Tutto inizia in una notte strana, come se le stanze si diluissero e Roma oscillasse oltre il vetro delle finestre. Mia nuora, Fiorenza, si è avvolta nel rancore come in un mantello di velluto verde. Ha preso mio figlio Matteo come in un mosaico rotto, unendo i pezzi per metterlo contro di me mentre le luci delle strade scomparivano.
Matteo ha incontrato una ragazza Fiorenza, appunto che è diventata un sogno ambiguo ai margini della sua vita. Col tempo, lei ha iniziato a seminare dubbi tra me e lui, sussurrandogli che io mi preoccupo solo di me stessa, che la loro felicità non mi riguarda davvero. E tutto per colpa di quattro mura messe insieme con sacrificio: mi sono rifiutata di scambiarci gli appartamenti come se fossero figurine Panini.
Da quando Paolo mio marito è partito per quella lunga notte senza sogni, Matteo è rimasto lunico sole a orbitare intorno a me. Gli ho cucito addosso attenzione, zuppe calde, baci sulle tempie e libri sotto il cuscino fin quando ha preso la laurea alla Sapienza. Ha trovato subito lavoro, e la città luccicava davanti a lui come un gelato appena scartato.
Io e Paolo non abbiamo mai navigato nelloro, i nostri euro contati con cura sui banchi del mercato di Testaccio. A quarantanni siamo riusciti, cuore a cuore, a comprare un piccolo appartamento in zona Appio Latino; prima di allora, il nostro indirizzo cambiava come le stagioni. Un secondo appartamento per Matteo? Impossibile. Ma gli abbiamo insegnato la dignità del lavoro, non le scorciatoie.
Quando mi portò a casa Fiorenza, ero felice come durante una festa di San Gennaro sotto le luminarie. Cercavo di volerle bene. Non lho mai giudicata o criticata, sapevo quanto conta la serenità per un figlio. Allinizio Fiorenza era garbata, una ragazza daltri tempi. Ma solo dopo le nozze le maschere sono cadute come coriandoli a Carnevale.
Finita la luna di miele sulla costiera amalfitana, Fiorenza si è licenziata, sospirando che i capi la tartassavano come piccioni sulle statue del Tevere. Cercava qualcosa di meglio, diceva, ma erano solo nuvole: ormai sono due anni che vive sulle spalle di Matteo, tra uno smalto e una crema comprata in Via del Corso, senza nemmeno cercare davvero un impiego.
Vivono stipati nel loro bilocale al Tiburtino, tra le pareti strette e il tram 19 sotto la finestra. Matteo lavora, ma i suoi stipendi scivolano via: Fiorenza spende tutto in estetista, abiti firmati come se dovesse sempre andare a un ballo a Venezia.
Mi domando spesso come sia possibile non trovare nemmeno un lavoretto. A volte penso che inventi colloqui come chi racconta sogni la mattina. In fondo, stare a casa e vivere alle spalle di Matteo le piace eccome.
Le ho chiesto, in uno di quei sogni in cui i tavoli sono messi in verticale, se pensassero ai figli.
Ma che figli vuoi che facciamo qui, con uno spazio così? mi ha risposto, accigliata come la Madonnina in cima al Duomo di Milano.
Potreste mettere da parte qualcosa per una caparra, prendere almeno un piccolo mutuo ho suggerito.
Non riusciamo nemmeno ad arrivare a fine mese! ha ribattuto Fiorenza, mentre faceva tintinnare le sue braccia cariche di bracciali.
Mi sono morsa la lingua, perché se davvero avessero provato a risparmiare per una casa, li avrei aiutati. Ho pure un piccolo gruzzoletto salvato negli anni, in una vecchia scatola di biscotti Mulino Bianco. Ma così, senza volontà, so che Fiorenza lo butterebbe tutto in sciocchezze.
Negli ultimi tempi, Fiorenza gira intorno al discorso bambini come una falena alla luce, lamentandosi che il tempo fugge come la sabbia nelle clessidre di Murano. Matteo le dà corda, e un giorno è venuto da me:
Mamma, abbiamo pensato io e Fiorenza: perché non fare cambio di appartamenti? Tu prendi il nostro, noi il tuo, nessun documento, solo uno scambio come tra amici al bar. A te bastano poche stanze, a noi serve spazio…
Mi ha ferita fino allosso questa proposta nata dalla testa di Fiorenza. Gli ho risposto che il mio cuore ha radici in quella casa: gli alberi vecchi non si trapiantano, diceva mio nonno di Caltagirone.
Tra poco avrai solo qualche anno di lavoro, dopo potrai essere nonna ha sorriso Fiorenza, con la bocca piena di miele amaro.
Ho rifiutato quellofferta travestita da favore: nessuno mi scalzerà dalla mia casa, neanche i sogni infranti.
Matteo ha insistito altre volte, e ogni sua parola era una spina nel petto. Prima non era tipo da approfittarsi degli altri, ora invece sua moglie lo spinge giù per questa china.
Quando mi hanno visitato lultima volta, Fiorenza gli ha sussurrato sottovoce, ma io sentivo benissimo, come sentono le madri nei sogni:
Dai Matteo, andiamo. Tua madre non ci tiene davvero, se avremo o no dei figli. Non muoverà un dito per noi.
Da quella sera di pioggia sottile, Matteo non mi cerca più. Il telefono suona a vuoto, come una chiesa sconsacrata. È come se tra noi fosse passata unombra, e io non riesco a capire come abbia fatto mio figlio a trasformarsi così, a lasciarsi guidare dai sogni di unaltra, fino a dimenticare i nostri.




