Il Divano degli anni Novanta

Il divano degli anni Novanta

Ragazzi, abbiamo una sorpresa per voi! La signora Giulia se ne stava raggiante nel nostro nuovo, quasi vuoto, soggiorno, brillando come una luminarie natalizia. Abbiamo deciso di regalarvi il nostro divano!

Il tempo si fermò per un istante. Guardai Leonardo: aveva il sorriso teso di chi ha appena assaggiato una fetta di limone.

Mamma, papà, ma il vostro divano è ancora in ottimo stato, provò lui. Vi serve, davvero.

Ma va! fece il signor Carlo con un gesto della mano. Noi ce ne siamo comprati uno nuovo. Moderno, confortevole. Questo qui invece è ancora un signor pezzo, con la struttura in legno! Non ne fanno più, di questa qualità. E poi, vi fa risparmiare un sacco.

“Giusto per cominciare”, commentarono. Quella frase mi sembrò una sentenza. Immaginai subito quel divano qui, nel nostro salotto. Quellenorme mostro color bordeaux, con le zampe intagliate, che chiamavo mentalmente la Bestia della sala da tutti i mesi in cui avevamo vissuto da loro. Prendeva metà del loro soggiorno. Prenderà metà del mio.

Signora Giulia, è molto gentile, ma… cercavo le parole. Avevamo pensato a qualcosa di più… insomma, moderno.

Moderno, moderno! sbuffò mia suocera. Questi vostri salotti tutti bianchi passeranno in fretta. La buona mobilia, invece, resta. Vedrai che mi ringrazierai, Martina. Domani troviamo i facchini e ve lo portiamo.

E così accadde. Due traslocatori, sudati e rossi, fecero entrare quellenorme ingombro bordeaux nel nostro luminoso soggiorno dal parquet perfetto. Quando si chiusero la porta alle spalle, rimanemmo io e Leonardo fermi a contemplare il divano. Dominava la parete centrale, schiacciando la stanza. Le zampe intagliate, nodose, affondavano sul nostro pavimento. Lodore di velluto vecchio, polvere e una dolcezza stantia cominciava a riempire la stanza.

Beh sospirò Leonardo. Almeno abbiamo dove sedere.

Io me ne andai subito in cucina. Perché sapevo che quello non era solo un divano. Era un cavallo di Troia: dentro cerano aspettative parentali, sensi di colpa, obblighi. E ora, stava proprio al centro della nostra vita.

***

Avevo passato tre mesi a progettare il soggiorno. Tre mesi! Ogni sera, dopo il lavoro, sfogliavo cataloghi, appuntavo idee, disegnavo disposizioni. Il soggiorno era il cuore della casa: diciotto metri quadri con una grande finestra ad est. La luce del mattino avrebbe dovuto inondare il parquet chiaro color rovere sbiancato. Avevo dipinto le pareti di un bianco caldo, quasi latte. Le tende le avevo trovate perfette: lino, leggere, color panna. Avevo scelto un divano ad angolo stile nordico, grigio, con gambe sottili in legno, compatto ma accogliente. Da abbinare una poltrona bassa e un tavolino di legno chiaro e metallo. Sugli scaffali, pochi libri e alcune piante. Minimalismo. Aria. Luce.

E invece, ora, cera LUI.

Il divano degli anni Novanta, comprato da Giulia e Carlo allinizio della loro vita insieme. Massiccio come un carro armato. Velluto bordeaux con grandi fiori ormai sbiaditi: rose viola e foglie indefinibili. La tappezzeria era rotta nei punti, con la gommapiuma gialla che sbucava dagli armresti. Lo schienale altissimo, decorato con inserti in legno scuro laccato, ma già graffiato. Le zampone scolpite sembravano artigli di leone, e stonavano terribilmente con il resto. Era lungo tre metri e mezzo e profondo quasi uno; sedendoti, ti sprofondavi e facevi fatica a rialzarti. Le molle gemevano e una pareva spezzata, lasciando una buca dove finivano tutti i cuscini.

