un solo criterio: A che serve?

Se la cava con le piante? chiese zia Vera.

Me la cavo.

Allora va bene. Lo stipendio è poco, ma il lavoro è vero.

Il lavoro era davvero vero: Allegra arrivava alle otto, curava le piantine, faceva trapianti, consigliava i clienti. Non era ciò che sognava, ma era reale. Mani nella terra, odore di foglie e di torba, file di vasi dove qualcosa cresceva.

Fu lì che sentì parlare della serra.

Zia Vera accennò a mezza voce che in via del Fiume cera una vecchia serra abbandonata annessa a un orto botanico storico. Il direttore stava cercando qualcuno, ma nessuno andava.

Allegra non ci andò subito. Rimase giorni a pensarci. Poi, una domenica, il vivaio era chiuso e lei prese il cappotto, uscì di casa e andò.

La serra era in fondo al parco, dietro le querce. La prima cosa che notò fu il vetro, tanto vetro impolverato, dietro cui si intuiva qualcosa di confuso e vivo. Il telaio di metallo arrugginito, alcune lastre di vetro sostituite con compensato. Il sentiero verso lingresso era coperto di foglie.

Ma dentro…

Allegra aprì il portone pesante, avvolta subito da unondata di aria calda e umida.

Il caos dentro era vivo. Le piante crescevano a modo loro: alcune si protendevano verso la luce, altre si erano adagiati sui vasi vicini, una liana abbracciava ancora la vecchia struttura ed era arrivata quasi al soffitto. Cerano alberi di mandarino con piccoli frutti, vasi di palme ormai enormi per lo spazio che avevano, e persino orchidee su vecchie mensole, segno che una volta lì cera stato affetto.

Allegra stette a guardare e qualcosa dentro di lei, rimasta compressa tanto a lungo, iniziò a distendersi.

Ha un appuntamento?

Si voltò. Un uomo anziano le veniva incontro da un corridoio laterale, maglione di lana, occhiali sulla fronte, mani robuste tradivano chi lavora sempre con le piante.

No, mi scusi… lho vista da fuori e sono entrata. Se non si può, vado via.

Perché non si dovrebbe? rispose lui. Ferruccio Poggi, direttore, se il titolo vale ancora qualcosa.

Allegra Basile. Sono architetta paesaggista.

Lui si fermò a riflettere.

Architetta, dice.

Sì, con una pausa di cinque anni.

Restò in silenzio, non giudicava, sembrava solo pensare.

Venga, le faccio vedere, disse poi.

Giravano da quasi due ore. Ferruccio spiegava: cosa cera stato, cosa cera, cosa si era tentato e fallito. La serra era stata chiusa sette anni prima per restauro temporaneo mai iniziato; cambiò la direzione e rimase in uno stato sospeso: né aperta, né chiusa, né distrutta, né sistemata.

Ferruccio aveva ottenuto un permesso per occuparsene, ma era da solo, ogni giorno tra annaffiatoi, potatura e chiacchiere con le piante, come fanno quelli che le amano davvero.

Posso aiutare, disse Allegra.

Non posso pagare.

Non importa.

Lui la fissò a lungo.

Allora venga da giovedì.

Lei tornò, e poi ancora, poi ogni giorno. Lasciò il vivaio, zia Vera non se la prese, le disse solo: Hai la testa troppo piena per star dietro ai vasi.

La serra divenne il suo primo vero progetto dopo anni.

Iniziò dallinventario: catalogò ogni pianta, la sistemazione, le necessità. Ci mise tre settimane, dettagliando tutto come da programma, ma a mano, come ai tempi delluniversità.

Poi studiò lo spazio. La serra era ampia quasi quattrocento metri quadri ma disordinata, vasi qua e là, senza schema né percorsi. Allegra disegnava planimetrie. Di sera, nello studio, col foglio davanti, a mano come da studentessa; era più facile pensare così.

Ferruccio guardava i suoi disegni e annuiva.

Qui farei larea degli agrumi, spiegava Allegra. Amano laria più secca, si possono mettere insieme: mandarini, limoni, kumquat. Sono belli e profumati.

E il profumo, sì… in inverno, tornare e sentire odore di agrumi è speciale.

Al centro teniamo le palme alte, danno il senso dellaltezza, lo spazio cambia. Sotto, cespugli tropicali, e un piccolo sentiero.

Un percorso, certo. Perché la gente cammini.

La gente verrà, vedrà.

