Quando parla il dolore

Quando parla il dolore

Sofia, piccola mia, capisco tutto, ma non abbiamo scelta. Dobbiamo farlo. Siamo costrette a vendere la casa. Dopo la vendita e la divisione, ci basteranno solo i soldi per un appartamento in un altro quartiere. Anchio avrei voluto restare qui, sai, ma non è possibile. Daria stringeva le mani della figlia e, ogni tanto, si asciugava le lacrime, sia le sue che quelle della bambina.

Il cambiamento era un peso quasi insopportabile per entrambe.

Daria e suo marito Romano hanno vissuto insieme quasi diciassette anni. Hanno superato di tutto, eppure si sono sempre amati; ogni discussione si spegneva sul nascere, non esplodeva mai del tutto. Cresciuta dalla nonna, Daria aveva appreso fin da bambina la regola più importante che la donna le aveva voluto trasmettere: «In casa ci deve essere calore! Così tuo marito non cercherà un altro posto in cui sentirsi capito, coccolato, accolto. Fai in modo che tutti in casa tua stiano bene: marito, figli, ospiti, animali. Nessuno escluso!»

Daria annuiva, senza capire del tutto, ma sentendo che la nonna la stava confidando il senso della sua vita, donandole la sua esperienza. La sua famiglia era stata proprio così, almeno finché suo marito salvando figlio e nuora che stavano annegando in un piccolo fiume vicino alla loro casa estiva non era venuto a mancare. Il fiume sembrava innocuo, ma solo chi era del posto sapeva dei mulinelli e delle buche pericolose che si nascondevano sotto la superficie. Maria Vincenza si era colpevolizzata per anni di non aver fatto domande, di non aver chiesto ai vicini Se solo lavesse fatto, pensava, i suoi figli e lei la nuora laveva amata come una figlia e suo marito sarebbero ancora vivi. Daria aveva cercato per anni di convincerla che non era colpa sua, ma la nonna non voleva ascoltare.

Prendendosi cura della nipotina, Maria Vincenza aveva accantonato il suo dolore, realizzando che la bambina aveva bisogno di vita, di gioia e felicità, non di lutto perenne. Solo poche volte lanno, andando al cimitero, dava sfogo al dolore, piangendo amaramente e raccontando ogni cosa a quei cari perduti, promettendo che avrebbe fatto di tutto per la felicità della nipote.

E ci era davvero riuscita. Aveva dato a Daria una casa calda e accogliente, una buona istruzione, le aveva fatto da madre e laveva vista sposarsi, diventando bisnonna prima che la malattia la portasse via, dove i suoi cari la aspettavano da tempo. Daria era rimasta completamente sola, senza altri parenti.

Solo dopo ha capito che Maria Vincenza aveva ragione: la casa doveva essere accogliente e calda. Ma solo finché non ci sono eccezioni dolorose…

I motivi seri per discutere tra Daria e Romano non erano tanti. Anzi, era sempre uno solo: la suocera.

Ines Maddalena apparteneva a quella categoria che si chiama “Madre” con la M maiuscola. Viveva secondo la regola: «La mia opinione è lunica giusta.»

Romano era stato il suo sesto figlio, ma lunico che portò a termine e mise al mondo. Tutto il suo amore e la sua tenerezza, così come le riusciva, li aveva riversati su di lui.

Romano voleva bene a sua madre e per questo non riusciva a dirle mai di no, come neppure suo padre riusciva. Avevano adottato una tattica: ascoltare in silenzio la moglie e la madre e poi agire a modo loro.

Quando conobbe Daria, procrastinò il più possibile la presentazione in famiglia, sapendo a cosa sarebbe andato incontro. Con la nonna di Daria, invece, si conobbero già dopo un paio di giorni. Non spiegò a Daria i suoi motivi, ma si arrese solo dopo che lei, offesa, gli disse:

Mi nascondi? Non sono degna di conoscere i tuoi genitori? Romano, che rapporto è il nostro? Con la nonna parli di matrimonio, di futuro, e la tua famiglia non lho mai vista.

Romano sospirò, baciò la fidanzata e sussurrò:

Ho solo paura che tu possa lasciarmi.

Sciocco! Io sposo te, non la tua famiglia!

Allepoca Daria era ingenua.

Ines Maddalena, squadrandola con lo sguardo, si limitò a chiedere:

Figliola, i tuoi genitori chi erano?

