La calza blu

Calzino blu

Giulietta, puoi coprire il mio turno domani, per favore? È il compleanno di mia suocera. Dobbiamo andare a farle gli auguri.

Ma non lhai appena festeggiata un mese fa per lonomastico? domandò Nadia, alzando lo sguardo dalla scatola di schede.

Nadia! Cosa stai a sindacare? Prima lonomastico, ora il compleanno! Dai, ho bisogno, capisci? E tu che fatica fai? Niente figli, niente vincoli! Sei sola come un gambo di sedano! Ops Scusa! Non volevo

Giulietta si batté una mano sulle labbra, ma ormai era tardi. Nadia annuì in silenzio, si girò e uscì dalla sala lettura.

Non è stato carino Giulietta fece spallucce e scambiò uno sguardo di intesa con Luisa.

Con Luisa, niente giochi: non se la cavava con le furbizie che funzionavano con altri. Era fatta di unaltra pasta, Luisa. Lei, che pure era bibliotecaria, sosteneva che anche una donna colta dovesse sapersi difendere. Nadia restava di stucco ad ascoltare certi suoi ragionamenti, mentre Giulietta ci rideva sopra fino alle lacrime.

Ecco, vedi, non tutte le bibliotecarie sono calzini blu come te, Nadia! Guarda me o Luisa! Così si vive! Invece tu, a zigzag tra casa e biblioteca, con le tue sciarpine e i gatti Vecchia zitella! Scusa la schiettezza, ma chi ti deve mettere sulla buona strada, se non io? Perché sei così? A guardarti, sei una bella donna! Salutare, occhi limpidi, ma sembri sempre triste Eh, dimmelo, Luisa!

Solitamente Luisa le zittiva.

Basta, dai! E allora tu? Tu di storie ne hai avute più che figurine un ragazzino! E il risultato? Vivi con Gabriele, che o ti urla dietro o esce e scompare. E tu ti lamenti di Nadia?

Almeno un marito ce lho, e dei figli pure! Nadia invece? Soltanto altri gatti adottati? Presto si trasferirà in biblioteca, coi suoi felini! Nadia, almeno un figlio per te, fallo! Da sola, cosa ti trattiene? I tuoi non erano poveri, ti hanno lasciato qualcosa. Una bimba o un bimbo lo tiravi su.

A quel punto Luisa non si tratteneva più, e Giulietta se la svignava invocando mille impegni, mentre Nadia si rifugiava nellangolo più remoto della sala lettura, a nascondere le lacrime.

Perché tutto questo? Era forse colpa sua se le cose erano andate così? Prima il padre malato, poi la madre Quindici anni passati tra suture, bagni e lenzuola da lavare Che vita privata poteva esistere? E chi avrebbe accettato una situazione così? E nemmeno cerano troppi pretendenti Nadia si osservava allo specchio: non bellissima, ma neppure brutta. Una donna nella media. Occhi grigio-verdi, lineamenti regolari, treccia spessa che aveva tagliato di recente, dopo la morte della mamma, sostituendola con un taglio corto: più pratico.

Per il resto, era una donna come tante Nessun vizio, nessuna prospettiva.

Ma poi, nessuna vera voglia di cambiare le cose. Guardava intorno a sé e aveva paura, davvero, di quello che vedeva nelle famiglie delle amiche.

Prendi Giulietta, per esempio: sì, sposata, ma a che prezzo? Tutto il paese sapeva delle battaglie familiari fra lei e il marito, dei suoi tradimenti, delle discussioni senza pudore: separazioni, ritorni, litigi sotto gli occhi di tutti. Ma Giulietta affrontava tutto di petto. Sosteneva che era meglio così che lasciar parlare la gente alle spalle. E non aveva torto, in fondo. Lei era la moglie, punto.

Nadia si chiedeva perché buttare via tempo ed energie in un rapporto simile. Dovè il rispetto? Dovè la dignità? Però, i libri insegnano cose che la vita vera smentisce: puoi fare la fiera solo se hai ville, fortune e parenti ricchi, non se hai due figli, lo stipendio da bibliotecaria e una madre malata. Così non giudicava Giulietta, cercava solo di comprendere. Non sempre ci riusciva, ma col tempo quelle stoccate avevano smesso di ferirla. Se una persona sente il bisogno di insegnarti la vita quando la propria è ben lontana dallessere perfetta pazienza. In fondo, se succedeva una cosa davvero seria, Giulietta era la prima a dare una mano. Aveva imparato mille cose curando sua madre, e quando Nadia non trovava uninfermiera per la mamma, Giulietta si presentava, senza batter ciglio, a fare quello che cera da fare, gratis.

