Ho messo mio marito di fronte a una scelta difficile.

Ho messo mio marito davanti a una scelta difficile.

Mamma, perché stiamo andando dalla nonna Lucia? Non mi va, mi annoio lì.

Guardai Giulia dallo specchietto retrovisore. Mia figlia era seduta dietro, incollata al suo tablet rosa, senza nemmeno sollevare lo sguardo mentre parlava. Sei anni, e già aveva imparato a usare quel tono come se ci facesse un favore solo col suo essere presente.

Perché oggi è il compleanno di Luca, tuo cugino. Ti ricordi di lui?

Sì. Non mi piace.

Giulia! mi voltai, ma Federico mi mise una mano sulla spalla.

Non iniziare, per favore. Non oggi.

Lo guardai. Era al volante, tutto rigido, come se stessimo andando a un interrogatorio e non alla festa di un bambino in famiglia. Abito blu scuro, camicia bianca, stirata quella mattina da me con cura. Ci avevo messo mezzora: sapevo che mia suocera avrebbe notato anche la piega più minima. Avrebbe fatto finta di nulla, ma con uno sguardo che avrebbe chiarito a tutti che non ero una buona padrona di casa.

Non inizio, Fede. Sto solo spiegando a nostra figlia perché andiamo da loro.

Glielo stai dicendo in un modo che ha già capito che non saremo i benvenuti.

Ma siamo davvero i benvenuti?

Lui tacque. Il semaforo davanti a noi passò dal verde allarancione, Federico rallentò e la macchina si fermò. Nel silenzio che seguì si sentiva solo il tintinnio delle monete virtuali dal gioco di Giulia.

Ascolta, mettiamoci daccordo disse senza guardarmi . Arriviamo, facciamo gli auguri a Luca, restiamo due ore, tre al massimo, e poi ce ne andiamo. Niente discussioni, niente rinfacci, niente drammi. Solo una festa di famiglia. Ci riusciamo?

Volevo dirgli che non ero sicura che ce lavremmo fatta. Che ogni volta promettevamo a noi stessi di fare proprio così, salvo poi ritrovarmi in cucina a sentire lennesima predica su come avremmo dovuto educare nostra figlia, o quanto lavorassi troppo, o che mia madre pace allanima sua non mi aveva insegnato a cucinare come la signora Lucia.

Ma rimasi zitta. Annuii e mi voltai verso il finestrino. Le vie di maggio scorrevano illuminate dal sole; donne in abiti leggeri, uomini in camicie a maniche corte, bambini col gelato. Un sabato che sarebbe stato perfetto da passare in piazza o su una terrazza con un libro, non attraversando metà Milano per andare da chi non ti sopporta.

Mamma, a Luca faranno tanti regali? chiese Giulia staccando per un attimo gli occhi dal tablet.

Immagino di sì. È il suo compleanno.

E a me ne danno uno?

Mi voltai ancora. Quegli occhi grandi, castani, pieni di aspettativa. Ormai si era abituata a ricevere qualcosa a ogni festa, colpa mia, lo sapevo. Ogni Natale, ogni recita allasilo, ogni visita alle mie amiche terminava con un dolcetto o un gioco nuovo.

Giuli, oggi è il compleanno di Luca. I regali sono per lui.

Ma anch’io li voglio!

Li riceverai quando sarà il tuo compleanno. Oggi siamo noi a portare un regalo a Luca. Ti ricordi che ieri abbiamo scelto quel set di costruzioni per lui?

Sì, ma ne voglio uno anche io!

Hai la stanza piena di giochi sbottò Federico . Puoi stare senza per un giorno?

Giulia fece il broncio e tornò al suo tablet. Guardai Federico. Stringeva il volante così forte da sbiancare le nocche. Sapeva benissimo cosa avrebbe detto sua madre se Giulia avesse fatto una scenata. E sapeva quanto io detestassi quei giudizi. Lui, sua madre Lucia e sua sorella Elena avrebbero discusso di me e del mio modo di crescere nostra figlia per settimane.