Mia madre insegnava alluniversità, papà era medico. Ma non li ricordo molto, sono morti quando avevo cinque anni. Mi ha cresciuta mia nonna.

Capisco.

Quella sera non rivolse più parola a Daria. Dopo qualche anno di matrimonio, Daria adottò la stessa strategia del marito e del suocero, ma serviva a poco. Vedeva Romano lacerarsi, cercando di mantenere una parvenza di pace; lei ogni volta tentava di smussare gli angoli, di rappacificare latmosfera. Ma col tempo, si sentì esausta e chiese al marito di limitare al minimo i rapporti con i suoi genitori. Romano annuì stanco e la abbracciò.

Scusa…

Il colpo finale arrivò con la morte del suocero: in un mese il padre di Romano si era consumato dal tumore. Ines Maddalena chiarì subito al figlio che adesso lui era il suo unico punto di riferimento. Romano lo aveva capito già da solo. Da allora, si vedevano di sera sempre meno; Romano usciva dal lavoro e correva dalla madre, tornando a casa solo a notte fonda. Sarebbe andata avanti così, se la piccola Sofia, a soli tre anni, non avesse iniziato a ribellarsi. Smise di voler vedere il padre, lasciandolo capire chiaramente che ne era ferita.

Sente la tua mancanza, Romano. Ti vede solo nel fine settimana Daria vedeva quanto il marito soffrisse, ma dovevano fare qualcosa prima che la figlia perdesse il rapporto col papà.

Daria si arrabbiò. Era passata più di un anno, e Ines Maddalena era una donna adulta, autonoma, ancora lavorava e conduceva una vita mondana, tra teatro e mostre, costringendo il figlio a farle da accompagnatore. Va bene laiuto, ma privare una bambina del padre, non si poteva più tollerare. Lei, Daria, avrebbe anche resistito alle serate inutili, ma per Sofia no, non poteva più sopportarlo.

Romano, dobbiamo trovare una soluzione. Sofia ha bisogno di te. Anche io ne ho bisogno. Daria si strinse a lui. Mi manchi…

Seguì uno scontro tremendo. Ma Romano riuscì a strappare la regola di andare dalla madre solo due sere a settimana. Dopo un po, Ines Maddalena si adattò, o almeno finse di farlo.

Un giorno, alla scuola materna, a Sofia venne assegnato il compito di disegnare la propria famiglia come personaggi da fiaba. Non lo finì a scuola, così la maestra le permise di portarlo a casa. Dopo cena, Sofia si mise al suo tavolino e, con la lingua tra i denti per la concentrazione, armeggiò per unora sul suo disegno. Quando Daria, dopo aver lavato i piatti e steso la biancheria, diede unocchiata allalbum, trasalì e chiamò il marito:

Romano, qui scoppia il finimondo! Vieni a vedere!

Romano vide il disegno e crollò sul divano in preda alle risate. Sofia, offesa, guardava i genitori senza capire perché non riuscissero a smettere di ridere. Infine, iniziò a piangere:

Ma mi sono impegnata! E voi…

Guardava il disegno ma continuava a non capire cosavesse di così buffo. Il papà, per Sofia, era un cavaliere, la mamma una principessa coraggiosa, il nonno era uno gnomo, la bisnonna un albero di mele doro e la nonna? Beh, era venuto un bellissimo drago a tre teste! Le teste le erano costate più fatica di tutto il resto. Che cera di strano? Solo il fuoco non le era venuto bene, perché la matita gialla si era spezzata. Avrebbe voluto chiedere alla mamma di temperarla, ma ormai aveva visto il disegno.

Sofia non amava la nonna Ines. Quando questa arrivava in casa, e succedeva raramente, soprattutto a Natale o Pasqua, Sofia avrebbe voluto buttarla fuori e chiudere dietro di lei la porta. Non capiva cosa accadesse tra gli adulti, ma percepiva con linfallibile istinto dei bambini che la nonna non voleva bene alla mamma, anzi, le dava fastidio e la feriva. Non la rimproverava mai esplicitamente, anzi era cortese, eppure dopo ogni visita, la mamma piangeva. Sofia non sapeva come aiutare la mamma o difenderla. Un giorno aveva addirittura cercato di spingere fuori la nonna, ma il papà laveva presa in braccio, impedendolo.

Tua figlia è davvero maleducata, Romano! Ma cosaltro ci si poteva aspettare?! lepisodio aveva indignato Ines Maddalena fino in fondo.

