La vita vuota di Dasha

Vita vuota di Giulia

La neve non bruciava più i piedi nudi di Giulia aveva smesso di sentirli ormai. Solo il vento la percuoteva, come una sferza, su viso, braccia e collo, penetrando la magra cassa toracica coperta solo dalla sottile camicia da notte. I capelli grigi, impregnati di neve, si erano irrigiditi come grossi ghiaccioli. Una bufera violenta fischiava tra i muri della cascina e Giulia non distingueva più dove stesse andando, smarrita nel proprio cortile. Appoggiatasi con la schiena alle assi gelide del cancello, strinse le braccia al petto e cominciò a lamentarsi sottovoce:

Che venga presto la morte! Prendimi, Dio… Che almeno finisca qui

Sarebbe davvero morta quella notte, assiderata, se non fosse stato per la vicina Teresa, uscita nel buio per vedere se la sua mucca avesse iniziato a partorire. Notò la porta di Giulia socchiusa e uno spiraglio di luce tremolante.

Giulia! Ma che combini lì fuori al buio?

Giulia era ferma nell’angolo del cortile, riparata dagli alberi e dalla neve lancinante, e a occhi chiusi ripeteva ossessivamente: Morire, morire

Teresa corse fuori, attraversò il cancello della Giulia.

Giulia, dove sei? Giulia, accidenti a te!.. Giulia!

Anche volendo, Giulia non avrebbe potuto risponderle. Sospirò, scivolò lungo il cancello gelato e, mormorando qualcosa dincomprensibile, posò la testa spettinata sulle ginocchia. Si contrasse tutta. Dai suoi zigomi scavati e grigi solcavano lacrime lente e calde. Poi qualcuno la sollevò, tentando di trascinarla via, ma era diventata rigida come legno gelato.

Porca miseria! Aspetta che arrivo! gridò Teresa, che corse a chiamare suo marito. Insieme trascinarono Giulia dentro la casa.

Da quel giorno Giulia rimase a letto. Al mattino venne la giovane dottoressa della mutua, sorpresa di trovarla, a novantuno anni, senza nessuna seria malattia, se non un forte congelamento ai piedi. Piegandosi su di lei, disse:

Dovrebbe andare in ospedale, chiamiamo lauto?

La vecchia guardò triste i capelli neri della ragazza, le sue guance accese dal freddo, e scosse testardamente la testa.

Non serve a nulla. Rimango qui. E tu, bella mia, non perdere tempo con me. Non cè nulla che io voglia. Vai con Dio.

Restò in quel letto due settimane. E perché mai quella notte era uscita, scalza e in camicia, nel cortile? Tutti dissero che Giulia si era ammalata per la propria follia, eppure lei, dentro di sé, sapeva che cera qualcosa di misterioso, una specie di destino in tutto questo. La sera prima era rimasta seduta sul letto nella fioca luce della lampadina a disfare un vecchio calzino di lana. Le mani esperte si muovevano rapide, con abilità di chi ha lavorato una vita. Ma la testa era lontana da lì, lo sguardo fisso oltre il muro, le labbra piegate in un sorriso vuoto rivolto a qualcosa di lontano: i ricordi.

Fin dallinfanzia la vita non aveva concesso nulla di buono a Giulia. Solo lavoro, fatica e miseria, e un unico raggio di luce spezzò quelluniverso grigio: breve e intenso, il sentimento dellamore.

Si chiamava Domenico.

Domenico… Domenichino… mormorava lei con le labbra tremanti, sorridendo in modo enigmatico.

Era follia o sogno? Le sembrava, quella sera, di camminare nei campi verso il sottobosco dietro la villa padronale. Fissava lontano, la mano a riparare gli occhi dal sole, aspettando lui, che aveva giurato che sarebbe arrivato. Dentro un fremito di paura e speranza. E nel luccichio del grano maturo, vide la figura maschile. Gli corse incontro, felice, urlando: Domenico! Domenico!

Con questimmagine saddormentò. Ma a notte fonda si svegliò con un brivido dinquietudine. Guardò fuori dalla finestra la bufera ululava, i vetri vibravano. Gettò via la coperta, protese le mani verso il vuoto e, tastando il muro, si diresse verso la porta.