Tutto il resto del viaggio si svolse in un silenzio tagliente, interrotto solo dai suoni elettronici e dal rumore del traffico. Guardavo gli alberi, i palazzi, le nuvole, e pensavo che tre anni prima mi ero promessa che in quella casa non sarei mai più tornata. Dopo che Lucia quella volta mi aveva detto, con una freddezza tutta sua, che non ero degna di essere né moglie né madre.

Avevo chiuso la porta con rabbia allora. Federico mi aveva rincorso per strada, supplicandomi di tornare dentro e chiedere scusa. Non tornai. Andammo a casa in silenzio. Ricordo di aver guardato fuori dal finestrino pensando che forse era la fine, che forse dovevo preparare le valigie e andare da mia sorella a Parma.

Ma non lo feci. Perché lo amavo. Perché cera Giulia di mezzo. Perché non mi piace mollare.

Dopo il litigio ci vollero quasi dodici mesi per rivedere la sua famiglia. Federico mi supplicò di andare almeno per Natale. Rifiutai. Poi per Pasqua. Ancora no. Accettai solo quando Lucia fu ricoverata per il cuore. Io e Giulia andammo a trovarla in ospedale; portammo frutta e fiori. Lei, pallida e invecchiata, ringraziò, accarezzò la testa di Giulia, disse solo di averle sentito la mancanza. Nessuna scusa. Nessun riferimento a quella discussione. Come se nulla fosse successo.

Allora pensai: forse è così che si fa. Si finge che non sia successo niente e la vita va avanti. Forse crescere significa anche ingoiare le offese e sorridere.

Ma ieri sera, quando Federico mi disse che ci avevano invitati alla festa di Luca, ho capito che non avevo dimenticato nulla. Che la ferita era ancora lì, pronta a farsi sentire alla prima occasione.

Siamo arrivati disse Federico, destandomi dai pensieri.

Eravamo davanti a uno dei soliti palazzi popolari alla periferia sud di Milano. Quella era la casa dove Federico era cresciuto, dove sua madre aveva vissuto per quarantanni dove io ero sempre stata unestranea.

Giulia, spegni il tablet. Andiamo dissi, sforzandomi di essere calma.

Scendemmo. Federico prese dal bagagliaio un grande pacco colore acceso, con il regalo dentro. Ieri in negozio avevamo discusso mezzora: io insistevo per qualcosa di semplice, lui voleva qualcosa di importante.

Cosa vuol dire importante? gli avevo chiesto tra gli scaffali.

Che non sembriamo tirchi.

Fede, è un regalo per un bambino, non una gara a chi spende di più.

Sì, ma lo sai che mamma e Elena ci faranno caso.

Alla fine cedevo sempre io.

Salimmo a piedi quattro piani, lascensore era guasto. Giulia si lamentava di essere stanca, la presi per mano quasi tirandola. Federico davanti, col regalo, le spalle contratte.

Sulla soglia si voltò:

Sei pronta?

Volevo dirgli che no, non lo ero. Che avrei voluto girarmi sui tacchi e andare via. Non recitare ancora una volta la commedia del tutto bene. Ma sorrisi appena e annuii.

Suonò. Dentro, voci, risate, musica: la festa era già iniziata. Eravamo anche riusciti ad arrivare in ritardo, per non essere i primi.

La porta si spalancò: Elena, la sorella di Federico. Più giovane di due anni, ma sembrava più vecchia; capelli corti rosso scuro, lineamenti severi, bocca sottile e tesa.

Oh, siete arrivati! Finalmente! fece cenno di entrare. Dai, noi abbiamo già iniziato.

Ciao, Elena Federico le diede un bacio sulla guancia. Scusa il traffico.

Già, traffico mi lanciò unocchiata. Ciao, Anna.

Ciao.

Scambiammo i baci, ma sentii il gelo emanare da lei. O forse ero io ad emanarlo, non lo so.

Ma questa è Giulia? Ma quantè cresciuta! Non ti riconoscevo!

Giulia si nascose dietro la mia gonna. Non la vedeva da quando aveva tre anni.

Dai, saluta la zia Elena la spinsi delicatamente avanti.

Buongiorno sussurrò Giulia, per poi nascondersi di nuovo dietro di me.