Quella sera ci furono urla per tutti, ma da allora Ines Maddalena smise quasi completamente di mettere piede in casa loro, anche durante le feste. Papà aveva deciso che era la cosa migliore. Ora erano solo loro, e Sofia faceva di tutto per evitare di vedere la nonna. Più cresceva, più capiva. La rigidità della nonna le toglieva il fiato. Ma la capì veramente solo dopo che il padre morì.

Romano scomparve quasi allimprovviso. Nessuno in ufficio capì cosa accadde; nemmeno tempo di chiamare lambulanza. Un infarto massivo. Aveva solo quarantaquattro anni.

Daria venne avvisata al lavoro, in una gioielleria del centro di Firenze. Lasciò cadere il telefono, svenne, battendo la testa contro una vetrina e mandandola in frantumi, lasciando terrorizzati i colleghi. Chiamarono lambulanza e, aspettando, rimasero accanto a lei, le tolsero i vetri dai capelli e la calmarono con camomilla.

Per Daria, il mondo si era fermato. Si sentiva paralizzata, incapace di agire. Solo gli amici di Romano si occuparono di tutto, cercando di starle vicino. Non si ricordava chi fosse passato e quando, ma Sofia veniva nutrita, la casa era in ordine e qualcuno le metteva in mano una tazza di brodo o di tè, sostituendola ogni volta che si raffreddava.

Dopo alcune settimane dal funerale, Daria fece un sogno.

Nonna! Dio, quanto mi manchi! Daria cercò di abbracciare Maria Vincenza, ma la donna la bloccò, fissandola negli occhi.

Che cosa stai facendo?

Che vuoi dire, nonna?

Sofia dovè?

Come dovè? Starà dormendo, nella sua camera

Vieni subito! la nonna la prese per mano, senza permetterle di toccarla. Entrarono nella stanza di Sofia.

Dorme, dici? Sofia era sotto le coperte, piangeva a dirotto. Daria, svegliati!

Daria trasalì e aprì gli occhi nel buio. Dopo un attimo capì che non era più un sogno: i singhiozzi della figlia erano reali. Si precipitò nella cameretta.

Amore, non piangere! si sdraiò vicino a Sofia, stringendola forte. Sono qui! Sempre!

Sofia si voltò e si abbandonò fra le sue braccia.

«Grazie, nonna… Come ho potuto dimenticare? Sei stata sempre con me, non mi hai mai lasciata. Ora farò tutto… Sto bene, finalmente…»

Al mattino si alzò pianissimo, per non svegliare Sofia, e andò in cucina. Fu il profumo dei suoi classici pancake alla vaniglia a svegliare la bambina. Sofia, ancora mezza avvolta nella coperta, arrivò in cucina.

Mamma?

Buongiorno, tesoro! Daria si voltò: la benda nera che aveva portato da quando Romano era morto, non cera più. Lavati il viso, facciamo colazione. Poi ti accompagno a scuola.

È già ora?

Daria abbassò il fuoco e abbracciò la figlia.

Sì, è ora, amore. Papà non vorrebbe mai che vivessimo nascoste a piangere tutto il giorno. Ha sempre sognato che tu fossi felice, che la tua vita fosse piena di gioia. Ti amava tantissimo… Daria soffocò un singhiozzo, poi si ricompose. E amava molto anche me. Quindi, sarà così: coraggio! Altrimenti faccio tardi al lavoro anche io, e anche per me è ora di iniziare!

Con infinita delicatezza, cominciarono una nuova vita. Daria tornò in gioielleria, Sofia riprese la scuola. Sofia però aggiunse un nuovo impegno: aiutare la mamma in casa. Ogni sera, Daria trovava la tavola apparecchiata o una cenetta pronta dalla figlia.

Dopo qualche mese, Sofia ricevette la carta didentità. Festeggiarono in semplicità, con una torta.

Guarda papà, sono diventata grande! Sofia agitò il documento davanti al quadro del padre nel salotto. Ora mi avresti tirato la treccia chiamandomi «piccolina»…

Daria la abbracciò in silenzio.

Una settimana dopo, la sera, si presentò Ines Maddalena.

Buonasera, Daria. Dobbiamo parlare.

Non si vedevano da quando Daria aveva dato laddio a Romano. Quella volta Ines Maddalena le si era avvicinata e aveva sussurrato:

È colpa tua! Se non fosse stato per te, mio figlio sarebbe ancora vivo! Chiedi, prendi, prendi solo quello sapevi fare. Lhai consumato… Colpa tua!