Faccio in fretta… arrivo subito

Uscì, aprendo la porta con il piede nudo, senza coscienza di sé. Cercò con gli occhi miopi nei vortici bianchi sopra il villaggio. Ancora, tendendo la mano, supplicava:

Domenico

Il gelo le strinse il respiro, le viscere si rabbuiarono. Con i piedi nudi scese i gradini ghiacciati, imboccò il sentiero, il volto sempre rivolto al cancello, camminando verso di lui, lottando contro la bufera.

Domenico! Sono qui! Domenico!

Raggiunse il cancello, guardò oltre, corse su e giù… E solo allora sentì i piedi divenire insensibili, incapaci di muoversi ancora un passo. Cercando di fare in fretta, corse lungo la staccionata verso il portone, ancora sorridendo.

Solo un attimo… guardo anche da questaltra parte

Ma il portone non lo trovò più. Si perse nel cortile. Persi tutti i punti di riferimento: un albero, una siepe, gambe affondate nella neve Rimise tutto nelle mani del destino. Così la trovarono i vicini.

Teresa veniva spesso a trovarla: portava cibo, accendeva la stufa, bisbigliava parole dolci. E la giovane dottoressa cambiava le bende, spalmava quella pomata puzzolente sui piedi, le chiedeva sempre la temperatura. Giulia eseguiva, ma quando rimaneva sola guardava il soffitto con occhi vuoti. Ascoltava i suoni da fuori: il latrato di un cane, il cigolio delle vecchie biciclette, il chiacchiericcio degli scolari al ritorno.

Sempre più spesso il sonno la rapiva. Apriva gli occhi solo per vedere: è già mattino? O è ancora notte? La legna scoppiettava nella stufa. Dal tetto stillavano le gocce. Madonna, ma quando la finirà tutto questo? Vorrei morire pensava Giulia, sempre più spesso.

Da bambina aveva imparato una sola, tremenda verità: la sua sorte era quella di una salita ripida e franosa, piena di fango e rovi. Da lì si poteva solo cadere, ferirsi su radici e sassi. Nessuno ti dava la mano, nessuno ti sosteneva, nessuno aiutava a risalire, verso il sole. Così vivevano tutti intorno, così non aveva mai sperato il contrario. Aveva fatto sua la convinzione che la vita fosse solo un lungo, estenuante declino, e che lunica cosa da fare fosse sopportare stringendo i denti.

Quellanno la primavera arrivò tardi, dura e inospitale. Non con il calore, ma con freddi venti e piogge interminabili che avevano trasformato le strade in fango. La neve si sciolse solo a maggio, lasciando scoperta una terra smunta e spoglia, consumata. Nessuna foglia sui pioppi, i frutteti sembravano bruciati. Giulia, rimboccandosi il fazzoletto bagnato sui capelli, tornava dal pozzo camminando tra le pozzanghere gelide che bagnavano i suoi piedi screpolati. Dallaltra parte della strada, davanti a una siepe cadente, due uomini fumavano, chiusi nei loro cappotti sotto la pioggia fina. Parlottavano, lanciando uno sguardo a Giulia, ma lei li ignorava. Da tempo aveva imparato a essere invisibile, parte di un paesaggio triste e spento.

Giulia! La voce aspra e imperiosa di Maddalena, vecchia contadina che lavorava con lei nella casa della padrona, squarciò laria umida. Vai subito allemporio! Di a Umberto di dare cotone a fiori per la signorina. Il più bello! E non perder tempo! Stasera arrivano ospiti dalla città, bisogna prepare la tavola. E prendi dei fiori!

Giulia appoggiò i secchi sul gradino, attenta a non sprecare lacqua preziosa, sasciugò le mani nel grembiule sporco e si incamminò verso la strada. Aveva ventidue anni, ma pareva che la vita fosse passata accanto a lei senza mai sfiorarla. Dodici anni prima, dopo la morte di padre e madre, la vedova del padrone laveva presa con sé in cambio di un tozzo di pane. Allora era una ragazzina magra e impaurita dagli sguardi e dalle grida. Ora era diventata una giovane alta, robusta, silenziosa, con mani forti e occhi abbassati, da cui era sparita ogni luce.