Che timidina Elena si raddrizzò. Va bene, accomodatevi. Mamma è in cucina, Luca in sala coi bambini. Stiamo per tagliare la torta.

Entrammo e fui avvolta dal profumo familiare: un misto di lavanda e dolci appena sfornati. Lucia metteva sempre sacchetti di erbe negli armadi e ogni sabato la casa odorava di crostata. Quel giorno sapevo già dal profumo: torta di mele.

Nellingresso, una fila di scarpe: scarpe da ginnastica, tacchi, stivali da uomo. La festa era al completo. Sfilai le mie ballerine nere, comprate apposta per loccasione. Giulia fece capricci con i sandali, glieli sfilai senza badare allocchiata di Elena.

Fede, vai in sala, tuo nipote ti aspetta disse Elena. Noi donne, in cucina.

Noi donne. Rabbrividii. Ho quarantadue anni, sono sposata da diciannove, ho una figlia, lavoro come responsabile amministrativa in una ditta edile, pago il mutuo e le tasse, e lei mi chiama ragazza.

Federico mi mandò uno sguardo supplice. Annuii. Lui andò in sala. Presi Giulia per mano, entrai in cucina.

Cucina luminosa, la finestra sul cortile, vasi di gerani, asciugamani ricamati appesi, la tovaglia di pizzo sul tavolo. Tutto uguale a ventanni fa, la prima volta che ero entrata.

Lucia sedeva al tavolo, chiacchierando con una signora che non conoscevo, sorridendo. Al nostro ingresso si alzò; vidi subito che era invecchiata capelli ormai bianchi, rughe profonde, la schiena incurvata ma lo sguardo era lo stesso: tagliente, vigile.

Anna! Che bello che sei venuta! ci salutò con labbraccio formale di sempre.

Buongiorno, signora Lucia.

Tesoro, e questa chi è? La mia nipotina preferita! Una vera bellezza, tutta sua nonna!

Giulia si nascose, io le accarezzai la testa.

Giulia, saluta la nonna.

Non voglio.

Silenzio. Lucia si raddrizzò; negli occhi le lessi delusione. O forse condanna.

Eh, i bambini tagliò corto lei. Si vergognano, è normale.

Ma il tono era diverso: per lei non era affatto normale. Un bambino ben educato saluta sempre i grandi. Io, come madre, evidentemente non le avevo insegnato leducazione base.

È solo stanca dal viaggio dissi, cercando di non sembrare sulla difensiva.

Certo, certo. Sedetevi, vi verso un po di tè, o preferite un caffè? Mi hanno portato dellottimo caffè da Napoli.

Tè va bene, grazie.

Lucia si mise a trafficare attorno ai fornelli, la sua amica sorrise.

Sono Marina, unamica di Lucia. Piacere.

Anna, piacere mio.

Tè servito, bicchierini tintinnanti. La suocera seduta davanti a me, occhiificata addosso.

Come va la vita, Anna? Sei sempre nello stesso posto di lavoro?

Sì, lavoro ancora lì.

E come va, tanto lavoro?

Abbastanza.

E chi va a prendere Giulia dallasilo se tu lavori fino a tardi?

Eccoci. Iniziamo.

Ho un orario flessibile, la prendo io.

Ah, bene, bene. Pensavo aveste preso una tata. Ormai si usa.

No, facciamo da soli.

Lucia posò la tazza davanti a me, sedette. Mi studiava.

Sei dimagrita.

No, sono uguale.

No, sei sciupata. Devi mangiare di più, Anna. Gli uomini vogliono donne in carne.

Le labbra serrate; la solita cantilena. Commenti mascherati da premura, ma con una lama nascosta.

Sto bene, grazie.

Mah mi preoccupo. Lo sai, vi voglio bene come figli miei. Federico mi aveva detto che venivate, sono stata felice. Pensavo che ormai vi foste dimenticati di noi.

Siamo molto impegnati: asilo, corsi, lavoro.

Tutti impegnati Ma la famiglia non si deve mai dimenticare, Anna. La famiglia è la cosa più importante.

