Avevo circa cinque o sei anni, ancora prima di andare a scuola, all’inizio degli anni Novanta, quando nel nostro paesino arrivarono dalla città a vivere due pensionati: nonna Vera e zio Alessio

Avevo circa cinque o sei anni, ancora prima di iniziare la scuola, allinizio degli anni Novanta, quando nel nostro piccolo paese in Toscana vennero a vivere due anziani venuti dalla città nonna Vera e zio Alessio. Avevano comprato una casetta proprio di fronte alla nostra: bassa, con solo due finestre che si affacciavano sulla strada, ma con un enorme orto che, data letà, non avevano più la forza di lavorare. Ogni giorno li vedevamo passeggiare ora nel bosco, ora verso il fiume, e solo raramente si spingevano fino a San Miniato per fare la spesa. Vivevano in silenzio e quasi invisibili. Non venivano mai a farci visita, solo due volte a settimana passavano a chiedere il latte. Noi allora avevamo una fattoria piuttosto grande, ma pur vivendo con poco, nonna Vera spesso mi regalava qualcosa di nascosto una tavoletta di cioccolato, un quaderno, perfino qualche migliaio di lire. Non avevano figli.

Forse passarono tre anni da quando si erano trasferiti, e una sera di fine inverno, dopo aver spento la televisione e appena messi a letto, sentimmo bussare piano alla finestra. Era nonna Vera, che a voce bassa ci disse che Alessio era morto.

Facemmo tutto il possibile per aiutarla con il funerale.

La perdita del marito fu per nonna Vera un dolore enorme: si ammalò, smise quasi definitivamente di uscire. Così cominciammo a farle visita tutti i giorni; lei ogni volta mi raccontava comerano stati insieme per cinquantadue anni, di tutto il lavoro pesante nella fabbrica dove avevano passato la vita, e di come, una volta in pensione, avessero lasciato il loro appartamento a una nipote per ritirarsi in campagna, vicino alla natura.

Arrivò la primavera. Nonna Vera, pian piano, si abituò alla solitudine e cominciò a rimettersi. Una mattina mi invitò a casa sua e mi mostrò una scatola: dentro vi era un minuscolo cucciolo dal pelo grigio che si muoveva a fatica.

A dire la verità, non sono mai stato un grande amante dei cani, ma vedere quel cucciolo mi fece sussultare il cuore: me ne innamorai subito, follemente.

Ancora oggi ricordo quella scena: io seduto sul pavimento che accarezzavo il cucciolo con un dito, mentre nonna Vera ci guardava con occhi pieni di tenerezza e mi regalava il suo primo, timido sorriso senza denti dopo tanto tempo.

Con Alessio non abbiamo mai avuto né gatti né cani. E nemmeno figli, purtroppo, mi disse. Ma è dura stare soli, sai? Questo cucciolo lho trovato dietro il mercato di San Miniato, poverino. Come avrei potuto lasciarlo lì, guarda che dolcezza.

Io, con gli occhi fissi su di lui, avevo perfino paura di respirare vicino a quel batuffolo.

E cosa mangia? Avrà fame, vero? quasi urlai, agitato.

Gli ho scaldato un po di latte, ma non sa ancora bere dalla scodella; ci vorrebbe il biberon, ma non ce lho. Domani però lo compro, mi rispose, quasi sussurrando, nonna Vera.

Corsi a casa e presi il ciuccio dalla bocca della mia sorellina di appena cinque mesi, mentre dormiva.

Scoprimmo che il cucciolo aveva solo pochi giorni. Gli infilai la tettarella in bocca, schiacciavo piano per fargli uscire il latte caldo e tremavo al pensiero che potesse morire.

Per più di una settimana io e nonna Vera non riuscivamo a trovare un nome adatto. Lei rideva e voleva chiamarlo Ciro per le sue orecchie rossicce, ma io protestavo e insistevo per chiamarlo Pino, perché era così tranquillo, quasi non faceva rumore e, vicino a lui, anche noi parlavamo sottovoce. Così il nome rimase: Pino, Pinolo, o Pinino.