Il vero problema, però, era il carico di memoria che portava. Decenni di famiglia: partite in tv, semi di girasole, sonnellini dopo il turno di notte, copertine con le frange. Aveva assorbito tutti gli odori: il fumo di pipa di Carlo, i profumi di Giulia, gli effluvi di cucina. Era così impregnato di abitudini che sembrava vivo. Adesso questa cosa viveva nella mia stanza.

La sera stessa tentai di coprirlo con un grande telo bianco, sperando di nasconderlo. Ma da sotto spuntavano sempre quelle zampe di leone. Peggiorava la situazione: sembravano ancora più minacciose nella stanza chiara. Il telo si spostava, si piegava male, cedevo dopo poco.

Forse potremmo comprare una fodera, provò Leonardo, vedendo la mia espressione.

Una fodera da quattro metri? E per le zampe che facciamo, le infiocchettiamo? sbuffai. Il problema non è il colore. Il problema è che si prende mezza stanza!

Leonardo taceva. Silenzioso, sempre, se il discorso tirava in ballo la sua famiglia. E lo capivo. Da bambino, tutto veniva tenuto. Nulla si buttava; Carlo, ex-carabiniere, aveva insegnato a non sprecare nulla, Giulia conservava ogni tovagliolo, ogni tazza: tutto era costato fatica. Buttare il divano, per loro, sarebbe stata una ferita alla storia di famiglia.

Ma io che centravo? Non era colpa mia se ero cresciuta con altre abitudini. Se per me contavano spazio, luce, armonia, non la mobilia per la vita. Perché dovevo accettare quel mostro?

L’indomani chiamò la suocera:

Allora, Martina, come ti trovi sul divanetto? Comodo, vero? nella sua voce cera gentilezza vera.

Sì, grazie davvero impressionante.

Altroché, lo comprammo nel novantatré, Carlo portò i soldi dalla Germania che stava in missione. Mobili così ormai non ce ne sono. Quello vi dura altri ventanni!

Ventanni. Mi venne un attacco di panico solo allidea.

E il vostro nuovo?

Eh, grigio, piccolo. Si chiama letto europeo, si allunga facile, occupa poco. Perfetto per noi che siamo anziani rise . Voi invece siete giovani, vi serve qualcosa di rappresentativo. Il nostro divano fa proprio al caso vostro!

Misi giù e mi sedetti sul parquet. Così loro si erano presi un bel divanetto compatto, lasciando a noi quello che non volevano più. Con la massima convinzione di averci fatto del bene e di averci donato un pezzo di storia.

Ma io quella storia non la volevo, non nel mio salone.

***

Passò una settimana. Provai davvero a convivere col divano. La mattina, tazza di caffè in mano, cercavo una posizione decente: mi sprofondavo nella buca. La sera, TV accesa, io e Leonardo inciampavamo tra braccioli alti e tessuto ruvido. Lodore di vecchio mi sembrava mi entrasse sotto la pelle.

Non avevo il coraggio di invitare le amiche. Io, interior designer, seduta in una sala schiava del passato. Quando alla fine venne il turno di Raffaella, la mia migliore amica, rimase senza parola.

Martina, che roba è quella?

Regalo dei suoceri, tentai di sorridere.

Regalo? Ma mi avevi mostrato i disegni, il progetto: un bel divano grigio, semplice! Questo è beh

Una bestia? la aiutai.

Detto tra noi, sì. Ti ammazza tutto lo stile! Distrugge la luce!

Bevemmo tè in cucina. Sul divano non venne neanche lei.

Che faccio, Raf? Sono convinti di averci aiutato. La signora Giulia chiama ogni giorno: Come va il divanetto?

Divanetto! Questa è unintera parete. Martina, se non lo togli non riuscirai a posizionare il resto. Dove metti la poltrona, il tavolino, gli scaffali?

Lo sapevo. Il divano decideva per tutto.

***

Dopo due settimane, i genitori di Leonardo vennero a trovarci. Preparai una crostata, sistemai la cucina, mi imposi un limite: quaranta minuti e avrei finto un impegno. Strano stratagemma imparato vivendo con loro: un timer nascosto in tasca e sapevo quanto mancava alla fine del supplizio.

