Mamma, vieni a vivere da noi! Perché devi stare sempre da sola? Qui starai meglio, più comoda, e finalmente qualcuno avrà un occhio su di te… ripeteva mia figlia Paola ogni volta che mi chiamava la sera per sapere se era tutto tranquillo con me.
Ho resistito a lungo. In fondo ho i miei settantacinque anni, le mie abitudini, il mio ritmo quotidiano.
Mi piace svegliarmi presto, prepararmi un caffè nella solita tazzina sì, quella col bordo un po scheggiato e poi sedermi qualche minuto davanti alla finestra, osservando gli alberi che danno sul cortile. Non sarà una villa a Capri, ma quella è casa mia. Il mio rifugio. Il mio universo.
Eppure, la solitudine iniziava a pesarmi sempre di più. Soprattutto da quando la mia piccola cagnolina, Lilla, se nè andata due anni fa. Il silenzio in casa era diventato quasi assordante. La televisione non mi distraeva più, i libri li lasciavo dopo poche pagine, e le vicine passavano più tempo a trovare scuse per andare dai nipoti che a bersi un tè da me. Ho cominciato a pensare che forse Paola avesse davvero ragione.
E così, quando un pomeriggio mi ha richiamata dicendo:
Mamma, trasferisciti da noi. Ti prepariamo la stanza, sarà tutto più semplice
Va bene ho risposto, stupendo persino me stessa. Se davvero lo volete, mi trasferisco.
Non sapevo ancora che quella decisione avrebbe cambiato tutto. Allinizio in meglio. Poi… anche no.
Paola era al settimo cielo.
Mamma, non hai idea di quanto sono contenta! mi ripeteva, come se temesse che allultimo potessi ripensarci. Marco passerà da te sabato. Abbiamo già preso lenzuola nuove, tende, una bella lampada da notte. Starai da principessa!
Volevo crederci anchio, che questa sarebbe stata per me una nuova fase serena. Che finalmente sarei stata più vicina alla famiglia, senza addormentarmi ogni sera contando i ticchettii dellorologio. Quella sera preparai una valigia con qualche vestito, le fotografie di famiglia, un paio di libri del cuore. Il resto sarebbe rimasto lì, almeno per ora. Così, tanto per illudermi che fosse solo una prova.
Il sabato Marco si presentò puntualissimo. Sorridente, disponibile, forse un filo troppo energico per i miei gusti, ma tutto sommato simpatico. Appena ho chiuso la porta di casa, mi è passato un brivido lungo la schiena. Ho avuto la strana sensazione di lasciare indietro una parte di me.
Lappartamento di Paola era spazioso, pieno di luce e di vita: macchinine e costruzioni del piccolo Leonardo sparse in salotto, segni di pennarello ovunque, il bucato a implorare una buona stirata. La mia stanza, però, era davvero deliziosa. Lenzuola nuove di zecca, luce calda, piantina sul comodino. Insomma, sembrava andare tutto bene.
I primi giorni erano una meraviglia. Paola mi preparava un ottimo caffè, Leonardo mio nipote raccontava storie dalla scuola dellinfanzia, e Marco faceva battute a cena. Uscivo con Paola a fare due passi al parco, cucinavo il sugo di pomodoro come piaceva a loro, e Leonardo faceva finta di essere in paradiso con le mie crêpes alla marmellata. Per la prima volta dopo tanto, mi sentivo di nuovo necessaria. Importante.
Al quarto giorno, però, qualcosa iniziò a scricchiolare.
Per prima cosa, il rumore: Marco che camminava in casa con le scarpe, Paola che lavorava al computer con il telefono sempre attaccato allorecchio, Leonardo che faceva gare di auto rumorosissime che manco alla Mille Miglia. Le mie orecchie gridavano vendetta.
Quando provai a dire a Paola che forse cera un po troppa confusione, lei mi sorrise:
Mamma, questa è la vita con un bambino! Ci si abitua, vedrai.
Io ci ho provato, davvero. Solo che la sera, dopo che si spegnevano tutte le luci, il cuore mi sembrava impazzito. Dopo quindici anni vissuti da sola, quel trambusto improvviso era una tempesta che non se ne voleva andare.