Per molto tempo, quasi fino allestate, ci prendemmo cura di lui: scaldavamo il latte, gli preparavamo il cibo, e quando arrivò il caldo lo lasciavamo scorrazzare fuori dalla scatola, sullerba. Pino – forse perché era stato separato dalla madre appena nato, senza nemmeno essere leccato e accudito – era debole e si ammalava spesso. Ma noi facevamo di tutto per lui.

Dopo la scuola, senza nemmeno entrare a casa, correvo da nonna Vera per vedere Pino, studiavo i compiti, aiutavo la mamma, e passavo tutte le sere con loro. Giocavo con lui come fosse un gattino, mentre nonna Vera sedeva sul divano a guardarci, sempre più sorridente.

Durante lestate Pino crebbe molto, ma si capiva che era di una razza piccola, poco più di 30 centimetri daltezza. Al mattino veniva con me a pescare, portavamo le mucche al pascolo, e se non potevo uscire mi faceva compagnia nella casa di nonna Vera. Con lui, lei stessa divenne più solare e tornò quasi in salute. Lo curava come un bambino vero: cucinava pasti appositi, lo pettinava, divorava libri su come allevare e curare i cani.

Passò un anno, poi un altro, poi cinque. Tutto quel tempo Pino visse con nonna Vera, ma ogni mattina correva al mio portone, mi aspettava e mi accompagnava a scuola per tre chilometri a piedi. Poi, alle due, tornava a prendermi e rientravamo insieme. Che piovesse o tirasse vento, lui era sempre al mio fianco. E così passarono nove lunghi anni.

La scuola dalle nostre parti arrivava fino alla terza media, poi per continuare avrei dovuto trasferirmi a Pisa o rimanere a San Miniato e dormire in convitto. Alla fine, la famiglia decise di mandarmi in città.

Il giorno della partenza, mi sedetti a lungo sui gradini di nonna Vera tenendo Pino tra le braccia, piangendo a dirotto.

Portalo con te, se non vuoi lasciarlo mi disse tra le lacrime.

Dove volete che lo porti? Pino sta bene qui con te. Abbi cura di te, mamma verrà tutti i giorni e io ti telefonerò sempre.

Quando il battello lasciò il piccolo porto sullArno, rimasi sulla passerella a piangere. Pino, col musetto e la lingua fuori, correva sulle assi marce del molo e mi fissava senza capire perché lo stessi lasciando.

A scuola a Firenze mi immersi negli studi: veterinaria, economia agraria, e il tempo volava via. Non avevo amici stretti, solo ogni tanto scambiavo due parole con un vecchio compagno che abitava nel dormitorio accanto.

Poco prima delle vacanze di Natale, quando già pensavo di tornare a casa, mi chiamò mamma: nonna Vera stava male, da una settimana non si alzava dal letto e Pino non la lasciava mai, tanto che gli avevano dovuto mettere la ciotola vicino al suo cuscino.

Tornai subito, con qualche giorno di anticipo. E davvero Pino era lì, seduto sulla sedia accanto al letto, senza mai distogliere lo sguardo da lei. La guardava con occhi umidi e lamentosi, mentre lei, con la mano stanca, tentava di accarezzargli la testa e il naso caldo. Erano tutti e due magrissimi, uno spettacolo che straziava lanima: una vecchietta morente e il suo cane, unica consolazione di una vita senza figli.

Quando, passato il Natale, dovetti tornare in città, fu chiaro che quella sarebbe stata lultima volta che vedevo viva nonna Vera. Pino mi accompagnò solo fino alla porta, non riusciva a lasciare sola la sua padrona neanche un minuto. Il dolore che sentivo nel cuore era quello di chi sa di un piccolo essere che si fa figlio premuroso del proprio genitore malato.

A febbraio nonna Vera morì.