Non era una speranza. Allegra lo credeva sul serio: la gente va sempre dove qualcuno pensa per loro, dove lo spazio è fatto per star bene.

Passò linverno a lavorare: trasportava piante, trattava coi fornitori usando i pochi risparmi rimasti dal divorzio. Sistemava vetri, trovava artigiani. Ferruccio le era sempre accanto, faceva tutto ciò che poteva; curava, bagnava, parlava alle piante come si parla onestamente, senza paura di sembrare strani.

A gennaio, Allegra telefonò a Rita, la più vecchia delle amiche. Rita, che per anni aveva provato a invitarla a uscire e poi aveva smesso, stufa di sentirsi rispondere: Cè mia suocera, non posso lasciare mamma da sola. Rispose dopo tre squilli, rimase in silenzio, poi:

Sei viva?

Sì.

Meno male. Che fine hai fatto?

Ci vorrebbe tempo per spiegare. Rita, sei a casa?

Sì, sto mangiando le lasagne. Vieni.

Andò. Sedettero in cucina, bevvero tè, poi qualcosa di più forte, e Allegra raccontò tutto. Rita ascoltava senza giudicare, senza dare consigli o fare esclamazioni. Solo, ogni tanto, un capisco, un già. Ed era esattamente ciò di cui Allegra aveva bisogno.

E Filippo, lo sa della serra?

Perché dovrebbe?

Così, per sapere, rispose Rita, versando altro tè. E tu come stai, Allegra?

Sto… bene. Per la prima volta da tanto.

Rita annuì, non aggiunsero altro.

A febbraio successe qualcosa di inaspettato.

Allegra stava sistemando nuovi vasi di gerani e un grosso rosmarino comprato per pochi euro al vivaio. Ferruccio era impegnato in fondo alla serra, Allegra lavorava sola. A un certo punto sentì la porta aprirsi; alzò lo sguardo.

Un uomo di quasi sessantanni, giacca, tablet sotto il braccio. Robusto, occhi attenti, nei movimenti una pacatezza di chi lavora in situazioni complicate.

Scusi… Ferruccio Poggi?

È in fondo, a destra, dietro le palme.

Grazie. Non andò subito, osservò lambiente. Sta diventando bello. Ricordo come era qualche mese fa… diverso.

Diverso, già.

È merito vostro?

Mio e di Ferruccio.

Ma lidea è vostra, disse, non aspettando risposta.

Lei lo guardò: osservava la disposizione delle piante con quello sguardo da tecnico che coglie la struttura e non solo lestetica.

Lei chi è?

Alessandro Parisi. Ingegnere. Sistemo le coperture, cerano infiltrazioni.

Terza e settima sezione, giusto?

Lui la fissò diverso.

Come fa a saperlo?

Sono qui ogni giorno.

Se ne andò da Ferruccio, tornò dopo venti minuti con i documenti, discuteva mentre camminava, la salutò, poi si fermò:

Posso fare una domanda?

Certo.

Quei mandarini, là in fondo… fioriranno a primavera?

Dovrebbero, se la temperatura regge.

Come si capisce che stanno partendo i fiori?

Un attimo di silenzio.

Le gemme si gonfiano, verdi scure. Se le vede, tra tre settimane ci sarà la fioritura.

Grazie mille.

E sparì.

Ferruccio apparve, visibilmente soddisfatto.

Bravo ragazzo, Alessandro. Lavora per noi ormai da due anni, molto puntuale.

Ingegnere edile?

Ingegnere strutturale. Si occupa di recupero di edifici storici. La serra lo affascina.

Allegra tornò ai vasi di rosmarino.

Da allora Alessandro tornò spesso: per lavori, per controlli, ma anche solo per guardare. Camminava lentamente, prendeva appunti. Parlavano poco allinizio, poi un giorno si incontrarono tra i limoni.

Scusi, posso domandare… lei che faceva prima?

Paesaggista. Spazi pubblici urbani.

Si vede.

Dalla serra?

Da come sono disposte le piante. Non solo bellezza, cè ragionamento sul movimento delle persone.

Allegra lo fissò: quanto era che nessuno la riconosceva per la sua professionalità?

A marzo aprirono le porte a tutti. Niente inaugurazione ufficiale: solo un cartello al cancello e su Facebook. Il primo giorno vennero sette persone, la settimana dopo una trentina. La gente si fermava tra i sentieri, odorava gli agrumi, fotografava le palme. Unanziana restò a lungo sullarbusto di rosmarino, a raccontare di quello che aveva sua nonna.