Vuoi offendermi? si lagnava Giulietta, guardando Nadia che le porgeva le banconote in mano. Ma sei scema? Nascondili! Credi sia fatica per me? Siamo vicini, e tu ti senti in colpa perché ti aiuto con le iniezioni? Ma smettila, che sono storie!

Nadia si vergognava davvero fino alle lacrime. Cercava almeno di ricambiare: sciarpe e cappelli fatti a mano, guanti con i pettirossi ricamati che la figlia di Giulietta metteva solo nei giorni speciali, per paura di perderli.

Sono troppo belli! Se li perdo?

Giulietta, rigirando quellultima meraviglia fra le mani, suggerì perfino a Nadia di aprire un negozio online.

Te li comprano anche allestero, stai certa!

Allinizio Nadia ci pensò, poi scosse la testa.

Ne faccio troppo pochi, tutto pezzi unici.

E allora prendi le nostre nonne! Sono tutte in cortile a chiacchierare: mettile a lavorare. Così arrotondano la pensione e tu hai aiuto!

Stranissimo ma funzionò. Giulietta aveva fiuto per gli affari che non aveva mai espresso da giovane. Il sito prese vita, partirono gli ordini. Non tanto, ma abbastanza da migliorare i conti di Nadia e rallegrare le nonne del condominio. Ora, la sera, tutto il gruppo sedeva sulle panche a lavorare a maglia, e Nadia e Giulietta inventavano i nuovi modelli.

Guarda qui! Questa lhanno appena presentata a Milano, settimana della moda. Zia Piera mi ha fatto vedere la stessa fantasia, basta un aggiustamento roba da portare pure io!

E Nadia al lavoro. In due settimane, la nuova gonna di Giulietta finiva in vendita nella vetrina virtuale.

Non diventava ricca, ma sentiva di valere qualcosa. Non era così inutile, in fondo. Qualcosa lo sapeva fare.

Luisa rideva un po delle loro iniziative, ma le aiutava di cuore quando poteva. Lei la merlettaia della squadra, anche se a tempo davvero non abbondava.

Me lo ha insegnato la nonna. Diceva che serviva saperlo fare.

I suoi pizzi erano il pezzo forte del negozio di Nadia. E Giulietta non diceva nulla se Luisa si piazzava in sala a lavorare, lasciando alle amiche le sue mansioni. Loro sapevano bene quanto contasse quel lavoretto in più per Luisa.

Suo marito, pittore un po perso, se nera andato appena nati i gemelli. Sempre in cerca di sé, sempre scontento, un padre a metà. La figlia maggiore lo chiamava lo zio, non papà.

Mamma, è arrivato lo zio Paolo.

Paolo si arrabbiava, ma Luisa smise di tacere.

E tu, che hai fatto per tua figlia, di tanto straordinario?

Magari fu la seconda gravidanza, magari le venne la forza tutta insieme, ma Luisa non lo trattenne. Una volta saputo che aveva due maschietti ben svegli, partoriti senza problemi, Paolo se ne andò. E Luisa non si disperò. Lavoro ne aveva, i genitori in campagna producevano di tutto e la aiutavano come potevano. Le vacanze? Solo dai nonni, ovvio. Ma serviva per crescere i figli.

E crescevano benissimo, infatti. Guardando quei bambini, Nadia pensava che, se avesse avuto la certezza di farli venire su così, la proposta di Giulietta non lavrebbe nemmeno esitata a prendere al volo.

Ma un figlio per sé la spaventava. Non avere parentele, le amiche tutte impastoiate, chi si sarebbe preso cura del piccolo, se le fosse successo qualcosa? Orfanotrofio? Casa famiglia? Che colpa avrebbe un bambino, se non quella dessere nato perché la mamma si sentiva sola? No. Meglio gatti e lavori a maglia. La responsabilità era una cosa seria.

Nadia non poteva sapere che tutto il gruppo con Giulietta in testa da tempo le cercava il marito perfetto. Nel piccolo paese gli uomini erano pochi, i candidati passavano e svanivano, ma nulla di fatto. Eppure non la tormentavano con la questione: solo Giulietta ogni tanto sbottava, per poi rimproverarsi amaramente.

Eppure il candidato arrivò, del tutto inaspettato. Non lavrebbe indovinato nessuno. Neppure Nadia.

