Avevo circa cinque o sei anni, ancora prima di andare a scuola, nei primi anni Novanta, quando nel nostro piccolo paese sulle colline tra Parma e Modena vennero a vivere due pensionati della città: nonna Vanda e zio Carlo. Acquistarono la casetta proprio di fronte alla nostra, bassa, con due finestre che guardavano la strada, ma con un orto enorme sul retro che, considerata letà, decisero subito di non coltivare più. Ogni giorno passeggiavano: a volte nel boschetto, altre lungo il fiume, e solo di rado prendevano lautobus per andare in città a fare la spesa. Vivevano tranquilli e quasi non si facevano notare. Da noi venivano solo due volte a settimana, a prendere il latte fresco: avevamo tanti animali, ma si viveva comunque con poco, e nonna Vanda mi regalava sempre qualcosa una tavoletta di cioccolato, un quaderno nuovo, o magari qualche moneta da cento lire. Non avevano figli.
Forse passarono tre anni da quando si erano trasferiti qui, e una sera dinverno, appena spenta la televisione e messi a letto, sentimmo bussare leggermente alla finestra. Era nonna Vanda, pallidissima, che disse piano: Carlo è morto.
Facemmo tutto il possibile per aiutarla con il funerale.
Nonna Vanda da allora non si riprese bene, si ammalò, usciva sempre meno. Noi cominciammo a passare da lei quasi ogni giorno, e ogni volta lei raccontava di come avesse vissuto con zio Carlo per cinquantadue anni, di quanti anni avessero lavorato fianco a fianco in una fabbrica pesante a Reggio Emilia, e di come, una volta in pensione, avevano deciso di lasciare lappartamento alla nipote pur di trasferirsi qui, nella campagna, tra la natura.
Arrivò la primavera. Nonna Vanda sera un po abituata a vivere da sola, cominciava a rimettersi, e una mattina mi invitò da lei e mi mostrò una scatola nella quale si muoveva un piccolo cucciolo grigio. Non amavo molto i cani, ma appena vidi quel batuffolo, il cuore mi saltò in gola, me ne innamorai al primo sguardo.
Dopo anni ancora ricordo il momento: seduto sul pavimento accarezzavo il cagnolino con un dito, mentre nonna Vanda mi osservava sorridendo timidamente, per la prima volta dopo tanto tempo.
Né io né il nonno Carlo abbiamo mai avuto né gatti né cani mi disse e nemmeno figli, alla fine. Ma da sola è dura. Ho trovato questo piccolino stamattina, dietro il mercato del paese, vicino ai bidoni. Non potevo lasciarlo lì, guarda comè tenero!
Io fissavo il cucciolo senza riuscire a staccargli gli occhi di dosso, quasi senza fiato.
Ma cosa mangia? Avrà fame! quasi mi mettevo a piangere.
Gli ho scaldato il latte, solo che non sa bere dalla scodella, servirebbe un biberon, ma oggi ancora non sono riuscita a prenderlo sussurrò quasi nonna Vanda.
Corsi a casa e rubai il ciuccio direttamente dalla bocca della mia sorellina di cinque mesi.
Scoprimmo così che il cucciolo aveva solo qualche giorno di vita. Gli mettevo il ciuccio in bocca, gli schiacciavo con dolcezza il latte tiepido e speravo che ce la facesse.
Più di una settimana passammo io e nonna Vanda a pensare a un nome. Lei voleva chiamarlo Carotino per via delle orecchie rossicce, mentre io insistevo per chiamarlo Silenzio, perché stava sempre tranquillo, quasi non guaiva mai; anche noi parlavamo sottovoce, quando gli stavamo vicino. Così il suo nome restò Silenzio, Silenzietto.
Ci vollero molti mesi per rimettere in forze Silenzietto: latte caldo, cibo adatto, cure continue. Quando il tempo migliorò, iniziò a uscire dalla scatola per sdraiarsi sullerba. Era più fragile degli altri cuccioli: forse perché era stato abbandonato da piccolissimo. Ma noi ci impegnammo a crescerlo.
Tornato da scuola, invece di andare a casa, correvo subito da nonna Vanda, controllavo Silenzietto, poi studiavo i compiti e aiutavo mia madre nellaia; la sera restavo da loro. Giocavo con Silenzietto come fosse un gattino, e nonna Vanda ci guardava dal divano, sorridendo.
Con lestate Silenzietto era cresciuto, ma scoprimmo che sarebbe restato piccolo, non più alto di trenta centimetri. Al mattino veniva al mio cancello, mi accompagnava a scuola era a tre chilometri e verso le due tornava davanti alledificio ad aspettarmi: io e lui tornavamo a casa insieme, tra fango primaverile e gelo invernale. Sempre insieme, per nove anni.
La scuola del villaggio vicino era solo fino alla terza media: per continuare gli studi, dovevo trasferirmi in città, frequentare listituto agrario e stare in collegio. Decisero in famiglia che fosse giusto così.
Il giorno della partenza restai a lungo seduto sul gradino di nonna Vanda, con Silenzietto tra le braccia, e piangevo.
Portalo con te, se non vuoi separarti! disse anche nonna Vanda tra le lacrime.
Non posso, Silenzio è tuo, tieni a lui, prenditi cura di te stessa. La mamma verrà a trovarti ogni giorno. E io telefonerò tutti i giorni.