Funziona, osservò Ferruccio.

Funziona, davvero.

Allegra, lamministrazione ha trovato un piccolo budget. Non tanto, ma almeno…

Come si chiama?

Specialista principale del verde. Suona burocratico, ma è quello che fa già.

Benissimo, rispose Allegra.

Benissimo ora aveva un altro valore: non ok, non va bene a forza, ma una semplice verità.

Ad aprile Alessandro la invitò per un caffè.

Non era romantico: So un posto buono, lei lavora da ore ormai senza sosta. Era la verità. Lei acconsentì, e scoprì che lui aveva una figlia in unaltra città, era divorziato da otto anni, il lavoro era sempre in giro e a lui piaceva, perché ogni luogo insegnava qualcosa.

Perché edifici vecchi?

Perché dentro cè la storia, rispose lui. Quando entro in questi posti, sento la voce di chi li ha pensati, costruiti, modificati, salvati. È un dialogo tra epoche.

Allegra guardò fuori dalla finestra.

E la serra?

La serra è speciale. Qui il dialogo continua. Qualcosa è ancora vivo.

Vivo, già.

La guardava con attenzione piena: solo attenzione, sincera.

Conversarono ancora a lungo, poi Alessandro laccompagnò alla serra.

Domani passo a vedere la terza sezione, disse. Cè ancora un giunto che perde.

Perfetto.

Quando si allontanava, Allegra pensava: da quanto non sentiva questo respiro più leggero, lessere semplicemente accolta?

Rita, venuta a sapere di Alessandro a maggio, volle subito i dettagli.

Dici che è una cosa seria?

Rita…

Cosa Rita? Domando!

Non lo so. Per ora no.

E lui?

Non ho chiesto.

Allegra Basile! Alla tua età…

Cinquantatré, puntualizzò.

Appunto! Chiedi!

Risero insieme. Allegra rideva senza alcun motivo, senza chiedere permesso a nessuno.

Di Filippo sentiva parlare dagli amici comuni, con quella cautela che si usa quando non si sa se è il caso.

Chiamò Nives, la vicina di casa.

Allegra, non voglio impicciarmi, ma hai saputo?

Cosa?

Quella con cui stava, Beatrice, se nè andata. Ha fatto le valigie a maggio e basta. Lui voleva figli, lei no… o il contrario. Boh.

Va bene, Nives, grazie.

Poi chiamò anche un collega di Filippo, Andrea, dopo mesi.

Allegra, ti dico solo… Filippo gli hanno chiesto di lasciare la società. Non ieri, già da tre mesi. Non sapevo se dirtelo.

E perché ora?

Silenzio.

Mi ha chiamato diverse volte. In questo periodo è a pezzi.

Andrea, sono felice che gli stai vicino. In questi momenti serve. Ma io cosa centro?

Nulla, perdonami.

Allegra uscì in serra. Era giugno, la glicine in fiore nel parco, dentro giù i condizionatori. I mandarini avevano i frutti piccoli. Le palme erano sempre imponenti.

Prese lannaffiatoio e camminò tra i vasi.

Pensava ancora a Filippo? Sì, a volte. Non spesso, ma sì. Ricordava anche i momenti belli, che cerano stati. Gli anni migliori erano stati quelli in cui tutto sembrava andare, prima che la distanza silenziosa si insinuasse: meno attenzioni, più nervosismo, sempre meno domande. E anche lei aveva sbagliato: si era annullata, invisibile in casa sua.

Ma quelle parole. Odore di casa di riposo.

Lasciò lannaffiatoio accanto al limone e guardò le foglie: lucide, forti, vive.

Era stato crudele. Parole usate non solo per andarsene, ma per farla sentire in torto.

Poi riprese ad annaffiare.

Alessandro veniva in serra qualche volta al mese; a volte per controlli, altre solo a parlare. Discutevano di lavoro, città, libri letti diversi, ma entrambi appassionati. Un giorno portò fichi comprati al mercato: Ho pensato che in serra si possa piantarli. Ferruccio fu entusiasta, Allegra spiegò che sì, ma…

Stava parlando e capì che Alessandro ascoltava, non aspettava solo il suo turno. Ascoltava davvero.

A luglio andarono insieme alla mostra di architettura in centro. Alessandro conosceva metà degli espositori, spiegava ogni progetto, chi laveva pensato, dove era nato un errore. Tutto molto concreto e coinvolgente.