Arrivarono con buste piene di mele, marmellata, biscotti. Varcarono il soggiorno e si bloccarono.

Ecco! batté le mani Giulia . Guardalo lì, sembra che sia nato per questa stanza! Vero, Carlo?

Mio suocero si sedette sullopera: annuì, controllò le molle.

Solida, disse. Non come le vostre cose dellIkea qui cè sostanza, mica si rompe!

Leonardo assentiva, io in silenzio. Il timer ticchettava.

Martina cara, sei triste? Il divano non ti piace?

No, no solo, è un po grosso. Pensavo a qualcosa di meno ingombrante

Come? Ma i figli verranno! Su un piccolo non ci starete mai tutti. Qui cè spazio, anche gli ospiti possono dormire.

La praticità, il loro mantra: mobili pratici, stoviglie pratiche, vestiti pratici. Bellezza, equilibrio, gusto? Solo capricci, mode passeggere.

E il tavolino? E la TV?

Non abbiamo ancora deciso, rispose Leonardo.

Ma che cè da pensare? Tv a parete, tavolino ce labbiamo noi in campagna: un po vecchio, ma solido. Ve lo portiamo!

Me lo immaginai, altro pezzo massiccio coi piedi intagliati. Un altro mostro. Un altro modo per negarmi un diritto.

No grazie, risposi, più decisa del previsto. Abbiamo un nostro progetto. Preferiamo qualcosa di moderno. Leggero.

Mi guardarono, delusi, quasi offesi.

Martina cara, vogliamo solo aiutare. Perché spendere, se da noi cè roba buona?

Perché questa è casa nostra, mi uscì di getto. Vogliamo arredarla a modo nostro.

Silenzio. Leonardo impallidì. Carlo si fece serissimo. Giulia si strinse le labbra.

Certo, disse lei gelida. Avete ragione. Siamo solo vostri genitori. Non serviamo più.

Mamma, Martina non intendeva Leonardo provava a mediare.

Io annuii. Timer: venti minuti ancora.

Bevemmo il tè. Mia suocera parlò solo dei vicini, della ringhiera da sistemare in campagna. Quando se ne andarono, Leonardo si voltò, deluso.

Perché così? Si erano impegnati per noi!

Per chi, davvero? tolsi il grembiule. Sono tre mesi che studio ogni dettaglio. E loro portano qui un dinosauro senza neppure chiedermelo!

È un regalo! gridò lui. Capisci? Un regalo!

Un regalo di ciò che non vogliono più! urlai. E lo chiamano dono.

Nessuno parlò più, quella sera. Io restai in camera da letto, lui sul divano, nascosto dietro il cuscino, scosso dai singhiozzi. Leonardo, trentadue anni, informatico, calmo e logico, piangeva sul divano bordeaux dei suoi genitori.

Mi avvicinai. Le molle scricchiolarono.

Scusami, bisbigliai. Non volevo ferire nessuno.

Lo so, pulì il viso . Ma per loro conta. Hanno sudato mesi per prenderlo. Per loro rappresentava sicurezza, famiglia.

Ma io questa storia non la voglio. Né i loro ricordi. Voglio qualcosa di nostro. Posso?

Non ci fu risposta.

***

Provai a inserirlo nellambiente. Giuro. Cuscini chiari a righe bianche e grigie: sembrava un carro armato con i centrini, non altro. Una pianta alta di fianco: sembrava una regina in un ritrovo di balordi. Cambiai disposizione: scaffali leggeri, candele, tappeto chiaro, tavolino moderno. Risultato: il divano vinceva sempre. Tutto il resto sembrava trapiantato lì per caso. Il soggiorno era terra di nessuno, diviso tra il passato pesante e il desiderio (battuto) di nuovo.

Raffaella venne una settimana dopo e sentenziò:

Non funziona. Puoi pure comprare mille cuscini, ma quello resta un bestione. Va eliminato.

Come? mi lasciai cadere vicino a lei.

Vendilo, regalala. Basta che lo portino via.

E poi cosa racconto ai suoceri? Che ne ho fatto fuori il regalo?

Fingi si sia rovinato. Una macchia impossibile, il cane lo ha rovinato. Qualsiasi cosa.