Ma che ne poteva capire un ragazzino di sedici anni del lutto per una vecchietta e il suo cane? penserebbero in molti. Eppure non tutti possono comprendere il dolore di chi, perso ormai lunico familiare al mondo, ha trovato in cambio un cane fedele e affettuoso. Un amore che supera tutto, e che porta il proprio fedele amico a soffrire per la tua stessa assenza.

Riuscii a tornare a casa solo dopo gli esami, a fine maggio. Di Pino non si sapeva nulla, era sparito. Mamma raccontava che al funerale Pino aveva corso attorno alla tomba, tentando perfino di saltarci dentro, ma lo allontanarono a forza. Lo portarono a casa nostra, papà gli costruì persino una cuccia imbottita, ma lui non volle mai starci e, fino alle calde giornate di maggio, girava attorno alla casa di nonna Vera. Poi sparì, non aspettando nemmeno il mio ritorno.

Passai mezza estate a cercarlo per i paesi vicini, chiedendo a tutti, mostrando una sua fotografia, ma niente. Girai anche per San Miniato, ma di Pino nessuna traccia. Quando fu seppellita nonna Vera, forse pensava che sarebbe tornata, perciò laspettava a casa, ma lei non tornò mai, così lui partì a cercarla. Questa era la mia convinzione: che corresse, solo e infelice, in cerca di lei.

Arrivò agosto.

Un giorno andammo tutti insieme al cimitero di Santa Maria di Nosovi, cinquantina di chilometri dal paese. Mai avrei pensato di cercare Pino così lontano.

Scesi dallauto davanti alla chiesa e, appena misi piede in terra, vidi correre verso di me, con le orecchie indietro e la lingua di fuori, proprio il mio Pino.

Caddi in ginocchio e scoppiai in lacrime.

Pino, Pinino mio, quanto ti ho cercato questestate, scemo che sei, e tu eri qua

Seduto per terra, mentre Pino, sulle zampe posteriori, mi leccava la faccia e anche lui, capivo, piangeva.

Quando mi rialzai, saltava così in alto da arrivare alla mia testa, la coda impazzita.

Era sporco e magrissimo. Subito tirai fuori tutto quello che avevamo portato con noi: panini, polpette, crostate. Lui divorava il cibo senza smettere un attimo di guardarmi.

Continua a venirmi da piangere.

Ma è il vostro cane? chiese una donna che usciva dalla chiesa.

È il suo, si chiama Pino, rispose mamma, tamponandosi gli occhi con un fazzoletto.

Io lavoro qui, e da fine primavera che ci ho fatto caso a quel cagnolino. Vive su una tomba e la scava sempre, con impegno, tanto che il crocifisso è quasi caduto. Ogni volta ricopro la terra con la vanga, ma lui la scopre ancora.

Era chiaro a tutti: era la tomba di nonna Vera.

Andammo a portare i fiori anche alle tombe dei nostri parenti e Pino mi seguiva senza distogliere lo sguardo da me neanche un istante.

La tomba di nonna Vera e zio Alessio era tutta smossa dalle sue zampine, soprattutto dalla parte dove stava lei. Papà sistemò il crocifisso, mamma cambiò i fiori, e io, accovacciato, tenevo Pino tra le braccia. Lui mi guardava con le orecchie alte, lo sguardo triste, poi leccava la mia faccia.

Non forzarlo a venire via ora, disse papà sedendosi accanto a me, magari vuole restare qui. Lascia decidere a lui.

Io non voglio lasciarlo qua. Arriva presto lautunno, e già ha dieci anni non reggerebbe linverno. E poi, se vuole scappare, anche cinquanta chilometri non sono nulla per lui risposi, ma sapevo di dover rispettare la sua scelta.

Quando ci avviammo per andar via, Pino continuava a correre avanti e indietro tra la tomba e noi. Solo quando ci sedemmo tutti in macchina, rimase a lungo a guardare indietro verso le tombe, poi allimprovviso saltò dentro e si sedette sulle mie ginocchia.

Pino, tesoro mio, non ti lascerò mai più solo, dissi, con le lacrime senza vergogna.

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