Da quanto lavori in conservazione?

Da quarantanni. Prima costruivo il nuovo. Poi ho capito che il vecchio è più interessante.

Perché?

Perché contiene errori veri, umani. Quando li trovi, entri in contatto con chi li ha fatti un secolo fa. Sembra strano, ma è bello.

Allegra ci pensò a lungo: imparare dal passato non come fallimento, ma come comprensione di altri errori, quelli che si possono accettare senza giudizio.

Lestate fu rovente. Sempre più persone venivano in serra: prenotavano visite, portavano bambini. Una maestra organizzò lezioni di scienze. Ferruccio era raggiante.

Tutto merito tuo, diceva. Tutto tuo.

Nostro, ribatteva Allegra.

No no, lidea è tua. Io ho solo portato lacqua.

Ridevano insieme, poi Allegra tornava al suo tavolo a lavorare. Era già partita col progetto di ampliamento: lo stabile accanto poteva essere dedicato a laboratori per i piccoli. Mancavano soldi ma aveva trovato due bandi adatti, e Ferruccio portava gli occhiali per leggere i regolamenti con religiosa attenzione.

Settembre. Una sera, il cellulare suonò.

Non aveva mai cancellato il numero. Guardò: Filippo.

Aspettò qualche secondo.

Sì.

Allegra. Sei impegnata?

Sì. Dimmi.

Nulla di grave. Ho bisogno di vederti.

Perché?

Devo parlarti. È importante.

Andò verso la finestra. Era sera di settembre; la gente rientrava a casa, qualcuno aveva le borse della spesa.

Filippo, di cosa dovremmo parlare?

Di molte cose. Allegra, qui… sono in un momento difficile. Vorrei solo che tu mi ascoltassi.

Ti ascolto anche adesso.

No, di persona. Posso venire dove lavori?

Un momento di pausa.

Serra di via del Fiume. Durante gli orari di apertura.

E chiuse.

Lui si presentò in ottobre. Era un martedì, alluna meno un quarto. Allegra era vicino alle orchidee, sistemava i supporti. Sentì dei passi nuovi, si voltò.

Filippo entrava col mazzo di fiori: crisantemi, pochi, raccolti in plastica trasparente di quelli che vendono davanti alla stazione per qualche euro.

Lo guardava, pensava: cinquantasei anni. Più gonfio, uno sguardo diverso. Quando se ne era andato, era leggero; ora, no.

Ciao, disse lui.

Ciao.

Si guardò attorno.

È molto bello qui.

Lo so.

Pausa. Allungò i fiori.

Sono per te.

Allegra osservò i crisantemi, le sue mani a tenerli goffamente. Poi li prese.

Grazie. Seguimi, cè un tavolino.

Si sedettero nella zona che Allegra aveva allestito per i visitatori: due poltrone di vimini, tavolo, scaffale di riviste di giardinaggio. Ferruccio si spostò discreto più in là.

Stai bene, disse Filippo.

Grazie.

No, davvero. Non ti vedevo da tanto… così.

Così come?

Viva, rispose, sorpreso da sé stesso. Prima eri sempre presa da tua madre, dalle terapie, dallodore. Ora sei diversa.

Sono la stessa.

No.

Allegra taceva, guardava i mandarini e aspettava. Lui voleva dire qualcosa.

Allegra, lo so che ho sbagliato. Lo so che ti ho detto cose… allora. Sono stato ingiusto.

Sì, rispose semplicemente.

Non capivo cosa facevo. Credevo di aver bisogno di altro, di nuovi orizzonti. Ma in realtà…

Hai avuto paura, lo aiutò lei.

Lui la fissò.

Di cosa?

Di invecchiare. Di avere accanto una persona malata, di una vita distante dalle pubblicità. Capisco, Filippo, è umano.

Non pensavo la vedessi così.

Non lho sempre vista così. Allinizio no. Poi ho capito.

Restarono in silenzio. Fuori il vento spostava le foglie.

Allegra, e non la chiamava così da anni voglio tornare. Magari suona male, lo capisco, ma te lo chiedo, pensaci almeno.

Lei lo guardava e capiva che la risposta era già in lei, solo non aveva mai saputo se avrebbe dovuto dirla ad alta voce.

Filippo, non sono arrabbiata più. No, davvero. La rabbia è passata. Resta solo la comprensione: non sei cattivo, hai scelto come sapevi.

Quindi una possibilità?

No.

Ci fu silenzio.