Non abbiamo nemmeno il cane.

Allora prendine uno! rise. Martina, non puoi farti dominare così. O sistemi ora, o diventerà una succursale della loro casa.

Aveva ragione. Ma io temevo di rompere quello che era stato, fino a lì, un fragile equilibrio. Mai troppo intimi coi suoceri, mai nemici. Sempre educata, sorridente, accogliente. Ringraziavo per ogni consiglio, ogni marmellata, ogni mano. Perché era più facile. Perché Leonardo soffriva se cerano tensioni. Ma ora basta. Era arrivato il momento di scegliere: loro, o me.

***

Il sabato vennero amici di Leonardo: Alessandro e Giorgio. Appena in soggiorno, si bloccarono davanti al divano.

Leo, ma che roba è questa?

Un regalo dai miei, versò loro della birra.

Un regalo! Alessandro sprofondò subito nella buca. Pazzesco! Una reliquia. Identico a quello di mia nonna!

Stessa cosa, rise Giorgio. Saltavamo tutti da bambini, le molle scricchiolavano. Mia nonna lo buttò perché ci trovò le tarme.

Tarme? rabbrividii.

Eh si, vivono nella tappezzeria di velluto controllo mai fatto?

No. Allidea mi venne la nausea. Mi immaginai le larve nelle fibre, sotto i cuscini, magari planando sulle tende Girai la stanza con la torcia, spostai tutto, trovai una vecchia brioche secca, ormai sbriciolata, dimenticata chissà da chi, da quanto tempo Prova lampante che quel divano era più che vecchio: era insalubre, una bomba biologica.

Mi accovacciai per terra e mi vennero le lacrime: non per schifo, ma per disperazione. Era lultima goccia.

Leonardo, vieni.

Che succede?

Gli mostrai il vecchio dolce, come una prova.

Questa questa roba qui ce la dobbiamo togliere. Cè muffa, batteri, forse anche le tarme. Non posso più vivere così.

Dai, Martina, è solo una merendina

È il simbolo! gridai. Un regalo vecchio, che loro stessi non volevano più!

Leonardo taceva. Capiva che avevo ragione, ma ammetterlo avrebbe significato tradire i suoi.

Cosa proponi?

Mandiamolo via.

E come? Telefoniamo a mia madre dicendo: Sai, abbiamo buttato via il tuo divano storico perché non ci piaceva il colore?

Non è il colore, è che qui dobbiamo decidere noi. Nessuno mi ha chiesto nulla.

Si coprì il volto con le mani.

Non la prenderà mai, mamma. Si offende. Papà anche. Penseranno che li disprezziamo.

E la mia opinione? Conta qualcosa?

Mi guardò negli occhi. Sapeva che lo mettevamo tra due fuochi.

Troviamo una soluzione sospirò alla fine. Non posso promettere niente. Sai comè. Sanno colpevolizzare, loro.

***

Leonardo impiegò tre giorni per trovare il coraggio di parlare. Inventò mille scuse per rimandare. Alla fine, una sera, chiamò.

Mamma, possiamo parlare del divano? No, non va male! Solo che è troppo grande per il salotto No, non vogliamo buttarlo, solo che non entra con il resto Magari può servire in campagna o a un parente No, mamma, ti prego

Sentivo la voce tremare, mia suocera rispondeva seccata, offesa. Toccava il nervo scoperto.

Mamma, dai Non stiamo sputando sui vostri sacrifici! Solo che non va bene in casa nostra.

Alla fine chiuse stremato.

Piange, dice che labbiamo tradita. Dice che non regaleranno più niente, dato che non apprezziamo.

Lo abbracciai.

Scusa, non volevo creare tutto questo.

Vengono sabato a riprenderlo. E probabilmente non entreranno qui per un pezzo.

Provai compassione per lui. Ma dentro di me, mi sentivo sollevata. Quello che doveva andarsene, sarebbe finalmente sparito.

***

La mattina del sabato era grigia e piovosa. Carlo e Giulia arrivarono presto, rigidi, severi. Di nuovo i traslocatori. Mi nascosi in cucina. Leonardo aprì, tentò almeno un saluto.