Denis, amico di Romano, afferrò Daria per un braccio e la portò fuori, mentre la donna crollava.

Non ascoltarla! Daria, guardami le scosse dolcemente le spalle nessuno deve ascoltarla! È solo la vita, la sorte. Già così Romano vi ha amato più della sua stessa vita…

Daria singhiozzava sulla sua spalla, stremata. Non dormiva e si reggeva in piedi solo con lacqua che gli amici ogni tanto le porgevano.

Poi laccompagnò su una panchina davanti alla chiesa fiorentina dove si era tenuto il funerale. Rimase lì finché tutto fu finito. Da Ines Maddalena, sentì chiaramente un insulto mentre passava vicino a lei e Sofia, incurante di chi la sentisse.

Ora, la suocera era davanti a lei, a tavola, con le labbra serrate, e lo sguardo solo stanco. Una donna distrutta dalla perdita. Daria notò gli occhi infossati, il volto pallido, le mani tremanti che la suocera cercava di mantenere ferme sul tavolo.

Vuole un tè?

No! Sono venuta a decidere con te cosa fare della casa.

Daria quasi non ci credeva.

In che senso?

La casa che lei e Romano avevano costruito pietra su pietra. Col pancione di Sofia, aveva controllato ogni dettaglio dei lavori. I muratori la chiamavano «la padrona», proteggendola quando la giovane donna si faceva avanti per vedere come mettevano le fondamenta o le travi. Romano rideva:

Con te, nessuno farà il furbo! Nel giro di un mese, ci entriamo!

Il giorno in cui misero piede nella loro casa Daria lo ricordava con precisione, ogni istante inciso nella memoria. Era il suo nido, costruito con amore e cura.

Daria, ma queste tende sono uguali alle altre! E anche il tessuto…

Non capisci proprio nulla, il colore è diverso!

Si accapigliavano per queste cose, e a Romano inteneriva.

E ora, ora le si diceva che doveva andarsene.

Non lo permetterò! Ines Maddalena, placata la tremarella alle mani, le posò sul tavolo. Dovrai vendere questa casa. Voglio la mia parte delleredità.

Quale eredità?

Quella che mi spetta per legge. E tu mi pagherai ogni centesimo.

Non si accorsero che Sofia era sulla soglia.

Vattene! la bambina era ferma in piedi, le mani chiuse a pugno.

Cosa? Ines Maddalena la guardò sorpresa. Cosa hai detto?

Ti ho detto di andare via! E non tornare mai più da noi.

E così mi parli? Sapevo che eri cresciuta male, ma non pensavo così tanto! In chi sei diventata

In mio padre! la voce di Sofia risuonò per la casa.

No, sei come tua madre…

Non osare! Non osare mai più ferire la mia mamma! Pensate che sono piccola e non capisca? Creda pure: ho capito tutto. Se ne vada e pensi che, da ora, faremo in modo di non vederla mai più.

Dallemozione, Sofia passò al lei senza accorgersene.

Daria riprese i sensi, abbracciò la figlia e la portò fuori dalla cucina.

Grazie, tesoro Ora vai in camera, me la vedo io. la baciò sulla tempia e la spinse dolcemente lungo il corridoio. Vai!

Quando tornò in cucina, dopo qualche respiro, affrontò la suocera.

Che significa, hai messo tua figlia contro di me, non ci credo!

Non ho messo nessuno contro di lei. Lo ha fatto da sola.

Ines Maddalena voleva ribattere, ma Daria la zittì con un gesto, fredda e perentoria come mai le era capitato.

Basta! Sofia ha ragione. Qui non sei la benvenuta. Consulto un avvocato e ti farò sapere. Avrai tutto ciò che ti spetta e poi addio.

Non sperarci! la suocera sputò le parole come una condanna.

Non spero, agirò. Mi dispiace per te. E volgendo lo sguardo pieno di compassione alla donna stanca davanti a sé, aggiunse: Resterai completamente sola…

Non sono affari tuoi! quasi strillò la suocera afferrando la borsa e correndo fuori.

Sofia sentì la porta richiudersi e tornò in cucina, dove trovò la madre col capo fra le braccia sul tavolo.

Mamma?

Sì, piccola… Daria alzò lo sguardo, si asciugò le lacrime e guardò la figlia.

Fa sul serio? Dovremo andarcene?

Non lo so ancora. Vedremo. Ma perché sei già a casa? Mancano ancora due lezioni e non mi hai chiamato.