Un giorno, dopo lennesima scena alla Giulietta, Nadia, asciugate le lacrime, accettò di coprire il suo turno. Pensava che avrebbe preparato buona parte del lavoro la sera, dedicando il mattino seguente al negozio e alle nuove foto. Una delle creazioni di Luisa, un abito da sposa bianco con ricami finissimi, era perfetta per la vetrina.

Che meraviglia hai creato, Luisa! Sei una maga!

Dillo ai miei figli! Ieri stavano quasi per distruggermelo: mi giravo un attimo e già avevano le forbici sulla fine del vestito! Hanno tagliato pure con precisione! Ho dovuto rimontare tutto con un altro motivo, ma ora non si nota.

Quella sera, tornando a casa, Nadia rifletteva su come descrivere il capolavoro online, mentre saliva le scale.

Poi, la voce.

Aiuto

Quasi non si distingueva nel brusio del condominio, tra festeggiamenti e bambini che giocavano. Unaltra volta.

Aiuto

Stavolta ne era sicura. Qualcuno chiedeva aiuto.

La palazzina che ospitava Nadia era vecchia, abitata soprattutto da anziani; ce nerano alcuni senza parenti. Li conosceva tutti. Molti le avevano dato una mano coi genitori malati; alcuni facevano parte del suo gruppo del lavoro a maglia, altri le auguravano marito e figli a ogni incontro.

Tra i secondi cera Zina, la professoressa.

Una cara amica di sua madre, aveva insegnato matematica a generazioni di ragazzi. A Nadia rispondeva sempre con i suoi tipici discorsi:

Salute? Ma figurati, Nadietta Non cè da un pezzo; ma sono viva, e a Dio va bene così. Ma raccontami di te, piuttosto.

Con lei Nadia si lasciava un po andare, ricevendo in cambio consigli solidi e mai invadenti.

Nadia, vivi come ti pare. Non ascoltare gli altri: ognuna ha il suo destino. Chi lha detto che si deve vivere come dicono gli altri? Sciocchezze. Proveresti il vestito di unaltra persona, ti ci troveresti bene? No. Ecco, allora Non lasciarti schiacciare dai confronti! Un figlio per forza, un matrimonio recitato, ti renderebbero più felice? Fidati dellesperienza: no! Quelli che vivono tutto perché bisogna spesso rovinano la vita ai figli, che avvertono mancanza daffetto. Non serve.

Parole che rasserenavano Nadia. Forse, non era così sbagliata, dopotutto.

Zina aveva vissuto quasi cinquantanni di matrimonio, seguendo il marito per mezza Italia, e si era stabilita lì, senza figli ma con decine di generazioni di studenti che la ricordavano e la visitavano. Li considerava i suoi figli.

Il marito se nera andato da due anni appena. Nadia, preoccupata per la solitudine dellanziana, le aveva portato un gattino raccolto dalla strada.

Anche lui senza famiglia. Che ne pensa, signora Zina?

Il micio, chiamato Cesare, fu subito accolto; ed è probabile che sia stato lui a trattenere Zina nel mondo: Cesare voleva pesce fresco ogni mattina, e niente depressione che tenesse: questo la obbligava a lavarsi, vestirsi, uscire.

Così, tra vecchia signora e micio, la vita vegetava tranquilla. Di rado Zina chiedeva qualcosa; preferiva badare ai propri guai da sola.

Ma proprio da lì, quella sera, giungeva la supplica.

Nadia non esitò un istante. Saltando i gradini a due a due, fu poco dopo a bussare forte alla porta della presidente del condominio, la signora Mariella.

Mariella! È successo qualcosa!

Mariella, ben più esperta delle regole di Nadia, gettò via ogni scrupolo: i soccorsi non arrivavano, il vigile neppure rispondeva. Sbottonò le formalità.

Pazienza! Se mi devono arrestare, arrestino: mica lascio morire la gente.

Aveva già la copia delle chiavi di Zina, per sicurezza.

Aprirono la porta, seguite da altri vicini; la scena fece ammutolire tutti.

Zina era caduta in bagno, probabilmente colpita alla testa. Non poteva muovere le braccia, aveva una gamba incastrata. Urlava daiuto: e solo Nadia aveva sentito.

Lei si precipitò, fece tutto il necessario: chiamò con urgenza i soccorsi, si occupò di Zina in ospedale, e, una volta a casa, prese lei la signora anziana con sé per non farla restare sola.

Nadia era abituata a prendersi cura degli altri; Giulietta, inizialmente burbera, organizzò con prontezza la visita del medico, le flebo, le medicine, protestando solo per il troppo altruismo dellamica.