Ecco lì, fece Giulia glaciale. Prendetevelo. A quanto pare non serve.

Mamma, ti prego

Leonardo, abbiamo capito, non siamo più utili. Basta, portatelo via.

Io mi affacciai. Nessuno alzò lo sguardo. I traslocatori strattonavano il divano, che graffiava gli stipiti. Alla fine lo portarono fuori.

Dove lo portiamo? chiese il trasportatore.

In discarica, tagliò corto Carlo.

Carlo! In discarica? Era il nostro divano!

Se non serve ai ragazzi, niente da fare.

Se ne andarono. Leonardo tornò, io lo attesi nel soggiorno vuoto. Il parquet aveva una macchia più scura, una sagoma dove il sole non era arrivato per anni.

Contentissima? fece lui.

No, ammisi. Non volevo finisse così.

Come doveva finire? Con mia madre che applaude?

Io non buttavo via nulla. Volevo solo vivere a modo mio.

Ci sei riuscita, complimenti.

Per tutto il giorno non ci parlammo. Poi, la sera, cedetti:

Leonardo, richiamiamoli. Chiediamo scusa, spieghiamo meglio…

Cosa? Che non apprezziamo? Che crediamo che siano inutili? Per loro sarà unaltra ferita.

E per noi?

Per noi conta proteggere il nostro spazio. Ma questo, a loro, non basta per consolarli.

***

Passò una settimana. I suoi non chiamarono. Leonardo ogni tanto provava, ma non rispondevano. Capivo che erano molto offesi. Ma ogni giorno percepivo anche la liberazione: ora potevo respirare.

Comprai il divano che volevo. Grigio, ad angolo, essenziale. Tavolino nuovo, scaffali leggeri, libri, piante. Finalmente la stanza era come avevo sognato. Ma dentro restava un peso.

È bello, disse Leonardo. È come volevi.

Sì.

Felice?

Guardai il suo volto stanco, gli occhi tristi. Si struggeva. Sentivo la sua pena, ma anche la mia.

Non lo so. Mi piace ciò che vedo, ma non il prezzo che abbiamo pagato.

Questo si chiama scelta. Tu hai scelto la stanza. Io te. Loro, il risentimento.

Eravamo seduti insieme. Il divano era morbido, perfetto. Ma freddo, senza storia, solo un oggetto. Il mostro bordeaux, invece, aveva memoria.

Leonardo, richiamiamoli. Invitiamoli a cena. Facciamo capire loro che non volevamo offenderli.

Pensi serva?

Vale la pena tentare.

***

Dopo lunghe insistenze, accettarono. Giulia gelida, Carlo silenzioso. Esitarono a entrare in salotto.

Ecco qui, mostrai il nuovo divano. Labbiamo preso. Ora fa spazio a tutto.

Giulia osservò con attenzione: colori chiari, minimalismo, mensole, piante. Tutto lontano dal suo gusto.

Eh… beh, moderno è moderno. Però un po freddo, no?

A me sembra accogliente, risposi pacata. Luminoso, arioso.

Quello sì, ammise Carlo. Ma i vecchi divani erano fatti per durare.

Questo tiene bene, guarda, Leonardo si sedette deciso.

Vediamo tra un anno, borbottò suo padre. Se si rompe

A tavola, per tutta la serata, tensione. Finii per dire, tra dolce e caffè:

So che ci siete rimasti male. Non volevamo ferirvi davvero. Solo abbiamo idee diverse su come vivere la casa. Non significa che le vostre idee sono sbagliate.

Giulia posò la forchetta.

Martina cara, a ventanni si pensa che conti il colore dei mobili. Passerà. Capirai che conta la famiglia. E tu hai scelto i mobili.

Ho scelto il diritto di sentirmi in casa mia. Non è uguale.

Per me lo è, si alzò. Carlo, andiamo.

Se ne andarono. Leonardo rientrò bianco come un lenzuolo.

Ci ho provato.

Ci abbiamo provato, lo abbracciai. Non dipende tutto da noi.

***

Passarono settimane. Ripresero a chiamare, poche volte, sempre poco. Leonardo soffriva ma col tempo vedevo nascere altro: la libertà. Non aver più paura del giudizio altrui. Imparare a dire no.