Lavorava dal mattino alla notte. Fino allassordante ronzio nelle gambe gonfie dal dolore. Spaccava legna sotto la pioggia, mungeva la capra nella stalla ghiacciata, impastava la creta, lavava al lavatoio finché le dita non diventavano blu. Sarchiava lorto sotto il sole cocente, vicina alle more e ai ribes, così invitanti che facevano girare la testa, ma non ne poteva assaggiare: la padrona le contava e per ogni bacca sparita cera una frustata di ortiche. Non sono per te, parassita! Giulia aveva imparato a non guardarsi attorno. Strappava le erbacce con rabbia, si mordeva le labbra per non piangere e cercava solo di compiacere la padrona, sperando almeno nei giorni buoni di essere lasciata in pace. Fino a tardi la sua ombra magra si muoveva sotto il fogliame irto degli alberi, tra quegli acini grassi e lucenti che parevano supplicarla di essere mangiati. Ma lei teneva duro.

Il sabato era il giorno del bagno. Si caricava sulla schiena pesanti secchi dacqua, scaldava le pietre del forno fino a toglierle il respiro, poi, tra il vapore bruciante, strofinava con forza la schiena molle e larga della padrona, finché le lacrime non le riempivano gli occhi per la fatica e la nausea. La vecchia a volte le pizzicava il fianco, altre in buona, le dava una pacca sulla guancia calda e la chiamava cavalla da tiro. Giulia vi si era abituata. Non conosceva altra vita. Non si offendeva nemmeno. Tra lei e il mondo sera eretto un muro di stanchezza e indifferenza, e di una speranza ormai sepolta. Non le importava come fosse vestita, né cosa pensassero degli uomini o delle altre donne. Era estranea ai pettegolezzi e agli scherzi dei ragazzi del paese. Non si fermava mai e la vecchia padrona ormai non poteva più fare a meno di lei.

Un giorno, mentre Giulia, in equilibrio su una sedia, puliva con cura lo specchio alto dellingresso, la padrona chiese pensierosa:

Giulia, vuoi che ti sistemi, che ti sposi? Che ne pensi?

Giulia scese, strizzò il panno e rispose indifferente:

Come vuole lei.

Allora resterai zitella?

Mi è indifferente.

Eh già! le fece la padrona battendole sulla spalla, Meglio così! A far figli solo casini e rumore, con quel sedere ne potresti sfornare una decina! Almeno tu non sei come mia Paolina.

Voleva fare il segno della croce pensando alla figlia, ma in quel momento fu chiamata dalle stanze e rimandò la decisione.

Quel discorso non smosse nulla nel cuore di Giulia. La sua anima era placida, rassegnata e vuota. Forte e sana, non desiderava nulla per sé, anche se gli istinti avrebbero potuto risvegliarsi come in chiunque. Ma era quella barriera incomprensibile a separarla dal resto del mondo. E lì dietro, tutto sommato, ci stava bene. Gli uomini e i ragazzi della cascina si abituarono in fretta al suo fascino freddo e allincedere severo. Nessuno nutriva desideri per lei. Il vecchio stalliere Giuseppe, un giorno, sentenziò: La bellezza di Giulia è cosa per Dio, non per gli uomini. Così sarebbe continuato, se non fosse stato per ciò che accadde in seguito, che la spinse a scavalcare quel muro per un breve, brevissimo momento.

Successe a inizio giugno, quando laria si scaldò e i prati si coprirono di verde. In villa si attendevano ospiti importanti. La signorina, pallida e cagionevole, avrebbe ricevuto il giovane figlio di signori da Milano, si diceva chiedesse la sua mano. Giulia fu mandata a raccogliere margherite in riva al fiume. Camminava scalza sullerba, quando sulla stretta passerella le sbarrò il passo un ragazzo nuovo. Indossava un gilet vistoso, la camicia ricamata, stivali cromati che luccicavano anche col cielo nuvoloso. Aveva occhi brillanti e insolenti, la riga lucida di brillantina nei capelli biondicci. Era Domenico, lo stalliere di una villa lì vicino, arrivato assieme al giovane nobile. Stava con le gambe larghe, la guardava come si valuta un cavallo a una fiera.

Buondì, bella ragazza, ridacchiò, scrutando le braccia forti, il petto alto avvolto dalla camicetta sbiadita.

Giulia non lo degnò di uno sguardo. Fece per aggirarlo, lui la ostacolò.

Che vuoi?

Come ti chiami?

Lo sa chi me lha dato, tu non hai bisogno di saperlo! rispose dura, girandogli intorno come fosse un palo.