Quando il traghetto sul Po si staccò dal molo, stavo sulla terrazza a piangere. Silenzietto, con la lingua a penzoloni, correva avanti e indietro sulle vecchie assi del pontile, senza staccare gli occhi da me, come se non capisse il mio abbandono.
Gli studi allistituto assorbirono tutto il mio tempo: veterinaria, economia rurale. Non mi legai troppo a nessuno, solo ogni tanto chiacchieravo con un compagno del paese, nel dormitorio vicino.
Poco prima delle vacanze di Natale, la mamma mi chiamò. Nonna Vanda stava malissimo, erano giorni che non lasciava il letto. E Silenzietto non si staccava da lei: le avevano portato la ciotola vicino al cuscino.
Tornai a casa prima del previsto. Silenzietto era seduto su una sedia accanto al letto, non smetteva di guardarla: avevano perso entrambi peso, lei, con la mano tremolante, cercava ancora di accarezzargli la testa. Era straziante: la vecchietta quasi trasparente, e il suo unico amico, fedele fino allultimo.
Quando, dopo lEpifania, dovetti ripartire per la città, capii che non avrei più rivisto nonna Vanda in vita. Silenzietto mi accompagnò appena fino alla porta: non ce la faceva a lasciarla sola nemmeno per poco. Sentivo dentro di me la pena di quella creatura, che ormai si prendeva cura della sua mamma umana come un figlio amorevole.
A febbraio nonna Vanda se ne andò.
Che importava a me, a sedici anni, la morte di una vecchietta e del suo cane? potrebbe chiedere qualcuno. Ma non tutti comprendono il dolore di chi, avendo perso lunico vero familiare, si consola con un compagno fedele. Un cane che ti sopravvive, pronto anche lui a soffrire quando mancherai.
Riuscii a tornare solo dopo gli esami, a fine maggio. Nessuno trovava Silenzietto. La mamma mi disse che, il giorno del funerale, aveva cercato di saltare nella fossa, che i becchini avevano dovuto scacciarlo via. Lo presero in braccio, lo portarono a casa nostra, mio padre preparò una cuccia ben imbottita, ma lui non voleva restare, tornava ogni giorno alla vecchia casa di nonna Vanda. Poi, una sera di maggio, sparì. Non fece in tempo ad aspettarmi.
Passai mezza estate andando per le contrade a cercarlo, mostrando la foto alle persone, chiedendo in paese, nei cortili del comune. Silenzietto non si trovava. Forse pensava che nonna Vanda sarebbe tornata, e laspettava in casa; poi, visto che non tornava, sarà fuggito a cercarla. Questa era la mia idea.
Arrivò agosto.
Un giorno andammo tutti al cimitero tra le colline della campagna di Noceto, in un vecchio bosco. Cinquanta chilometri dal paese; mai avrei pensato di trovare lì Silenzietto.
Ma appena scendemmo dallauto davanti alla chiesetta, vedo correre come un pazzo, orecchie dritte e lingua fuori, il mio Silenzietto.
Caddi in ginocchio e mi misi a piangere.
Silenzietto, piccolo mio! Ti ho cercato ovunque, per tutta lestate, e tu invece eri qui!
Lui mi saltava addosso, leccandomi il viso; piangeva anche lui.
Quando mi alzai, continuava a saltare fino quasi alla mia testa, scodinzolando.
Era sporco e magrissimo. Svuotai subito tutto quello che avevamo portato panini, polpette, crostate e lui divorava tutto fissandomi tremando con lo sguardo, senza distogliere mai gli occhi.
Continuavo a piangere.
È vostro questo cagnolino? chiese una signora che usciva dalla chiesa.
Sì, è il suo, rispose prontamente la mamma, asciugandosi le lacrime.
Io lavoro qui continuò la donna e già dalla primavera avevo notato il cane: vive qui, vicino a una tomba, e la scava continuamente con le zampe. Ho dovuto coprire il buco con la pala, ma lui la riapre ogni volta: sembra voglia tirar fuori qualcosa
Capimmo tutti: era la tomba di nonna Vanda.
Dal cimitero passammo a trovare anche le tombe dei nostri. Silenzietto non si staccava mai da me, mi camminava di lato fissandomi.
La tomba di nonna Vanda e zio Carlo era tutta scompigliata dalle sue zampette; soprattutto dalla parte dove riposava lei. Mio padre raddrizzò la croce, la mamma sistemò i fiori, io mi abbassai e presi Silenzietto tra le braccia. Mi guardava mesto, con le orecchie tese, ora a me, ora alla tomba, leccandomi il viso di tanto in tanto.
Non costringerlo a venire via. Se vuole restare, lasciagli scegliere mi disse papà, accovacciato accanto a me.
Non voglio lasciarlo qui, lautunno, poi linverno morirebbe. Non è più giovane, ha quasi dieci anni. Ma sapevo che, se davvero avesse voluto restare, nessuna distanza lavrebbe fermato.
Al momento di andare, Silenzietto si aggirava nervoso: prima correva verso la tomba, poi tornava verso di noi. Solo quando salimmo tutti in auto, si fermò un attimo davanti alle tombe, poi con un balzo mi fu in braccio dentro la macchina.
Silenzietto, non ti lascerò mai più da solo, mai più, scoppiai di nuovo in lacrime.