Tacqui. Bevvi il tè a piccoli sorsi, sentendo la lingua bruciarsi. Giulia scivolava sulla sedia, annoiata.

Mamma, posso andare a vedere cosa fanno di là? mi chiese piano.

Vai pure, ma comportati bene.

Giulia scappò in soggiorno, Lucia la seguì con lo sguardo.

Una furbetta. Proprio come Federico da piccolo. Sempre iperattivo.

Sì, è vivace.

E allasilo, obbedisce?

In genere sì.

In genere Quindi qualche volta no?

Posai la tazza.

Può capitare. È una bambina.

Eh certo, ormai i bambini sono tutti diversi. Prendi Luca: un tesoro. Educato, bravo a scuola, aiuta a casa. Elena lo ha cresciuto bene.

Marina, lamica, annuì convinta.

Sì, lho visto come è bravo. Saluta tutti, ringrazia per i regali. Ben educato.

Sentivo salire il nervoso. Non dicevano nulla di diretto, ma il significato era chiaro: Luca era perfetto, Giulia no. Colpa mia.

Risate dal soggiorno, la voce di Federico che faceva ridere i bambini. Me lo immaginai lì, a recitare la parte del marito e padre modello mentre io, dietro le quinte, subivo.

Lucia, posso andare a salutare Luca e fargli gli auguri? chiesi quasi stringendo la sedia.

Ma certo cara, è in sala. Però tra poco si taglia la torta, non andare lontana.

Uscii, sentendo i loro sguardi sulle spalle. Appoggiata al muro del corridoio, chiusi gli occhi. Siamo qui da dieci minuti e già vorrei andarmene.

Il telefono vibrò in tasca. Un messaggio di Federico: Come va?

Risposi: Tutto bene. Una bugia. Che avrei dovuto scrivere: che sua madre aveva già fatto battute pungenti tre volte? Che mi sentivo come a un esame che non avrei mai passato?

Un uomo che non conoscevo mi attraversò il corridoio, entrò in bagno. Stavo lì, contando mentalmente quanto mancava: due ore? Tre?

Zia Anna?

Mi voltai. Luca, il festeggiato. Camicia elegante, pantaloni scuri.

Ciao Luca, tanti auguri!

Grazie sorrise. Zio Fede mi ha detto che avete portato un regalo.

Sì, è là in sala.

Ho visto una scatola gigante. È un set di costruzioni?

Sorpresa! Lo scoprirai presto.

Luca corse via: educato, cordiale, come dovrebbe essere Giulia se ascoltassi Lucia.

Entrai in sala. Dodici persone. Gli adulti sul divano, bambini che giravano intorno al tavolo coperto di dolci, rustici, salatini. Una pila di regali colorati allangolo. Un paio di facce le riconoscevo: la cugina di Federico, suo marito, altri parenti. Tutti mi guardavano con curiosità.

Federico chiacchierava con un uomo; appena mi notò si alzò.

Ecco Anna, mia moglie.

Stretta di mano, frasi fatte: Finalmente vi conosciamo, Quante volte Federico ci ha parlato di te. Una bugia, sapevo che lui non parlava mai di noi con la sua famiglia.

Giulia in un angolo col tablet. Le andai vicino.

Giuli, spegni il tablet. Non sta bene giocare quando ci sono degli ospiti.

Non voglio. Mi annoio.

Giuli.

Dai mamma!

Alcuni si voltarono verso di noi; sentii le guance scottare.

Ho detto spegnilo.

Scocciata, Giulia lo infilò di malavoglia nella mia borsa e si rifugiò in un angolo. Mi sedetti vicino, sentendo addosso sguardi di critica.

Elena entrò con un vassoio di bicchieri col prosecco e succo.

Ora un brindisi per il festeggiato! Luca, vieni qui tesoro!

Luca accanto alla mamma, sorridenti, tutti a tirare fuori i telefonini per immortalare il momento.

Al nostro Luca! propose qualcuno. Che cresca felice, furbo, in salute!

Che prenda bei voti!

Che sia dorgoglio per i genitori!

Brindisi. Sorsi di prosecco acido, economico. Federico teso come non mai.