Perché?

Perché ho scelto altro.

Cosa?

Questo. Indicò la serra. Questo lavoro. Questo posto. Quelle piante. Me stessa.

Filippo la fissava ed era chiaro che capiva che non era una frase fatta.

Quellingegnere, Ferruccio mi ha detto che viene qui spesso…

Ferruccio parla molto, rispose Allegra con calma.

Siete insieme?

Filippo, questo non ti riguarda più.

Lui abbassò lo sguardo, poi annuì.

Ho capito.

Sono felice che tu sia venuto, disse Allegra. Non perché lo volevo davvero, ma perché ora tutto ha fine, davvero.

Sei stata la migliore moglie che potessi desiderare, mormorò. Non ho saputo apprezzarti.

Lo so.

Si alzò. Devo lavorare. Se vuoi ti faccio vedere la serra. Ne vale la pena.

No grazie. Preferisco andare.

Va bene.

Lui avviò verso la porta, poi si fermò.

Allegra. Tu… Non concluse. Buona fortuna.

Anche tu.

La porta si chiuse.

Allegra rimase ferma, poi prese i crisantemi. Li mise in una brocca lunga, acqua fresca. I crisantemi durano a lungo, se hanno acqua. Sono fiori forti.

Arrivò Ferruccio, facendo finta di niente.

Un tè?

Volentieri.

Bevvero insieme. Ferruccio raccontava delle farfalle degli agrumi che forse potevano tenere in serra destate, i bambini sarebbero stati felici. Allegra ascoltava, sorridendo. Ottobre scivolò in novembre.

Allegra lavorava sempre più al progetto di ampliamento, inviò la domanda al bando, arrivò la pre-approvazione. Ferruccio gioì, portarono una torta da mangiare in serra tra schizzi pieni di briciole, e risero ancora.

Alessandro si faceva vedere più spesso; non solo per lavoro.

Una volta portò il vin brulè in un termos.

È novembre, spiegò.

E se non mi piaceva?

Lo vedevo che non le dispiaceva.

Risero.

Si sedettero nelle poltrone vicino allingresso, dietro il vetro il parco ormai spoglio. Alessandro versò il vin brulè in due tazze: profumava di chiodi di garofano e arancio.

Mi racconti dellampliamento, chiese lui.

E Allegra raccontò. A lungo, con gli schizzi sulle ginocchia. Lui ascoltava, ogni tanto domandava, poi tirava fuori il tablet per vedere i dettagli strutturali. Era un confronto da professionisti, ed Allegra capì quanto fosse raro per lei sentirsi finalmente sullo stesso piano.

Qui ci vuole un doppio vetro, suggeriva lui. Così risolviamo la condensa. In Finlandia, nelle serre, fanno così.

E le strutture reggono sopra?

Bisogna calcolare, ma credo di sì. Vuole che le faccia una stima?

Sì.

Si guardò intorno.

Allegra Basile, disse piano.

Sì?

Mi piace parlare con lei.

Un secondo di silenzio.

Anche a me.

Qualcosa fuori era cambiato. Allegra guardò meglio.

Neve.

I primi fiocchi, insicuri, quasi si scioglievano ma si fermavano sulle panchine, i rami, lungo i vialetti del parco. La luce era diversa, morbida.

Neve, sospirò Alessandro.

Già.

Restarono a guardare.

Allegra stringeva la tazza, il calore tra le mani, fuori la neve, dentro la serra profumo di agrumi e delle pigne che Ferruccio aveva raccolto la settimana precedente così, per dar aria dinverno.

Pensò che oltre quel vetro era novembre e il primo freddo, ma dentro, qualcosa cresceva ancora, e questo era forse il senso dellultimo anno: aveva trovato un posto dove, anche se fuori fa freddo, dentro cè calore e vita.

Sta pensando? chiese Alessandro.

Sì.

A cose buone?

Lei guardò la neve, i mandarini, le orchidee contro il muro, le palme che toccavano la volta, dove i fiocchi si scioglievano.

Sì, a cose buone.

Alessandro non disse altro. Versò ancora vin brulè, e rimasero così, vicini, seduti nel calore della serra, osservando la prima neve.

A volte la vita si prende tutto per restituirci, a modo suo, una strada imprevista. Bisogna avere il coraggio di ricominciare, anche dopo che tutto sembra finito. E scoprire che, proprio come le piante nella serra, anche dentro di noi può rinascere qualcosa di vivo e di buono.

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