Ma Domenico non la lasciava in pace. Da allora venne ogni settimana, la sua voce rimbombava nel cortile, i suoi occhi pesanti la seguivano dappertutto. La trovava in ogni dove al pozzo, al fienile, dietro la cucina. La riempiva di scherzi rozzi e battute fuori luogo, cercava di pizzicarla, ma lei, indifferente, si spostava. Un giorno, mentre stava per prendere la farina in granaio, lui la bloccò contro i sacchi. Non urlò nemmeno. Un istinto animale le scattò in corpo: lo scostò con forza e lui finì per terra. Giulia non si scompose, solo: Ben ti sta fece, aggiustandosi il fazzoletto e uscendo dal fienile. Domenico restò a terra a massaggiarsi la testa, e qualcosa nei suoi occhi cambiò: non più solo desiderio, ma un’avidità provocatoria, nuova. Era abituato a donne che gli si gettavano al collo; quella lì aveva una forza diversa, impenetrabile.

Giulia? Non era proprio indifferente, ma di certo non viveva una cotta da adolescente. Quello che le stava accadendo era nuovo, misterioso. Domenico divenne per lei la scintilla di qualcosa di nuovo una lieve rinascita.

E così Giulia prese a sorridere più spesso. Voleva di nuovo provare quel languido tepore che lui aveva riacceso nel suo petto. Si svegliava prima dellalba, solo per vedere il primo sole sopra i prati, e restava a lungo ad ascoltare le mucche, a sentire la rugiada brillare nellerba. Avrebbe voluto buttarsi in quel mare verde, ridere per la gioia di essere viva e giovane, ma appena si rendeva conto di star oziando, correva subito a lavorare. Così passò un mese.

Le attenzioni di Domenico non portarono a nulla a parte un bacio rubato in cantina, per cui si prese subito uno schiaffo che gli fece passare ogni voglia. Ma la sua ostinazione un risultato lo ottenne. Una volta mentre Giulia svuotava i secchi e scorgeva che voleva aiutarla, gli sorrise di sbieco. Unaltra volta lui la sorprese a guardarlo a lungo dalla finestra. Nulla ancora, ma speranze sì.

E, come spesso accade, la loro storia ebbe fine prima di cominciare.

Un giorno Domenico difese un bambino sorpreso a rubare nel campo della padrona. La signora ordinò al fattore di frustare il ragazzino. Vedendo la scena, Giulia arrestò il volto sconvolto, corse, cercò di prendere lei i colpi al posto del ragazzo, ma fu respinta. Allora afferrò un grosso ramo, pronta a colpirlo alle spalle. La folla rimase in silenzio. Ma proprio allora Domenico arrivò, afferrò la frusta dalle mani del fattore e lo colpì sulla barba.

Fuori di qui! Andrò io dalla padrona! Vai via!

Le donne accorsero al bambino piangente, domande, conforto. Il piccolo singhiozzava: Mia mamma è morta ieri… Morta!

Quelle parole travolsero Giulia come un pugno, la scossero fino in fondo. Rivide sé stessa in quel bambino. Abbandonò tutto e scappò nella sua stanza, stramazzando sul letto. Il pianto la squassò, le dita affondate nel vecchio materasso. Piangeva di pietà per sé stessa, di rabbia impotente, di nostalgia per qualcosa che non aveva mai avuto e nemmeno sapeva nominare.

Domenico la trovò. Entrò silenzioso, si sedette accanto. Non disse niente, le cinse solo le spalle tremanti. E lei, per la prima volta, lo lasciò fare. Sentiva il calore del suo corpo giovane e forte, rimase immobile. Le lacrime ancora le rigavano il volto, ma il lamento cessò. Sussurrò:

E dopo quei boschi, cosa cè? E oltre?

La città, rispose lui, stupito. Una grande città, palazzi, botteghe, cattedrali.

E poi?

E poi unaltra città. E infine, dicono, il mare. Lontano.

Giulia tacque. Il mare non laveva mai visto. Aveva paura di attraversare anche il fiume. Ma ora voleva vederlo quel mare, voleva andarsene da lì, dove lavevano solo sfruttata e derisa, dove la chiamavano cavalla da tiro e nemmeno ricordavano il suo nome. Voleva essere persona. Si girò, abbracciò Domenico tra le sue mani ruvide e, per la prima volta, lo guardò negli occhi:

Mi porteresti via? Mi sposeresti?