E ora i regali! annunciò Elena. Luca, siediti che arrivano i pacchi!

Luca si mise seduto e a turno gli diedero i regali: kit per dipingere, robot telecomandato, libri, giochi, vestiti. Con ogni regalo, la pila cresceva. Ringraziava sempre sorridendo, era gentile con tutti. Il bambino ideale.

Guardai Giulia, con lo sguardo fisso sulla montagna di regali. Nei suoi occhi vidi un luccichio che non mi piacque: invidia. Desiderio.

Giuli, non guardare così le sussurrai.

Perché lui ha tutti quei regali e io no? mi rispose piano.

Perché oggi è il suo compleanno.

E il mio?

Fra quattro mesi, a ottobre. Lo sai.

Manca troppo!

Adesso basta.

Intanto Federico portò il nostro regalo: la grossa scatola. Luca la aprì e sgranò gli occhi.

Wow! È il set SuperTecnic 3000! Mamma, guarda, era quello che volevo!

Elena sorrise.

Zio Fede e zia Anna lo sapevano. Grazie mille!

Luca abbracciò Federico, poi, impacciato, anche me.

Grazie, zia Anna.

Di nulla, Luca. Buon divertimento.

I commenti degli altri ospiti: È un regalo caro, Bel pensiero, sviluppa la creatività. Lucia entrò, annuendo soddisfatta.

Avete fatto bene a non lesinare sul regalo.

Stringevo i pugni. Non lesinare Come se il regalo fosse un investimento da giudicare.

Giulia mi tirò la manica.

Mamma, a me lo danno un regalo?

Mi chinai verso di lei.

No, Giulia. Oggi i regali sono per Luca.

Ma perché? Ne voglio uno anch’io!

Giulia, per favore.

Ma non obbedì. Si avvicinò a Luca e disse ad alta voce:

Luca, me lo dai uno dei tuoi regali?

Silenzio in sala. Gli occhi su di lei. Luca stupito.

Cosa?

Ne hai così tanti, posso prenderne uno anchio?

Saltai su e la presi per mano.

Giulia, vieni qui.

Ma io lo voglio! Lo voglio anchio!

Giulia!

Si agitava e pianse. Forte, con tutto il fiato: Voglio un regalo! Voglio il set! Voglio il robot!

Il viso di Elena teso. Lucia con le braccia conserte, lo sguardo trionfante. Ve lavevo detto, diceva la sua faccia.

Federico provò a calmarla.

Giuli, dai usciamo un attimo che papà ti spiega.

Non voglio spiegazioni! Voglio un regalo!

Si buttò a terra urlando e scalciando.

Mi sentii osservata e giudicata da tutti, e qualcosa in me si spezzò.

Giulia, basta. Andiamo, ora.

La sollevai tirandola via. Lei si divincolava, ma la tenevo salda.

Anna, forse non cè bisogno di essere così drastica cercò di fermarmi Lucia.

Le guardai negli occhi e dissi ciò che non volevo dire, ciò che accumulavo da tre anni.

Sa qual è il problema, signora Lucia? È perché ha insegnato ai suoi figli che i regali sono una dimostrazione di superiorità che ora si lamenta se mia figlia vuole la stessa attenzione!

Lei impallidì.

Cosa stai dicendo?

Quello che penso. In questa casa si giudica tutto: quanto spendiamo, quali regali, come vestiamo. E poi ci si lamenta se i bambini vogliono la stessa considerazione!

Anna, smettila! Federico mi afferrò il braccio, ma lo scacciai via.

No, non smetto. Sono stata zitta troppo a lungo. Non sono mai stata abbastanza per questa famiglia, in nessun ruolo. E sono stufa!

Elena scattò:

Ti rendi conto di come parli? Sei venuta e stai rovinando la festa di mio figlio!

Non sto rovinando, sto dicendo la verità: nella vostra famiglia Luca è il preferito, Giulia sempre seconda. Vostra madre non mi ha mai accettata, e ora si vede anche con mia figlia.

Lucia alzò le mani.

Ma che stai dicendo? Ho sempre trattato Giulia bene!