Hanno annullato algebra, la mamma di Marco mi ha dato un passaggio. Non ti ho chiamata perché non ce nera motivo.

Ok… Ti hanno dato molti compiti?

La conversazione tornò banale e pian piano si ripresero dalla tempesta portata dalla nonna.

Mamma, perché le persone si odiano? Si arrabbiano, si detestano?

Sofia e Daria sedevano vicine sul divano in soggiorno, guardando distrattamente un film. Non guardavano davvero, era solo una scusa per stare vicine, parlare, confidarsi.

Ci sono tante ragioni. Parli della nonna?

Sì. Perché lei non ti vuole bene? E a me…

A me è chiaro. Non le sono mai piaciuta, non ho potuto piacergli.

Perché?

Perché pensava che volessi portarle via il figlio.

Era così?

No, volevo solo una famiglia. Non volevo portare via nessuno, semmai dare… Darti… e speravo anche di più. Ma sei arrivata solo tu. I genitori dovrebbero volere un nipote

Ma nemmeno a me mi ha voluta?

Non del tutto. Era felice quando sei nata. Aspetta! Daria lasciò la stanza e tornò con un cappellino ricamato e una copertina di cotone. Li ha fatti la nonna.

Sofia li osservava stupita.

Ma ci vuole tempo… Guarda i punti, la copertina a uncinetto è bellissima. Solo chi fa le cose con amore fa così.

Esatto, bambina mia. Solo chi ci tiene davvero.

Sofia rimase pensierosa.

Ma allora, perché si comporta così ora?

Non lo so, Sofia. Forse per il dolore, per la solitudine. A volte la sofferenza ti fa vedere tutto brutto intorno a sé. Non arrabbiarti con lei. Quando parla il dolore abbi un po di pietà. Noi siamo insieme, ci aiutiamo, ma lei è davvero sola.

Sofia accarezzava piano la coperta.

Il giorno dopo, Daria chiamò Denis chiedendogli un avvocato. Dopo aver consultato, capì che doveva vendere la casa. Non aveva alternative. I risparmi erano ormai finiti, tutti spesi nella costruzione.

Parlando con Sofia la sera, iniziò a cercare un nuovo posto in cui andare.

Ma Sofia aveva altri piani: quella mattina, fingendo di andare a scuola, si recò a casa della nonna.

Che ci fai qui? Ines Maddalena aprì la porta.

Sofia le porse il cappellino e la copertina.

Che cosè? la voce della nonna tradiva un tremito.

Sono bellissimi. So che li hai fatti per me.

Entra…

La sera, Sofia si avvicinò a Daria, che al PC cercava case online, e labbracciò.

Mamma!

Mmm? Daria digitava, fissando lo schermo.

Non dobbiamo trasferirci.

Come?

Ho detto che non dobbiamo trasferirci. Ho parlato con la nonna.

Daria la fissò esterrefatta:

Coshai fatto???

Sono andata dalla nonna e ho parlato. Rinuncia alleredità.

Non capisco…

Le ho detto che non voglio che resti sola O insiste, e allora le cancello la mia vita, oppure rinuncia e io continuerò a far parte della sua.

E che ti ha detto?

Questo Sofia pose davanti alla madre un pacchettino.

Daria lo aprì e rimase a bocca aperta:

Ma che meraviglia!

Sì Lo indosserò al ballo! Sarà perfetto allora.

Un abito lungo di pizzo, come tessuto di fiocchi di neve. Daria capì che era stato realizzato a mano, con un finissimo merletto.

Sofi, lo sai quanto tempo occorre?

Sì, mamma Lo so Sta davvero male e sente la mancanza di papà. Ha pianto, mamma…

Ha pianto? Ines Maddalena?

Sì…

Daria rimase senza parole. In quel silenzio squillò il telefono, che aveva lasciato in salotto sotto carica.

Pronto, Ines Maddalena.

Ciao. Sofia ti ha detto della nostra conversazione?

Sì, ora.

Allora sai che rinuncio a ogni diritto sulla casa.

Sì, grazie. Anche per il vestito. Bellissimo! Hai delle mani doro.

Non esagerare. Domani alle tredici dal notaio, ti mando lindirizzo. Firmo la rinuncia. E Daria…

Sì?

Sofia è una bambina meravigliosamente educata.

Daria lasciò scivolare il telefono, ascoltando il silenzio che seguì. Poi tornò in cucina e strinse la figlia tra le braccia.

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