Una sera, rannicchiati sul divano, gli accarezzavo i capelli.

Pentita?

Di averli feriti, sì. Della mia scelta, no.

Da piccolo ricordo la mamma che portava quel divano a casa tutta fiera. Era una conquista. Loro pensavano di trasmetterci protezione.

Capisco. Ma noi volevamo autonomia.

Loro questo non lo capiscono.

Forse un giorno sì.

Restammo in silenzio. La luce ormai spariva. Mi piaceva stare così, fra noi, nella nostra casa vera. Spazio nostro, regole nostre.

Qualche giorno dopo Giulia chiamò. Voce gentile, incerta:

Martina pensavamo di venire, domenica? Vedere come state.

Certo, venite!

E senti, quel divano vostro davvero comodo?

Davvero. Vuoi sapere dove lho preso?

Magari in campagna ci servirebbe.

Sorrisi.

Ti mostro subito i link.

Quando attaccai, Leonardo mi fissava stupito.

Ti ha chiesto consigli di arredamento?

Pare di sì. Forse qualcosa sta cambiando.

Forse ha capito che ormai non ci si oppone più.

Forse stiamo tutti diventando adulti.

Vennero la domenica. Questa volta Giulia sorrideva, Carlo meno duro. Si accomodarono sul divano grigio: la suocera sfiorò la stoffa.

Comodo davvero

Vedi? Anche moderna può essere comoda.

Sì, sì ma io sono dellidea che la roba di una volta era eterna.

Ma cambiano i tempi, dissi. Oggi si cerca più spazio.

Di questo ce nè tanto adesso, annuì Carlo. Quando verranno i bambini sarà perfetto.

Io e Leonardo ci scambiammo un sorriso.

Quando sarà, ci staremo larghi, disse lui.

Non replicai più. Lasciai correre. Preferivo che restassero convinti che il loro era migliore, purché non fosse qui.

Andammo sul sito dei mobili, mostrai modelli. Giulia ascoltava e prendeva appunti. Quella era una vittoria silenziosa, il riconoscimento (implicito) della mia autonomia.

***

Quella sera, Leonardo mi abbracciò.

Forse per loro era importante sentirsi ancora parte della nostra vita.

Vero. Ma ora hanno capito che possono esserlo anche lasciando fare a noi.

Tu sei più forte di me.

No, ognuno ha i suoi tempi.

Restammo distesi, nella stanza dorata dalla luce del lampadario. Guardai il divano, le mensole con i nostri libri, le tende leggere, e pensai: il vero traguardo non è un salotto perfetto. È il diritto di vivere come desideri. Difendere i propri confini.

Il divano bordeaux era il simbolo di tutte le imposizioni, di scelte non mie. Gli ho resistito, e ho vinto. Senza rovinare tutto. Tenendo la posizione.

Questa fu la vera lezione: per i genitori di Leonardo, imparare a lasciar andare; per lui, imparare a scegliere. Per me, difendere la mia autonomia. Tutti, in qualche modo, siamo cresciuti.

E se portano ancora qualcosa?

Non succederà, risposi sicura. Sanno già cosa diciamo.

E cosa diremo?

Grazie, ma no.

Lui rise.

Pensi sia sempre facile?

Sì. Abbiamo imparato.

***

Un mese dopo la signora Giulia mi inviò una foto: il loro nuovo divano in campagna, moderno, compatto, grigio.

Preso! Avevi ragione, comodo e leggero. Carlo lha montato da solo!

Mostrai la foto a Leonardo.

Un bel passo avanti, sorrise.

Un grandissimo passo, confermai.

E mentre quella sera sedevo sul nostro divano con un libro, pensai che a volte bisogna lasciar andare il vecchio per trovare il nuovo, imparare a dire no per dare un vero sì a se stessi. E che questo non riguarda solo i mobili, ma la vita, tutta intera.

Martina, vuoi il tè? mi chiamò Leonardo dalla cucina.

Grazie, sì!

E sorrisi. Perché finalmente ero davvero a casa. A casa mia.

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