Dobbiamo rimetterla in piedi, Zina! Non ci pensi neanche di mollare!

Zina, dapprima restia a disturbare Nadia, infine accettò, vedendo che lo faceva non per dovere, ma per affetto.

Una donna come te, Nadia, merita che il cielo si ricordi Sarai mica un angelo, tu?

Lentamente, si riprese, e Nadia, tornata a casa dopo il lavoro, trovava, invece del silenzio greve, la compagnia: il resoconto vivace di Zina, i litigi rumorosi tra Cesare e i suoi stessi gatti, il tutto condito da risate sincere. Cesare, certo del proprio rango, cercava sempre di imporre la sue regole, ma con scarso successo con le due persiane che Nadia aveva adottato.

Non soffrire, Cesare. I tempi cambiano, niente più harem

Il gatto si accucciava accanto a lei, placido.

A Nadia, la monotonia della vita sembrava ormai solo un ricordo sbiadito. Tutto cambiava velocemente, e il futuro che aveva costruito nella sua testa crollava per lasciare spazio a idee nuove.

Tutto cominciò una sera, quando suonò alla porta.

Sarà ancora Giulietta? Nadia mise in pausa il film che guardava con Zina, e andò ad aprire.

Trovarsi davanti quelluomo, era una sorpresa. Ingiustificatamente inquieto, con la barba, la giacca di pelle, i jeans consumati: non certo uno degli uomini che Nadia era abituata a vedere in città.

Sì? Chi cerca? chiese.

Buonasera. Qui abita la signora Zina, giusto?

Sì, la cerca?

Vorrei vederla, sono passato.

Nadia esitò, ma Cesare saltò fuori come un lampo, si fiondò sulle gambe delluomo.

Oh, Cesare! Ma ciao!

Una grande mano afferrò il gatto, e il viso di lui si distese in un sorriso stupefacente.

Prego, entri pure.

Zina, appena lo vide, spalancò le braccia e si illuminò.

Sergio, caro! Che piacere! Cosa ti porta da queste parti?

Sto andando verso lEmilia, ci troviamo tutti con le moto, il raduno. Ho pensato di salutarti; era un po che non chiamavo.

Scusami, tesoro lascia che ti presenti: Nadia. Il mio angelo custode, la donna migliore che abbia mai conosciuto. Fidati!

Sergio, colto in contropiede, arrossì e abbassò lo sguardo.

Piacere.

Zina, che lo conosceva bene dai tempi della scuola, intuì subito tutto. Fu sua lidea di trattenerlo, chiedergli aiuto, incentrare la serata nei racconti e mille pretesti per farli stare insieme.

Sergio ripartì solo dopo due giorni ma, poco dopo, tornò. E la notizia scosse tutti: Nadia, fidanzata! Presto sposa!

Sergio, ci conosciamo appena È il caso? quasi tremava, Nadia di fronte a quelluomo così inaspettato.

E a chi importa, Nadia? Non siamo ragazzini, non dobbiamo dare spiegazioni.

Giulietta e Luisa, ascoltato il racconto, si lanciarono sguardi dintesa, ma questa volta tacquero.

Non ti domanderò nemmeno se lo ami Non siamo mica adolescenti, disse Giulietta, sorridendo. Ma dimmi: ti sembra la persona giusta?

Perché io sono vecchia? rise Nadia. E Giulietta, guardandola, vide la donna nuova: luminosa, felice, irriconoscibile rispetto a qualche mese prima.

Ho detto una sciocchezza, perdonami Sii felice, Nadia! E tu, Luisa, il vestito?

Già tolto dal sito! Così Nadia può stare tranquilla

Il paese non aveva mai visto un matrimonio così: la processione di moto per le stradine, la gente alle finestre.

Ma chi è la sposa? si chiedevano.

La bibliotecaria, quella dolce, Nadia.

Se lo merita tutto Lui sembra a posto!

Tre anni dopo, Sergio aiutava Zina a scendere dallauto.

Ci penso da sola, Sergio: corri, vai da tuo figlio!

Nadia, sistemato labito nuovo cucito da Luisa, metteva in fila fotografi e parenti, decisa:

Foto di gruppo! Tutti, eh!

Così, sullingresso dellospedale, si stringevano attorno a lei Sergio, Luisa con i figli, Giulietta con la famiglia, Mariella, le nonne e tutte le amiche del gruppo.

Perché le persone buone non sono mai troppe.

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