Tre volte in tre anni lha vista. Tre. Non è mai venuta al suo compleanno. Per quello di Luca invece cè sempre, anche se sta male.

Era colpa tua, non volevi inviti!

Non li volevo perché ogni volta che venivate mi facevate stare male per giorni!

Ormai la stanza ammutolita. Giulia non piangeva più, stringeva la mia gonna in silenzio.

Federico, pallido:

Anna, basta. Ti prego.

Lo guardai: in lui la supplica di tornare indietro, di scusarmi, di fingere che nulla fosse successo. Ma non ci riuscivo.

Fede, io non voglio più far finta di niente. Non posso più sopportare di essere sempre quella sbagliata. O scegli noi, o loro.

Lui sbiancò.

Vuoi proprio mettermi davanti a una scelta?

Te la sei posta tu, Fede, da tempo. Quando non mi difendevi, quando tacevi davanti agli attacchi. Quando mi chiedevi di essere paziente invece che supportarmi.

Stringeva le mani, abbassando lo sguardo.

Presi Giulia, andai verso luscita. Lucia mi rincorse.

Anna, se te ne vai adesso, non aspettarti che io dimentichi quello che hai detto.

Mi voltai:

Non ci conto. Vivete pure come preferite. Ma senza di noi.

Anna! Federico mi seguì. Capisci quello che stai dicendo?

Sì. Vuol dire che ho finito la pazienza. Ora tocca a te scegliere.

Passai, scendemmo a piedi. Giulia piangeva sottovoce, io pure. Andammo avanti senza voltarci.

Fuori chiamai un taxi, abbracciai Giulia in grembo durante il tragitto verso casa. Il telefono squillava: Federico. Ignorai le chiamate, poi spensi il cellulare.

Arrivata a casa, sistemai Giulia sul divano e le misi sopra una coperta. Le accarezzai la testa mentre dormiva, ancora con le guance rigate dalle lacrime.

La mia bambina, viziata forse troppo, ma così amata. Sapevo di aver sbagliato nel lasciarla fare capricci, eppure non sapevo come non farlo. Volevo darle quel che non avevo avuto da piccola: attenzione, affetto, certezza dessere amata. Ma dovè il limite tra amore e vizio? Quando la cura diventa debolezza? Non lo sapevo.

Dopo due ore sentii la porta. Entrò Federico, togliendosi le scarpe senza guardarmi.

Ciao dissi.

Ciao.

Andammo in cucina. Misi a bollire lacqua per il tè. Lui sedette a tavola.

Giulia dorme?

Sì.

Lungo, pesante silenzio.

Mamma è molto dispiaciuta esordì infine.

Lo so.

Elena dice che ti sei comportata in modo assurdo.

Forse.

Anna, ti rendi conto delle cose che hai detto?

Versai il tè.

Sì. Ho detto la verità.

Ma hai accusato mia madre di non voler bene a Giulia!

È così.

Non è vero! Le vuole bene!

Federico, lha vista tre volte in tre anni. Questo vuol dire voler bene?

Lui si coprì il volto con una mano.

Ha i suoi problemi, letà, la salute

Ma da Elena va ogni settimana.

Elena abita vicino!

Noi a quaranta minuti, nemmeno tanto.

Era senza parole. Mi sedetti, scaldandomi le mani col tè.

Senti, non voglio litigare. Ma non posso continuare a vivere così.

In che senso?

Ché la tua famiglia non mi accetta, e ogni volta che ci vediamo è una gara a farmi sentire sbagliata.

Esageri.

No. Tu semplicemente fingi di non vedere.

Mi guardò.

Cosa vuoi da me?

Che tu sia dalla mia parte, chiara e netta. Quando tua madre esagera, difendimi tu.

Ti difendo!

No, tu cerchi la pace. Ma non si può, se chi hai davanti non la vuole. Tua madre vuole solo che io sia come la immagina. Docile e accomodante.

Mamma viene da unaltra generazione

E io non mi faccio andar bene tutto solo per questo. Non posso.

Sbuffò.

Quindi vuoi che non vediamo più la mia famiglia?