Poi è arrivato il secondo problema. A cena, Marco si versava un bicchiere di vino, poi un secondo. Niente di strano, ma dopo il terzo e il quarto diventava rumoroso. E io alle voci alte ho sempre avuto lallergia, da quando mio padre Beh, lasciamo stare i ricordi poco allegri.
Leonardo iniziava a piagnucolare, Paola era stanca, Marco si innervosiva, brontolando che in questa casa nessuno sa rilassarsi. E io restavo allangolino, con le mani strette, chiedendomi che fine avesse fatto quel calore familiare che sognavo.
Nei giorni successivi cominciarono a saltar fuori altri piccoli dettagli.
Paola, se era nervosa, mi lanciava un:
Mamma, per favore, almeno cerca di non intralciare. Ho una montagna di lavoro.
Marco lasciava la cucina invasa dai piatti, con la battuta (poco simpatica):
La mamma è sempre stata unasso nel pulire, vero?
Leonardo raramente veniva a trovarmi in camera. E io, a dire il vero, uscivo sempre meno.
Quando proponevo di cucinare il pranzo, Paola si affrettava a dirmi:
Non serve, mamma. Rilassati, piuttosto.
Se dicevo di andare a fare una passeggiata, solo:
Ora non abbiamo tempo. Domani. Forse.
Solo che quel domani non arrivava mai.
Una notte di sabato, verso mezzanotte, mi ha svegliata un gran baccano. Paola e Marco litigavano come se dovessero scaricare tutti i problemi delluniverso. Urla, accuse, nervosismo alle stelle. Mi sono alzata per intervenire, magari calmare le acque, Basta, ragazzi, fa male al fegato!… ma Paola mi ha gelato con uno sguardo di ghiaccio.
Mamma, lasciaci in pace. Vai a dormire.
Ho fatto dietrofront. Tornata in camera, ho sentito nel petto qualcosa che si spezzava.
Quella sera la pressione è andata alle stelle. Hanno chiamato il medico di guardia. Ho dovuto ripetere che medicine non ne prendevo anche se ormai, alla mia età, sono in pochi a non avere la lista di pillole sul comodino. Il medico, sorridendo, ha detto: Direi che è ora di cominciare.
Per la prima volta ho pensato alla mia vecchia casa. Alla cucina con la tovaglietta fiorata. Alla poltrona accanto alla finestra. Ai libri. Al silenzio. Alla libertà.
Ogni giorno quel pensiero tornava, sempre più insistente. Finché, una sera, trovando Leonardo in cameretta incollato al tablet con una concentrazione degna di un chirurgo, mi è tutto chiaro.
Qui sono unestranea.
Unospite, non una di famiglia.
E non una di quelle attese con ansia.
Una di quelle che si sopporta.
Alla sera lo dissi a Paola:
Torno a casa mia.
Lei posò la forchetta e mi guardò sorpresa, forse anche un po scocciata.
Ma mamma, qui non ti manca nulla. Perché vorresti tornare alla solitudine?
Tesoro, risposi piano la solitudine non è la stessa cosa del non avere pace. Capirai, quando sarai vecchia come me.
Ha provato a farmi cambiare idea, ma il mio cuore aveva già deciso.
Il giorno dopo ho fatto la valigia e ho chiesto a Marco di riaccompagnarmi.
Quando ho aperto la porta del mio monolocale, mi è sembrato di poter respirare a pieni polmoni dopo tanto tempo. Ho lavato i pavimenti anche se erano già puliti, ho sistemato i fiori, ho fatto il tè nella mia tazzina preferita. Mi sono seduta alla finestra.
Il silenzio era di nuovo mio. Non mi faceva più paura. Mi abbracciava. E la prima volta dopo mesi, ho sorriso davvero.
Ho pensato a un gattino. Uno rosso, con gli occhi verdi. Un piccolo compagno pronto a portare un po di ronron in casa.
Sì. Domani andrò al gattile.
Perché si può ricominciare a ogni età.
Basta essere nel proprio posto, quello davvero nostro.