Domenico esitò. Non era uomo da grandi promesse. Tentennava, diceva che dovevano aspettare, che servivano soldi, che la cosa era difficile. Ma Giulia non ascoltava più. In lei era esplosa la piena. Divenne coraggiosa, impaziente, folle in quella sua risolutezza. Fu lei a baciarlo, a stringersi a lui, a promettere che nulla le importava, che era pronta a tutto pur di lasciarsi tutto alle spalle. Quella notte perse il crocefisso di rame che portava al collo la cordicella si spezzò e lui cadde nel buio. Non lo cercò più. Così devessere, sussurrò e nella voce le si sentiva un che di solenni rassegnazione.

Domenico tornò ancora due volte. Si nascondevano nel fienile, in cantina, dietro i salici fuori dal paese. Giulia fioriva a vista docchio. Camminava diversa, leggera, la testa alta come una ragazza vera. Gli occhi riprendono luce, le guance si colorano. Sorrise, timida e impacciata, come se stesse imparando la vita da capo.

Ma tutto finì. Il matrimonio della signorina fu grande, caotico, con gli invitati alticci e la fisarmonica, e il giovane signore portò a Milano la moglie. Domenico ovviamente partì con loro. A Giulia non dissero nulla. Lo seppe dalla cuoca:

E andato via il tuo, Giulia. Con i padroni. Ormai è finita.

Giulia aspettò. Ogni sera usciva sulla strada, fissando la polvere che portava al bosco. Aspettava ore, con le mani conserte, una statua nel crepuscolo. Smetteva di mangiare, di dormire. Il suo volto bellissimo si fece trasparente, le guance scavate, lo sguardo ardeva di un fuoco folle. Maddalena la malediva, le lanciava contro la scodella, ma Giulia sorrideva con una dolcezza vuota, beata, certa che Domenico sarebbe tornato. Lo sentiva persino nelle ossa.

L’estate passò; calda e soffocante. Poi arrivò lautunno, grigio e piovoso. Giulia amava osservare la striscia lontana dorizzonte, dove il bosco toccava il cielo. Credeva che bastasse aspettare per vederlo ritornare. Non chiedeva di lui a nessuno, ma se anche qualcuno gliene parlava, non capiva, sorrideva soltanto. Era certa che solo forze nemiche li tenevano lontani. E se nella sua vita cerano stati giorni felici con Domenico, anche per lui doveva essere così; nessuno rinuncia alla felicità. Quindi bastava aspettare. Parlava poco, sempre concentrata chissà su quale pensiero, si gettava nel lavoro con rabbia, volendo finirlo presto per aspettare ancora. Quando era libera, stava seduta a guardare oltre ogni cosa, come assorta nel vuoto. Giorni, mesi, anni si ammucchiavano in una foschia di attesa.

Un giorno, alla fine di ottobre, quando gli alberi erano ormai nudi e i campi neri d’acqua, Giulia che zappava il suo orto rialzò improvvisamente la testa. Sull’orlo del campo, al limite del bosco, apparve la figura di un uomo. Il cuore le saltò un battito. Le parve Domenico. Lasciò cadere la zappa e corse, senza sentire i piedi, le mani larghe, urlando il suo nome:

Aspetta! Aspetta!

Luomo non si voltò, forse non la sentiva. Giulia raggiunse il fiumiciattolo, ora gonfio per le piogge. Lo cercò con lo sguardo da lontano. Si arrampicò su un tronco, aggrappata alla speranza. Aveva paura a piangere, perché temeva di farlo sparire. La testa bionda si confuse allorizzonte, divenne un punto, poi nulla. Solo il prato verde e infinito.

La trovò una contadina vicina, mentre rincalzava i lamponi.

Ma che fai lì seduta? Perché sei corsa così?

Era Domenico, disse Giulia, senza voltarsi.

Che Domenico?

Lo stalliere… veniva qui col signorotto della villa.

Quello della villa accanto? Eh sì, brava! Ma a che ti serve?

Lo aspetto.

A cosa aspetti? Gli è passata. Ha famiglia, sapessi. Mi dicono che ormai è anni che si è sposato. Sta a Orbetello. Tanti figli. Malato pure, non si alza più. Una miseria. Forse è già morto

Non mentire, sussurrò Giulia, e nella sua voce fremeva una follia buia che la vicina si tirò indietro spaventata.

Ma perché dovrei mentire? Sciocca… incrociandosi in fretta Sarai matta… sicuramente!

È giovane, bello, forte, Giulia si toccò il petto con gli occhi ardenti di follia, Sai chi sono io?

Chi?

Sua moglie. Non abbiamo figli, perché non ho mai concepito.