Lo voglio solo se potrò essere me stessa. Se potremo essere trattati come una famiglia, non come ospiti a disagio.

E se loro non lo accettano?

Non li vedremo più.

È un ultimatum.

No, sono confini. È diverso.

Si alzò, guardò fuori. Restai in silenzio dietro di lui.

Ho sempre cercato di essere un bravo figlio, pensare a mia madre, fare il suo volere e mi sono dimenticato di essere un bravo marito.

Mi avvicinai e labbracciai alle spalle.

Fede, non ti chiedo di tagliare i ponti. Voglio solo poter vivere con serenità.

Ma se non funziona?

Allora saranno loro a perdere qualcosa.

Si voltò, mi abbracciò.

Ti amo.

Anchio.

Ma non so come aggiustare la cosa.

Ce la faremo insieme.

Controllai Giulia. Dormiva col respiro pesante, ancora con le tracce delle lacrime. Tutto partiva da lei, o da me, dalla mia incapacità di dire no, dal mio voler colmare con lamore ogni vuoto lasciato dalla mancanza della nonna.

Tornai in cucina. Federico ricevette altri messaggi.

Mamma ci vuole parlare domani pomeriggio.

Vuoi andare?

Solo se vieni tu, solo se prometti che sarai sempre dalla mia parte.

Prometto.

Allora andiamo.

Silenzio. Pensavo a cosa avrei potuto dire il giorno dopo, se avrei trovato il coraggio di ricominciare, di cercare un punto di incontro.

Elena mi ha scritto che Luca è rimasto male. Ha detto che ho rovinato la sua festa.

Mi sentii in colpa. Promisi che il giorno dopo avrei chiamato Luca per scusarmi almeno con lui. Federico mandò il messaggio.

E con mamma?

Mi scuserò per la forma, non per il contenuto.

Annuii.

Quella sera, mentre il cielo si faceva scuro e in casa cadeva il silenzio, guardavo Federico e mi chiedevo: e se fosse questo a far crollare tutto?

Fede, ti è mai passato per la testa che potremmo separarci?

Trasalì.

Anna! Ma che dici?

Se non troviamo un accordo. Se tua madre non mi accetta Reggeremo ancora a lungo?

Mi prese la mano.

Io non voglio perderti. Mai. Ho sbagliato a non essere più presente, ma ti amo e amo Giulia. Farò di tutto per cambiare.

Ma come?

Non lo so. Ma lo troverò.

Volevo credergli. Ma la paura restava: che Lucia non mi avrebbe mai accettata davvero, che Federico avrebbe continuato a dividersi tra noi. Che Giulia sarebbe cresciuta sentendosi sempre messa da parte.

Andiamo a dormire disse lui. Domani farà giorno.

Annuii. Spostammo Giulia sul suo lettino, la cambiai. Dormiva senza nemmeno svegliarsi. Un bacio sulla fronte.

A letto fissavo il soffitto, ripassando tutto nella testa: le parole, i gesti, i pianti, lo sguardo severo di Lucia.

La mattina mi svegliai con Giulia che si infilava sotto le coperte con me.

Mamma, non andremo più dalla nonna?

Le passai una mano tra i capelli.

Non lo so, amore. Forse sì, forse no.

Io non voglio. Ho avuto paura.

Di cosa?

Tu hai urlato. Tutti mi guardavano.

Mi si strinse il cuore. La avvolsi.

Scusami Giuli, scusa se ho alzato la voce.

Perché urlavi alla nonna?

Come spiegare a una bambina che a volte i grandi non trovano le parole giuste e le ferite escono improvvise?

Perché ero stanca, stufa di sentirmi dire cose brutte da lei.

Che cose diceva?

Sono cose da grandi. Magari quando sarai più grande le capirai.

Silenzio.

Mamma, mi sono comportata male?

Sospirai.

Sì, Giuli. Quando si è a una festa di un altro non si chiedono regali.

Ma li volevo tanto!

Lo so. Ma a volte bisogna saper aspettare, e i regali si ricevono al proprio compleanno.

Riceverò tanti regali?

Quanti ne vorranno darti le persone che ti vogliono bene.

Rimase a pensare.

La nonna mi vuole bene?

Non sapevo cosa rispondere. Forse sì, ma il suo modo d’amare non bastava per colmare la diffidenza verso di me.

Sì, ti vuole bene. Ma non è brava a farlo vedere.

Giulia annuì e mi si strinse addosso. Così ci trovò Federico, che entrò col vassoio.

Colazione a letto per le mie donne dichiarò.

Sul vassoio frittelle, marmellata e tè. Mangiavamo insieme e per un attimo tutto sembrava di nuovo tranquillo.

Poi Federico disse:

Ho fissato oggi alle due da mamma.

Annuii.

Pronta?

No. Ma andiamo.

Ci preparammo in silenzio. Stesso abito del giorno prima. Lasciammo Giulia a mia sorella, che venne a tenerle compagnia.

In macchina nessuna parola. Guardavo fuori le stesse strade, ma oggi il cielo era grigio.

Arrivammo, salimmo da Lucia. Lei aprì la porta, pallida, con lo sguardo fermo.

Entrate.

In cucina, lo stesso tavolo. Lei si sedette davanti a noi.

Volete tè?

No, grazie.

Silenzio.

Bene disse alla fine . Vi ascolto.

Respirai piano.

Signora Lucia, mi dispiace per il mio modo di comportarmi ieri. Non avrei dovuto urlare. Ho sbagliato.

Lei annuì.

Accetto le scuse.

Ma non cambio ciò che ho detto. È vero: lei non mi ha mai vista di buon occhio. E lo sento anche con Giulia.

Il suo viso si irrigidì.

Non sono daccordo.

Forse non se ne accorge. Ma ogni volta che ci vediamo cè sempre qualcosa di negativo: la mia scelta di lavoro, il mio aspetto, la mia educazione verso Giulia Troppe critiche, pochi complimenti.

Esprimo solo la mia opinione.

La sua opinione ferisce.

Restò zitta a lungo.

Forse sono troppo dura, ma voglio il meglio per mio figlio e per i miei nipoti.

Il meglio è una famiglia serena, non una tensione continua.

Guardò Federico:

Sei daccordo con lei?

Lui annuì.

Sì, mamma. Ha ragione. Così non si può andare avanti.

E cosa proponete?

Ripartire da zero dissi. Mettere da parte le offese, costruire un rapporto tra adulti, senza ruoli fissi. Solo col desiderio di far stare bene la nostra famiglia.

Lucia allinizio restò in silenzio, poi sospirò.

Va bene, proviamoci. Ma non chiedetemi di cambiare tutto in un giorno.

Nessuno è perfetto dissi. Anchio sbaglio.

Per la prima volta, lessi nei suoi occhi della comprensione, non solo giudizio.

Federico ci prese le mani.

Grazie a tutte e due.

Parlammo di Giulia e di Luca, dei programmi per lestate. Un dialogo cauto, un inizio.

Quando ce ne andammo, Lucia mi abbracciò davvero.

Tornate sabato prossimo, vi preparo la crostata.

Volentieri.

In macchina Federico mi prese la mano.

Allora?

Non so. Ma forse stavolta abbiamo iniziato davvero.

Ci credi?

Voglio crederci.

A casa Giulia ci corse incontro, mostrando un disegno: ceravamo noi tre, e accanto, anche i nonni, tutti mano nella mano.

È bellissimo la abbracciai.

In quel momento pensai che forse, col tempo, tutto si sarebbe sistemato. Non subito, non facilmente, ma passo dopo passo.

Quella sera, mentre Giulia dormiva, Federico ed io bevemmo un tè.

Cosa succederà ora? chiese.

Feci spallucce.

Non lo so. Ma ci proveremo.

Basterà?

Spero di sì.

Mi abbracciò. Restammo così, in silenzio, a guardare la notte scendere su Milano.

Domani sarebbe stato un altro giorno, e la vita, come sempre, avrebbe richiesto impegno, pazienza, dialogo. Ma avevo capito una cosa: in una famiglia non serve essere perfetti, basta volersi bene abbastanza da voler trovare un punto dincontro.

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