Povera. Ma da allora sono passati decenni! Sarà vecchio ormai! Vieni via.

Giulia rideva, fissandola con occhi annebbiati:

Perché hai mentito, eh? Dimmi, perché?

La vicina pensò: Quella povera è toccata. Che la protegga Dio! Si fece il segno della croce, scostandosi dalla donna inginocchiata nel prato.

Da quel giorno tutta la borgata prese a considerarla follemente beata. Giulia non aspettava e non piangeva più come una volta. Lavorava in silenzio il suo piccolo pezzo di terra con rabbia, quasi a coprire con la fatica il dolore che aveva nel cuore. Quando poteva, si metteva sul gradino della sua casa e fissava il bosco, oltre il quale simmaginava il mare. E nei suoi occhi si posò una pace così profonda e spaventosa che tutti le passavano accanto facendosi il segno della croce.

Finché riuscì ancora a reggersi in piedi, anche nei giorni di giugno, quando laria profumava intensamente di peonie e tigli, Giulia si lavava, si pettinava i lunghi capelli brizzolati e usciva nel prato a guardare lontano, dove il blu dei monti si unisce al cielo. Stava ferma, già non più bella ma ancora solenne, radicata come un vecchio ulivo, e restava così per ore, a fissare linfinito come chi aspetta da secoli. E se qualcuno, per pietà o curiosità, le chiedeva chi aspettasse, rispondeva piano, con un sorriso tenero:

La mia felicità. È là, dietro al bosco. Domenico mi ha promesso che oggi torna.

Poveraccia! Povera donna!

Solo il vento scuoteva le chiome dei pioppi, il fiume trascinava la sua acqua lenta e perpetua, e lontano, oltre boschi e città, cera quel mare sconosciuto di cui aveva solo sentito il nome, e che non aveva mai visto.

Si aprì la porta della sua casa. Teresa entrò a riaccendere la stufa. Giulia la guardò con occhi svaniti, privi di ogni colore.

Allora? Come vanno i piedi? chiese Teresa.

La vecchia borbottò qualcosa dincomprensibile. Teresa si avvicinò.

Eh? Non sento!

…vorrei morire ormai… No, lui non tornerà più. Mi resta solo morireTeresa la sfiorò con una carezza, ma Giulia non si mosse. Fuori la neve sciolta colava dai tetti, e il vento sembrava portare voci lontane fra i campi acquitrinosi.

Quella notte Giulia sognò di nuovo semplice e silenzioso. Si rivide giovane, vestita di rosa pallido, le mani bianche, il sorriso vivo, mentre correva attraverso il prato, con il cuore che rimbombava come una festa. Stavolta il sole era altissimo, e il bosco lussureggiante si apriva sulla pianura. Domenico camminava davanti a lei, girandosi a ogni passo, e ridendo le faceva cenno di seguirlo. Lei rideva, ebbra e leggera, e i piedi non le facevano più male.

Domenico, aspettami! chiamava scherzosa.

Il sentiero correva verso lorizzonte, oltre il fiume, e il profumo del mare era già nellaria. Non cera più paura, né gelo, né fatica. Solo quel senso infinito di attesa e di certezza, come se tutto fosse stato solo preparazione per quel passo, per quellultimo incontro. Oltre il margine del bosco si intravedeva la distesa blu: era davvero il mare, immenso, sconosciuto, ma dolce.

Giulia allungava una mano verso Domenico, e lui la prendeva tra le sue. La sua voce era come un abbraccio:

Andiamo. Adesso si può, Giulia.

Lei non esitò. Si sentì leggera, trasparente, senza più né peso né dolore. Camminarono insieme, mano nella mano, al di là dei pioppi, fino alla riva. Lì, seduti uno accanto allaltra, guardarono il mare. E finalmente Giulia sorrise, davvero, come una donna che ha trovato riposo.

La mattina dopo Teresa entrò nella stanza. Giulia era distesa, le mani composte sul grembo; sul volto unespressione di serenità così assoluta che nessuno laveva mai vista. Sembrava la soglia di un altro tempo.

Da quel giorno nessuno più sedette sul gradino a fissare il bosco. Ma nelle sere destate, quando il vento portava il profumo dei fiori e il canto dei grilli, tra le case del paese si diceva che, se guardavi bene, potevi scorgere una donna e un uomo che camminavano insieme tra i prati, oltre il fiume, verso il mare felici, finalmente, per sempre.

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